Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

Sarajevo Ora e Allora

5 Aprile 2022 - 5 Aprile 1992

 Introduzione di Paolo Fonda

A 30 anni da Sarajevo – a 30 giorni dall’Ucraina

 

Maja Dobranić, che ora fa la psicoanalista nella sua Sarajevo, ci accenna in questo prezioso scritto, come la guerra in Ucraina abbia risvegliato alcune sensazioni provate da lei all’inizio dell’assedio di Sarajevo avvenuto esattamente 30 anni fa. Allora lei era ancora un’adolescente con il cuore spalancato verso la vita che le sorrideva davanti. Ma in un giorno tutto cambiò.

Uno dei paradossi era che allora sulle colline, da cui per quattro anni si sarebbe sparato ai passanti inermi, uno dei capi degli assedianti era uno psichiatra, psicoterapeuta e poeta! Radovan Karadžić, che alcuni colleghi più anziani dell’allora Jugoslavia ancora ricordano. Ora sconta l’ergastolo comminatogli dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Ma come è possibile? Le turbolenze sociali, etniche, politiche hanno una tale forza travolgente da ottenebrare le menti di chiunque? “L’acqua alta” della storia riesce a sommergere tanta parte della nostra umanità?

Le rovine di Mariupol e delle altre città ucraine non possono non risvegliare i traumi del passato in chi li ha vissuti sulla propria pelle. Stranamente, però, nel tumulto dei media si ricorda raramente le molte analogie tra la situazione odierna in Ucraina e quella sanguinosissima nella ex-Jugoslavia che provocò 140.000 morti. Alcune aree, specie nella Bosnia, sono tuttora come dei Campi Flegrei, dove si sente in profondità un inquietante brontolio delle falde incandescenti in lento movimento, che evidenziano aree molto vulnerabili.

Come tutto ciò influirà sul futuro? Quale potrebbe essere il contributo della psicoanalisi, e della psicoterapia in generale, nella gestione di questi pesanti e ingombranti contenuti nei nostri spazi mentali?

Possiamo ringraziare la collega perché ci fa riflettere su ciò che accade anche in una prospettiva di spazio e di tempo più estesi.

l'assedio di Sarajevo
Donne e bambini di Sarajevo, 1995, dopo 3 anni di sopravvivenza.

 articolo di  Maja Dobranić

Sarajevo

Sarajevo è stata definita la Gerusalemme d’Europa. Nello spazio di 500 metri si trovano la cattedrale cattolica, il più antico seminario ortodosso, la moschea di Bey e il tempio ebraico. Era un luogo prospero e di ampie vedute. Nondimeno, il suo assedio durò 1425 giorni.

Sarajevo è stata fondata durante il dominio turco. Si trova in una valle circondata da colline e montagne. C’è molta acqua e per tradizione le fontane pubbliche sono un suo simbolo. All’ingresso della città vi erano delle porte. Alle porte si ottenevano i lasciapassare per entrare e si sapeva esattamente quando un viandante doveva lasciare la città.

La città è poi cambiata, è cresciuta con la Bosnia ed Erzegovina. Quando la Bosnia ed Erzegovina è diventata parte della Jugoslavia, Sarajevo era al centro, come un cuore. Le montagne ci hanno dato l’opportunità di essere gli organizzatori delle Olimpiadi invernali del 1984. Noi eravamo la Jugoslavia e la Jugoslavia eravamo noi. Non c’erano vicini, eravamo tutti fratelli nell’unità.

Sarajevo era percepita come giovane ed era l’epoca d’oro della Sarajevo moderna quando nacque il movimento dei New Primitives composto da ventenni amanti della musica, dell’arte. Simboli viventi di Sarajevo,

i giovani erano divisi in Sarajevska raja (uno stile di vita specifico, riconosciuto, rispettato e stimato in tutta la Jugoslavia: l’individuale messo in secondo piano rispetto al comune, l’ironia era importante, l’egoismo malvisto). Ciò in contrasto con i papki (egoisti, individualisti che non avevano il senso dell’umorismo, ma comunicavano solo sul concreto).

L’umorismo era una caratteristica specifica della città. Il denaro non era il centro di tutto e la stratificazione sociale era mal vista. Sarajevo era soprattutto multietnica, tanto che la religione non era così importante. Invece era importante l’idealizzazione di Sarajevo, dei giovani, della gioventù, della fratellanza e dell’unità, della vita.

 

Con il Referendum del 1° marzo 1992, la Bosnia ed Erzegovina fu dichiarata Stato indipendente e lasciò la federazione chiamata Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Il 64% degli elettori votò per l’indipendenza.

Il lunedì successivo avremmo dovuto sbrigare le nostre faccende quotidiane ma la città era già in stato di assedio e le vie erano piene di barricate. Il 5 aprile 1992 ci furono manifestazioni contro la guerra. In quell’occasione ci furono le prime vittime dell’assedio. Ironia della sorte, l’inizio dell’assedio di Sarajevo fu proprio un giorno prima del 6 aprile, giorno in cui Sarajevo era stata liberata dagli invasori nella seconda guerra mondiale.

Durante l’assedio 11.541 cittadini di Sarajevo furono uccisi, compresi 1.601 bambini, e i quattro quinti morirono nei primi due anni. La città rimase del tutto isolata, sigillata ermeticamente, fino a quando non fu scavato il tunnel della salvezza. Non c’erano elettricità né acqua e tutti i collegamenti con il mondo erano tagliati.

È importante ricordare che L’ONU aveva imposto l’embargo sulle armi alla Bosnia-Erzegovina, Sarajevo compresa. Prima dell’assedio, tutti dovettero consegnare le loro armi su richiesta dell’esercito popolare jugoslavo (JNA) che era l’aggressore. Così ci legarono le mani.

 

Una città sotto assedio

 

Durante il dominio turco, le colline servivano come frontiere e protezione, le persone potevano entrare, si imparavano le norme cittadine e la struttura veniva tenuta al sicuro.

Nel periodo d’oro, i raja di Sarajevo stabilivano le regole e le facevano rispettare. Erano regole centrate sul concetto di autentico, rispettavano la tradizione e mettevano al centro l’idea di fratellanza e di unità – uno slogan popolare che faceva parte di ogni discorso in tutta la Jugoslavia. Con un tocco costante di umorismo (specifico, riconoscibile, tagliente) si riusciva sempre a fare una critica, a dare un suggerimento o a ricordare che le regole dovevano essere seguite. Quando il contenuto era più aggressivo, era comunque comprensibile ed efficace. Era una forma di comunicazione calda, offriva intimità alimentando uno spirito di comunità e un sentimento di uguaglianza.

Durante gli anni ’90 la tradizione stava crollando sotto gli attacchi e i partiti politici in ascesa. Si usavano miti, si evocavano fantasmi, si demonizzava, si distorceva la storia: la manipolazione era al suo massimo quando i partiti nazionalisti vinsero. Arrivarono regole completamente nuove e sconosciute che erano all’opposto dello slogan della fratellanza e dell’unità. Ci fu una regressione verso una simbiosi con la propria nazionalità.

D’altra parte – ora ci è chiaro – l’esaltazione della fratellanza e dell’unità erano frutto di fantasia, romanticheria e idealizzazione, che ci hanno resi ciechi di fronte alla realtà e che abbiamo pagato a caro prezzo. La prima reazione fu di shock. Molti appartamenti vennero abbandonati e i nostri amici (che poi venimmo a sapere che si identificavano come serbi) se ne andarono. Non sapevamo che la loro partenza fosse un segno sinistro e loro non sapevano che non sarebbero tornati a breve. Sarajevo si trovò circondata. Le colline, che una volta rappresentavano i confini e la protezione della città, erano ora luoghi dove il male era in agguato. Per fare più danni possibili ci sparavano addosso da un’altezza e da una distanza che in alcuni punti si misurava in poche decine di metri, con armi di quella che era stata la quinta forza militare mondiale.

La divisione sociale, basata sul narcisismo delle piccole differenze, era iniziata già molto tempo prima, confermando le parole di Freud, che sono le piccole differenze in popoli altrimenti simili che formano la base dei loro reciproci sentimenti ostili.

Siamo tutti discendenti degli Illiri, parliamo la stessa lingua, sfumata solo in dialetti diversi, abbiamo lo stesso aspetto. Le diversità di religione sono divenute un simbolo che esasperava le più piccole differenze e il luogo dell’insulto narcisistico. La gente ha lasciato la città, rimanendole vicino per demolirla.

Con il narcisismo delle piccole differenze di fatto inseriamo parti indesiderate di noi stessi negli altri per identificazione proiettiva e le attacchiamo. Così, le piccole differenze ci hanno diviso in vittime e aggressori. La guerra fu tanto brutale che la civiltà venne espulsa dalle nostre vite. Non eravamo pronti per una regressione impensabile: l’incredulità e lo shock erano tali che a lungo non riuscimmo ad adattarci agli eventi che ci stavano accadendo.

Eppure, l’embargo, la reclusione ermetica, l’aver intrappolato le donne e i bambini dentro Sarajevo finirono per creare la condizione che Machiavelli nel Principe auspicava che non si verificasse: quando lo si spinge in un angolo senza possibilità di fuga, il topo attaccherà.

L’urgenza di sopravvivere scatenò tutte le capacità e mobilitò tutte le riserve. Facemmo esperienza sulla nostra pelle che quando pensiamo di non avere più nulla, ci sbagliamo. Non si può morire così facilmente.

Le relazioni con i vicini si rinforzarono, venne usata molta creatività per superare i problemi di vetri rotti, tetti danneggiati, riscaldamento e luci assenti, furono inventate ricette per cucinare in situazioni di grave razionamento di viveri. La capacità di adattamento ha giocato un ruolo significativo. Senza dubbio è apparsa anche un’avidità patologica, per cui i contrabbandieri vendevano un chilo di zucchero per 100 KM (circa 50 euro). Ma al di là di tutta quella miseria e distruzione, va compreso che solo l’enorme inventiva e la voglia di vivere potevano dare alle persone sotto assedio una possibilità di sopravvivere. La terra cominciò a produrre, ma per sopravvivere.

I morti venivano sepolti durante la notte. L’oscurità era usata come protezione perché non c’era elettricità in città. Si sapeva che riunire più persone in un posto significava un potenziale massacro: così accadde Markale uno, Markale due, la linea del pane a Ferhadija, il massacro a Dobrinja, i massacri nella linea dell’acqua. Quello che è assurdo, se ci si ferma a pensarci oggi, è che nonostante tutto si facevano spettacoli teatrali, si organizzavano concerti, si aprivano caffè, si andava a scuola e all’università. Si cercava di vivere normalmente in condizioni anormali, cioè ci si comportava in modo anormale in condizioni anormali per rimanere normali.

 

Il passato non è passato senza lasciare una traccia in noi

 

24 febbraio 2022, invasione della Russia in Ucraina.

5 aprile 1992, occupazione di Sarajevo.

I sentimenti sono gli stessi: shock, paura, incredulità, impossibilità di mentalizzazione. C’è odore di ’92: compriamo farina, olio, carburante senza alcuna comprensione profonda e senza spiegazione logica. C’è un’isteria di massa. La situazione normale diventa straordinaria e la vita è più difficile perché, per esempio, è di colpo difficile trovare la farina per gli usi quotidiani.

Esausti dalla lotta per la sopravvivenza, troviamo difficile uscire dalla regressione che abbiamo dovuto attraversare per sopravvivere.

Mi sembra che l’invasione russa dell’Ucraina abbia ridotto l’ostilità dei fratelli nell’unità (cittadini di Serbia e Croazia), ora vicini. L’empatia è tornata quando ci siamo trovati tutti nella stessa posizione? Le somiglianze comuni nell’interesse della sopravvivenza sono diventate più importanti delle differenze?

Tuttavia, la situazione è tale che ci troviamo a funzionare con una posizione schizo-paranoide e scappiamo dalla fantasia, ascoltando la realtà con sospetto. È importante integrare il trauma e non lasciarlo isolato. Attraverso l’elaborazione e la consapevolezza, cominciamo a utilizzarlo. Lo controlliamo affinché non ci domini. Impariamo dall’esperienza comune e personale e così cresciamo.

Io uso l’esperienza traumatica per avvicinarmi ai pazienti, per aiutarli a cominciare a trovare le parole giuste per le loro esperienze, per entrare in empatia con loro, aiutandoli a mentalizzare come loro aiutano me a mentalizzare e questo è ciò che porta sollievo a tutti noi.

Raccontare dalla posizione di vittima, di testimone, di psicoanalista è stato difficile perché un ruolo ne comprometteva un altro. Sono stata tentata di mettere da parte il ruolo della vittima, a riempire questo testo di fatti freddi, impersonali, distanti. Avrei preferito non scrivere mai di Sarajevo, dell’assedio di Sarajevo, dell’aggressione alla Bosnia. Mi piacerebbe parlare di tutto questo guardando i volti degli ascoltatori perché per me è importante ottenere un’eco e non tenere le parole sospese nell’aria.

Concludo con un vecchio detto della mia terra.

Perché una volpe non prende mai un coniglio? Perché la volpe corre per il pranzo e il coniglio corre per la vita.

 

 

Maja Dobranić, Sarajevo

International Psychoanalytical Association

Società Psicoanalitica Croata

dobranicmaja1@gmail.com

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