Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

The Father: Nulla è come sembra

di Camilla Pozzi

Foto dal film "The Father" di Florian Zeller, Gran Bretagna, 2020
"The Father" di Florian Zeller, Gran Bretagna, 2020

Autore: Camilla Pozzi

Titolo: “The Father”

Dati sul film: regia di Florian Zeller, Gran Bretagna, 2020, 97’ 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=KeXssRPkCqw

Genere: Drammatico

Si tratta di un dramma diretto da Florian Zeller e tratto dalla sua omonima pièce teatrale del 2012. Anthony Hopkins e Olivia Colman interpretano la vicenda emotiva di un uomo anziano, Anthony, probabilmente affetto dal morbo di Alzheimer e di una figlia sempre più avvilita nel vedere il padre perdere non solo lucidità ma anche la sua funzione paterna.

Ho visto il film, inevitabilmente carica di aspettative data la vincita di due Premi Oscar, uno per il miglior attore protagonista e uno per la miglior sceneggiatura non originale, e l’apprezzamento della critica. Nel vederlo tuttavia, sono stata colta da una sensazione spiacevole. Mi sentivo confusa, faticavo a capire, cercavo di distinguere le conseguenze della deformazione della realtà causata dalla malattia, dalla realtà “vera”, di trovare un filo senza tuttavia riuscirci. Mi sono sentita esposta ad una condizione di sovra-percezione, nonostante il regista renda lo spettatore consapevole del dramma che affligge i personaggi. Ricordi di volti e di luoghi si mescolano nella mente di Anthony così come in quella dello spettatore. L’appartamento londinese dentro al quale viene girato quasi tutto il film, per esempio, si modifica ai nostri occhi esattamente come cambia nei ricordi di Anthony convinto di essere a casa sua anche quando si è ormai trasferito in quella della figlia. Le scene reali e quelle trasformate a causa della malattia, vengono presentate dalla regia con la medesima oggettività. Anche i riferimenti temporali, in entrambi i casi, sono poco nitidi così da non lasciare appigli su cui ancorare i fatti.

Nel corso del film poi qualcosa è cambiato. La svolta avviene infatti grazie alla rinuncia a capire, la rinuncia a trovare un senso che unisca e colleghi ciò a cui si assiste, avviene insomma quando ci si limita a seguire la narrazione nel suo svolgersi univoco e non controllabile. Così, scivolati dentro questo stato mentale, si recupera il grande dono offerto da quest’opera: sentire più che capire ciò che prova Anthony, rimasto solo in un oblio perenne dal quale, ogni tanto affiora un nome, un ricordo, un affetto, un momento di vita.

Nel film, come nei ricordi, la realtà è sempre il frutto di una ricostruzione del passato dove agiscono fattori emotivi, affettivi, sensoriali. I ricordi possono trasmettere, anche in questo caso in cui si presentano frammentati e confusi, la narrazione di come eventi e situazione della vita siano stati vissuti ed introiettati.

Anthony, che ci sorprende per la capacità di mostrarsi al tempo stesso indifeso, sgradevole, cinico, seduttivo, si lascia andare a commenti spesso svalutanti nei confronti della figlia, la denigra e la espone, senza averne consapevolezza, a momenti di mortificazione. Istintivamente lo spettatore tende ad identificarsi empaticamente con lei ma viene anche da chiedersi se questo comportamento del padre sia solo l’esito dello stato degenerativo della memoria oppure se vi sia dell’altro? Collegamenti invisibili ci potrebbero portare alle vicende che riguardano l’altra figlia di Anthony, quella che non gli è accanto, quella che tanto egli desidera.

Le difese dell’Io sembrano intrecciarsi con la deformazione della memoria e svolgere il loro ruolo di allontanare il dolore, arrivando a negare ciò che lo genera (Freud, 1938).

Anthony racconta a tutti che la figlia assente è molto impegnata ed è questo il motivo per cui non è possibile incontrarsi, nessun’altra ipotesi sarebbe tollerabile.

Nel film, come nella memoria, il tempo non appare lineare e si viaggia continuamente tra passato e presente. Ciò ci permette di riflettere sulla natura del ricordo, ben lontano dall’essere semplicemente la registrazione di eventi della vita.

La memoria e il suo legame con fantasie e realtà, ci trasporta anche a ciò che avviene nel percorso analitico. Come sostiene Klein (1937) anche in analisi si presenta continuamente uno scambio tra fantasia e realtà: le fantasie, associate ad esperienze e persone reali, alterano la concezione della realtà. Il lavoro analitico però, spesso consente che le rappresentazioni delle persone e delle esperienze reali passate e presenti possano modificarsi nella mente del paziente.

Il film si conclude lasciando addosso allo spettatore la sensazione inquietante di essersi inoltrato dentro alla storia di un uomo che può solo limitarsi a seguire quel che succede senza averne alcun controllo. Un dramma che, senza essere mai mellifluo, ci mette a contatto con paure spesso innominabili, consentendoci di sentire il dolore nostalgico per mondi e tempi che sfuggono lontani.

 

Bibliografia

Freud S. (1938). La scissione dell’Io nel processo di difesa. O.S.F. XI

Klein M. (1937). Lezioni sulla tecnica. A cura di S. Andreassi S. e P. Fabozzi P., Milano, Raffaello Cortina, 2020.

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