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Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

 

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La società senza padre. Uno scritto di Paul Federn del 1919

di Anna Cordioli

Introduzione

Nel 2016 è stata pubblicata in italiano la prima traduzione di un testo di Paul Federn del 1919 dal titolo “La società senza Padre”. La curatrice dell’edizione, Luisella Brusa, analista lacaniana, arricchisce il volume con un’ampia introduzione storica e teorica. Considero importante citare questa fonte per sottolineare quanto sia prezioso il lavoro di recupero, traduzione e ripensamento di testi che sono ormai lontani da noi nel tempo ma che fanno parte delle nostre origini e del debito col passato che spesso non sappiamo di avere.

Federn, psicoanalista della prima generazione e a lungo vice-presidente della Società Psicoanalitica di Vienna, fu un pioniere di quello che oggi chiameremo un intervento psico-sociale di territorio: fondò cliniche di comunità per persone non abbienti, redasse protocolli per evitare l’ospedalizzazione dei pazienti psichiatrici e impostò un tentativo di accesso universale alle cure basato anche sul sostegno psicoeducativo ai familiari. Perseguiva una visione molto avanzata della società e cercava di cogliere gli elementi propulsivi positivi presenti nelle rivoluzioni socialiste. Da un punto di vista psicoanalitico, era dunque interessato a comprendere come questo cambiamento di paradigma, da società verticale a società orizzontale, stesse avendo effetto sulle persone.

 

Cornice storica

Dopo la pandemia di Spagnola e la prima guerra mondiale, l’Europa stava attraversando una radicale trasformazione per effetto dei moti rivoluzionari che in pochi anni avevano condotto alla caduta dei monarchi mittel e est-europei (dalla Russia fino all’Austria-Ungheria). Presso il Circolo Viennese e presso la Società Psicoanalitica, questi cambiamenti politici e sociali venivano spesso discussi, anche per l’interesse che molti analisti, come ad esempio Federn, avevano per le idee socialiste e socialdemocratiche.

Vienna, in particolare, era percorsa da stravolgimenti politici ed istituzionali che passavano anche per eventi locali ma dalla grande portata simbolica, come l’assassinio del primo ministro del governo imperiale per mano di Fritz Adler, il cui padre Victor, sarebbe diventato ministro degli esteri nella nascente repubblica austriaca. L’assassinio reale dei leader è, tragicamente, una parte frequente nel processo di rottura col passato, là dove il futuro ha ancora dei contorni informi.

In questo clima di masse rivoluzionarie che sovvertono gli imperi, nel 1919, Paul Federn propose una sua riflessione su tali fatti in una conferenza dal titolo “Per la psicologia della rivoluzione: la società senza padre”.

Presentò questo lavoro in due occasioni: presso la Società Viennese di Psicoanalisi e presso la “Lega Monista”, dettaglio non secondario visto che il fondatore della lega era E. Haeckel, che aveva formulato la teoria della ricapitolazione (l’ontogenesi ricapitola la filogenesi), tema molto caro a Freud e centrale nel suo pensiero sulle dinamiche sociali.

Il lavoro esposto da Federn fu pubblicato nello stesso anno su una rivista di economia, distribuita a Vienna e Lipsia. Come sottolinea Brusa (2016), l’articolo di Federn è conosciuto come il primo tentativo d’interpretazione psicoanalitica degli eventi storici. “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, i cui temi erano privatamente già dibattuti presso il circolo Viennese, verrà dato alle stampe solo 2 anni dopo. Ci si può chiedere quanto Freud avesse pensato del lavoro di Federn ma è interessante notare che, nella loro corrispondenza non appare che si siano scambiati lettere su questo tema.

 

La società senza padre

Il testo di Federn cita molte volte Freud e a tratti sembra cercare di tradurre interi concetti (circa l’ordalia e l’ordine totemico) a favore di chi non ne avesse ancora mai fatto una lettura. In particolare si evince come Federn trovasse illuminante “Totem e Tabù”, pubblicato nel 1913, per comprendere meglio gli eventi che si erano scatenati dopo il 1917. In particolare, in tutta una prima parte di questo lavoro, mostra come la caduta degli imperatori potesse essere paragonata alla caduta del Totem e all’uccisione del Padre.

Per Federn il malcontento del popolo (tanto del proletariato quanto della borghesia) aveva dapprima messo in crisi ed infine fatto saltare il sistema sociale, durato secoli, che impediva la loro realizzazione individuale e di classe. Attraverso una serie di esempi, che ora sono storici ma che al tempo erano di attualità, Federn sostiene che, già nel 1919, fosse stata raggiunta a suon di detronizzazioni una “società senza padre”.

L’autore analizza sia come si formi il rapporto con l’autorità nel soggetto sia gli effetti di una sua scomparsa. L’analisi di Federn passa continuamente dalla lettura dei fenomeni rivoluzionari su larga scala alla dimensione dell’evoluzione psichica del bambino (maschio). Il discorso ha sullo sfondo e si poggia sulla teoria della ricapitolazione: ciò che interessa a Federn è mostrare, attraverso alcuni eventi della vita del singolo (ad esempio il rapporto con il maestro o col datore di lavoro), come l’individuo introietti una particolare figura paterna e poi si relazioni con essa per tutta la vita, faticando molto ad emanciparsi da questa modalità iniziale. Federn ravvisa in questa dinamica una sempiterna posizione infantilizzata del figlio, che non può mai affrancarsi dall’istanza interna finché si muove sotto l’egida di un padre.

Sottolinea in più passaggi come vi sia una sovrapposizione inevitabile tra l’Autorità e il Padre: qualsiasi forma di autorità, interna o esterna, ha effetto su di noi per una riproposizione della posizione assunta dal padre nell’infanzia e la nostra reazione all’autorità sarà di divenire “conservatore” o “oppositivo” (pag. 52) rispetto alla regola paterna, in base a ciò che abbiamo già vissuto.

È da notare che l’autorità, e dunque il paterno, vengono sempre associati a tematiche di colpa, castrazione e umiliazione, giacché ben presto nella lettura del testo si viene condotti a convenire sulla incombenza asfittica di questo padre che va detronizzato per poter avere spazio di evoluzione.

L’autore non nasconde di avere a cuore la causa rivoluzionaria che riteneva potesse condurre ad una società più giusta ed equa.  La sua, però non era una visione del tutto apologetica degli eventi di quegli anni e, nel testo, sottolinea la differenza psicologica che riscontrava tra le oceaniche folle in sciopero, in cui osservava l’azione di pulsioni esclusivamente distruttive contro l’autorità, e i Consigli Operai, in cui ravvedeva una matrice costruttiva che portava ad un “noi” più evoluto (p. 49 e 68).

Oggi potremmo dire che questa è la differenza tra dinamiche di massa, spersonalizzanti e regressive, e dinamiche di piccolo gruppo, in cui il singolo può sentire di riconoscersi ed essere riconosciuto. È da notare che, per Federn, non era così importante abbattere il padre per poi rifondarlo (finalità delle masse) quanto, invece, superare del tutto la struttura sociale patriarcale.

 

Un padre deludente

Nel 1915 Freud Scriveva: “La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato… la delusione” (p. 126). Nel 1919 Federn sembra tornare su questo stesso punto ma indicando un colpevole: “Non tutti sono stati privati del padre all’improvviso con la caduta dell’imperatore. Per molti la dichiarazione di guerra aveva distrutto il legame col padre, giacché nessun padre immaginario avrebbe mandato a morire i suoi figli se non in caso di estrema necessità […] La delusione è stata talmente grande che per migliaia e migliaia di uomini la disposizione affettuosa per il padre si è trasformata in un atteggiamento di odio e di opposizione” (p. 56).

Questo “padre deludente” è uno degli effetti dell’essere stato “padre idealizzato”. Per Federn l’esistenza stessa di una società retta da un padre non può che portare a idealizzazioni e/o delusioni poiché l’io individuale non viene condotto ad una piena maturazione.

L’autore porta la nostra attenzione su due fenomeni che ritiene collegati alla caduta dell’idealizzazione del padre: le “patologie del lavoro” e l’inutile efferatezza delle rivolte.

Poniamo che la psiche perda ogni legame con un’istanza così potente come il padre. Tutto ciò che fino a quel momento era mantenuto in funzione da quell’istanza sarebbe spazzato via, a partire dalla capacità di applicarsi al lavoro” (p. 64). Federn osserva anche come in taluni soggetti, che hanno avuto un rapporto tribolato e deludente col padre, si osservi una impossibilità ad interiorizzare i precetti ricevuti dall’autorità e che si possa riscontrare una difficoltà nell’assumere i compiti dell’adulto. In particolare parla di “un disturbo del lavoro, tutto interiore e abbastanza generalizzato, che è dovuto al crollo dell’asse padre-figlio” (Pg. 67). La descrizione fenomenica che ne fa, partendo dalla difficoltà di reggere il corso degli studi fino alla necessità continua di cambiare occupazione e vita, non può che colpire noi che cento anni dopo, all’apice della crisi del paterno, ci troviamo di fonte a queste sempre più frequenti fragilità narcisistiche. È anche interessante notare come Federn osservi questi fallimenti dell’Io ma, in assenza del concetto di Super-Io, li inscriva in una ottica di deficit più che in una dinamica agente. Cosa farci dunque?

L’altro disturbo dovuto alla caduta della figura paterna è la crudeltà osservata durante le rivolte. Oggi, che abbiamo la seconda topica, possiamo dire che si tratta di uno slegamento degli aspetti più brutali dell’Es. Federn non vede nella rivoluzione violenta un passo avanti dell’umanità e anzi ritiene che i saccheggi, l’ignominiosa ritirata dell’esercito e le brutalità seguite alla caduta dell’imperatore vadano lette come la prova che non basta la caduta del padre reale perché si instauri un processo di evoluzione sociale. Per l’autore, la detronizzazione del padre mostra l’immaturità dei figli, in preda a correnti distruttive e autodistruttive. Aggiunge che non ha senso chiedere conto ai singoli del comportamento vergognoso tenuto in seno ai movimenti di massa poiché in quei momenti l’io appare regredito e caotizzato dietro a grandi ideali (e alla ricerca di nuovi idoli).

Aveva presente molto probabilmente il testo di Le Bon (1895), visto i riferimenti alla masse francesi, ma già nel lavoro di Federn si può notare uno spostamento del discorso da un piano psicologico ad un tentativo di tenere conto del ruolo giocato dall’inconscio: “Ciò dimostra una volta di più sino a che punto la ragione sia di fatto impotente di fronte all’inconscio e l’intelletto sia impotente di fronte alla pulsione” (p. 58). Federn si muove dunque fedelmente all’interno della prima topica. Nonostante ci offra una lucida osservazione clinico-sociale del suo tempo Federn però non va oltre l’ascolto del preconscio: il padre esterno è isomorfo al padre interno e la lotta sociale viene letta come una equazione simbolica della conflittualità più profonda. Anche la vita psichica viene descritta come una fedele reazione alle condizioni esterne. Freud, invece, cercherà uno strumento per oltrepassare la superficie fenomenica. Da un lato troviamo dunque una psicoanalisi più affine alle scienze sociali e da esse facilmente fruibile, dall’altra apparirà invece la seconda topica e con essa un rinnovato investimento sul metodo psicoanalitico che terrà l’inconscio e le pulsioni come proprio punto cardinale.

 

 

Una società senza nevrosi

Ciò che orienta il discorso di Federn è il suo desiderio di dimostrare che l’umanità tende ad una evoluzione positiva. Questo a-priori lo spinge a fare affermazioni più programmatiche che scientifiche. In particolare, Federn era certo che “La moderna scienza dell’anima” (p.63) avrebbe reso possibile una completa elaborazione dei conflitti inconsci che incatenano il figlio al padre e lo avrebbe dunque liberato dalla castrazione e dal senso di colpa. Auspicava che, grazie alla psicoanalisi, si sarebbe realizzata una società curata dalla nevrosi e questo si sarebbe visto attraverso la capacità di fondarsi sul legame di fratellanza anziché di figliolanza.

Federn arrivò a sostenere che la famiglia stessa fosse la struttura sociale all’interno della quale si mantiene quella inconscia repressione che conduce all’odio fraterno. “Affinché un simile [nuovo] ordinamento risulti duraturo, tutto ciò che è inconscio deve essere portato alla coscienza per poter essere combattuto. Solo così, a poco a poco, la struttura della famiglia potrà adattarsi a un nuovo ordine, a meno che non si renda necessaria addirittura una eliminazione della famiglia, decidendo di allevare i bambini secondo il diritto materno o secondo qualche altro sistema sconosciuto” (p. 59). Federn, letto oggi, ci appare anticipare molta parte delle idee del secondo novecento, in cui troviamo una diffusa critica alla figura del padre descritto come portatore di regole repressive. Questa immagine, di Federn come precursore, non è casuale.

Come sappiamo, nel 1938 dovette emigrare in America e lì la sua visione della psicoanalisi trovò terreno fertile nel milieu culturale statunitense del dopoguerra. Divenne dunque (ed è buffo dirlo qui) il padre nobile della psicoanalisi dell’Io. Brusa (2016) ci ricorda che “La corrente nota come Psicologia dell’Io e le sue derivazioni hanno progressivamente eclissato ogni riferimento al padre in favore della centralità della madre nello sviluppo del bambino” (p.30-31). Il padre e la famiglia, però non vennero più considerati da superare, a patto che il padre divenisse affettuoso e soprattutto rinunciasse al proprio potere di autorità, castrante e normante rispetto al mondo pulsionale della coppia mamma-bambino.

A corollario di questi assunti, espressi per la prima volta in questo lavoro del 1919, si sono sviluppate dunque molte questioni in seno alla psicoanalisi del secondo dopoguerra: in primis la progressiva avversione per il concetto di “Edipo”, che necessita della triangolazione paterna, e poi un più generale disinteresse per le dinamiche intrapsichiche, preferendo osservare aspetti più reali della formazione dell’Io.

E’ interessante dunque vedere le differenze tra il lavoro di Federn del 1919 e quello di Freud del 1921.

Le due visioni divergevano su molti aspetti dell’analisi del fenomeno ma soprattutto divergono nelle conclusioni: per Federn, per un buono sviluppo dell’Io, il conflitto andava evitato non esponendo il bambino alla frustrazione paterna, per Freud senza conflitto non era pensabile una emancipazione dell’Io, che anzi, sarebbe rimasto in balia dell’Es.

In particolare, Freud, concettualizzando e studiando la formazione del Super-io smontò dalla base l’equazione “papà severo = super-io severo” su cui si potrebbe basare tutto il testo di Federn. Per Freud la severità del Super-io è semmai direttamente proporzionale all’aggressività rivolta contro l’autorità. Dieci anni dopo scrisse: “Il padre «troppo molle e indulgente» provocherà nel fanciullo la formazione di un Super-io severissimo, perché a questo fanciullo, sotto l’impressione dell’amore che riceve, non rimane altra via d’uscita che rivolgere all’interno la propria aggressività” (Freud, 1929, p.617).

Oggi vediamo su larga scala l’evidenza clinica delle parole di Freud: individui cresciuti in un contesto molto accogliente eppure annichiliti da un ideale dell’Io elevatissimo e ripiegati in un narcisismo che li infragilisce e li tiene colmi di rabbia. Parrebbe dunque che, al contrario di quello che auspicava Federn, una società senza padri non porti ad una società di fratelli ma a una società senza adulti, senza generazioni.

Ciò non di meno, come vediamo in questo saggio, Federn aveva una notevole capacità di ascoltare il bisogno di cambiamento, infondere speranza e avere intuizioni anche intriganti. Non sono doni trascurabili, i suoi, perché sono le qualità di un uomo immerso con generosità nel suo tempo. Il sogno di Federn è stato condiviso per più di un secolo dall’umanità economicamente avanzata, apportando interessanti modifiche alla fenomenologia della società ma non particolari cambiamenti alla struttura dinamica profonda dell’inconscio. Sarebbe, invece, interessante chiederci quanto una parte della psicoanalisi abbia partecipato alla decapitazione dei padri, con la convinzione che questo avrebbe prodotto l’uomo nuovo.

L’amaro realismo di Freud non piaceva, non piace e non piacerà ma ha il coraggio di assolvere una delle più complicate funzioni paterne: mostrare la frustrante realtà a chi si può permettere la nevrosi.

 

Bibliografia

Brusa L. (2016). Introduzione. In: Paul Federn. La società senza padre, a cura di L. Brusa, Napoli Artstudiopaparo.

Federn P. (1919). La società senza padre. In: Paul Federn. La società senza padre, a cura di L. Brusa, 2016, Napoli, Artstudiopaparo.

Freud S. (1912-13). Totem e tabù. O.S.F., 7.

Freud S. (1915). Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. O.S.F., 8.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. O.S.F., 9.

Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. O.S.F., 10.

Le Bon G. (1895). Psicologia delle folle. [Ed. It, Edizioni Clandestine, 2013].

Anna Cordioli, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

annacordioli@yahoo.it

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