Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

“Maid” di Molly Smith Metzler

di Elisabetta Marchiori e Luisa Marino
Fotogramma tratto da “Maid”, Netflix.
Fotogramma tratto da “Maid”, Netflix.

Autori: Elisabetta Marchiori e Luisa Marino

Titolo: “Maid”

Dati sulla serie: creata da Molly Smith Metzler, miniserie 10 episodi, USA, 2021, Netflix

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=v_c-2KN69s8

Genere: Drammatico

“Maid”, la miniserie tratta dal memoir autobiografico di Stephanie Land Maid: Hard work, Low Pay and a Mothers Will to Survive (Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre), ha scalato la classifica delle serie più viste su Netflix con un inaspettato seguito anche tra i giovanissimi. Complici una narrazione che ha a il ritmo serrato di un thriller, un cast di attrici e attori bellissimi e bravissimi, compresa una bionda bambina angelica. 

Protagonista è Alex (Margaret Qualley), una giovane donna, aspirante scrittrice che, poco prima di accedere al College, rimane incinta dell’altrettanto giovane Sean (Nick Robinson), barman appassionato di bicicletta, che si sta allenando per un viaggio in solitaria. Questa gravidanza inaspettata, che Alex decide di portare avanti contro il parere di Sean buttando all’aria i loro progetti, trasforma quella che sembrava una relazione perfetta in un lento scivolare verso l’inferno.

La storia inizia quando Alex, nel cuore di una notte trascorsa insonne a fissare la figlia Maddy addormentata, forse per proteggerla, fugge con lei di casa. Non ha un piano, sembra guidata da una spinta inconscia ad allontanarsi dal ripetere esperienze che ancora non è consapevole di aver già vissuto. Sean, figlio di una tossicodipendente, incapace di reggere al ruolo di compagno e di padre, comincia a bere precipitando in un crescendo di comportamenti minacciosi e violenti. Alex è sola: il padre (Billy Burke), di cui si disvela puntata per puntata la turbolenta personalità, ha una nuova famiglia, mentre la madre Paula (Andie MacDowell, vera madre di Qualley), è un’artista hippy, bipolare e con un disturbo borderline di personalità, che non accetta di farsi curare, invischiata in relazioni patologiche con uomini che approfittano di lei. La fuga di Alex è il primo passo verso la realizzazione del sogno di raggiungere quell’ancora lontano giorno – il “più bello della sua vita” – , quando potrà finalmente guardare con speranza al futuro con insieme a Maddy. 

Grazie all’intervento di un’assistente sociale, Alex viene assunta in una ditta di pulizie e trova rifugio in una Casa di Accoglienza per donne vittime di violenza. A poco a poco, con  il confronto e la condivisione dei suoi problemi, Alex ricostruisce la sua storia, sogna, ricorda, riconosce i disturbi di cui soffre e diventa consapevole delle sue capacità e dei suoi diritti. Quello che le accade, le case che pulisce, le storie delle persone che incontra, Alex le scrive in un diario, la cui lettura da parte di una ricca signora di cui è la maid diventerà lo snodo cruciale della storia.

Il tema della “volontà di sopravvivenza” di Alex si intreccia a quello scottante della IPV (Intimate Partner Violence, violenza tra partner intimi), definita come «qualunque episodio di comportamento controllante, coercitivo, minaccioso, di violenza o abuso tra persone con più di sedici anni che sono, o sono stati, partner intimi […]. Labuso può essere psicologico, fisico, sessuale, finanziario ed emotivo». LIPV, che ha come conseguenza estrema l’omicidio della vittima, ha importanti conseguenze per la salute mentale, in particolare Depressione e Disturbo Post-Traumatico da Stress, di cui Alex si trova a soffrire.

Esiste una enorme quantità di studi dagli anni ’80 ad oggi sulle tantissime variabili correlate alla IPV – tra cui la personalità, i disturbi mentali, l’abuso di alcool e sostanze, la trasmissione trans-generazionale della violenza (Faimberg, 2005) – per cui non solo chi ne è vittima o vi assiste può perpetuarla, ma può tendere a riprodurre relazioni di dipendenza con partner violenti, proprio come Alex. 

Senza diventare mai troppo didascalica e semplificante, questa serie riesce anche a evidenziare il sottile confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra realtà e immaginazione, tra sogno e ricordo, tra varie forme di abuso, tra cura e controllo, consensualità e violenza. È quel confine che lo spettatore è chiamato ad esplorare insieme alla protagonista, con cui a tratti simpatizza e si identifica, e che a tratti non può comprendere, percependo l’ambivalenza e la collusività intrinseche alle relazioni di dipendenza e di maltrattamento. Infatti i comportamenti irrazionali di Alex possono suscitare rabbia e incredulità, tanto appaiono intrisi di masochismo (Bolognini 2017). Sono complessi i fattori in gioco in queste dinamiche, solo alcuni evidenti, e comunque sempre aggrovigliati ai tanti che si annidano in strati profondi e oscuri del mondo interno.

Il successo di “Maid” è forse anche legato alla capacità di infondere la speranza che “il ciclo della violenza” (tensione-maltrattamento-luna di miele) possa essere interrotto, che le colpe dei genitori non segnino per sempre il destino dei figli. La storia mostra che questo è possibile a patto di essere disponibili a mettersi in gioco, a chiedere aiuto e ad accettarlo, a tollerare di avere gratitudine. La strada sarà sempre in salita, ma la fatica non sarà sprecata. 

 

Bibliografia

Faimberg H. (2005). The telescoping of generations. Listening to the narcissistic links between generations. London, Routledge.

Bolognini S. (2017). Complessità dell’empatia psicoanalitica: un’esplorazione teorico-clinica. In (a cura di) F. Borgogno, A. Lucchetti, L. Marino Coe: Il pensiero psicoanalitico italiano. Milano, Franco Angeli.

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