Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

"Pensare in immagini” di Temple Grandin

Recensione di Marina Montagnini

Copertina di "Pensare in immagini” (1995) di Temple Grandin
T. Grandin (1995) “Pensare in immagini e altre testimonianze della mia vita di autistica.” Tr. It.: Trento, Erikson, 201, 304 pagine

“Ero come un piccolo animale selvatico” (49). Temple era una bambina autistica molto grave, priva di linguaggio fino a tre anni e mezzo, chiusa nel suo mondo, persa nelle solite stereotipie o in lunghi stati di trance quando osservava i granelli di sabbia scorrere tra le dita e poi girava senza fine su sé stessa in estasi, o quando faceva impazzire sua madre urlando o spalmando le feci per la stanza. Aveva anche frequenti attacchi di panico che si fecero assillanti durante l’adolescenza. Il suo libro, prezioso per uno psicoanalista, ci fa ripercorrere le tappe di una singolare carriera umana e professionale che l’ha portata a diventare una eccezionale studiosa dell’autismo e una progettista di successo di strutture ingegneristiche volte a migliorare la vita e la morte dei bovini e dei suini nelle fattorie di mezza America. Il suo talento dichiarato è la capacità di vedere il mondo dal punto di vista di una vacca: “A cow’s eye view” è il titolo che Temple voleva dare al libro, con il brusco candore che le è tipico. A volte le mandrie si impuntano e rifiutano di sottoporsi alle procedure veterinarie o di procedere ordinatamente lungo i percorsi stabiliti perché sono disturbate da piccoli dettagli inapparenti: un cappello su di una staccionata, una pozzanghera, un contrasto di luce troppo intenso, un riflesso su una lamiera. Temple riesce a individuare immediatamente di cosa si tratta, lo elimina e infallibilmente il problema è risolto. Questo è uno dei motivi che l’ha resa famosa tra gli allevatori di bestiame che ricorrono alle sue consulenze. L’altro motivo è l’ingegnosa capacità di progettare strutture per il contenimento del bestiame, come vasche medicate per togliere i parassiti, gabbie per le vaccinazioni o per consentire la macellazione nel modo più umano possibile. In questo campo Temple si avvale di un talento Savant: proietta nella mente il suo progetto come un film tridimensionale, lo arricchisce e lo modifica ricorrendo alla sua videoteca mentale, lo osserva dall’alto, dal basso, di lato, fa scorrere il film avanti o indietro, controllando ogni possibile errore, ottenendo un prodotto eccellente in ogni sua parte. Temple pensa per immagini: partendo da una immagine iperspecifica, conservata in memoria, la associa ad altre immagini con un processo iperassociativo che la può portare anche molto lontano verso immagini inappropriate; non segue un ordine particolare, tanto meno un ordine logico, è piuttosto come se componesse un puzzle. 

La generalizzazione induttiva che porta ad un concetto o ad un simbolo si pone alla fine del processo di pensiero. (Questo tipo di pensiero è comune ad altri Autori autistici  di cui presenterò le autobiografie). Se questa modalità autistica ha i suoi vantaggi, bisogna aggiungere che l’autismo porta anche dei gravi handicap nella recezione ed elaborazione degli stimoli esterni, nel campo delle emozioni e delle interazioni sociali. Temple è ipersensibile al tatto e all’udito, non sopporta il contatto fisico, sebbene agogni l’effetto calmante di una forte pressione, prova dolore se deve indossare abiti nuovi, non sopporta i rumori striduli e acuti. Quando è sottoposta a questi stimoli è presa da un attacco di panico o di rabbia che interpreta come reazione d’emergenza ad un eccesso di sovraccarico sensoriale con una conseguente iperattivazione del sistema nervoso.

Il libro presenta una originale ipotesi di somiglianza con il sensorio ipervigilante dell’animale da preda. Negli autistici agirebbe una attivazione di antichi sistemi antipredatori, geneticamente determinata; per questo motivo il libro è intessuto di analogie tra gli autistici e gli animali. L’ipotesi spiegherebbe molti comportamenti autistici: la necessità di evitare il contatto per avere una “distanza di fuga”, il bisogno di routine fisse, di “sameness”, di prevedibilità, di controllo sull’ambiente circostante, come una gazzella attenta ad ogni minimo segnale che le può anticipare la comparsa di un predatore.

 

 

Marina Montagnini, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

 m.montagnini@iol.it

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Autobiografie Autistiche -
Le vite delle persone autistiche raccontate da loro stesse

Marina Montagnini ha curato una serie di recensioni di autobiografie di persone autistiche, raccolte poi in un lavoro antologico.

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