Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

Legami di massa - legami interiori

di Maria Ceolin

Ancor oggi, in questi tempi difficili, Psicologia delle masse e analisi dell’Io ci illumina sulle debolezze intrinseche al funzionamento di noi esseri umani e su come possa essere facile arretrare nel lavoro di civilizzazione che è inscindibilmente connesso alla capacità di sostenere il dolore del pensiero.

Pensare è, platonicamente, distinguere identità e differenze, operazione fondamentale anche per il suo valore etico: il male diviene banale se non è distinto dal bene.

Freud ci ha condotti, però, in un territorio del pensiero dove la complessità non può essere compressa in “idee chiare e distinte”, le verità corrono parallele e nel medesimo tempo e le “e – e” di congiunzione legano ipotesi che talvolta si escludono a vicenda. 

Pensare diviene rinunciare ad ogni possibilità di pacificazione, assumere i conflitti e le lacerazioni presenti in campi di forze non conciliabili, è mettere a rischio il pensiero (Deridda, 1969), riuscendo in qualche modo a rappresentarci questo rischio.

 

All’origine di Psicologia delle masse vi fu senz’altro anche l’impressione, dopo la prima guerra mondiale, di come circostanze eccezionali provochino trasformazioni nella psiche degli uomini.

La psicologia individuale – scrive Freud – “è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale” (1921, 261), poiché il singolo subisce l’influenza di ogni relazione in cui è immerso.

E le modificazioni che avvengono in un individuo quando è assorbito dalla massa sono esorbitanti: mancanza di autonomia e di iniziativa, indebolimento delle facoltà intellettuali, eclissi del senso di responsabilità e della coscienza morale (265), incapacità di differire (ibid., 305).

Le masse sono impulsive, volubili, eccitabili (275), “non hanno mai conosciuto sete di verità, hanno bisogno di illusioni” (270), non distinguono il vero da ciò che non è vero, i sentimenti sono elementari, privi di dubbi e di incertezze (268), “gli affetti si esaltano e il pensiero si inibisce” (278).

Abbassato a individuo massificato[1], il singolo “è dominato dagli atteggiamenti dell’anima collettiva che si manifestano come peculiarità razziali, pregiudizi sociali, opinione pubblica…” (305), nello stesso momento in cui perde se stesso dentro fenomeni di contagio e suggestione, acquista un sentimento di invincibile potenza. 

 

Per trovare ragioni al mistero del potere dell’influenza suggestiva, Freud accoglie da Trotter[2] l’idea dell’esistenza negli esseri umani di una pulsione gregaria; diversamente da lui, non pensa, però, l’uomo come un animale che vive in gregge, ma, piuttosto, come un animale che vive in orda, guidata da un capo supremo (309).

Già in Totem e tabù aveva immaginato come forma originaria della struttura sociale un’orda sottoposta al dominio illimitato di “una personalità forte e pericolosa, nei cui confronti ci si poté atteggiare solo in modo passivo-masochistico […] perdendo la propria volontà” (315).

I destini dell’orda hanno lasciato tracce indistruttibili nella storia del genere umano e nella psiche del singolo. “La massa – scrive Freud – ci appare come una reviviscenza dell’orda primordiale” (311), “il capo della massa è ancora sempre il temuto padre primigenio, la massa continua a voler essere dominata da una violenza senza confini, è sempre sommamente avida di autorità […] ha sete di sottomissione” (315).

 

Il carattere perturbante, costrittivo delle formazioni collettive, si rende manifesto nei fenomeni di suggestione, che Freud definisce “un convincimento basato non sulla percezione e il ragionamento ma su un legame erotico” (315). Le sensazioni di potere e protezione che l’individuo acquisisce nella massa lo rendono contagiabile da qualsiasi emozione in essa circoli; ciò spiega “l’assenza di libertà del singolo” (285) e la paura sconfinata e irragionevole che si scatena quando i legami reciproci cessano di esistere e la massa si sgretola (286).

Dominique Scarfone[3] assimila le identificazioni all’opera nella psicologia di massa all’introiezione dell’aggressore descritta da Ferenczi: “basta sostituire «aggressore» con «leader carismatico» per osservare lo stesso tipo di fenomeni” (2021, 13). Come il trauma, la suggestione colpisce lo statuto del soggetto e precisamente la sua capacità/possibilità di conservare pensieri e desideri propri, di non cadere, dimentico di se stesso, “in uno stato di estrema sottomissione” (Ferenczi, 1933, 93).

 

Se consideriamo la psicologia di massa anche come “una dimensione della psiche individuale, quando ha rinunciato al pensiero critico a favore di un legame erotico” (Scarfone, ib, 12), non mi pare arbitrario connettere questa forma di basilare debolezza del funzionamento psichico allo stato di prolungata inermità, “mancanza-ad-essere” (Sartre, 1964), illimitata dipendenza in cui veniamo al mondo, che fa le nostre radici così fragili e ancorate al bisogno di sicurezza e di appartenenza, da rendere la tendenza all’alienazione e all’adattamento potenziale in ogni essere umano.

 

Nel pensiero di Josè Bleger, la fusione, indifferenziazione, primitiva soggetto-oggetto-corpo-ambiente dà forma ad un’organizzazione particolare dell’io e del mondo contraddistinta da non discriminazione tra Io e non-Io e tra i diversi elementi della realtà, non-conflitto, assenza di contraddizione[4]. Essa sopravvive per tutta la vita, in un “nucleo agglutinato”, un aspetto della personalità sincretico e ambiguo, che è necessario mantenere immobilizzato e separato (clivato) dall’Io più integrato, depositandolo in un contesto esterno stabile e sicuro (2010, 189).

In situazioni critiche, la perdita del depositario produce confusione e perplessità e il nucleo agglutinato può emergere minacciando di invadere la personalità intera. 

 

“Per tutta la vita restiamo bisognosi di un contesto in cui depositare i nostri aspetti ambigui – scrive Silvia Amati Sas – e se esso diventa incerto, minaccioso le nostre capacità di discriminazione, scelta, decisione si offuscano”, perdiamo la capacità di integrazione, diventando collusivi, conformandoci al contesto fino ad “adattarci a qualsiasi cosa senza rendercene conto” (1994, 622).

L’intera sua opera è un invito a sfidare l’“ambiguità difensiva” al nostro interno, a contrastare l’elasticità e cedevolezza psichica che può portarci ad adattarci a qualunque forma di violenza rendendola ovvia, familiare, rassicurante anche quando non lo è affatto, facendo addirittura apparire “scontato” ciò che invece è perverso.

Oscillazioni dilemmatiche tra Identità di appartenenza e Identità d’integrazione, tra il bisogno di sicurezza, che ci spinge a scivolare verso il conformismo, la collusione, e la continua lotta per conservare la nostra individualità, la nostra integrità di soggetti, ci mettono continuamente a rischio di perdere la soggettualità nella massa, di divenire complici lasciandoci “impregnare”, finanche introiettando il nemico[5].

 

Ritroviamo il carattere antindividuativo della massa nel concetto di “socialità sincretica” di Bleger. Essa si stabilisce su uno sfondo di indifferenziazione nel quale gli individui non esistono in quanto tali ma legati da una non-relazione, muta e però presente, che opera in un transitivismo permanente (1911, 189). Per Levinas senza unicità non si instaura alcuna alterità, “solo l’unico è assolutamente altro” (1986).

Lo “spazio trans-soggettivo della soggettività” in quanto esposto ad adattamento e conformismo, ai cedimenti individuali nella massa, è luogo privilegiato a cui sono indirizzate le varie forme di violenza sociale e di manipolazione delle coscienze.

Nel lavoro terapeutico con persone sottoposte a detenzione e tortura all’epoca della dittatura militare argentina, Silvia Amati Sas scopre che la preoccupazione per il destino e la dignità di un altro che esisteva (o era esistito) nella vita del paziente aveva svolto la funzione di luogo di resistenza[6].

Affida, allora, la possibilità, in condizioni estreme, di mantenere la propria interiore integrità/alterità alla presenza di un oggetto creato e custodito dentro di sé, un “oggetto da salvare” (1994, 615), che, rievocando la relazione di aiuto sperimentata all’inizio della vita, consente all’Io di non cedere, di preservare la “fede” e la possibilità di salvare la vita psichica. La sua presenza interiore fa appello ad una relazione di fiducia dove non c’è né abbandono né tradimento e diviene un potente strumento contro l’alienazione e la perdita di sé. 

 

In un diverso quadro concettuale il valore salvifico, legante, degli elementi affettivi, passionali che fondano l’intimità del soggetto, è presente anche in Green. 

Parlando della “posizione fobica centrale”, egli scrive che quando nella cura si incontra quella disposizione psichica di base che, per far fronte a devastanti minacce interne, fa ricorso a meccanismi automutilanti del pensiero, il lavoro dell’analista consiste nel tentare di ripristinare nel soggetto la follia dell’inconscio, follia legata alle vicende dell’eros primordiale in perenne conflitto con le pulsioni distruttive, legata alla passione, anzi all’incontro originario di due passioni, l’amour fou del figlio risvegliato da quello della madre.

Quando l’eros esce vincitore la psicosi è scongiurata (1991, 155). 

 

Per entrambi, mi sembra, sono le tracce di una relazione singolare e intima con un altro, le tracce di un originario “intendersi[7] (Freud, 1895, 223), che si riattualizzano in ogni incontro autentico, a dare forza all’Io e permettere di resistere alla paura che, in ultima analisi, è alla base di ogni cedimento. Paura della perdita del contesto, degli oggetti, di restare soli in balia delle proprie oscurità, di cadere fuori dal mondo. 

 

 

 

Bibliografia

Adorno. T. (1966). Dialettica negativa. Torino, Einaudi, 1970.

Amati Sas S. (1994). Etica e Trans-soggettività. Riv. Psicoanal. 4, 609-622.

Amati Sas S. (2019). Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale. Milano, Franco Angeli.

Bleger J. (1967). Simbiosi e ambiguità. Studio psicoanalitico. Roma, Armando Editore, 2010.
Bleger J. (1966). Psicoigiene e psicologia istituzionale. Molfetta (BA), La Meridiana Edizioni, 187-200, 2011.

Brecht B. (1937). Poesie di Svendborg. Torino, Einaudi, 1976.

Derrida J. (1967).  Della grammatologia. Milano, Jaca Book, 1969.

Ferenczi S. (1933). Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Opere, 4. Milano, Cortina, 2002.

Freud S. (1895). Progetto di una Psicologia. O.S.F., 2.

Freud S. (1912-13). Totem e tabù: alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici. O.S.F., 7.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. O.S.F., 9. 

Green A. (1988). Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata. Milano, Cortina, 1991.

Lévinas E. (1961). Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità. Milano, Jaca Book, 1986.

Sartre J. P. (1943). L’essere e il Nulla. Milano, Il Saggiatore, 1964.

Scarfone D. (2021). Trauma, subjectivity and subjectality. American Journal of Psychoanalysis, 81, 2021, 214-236. Versione presentata al Seminario Intercentri SPI, 4-12-2021.

 

 

NOTE

[1] Adorno negli anni ’70, denunciava un avanzante individualismo senza individuo, declassato a “essere generico”, a esemplare anonimo “fungibile e sostituibile” (1966, 327). Un esemplare umano impoverito, portato a funzionare secondo il principio d’inerzia che mira ad evacuare le cariche e abbattere le tensioni interne al punto zero.

 

[2] Trotter la suppone un istinto innato, Freud, invece, non la crede primaria ma originata da una formazione reattiva che trasforma la gelosia verso gli altri bambini in un sentimento collettivo di identificazione: se non sarò il preferito, nessuno lo sarà, saremo amati tutti allo stesso modo (1921, 308).

[3] Dominique Scarfone compie una preziosa distinzione fra soggettivo e soggettuale, che contrappone la natura erotica dei trascinamenti desoggettivanti del funzionamento di massa (di una soggettività che può darsi in assenza di soggetto) alla soggettualità come momento di emergenza di un soggetto singolare e autonomo, in grado di assumere la responsabilità dei propri desideri e la liberazione dolorosa dell’esercizio del pensiero critico basato sulla percezione (2021, 11).

[4] Bleger postula l’esistenza di una posizione pre schizo-paranoide e depressiva che chiama posizione gliscocarica o struttura sinciziale.

[5] Al momento di marciare molti non sanno/che alla loro testa marcia il nemico… (Bertolt Brecht)

[6] La sospensione del lutto del marito scomparso… la preoccupazione di non rivelare l’esistenza del proprio bambino per non metterlo in pericolo…

[7] Esso rappresenta la prima forma di riconoscimento di sé tramite l’altro, che avviene nello scambio reciproco che si crea fra infans e nebenmensch (colui che è accanto) quando quest’ultimo riconosce nel grido del bambino il proprio antico grido e vi risponde.

 

Maria Ceolin, Padova

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