Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

Il cervello autistico - Temple Gardin

di Marina Montagnini

Il cervello autistico Temple Garandin
Il cervello autistico Temple Grandin

“L’autismo è nella vostra mente? No. È nel vostro cervello” (p 35). Da tempo si dibatte sulla psicogenesi o sulla organogenesi dell’autismo.Non è escluso che una origine polifattoriale sia l’ipotesi più probabile. Nel suo libro Temple prende posizione sulla organogenesi dell’autismo e ci porta in un viaggio esplorativo all’interno del suo cervello con l’aiuto di una serie di scansioni cerebrali cui si è sottoposta nel corso degli anni.

Questo ci induce ad escludere la psicogenesi dell’autismo? No, perché le anomalie cerebrali potrebbero essere secondarie ad un arresto del dialogo primario con la madre (Spitz, 1983).

Spitz, pioniere dell’Infant Observation, filmava le sue osservazioni del neonato e del suo “dialogo” con la madre (1964, 1983). In un suo articolo discute il “deragliamento” del dialogo della coppia, portando il caso clinico di Jerry. Ospedalizzato a 8 mesi, il bimbo non cresceva e, se non avesse ricevuto aiuto, sarebbe diventato mericista e sarebbe morto per denutrizione. Per fortuna Spitz osservò che la mamma spingeva molto in fondo nella faringe la tettarella del biberon, stimolando il riflesso del vomito. Spitz mostrò il filmato ai colleghi che commentarono: “Mi fa venire i conati di vomito!”, proprio ciò che succedeva anche a Jerry! L’indagine sulla mamma mise in luce un rapporto edipico conflittuale con un padre sadico e dogmatico che aveva disapprovato la maternità della figlia. Questa pensava di dover nutrire il bimbo sbrigandosi il più in fretta possibile. Il bimbo a sua volta aveva interiorizzato il modello materno: “Per Jerry, il riempimento dello stomaco non è più l’obiettivo primario, mentre lo è l’attenzione materna, sotto forma di stimolazione faringea, che per Jerry è diventata l’equivalente delle coccole” (1983, 193). Dall’altra parte la madre, nel suo zelo distorto, confermava il circolo vizioso, spingendo il cibo in gola il più velocemente e profondamente possibile. Il bimbo fu affidato alle cure di una nurse e in poco tempo si riprese.

Gli Ahumada pensano che sia possibile un arresto del dialogo madre/figlio autistico.

Per quanto sensibili e intelligenti, le madri sono spesso molto coinvolte nel lavoro e lasciano il bimbo nelle mani di altri familiari che lo piazzano per troppe ore davanti alla TV. Così facendo si allontanano dal bambino che rimane solo, si spegne e si devitalizza man mano che si riduce il dialogo primario con la madre. Questo rilievo è molto lontano da una accusa che sarebbe del tutto ingiustificata: infatti, gli Autori autistici descrivono madri devotissime, le prime artefici della loro riuscita.

Dobbiamo riconoscere che c’è stato un grave fraintendimento tra un presunto maestro della psicoanalisi e i genitori degli autistici. Temple ricorda che Bruno Bettelheim avrebbe visto in lei una “fortezza vuota” e sua madre avrebbe ricevuto l’etichetta di “madre frigorifero” (Bettelheim, 1967). “mia madre… alla fine sarebbe diventata vulnerabile al senso di colpa della madre frigorifero. …Un medico la informò che la causa del mio comportamento era un trauma psichico e che finchè io non fossi arrivata a identificarlo ero condannata ad abitare il mio piccolo mondo di isolamento” (Grandin, 2013, 23).

Leggere questo scritto di Temple può evitare all’analista un approccio semplicista o prevenuto.

Temple trova nelle scansioni una ragionevole spiegazione del suo talento visivo: il suo cervello è iperconnesso nel fascicolo fronto-occipitale, che disegna una linea diretta con la corteccia visiva.

Le fibre visive sono il 400% superiori al soggetto di controllo mentre le fibre di connessione tra udito e produzione del linguaggio sono l’1%. Gli elementi comuni con gli altri autistici sono la scarsa attivazione corticale per i volti, l’aumento delle dimensioni dell’amigdala (centro che scatena la paura), un cervello più grande della media.

Temple pone l’accento sui disturbi sensoriali che affliggono pressoché tutti gli autistici come hanno intuito alcuni ricercatori (Baron-Cohen, 2009). Temple ha voluto creare dei ponti con altri autistici scrittori di libri autobiografici come lei. Interessante la sua intervista a Tito Mukhopadhyay, che ha scritto “How can I talk if my lips don’t move? Inside my autistic mind“. Poichè io ho letto l’autobiografia di Tito, ho notato che egli durante l’intervista sembra un autistico a basso funzionamento, mentre appare ad alto funzionamento nel libro. Ciò conforta la mia convinzione che è utile leggere queste autobiografie perchè l’osservazione del comportamento diverge dall’esperienza autentica dell’autistico, molto più intelligente e sensibile di quanto non sembri.

 Tito cammina su e giù per la sala, sbatte le mani dopo ogni risposta digitata al PC e si affatica tanto da dover interrompere il ‘dialogo’ alla terza domanda (Tito è privo di linguaggio verbale).

Temple osserva che Tito non riesce a nominare l’oggetto che gli propone: ricorre invece ad una “etichettatura”. L’osservazione è congruente con la descrizione delle fibre di connessione cerebrale di Temple:  “Era accaduto qualcosa che aveva impedito alla fibra di formare una connessione tra ‘quello che vedi’ e ‘quello che dici’. Per compensare vi fu una crescita verso l’area visiva invece che verso le aree deputate alla produzione di linguaggio”(p 62) , come se fosse impedita da una balbuzie grave e inoltre non percepiva le consonanti. Sembra che l’assenza di linguaggio sia dovuta a deficit sensoriali (a causa dei quali il bimbo finisce per non cogliere abbastanza linguaggio dall’esterno) combinati con una sorta di blocco motorio.

Carly,  scrittrice autistica di una autobiografia  citata da Temple, sembrava una autistica non verbale grave ma, un giorno che era particolarmente irrequieta, sconvolse i genitori digitando per la prima volta: “Aiutomaldidenti”. Ecco come descrive nel suo libro una conversazione al caffè: “La donna che passa accanto al nostro tavolo lascia una scia di profumo molto intensa e la mia attenzione si sposta. Poi entra in gioco la conversazione al tavolo dietro di noi. Il tessuto ruvido del mio polsino strofina su e giù contro la pelle. Questo comincia ad attirare la mia attenzione, mentre il sibilo e il fischio della macchina del caffè si mescolano con vari suoni tutt’attorno a me. L’immagine visiva della porta che si apre e si chiude all’ingresso del locale mi consuma completamente. La conversazione mi è sfuggita, ho perso gran parte di quello di cui sta parlando la persona davanti a me… mi trovo a sentire solo una parola qua e là di quel che dice” (Fleischmann, 2012). Frammentazione, dolore, confusione: è come guardare attraverso un vetro rotto o una specchio incrinato. Temple dice che si trova ad uno switch tra spegnere o lasciar entrare tutti gli stimoli: tra assenza o crisi di nervi. Per questo motivo è assurdo dividere gli autistici in “iporeattivi” e “iperreattivi” perchè la causa è sempre il sovraccarico sensoriale.

Tito fermo davanti a una porta nota dapprima il colore giallo e potrebbe seguire un flusso associativo verso tutti gli oggetti gialli che ha visto in vita sua, vede una leva di primo grado, un cardine e solo a questo punto conclude “l’etichettatura” e riconosce la porta. Nel lungo periodo di apparente assenza, dentro di lui si è svolto un impegnativo lavoro intellettuale.

Donna Williams, scrittice autistica di 3 autobiografie, citata anche lei da Temple, non può entrare in una stanza illuminata da una luce al neon perchè coglie lo sfarfallio e l’intermittenza taglia via persone e oggetti fino a una cecità da sovraccarico. Paradossalmente gli autistici che svolgono un lavoro di ricerca traggono vantaggi dalla predilezione per i dettagli, i pensieri ben distinti e particolari, tipo “local bias” perchè partono da una grandissima quantità di dati grezzi e raggiungono concetti più generali solo dopo moltissimo lavoro induttivo; in compenso le conclusioni finali appaiono con un forte sentimento di auto evidenza. Attenzione ai dettagli, memoria eccellente, molte associazioni, rendono più probabile un salto creativo. Essendo ipersistemizzatori, colgono i pattern presenti nella realtà interna ed esterna (Baron-Cohen, 2020).

 

 

 

 

Bibliografia

Baron Cohen S et al., (2009) Talent in autism: hypersistemizing, hyperattention to detail and sensory hypersensitivity Philosofical transaction: biological sciences 364, 1377-1383.

Baron-Cohen (2020) I geni della creatività. Come l’autismo guida l’invenzione umana. Raffaello Cortina Editore Milano, 2021.

Bettelheim B (1967). La fortezza vuota. Milano: Garzanti, 1981.

Fleischmann A & C (2012) La voce di Carly. Milano: Mondadori, 2013.

Grandin T (2013) Il cervello autistico. Milano: Adelphi, 2014.

Mukhopadhyay R T (2008) How can I talk if my lips don’t move? Inside my autistic mind. New York Arcade Publishing 2011

Spitz R (1964). The derailment of dialogue: Stimulus overload, action cycles, and the completion gradient. J Am Psychoanal Assoc 12: 752-75.

Spitz R A (1983) Dialoghi dall’infanzia. Roma: Armando Editore, 2000.

 

Marina Montagnini, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

 m.montagnini@iol.it

 

 

biografie autistiche

Autobiografie Autistiche -
Le vite delle persone autistiche raccontate da loro stesse

Marina Montagnini ha curato una serie di recensioni di autobiografie di persone autistiche, raccolte poi in un lavoro antologico.

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