Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

La notte di Lisbona

Recensione di Andrea Braun 

Remarque, Erich Maria (1962). La notte di Lisbona.

Capita di tornare a visitare con la memoria luoghi che ci hanno colpito e fatto riflettere. Uno di questi posti è rappresentato per me dall’Espaço Memória dos Exílios[1], che si trova ad Estoril (Cascais), nei pressi di Lisbona. L’edificio, un ufficio postale costruito dall’architetto portoghese Adelino Nunes negli anni ’40 ospita, al piano superiore, una mostra permanente. L’esposizione raccoglie fotografie, documenti e oggetti che raccontano la storia dei rifugiati negli anni ’30 e ’40. I profughi arrivavano in Portogallo per sfuggire alle persecuzioni razziali e alla guerra. Spesso alloggiavano ad Estoril in attesa di imbarcarsi per gli Stati Uniti o altre destinazioni oltremare.

Uno di questi fuggiaschi è il protagonista del libro La notte di Lisbona (1062) di Erich Maria Remarque.

Lo scrittore (Osnabrück 1898 – Locarno 1970) è celebre per il romanzo di gioventù Niente di nuovo sul fronte occidentale in cui elabora la sua esperienza devastante di combattente nella prima guerra mondiale che lo trasforma in anti militarista e pacifista convinto, motivo per cui divenne un bersaglio dei nazisti. La sua opera fu messa al bando e bruciata pubblicamente a Berlino. Egli emigrò dapprima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Non tornò mai a vivere stabilmente in Germania.

La notte di Lisbona fa parte di una tetralogia, che si prefigge di raccontare il periodo che va dal 1933 alla fine della seconda guerra mondiale.

Il romanzo si apre con una visione del porto di Lisbona. L’Io narrante osserva da una banchina una nave ancorata poco distante e ben illuminata. Egli sa che rappresenta l’ultima possibilità di fuggire dall’Europa e di raggiungere il nuovo mondo. I biglietti sono andati a ruba ma, anche se così non fosse, egli non possiede il visto e i documenti necessari per potersi imbarcare.

“Tutte le navi che in quei mesi del 1942 lasciavano l’Europa, erano arche. Il monte Ararat era l’America e le acque montavano di giorno in giorno. Da un pezzo avevano inondato la Germania e l’Austria e si erano addentrate in Polonia e a Praga; Amsterdam, Bruxelles, Copenaghen, Oslo e Parigi erano già sommerse, le città italiane erano esposte alle fetide ondate e anche la Spagna era ormai poco sicura. La costa portoghese era l’ultimo rifugio dei fuggiaschi per i quali giustizia, libertà e tolleranza contavano più che la patria e l’esistenza”.

Perso in pensieri amari di fronte all’occasione perduta, l’Io narrante registra la presenza di uno sconosciuto accanto a sé che gli rivolge la parola per chiedergli da dove viene. E’ tedesco? Austriaco?

Meglio tacere, fingere di non comprendere.

Dappertutto si annidano le spie; non ci si può fidare del prossimo.

L’atmosfera cambia quando lo sconosciuto gli propone un patto. E’ disposto a regalargli due biglietti per il transatlantico. In cambio gli chiede di trascorrere l’ultima notte a Lisbona in compagnia, per poter condividere la propria storia da fuggitivo con chi è disposto ad ascoltarla. Quanta importanza riveste la funzione di testimone in questo testo!

Il libro è strutturato come dialogo tra l’Io narrante e il suo interlocutore. Lo scambio consente un graduale avvicinamento alla condizione di profugo la quale comporta l’annientamento progressivo dell’identità. Bisogna procurarsi delle generalità false: “E’ diverso non avere il passaporto o averne uno falso: il falso è più pericoloso”.

Se all’inizio del processo migratorio gli esuli potevano contare sulla solidarietà umana, sulla compassione, era possibile trovare lavoro e anche documenti, più tardi questa disposizione all’empatia muta radicalmente.

“Quando arrivammo noi la compassione del mondo era esaurita da un pezzo; eravamo molesti come termiti e non c’era quasi più nessuno che dicesse una buona parola per noi. A noi non è lecito lavorare né esistere, e ancora siamo senza documenti”.

Veniamo a sapere che l’interlocutore proviene da Osnabrück, ma quest’origine deve essere occultata. Egli, infatti, si presenta come Josef Schwarz, nato a Vienna, attraverso la falsa identità certificata dal passaporto. Questo documento prezioso verrà infine donato all’Io narrante insieme ad un altro passaporto, corredati da due visti per l’America, che condurranno a New York l’Io narrante insieme alla moglie.

Il romanzo è ambientato nella “Città bianca” e il racconto si svolge nel corso di una sola notte. I due protagonisti passano da un locale all’altro: dal bar al night-club per finire in un bordello, l’ultimo a chiudere le porte. Numerosi flash back di Josef Schwarz raccontano gli anni della clandestinità che rimandano al concetto di trauma sequenziale descritto dallo psicoanalista Hans Keilson[2] il quale, nel ’36, in seguito alle leggi razziali fuggì dalla Germania nei Paesi Bassi dove fece parte della resistenza olandese; dopo la guerra cominciò a lavorare con i sopravvissuti ai campi di sterminio. Nei suoi studi ha evidenziato una prima sequenza del trauma in cui si verifica una trasformazione radicale del contesto sociale che prepara il terreno alle persecuzioni imminenti. La seconda coincide con la deportazione o con la fuga in cerca di salvezza. La terza  coinvolge invece il periodo post-bellico e rimanda all’importanza del riconoscimento anche a livello sociale di quanto è accaduto. Questo passaggio è la condizione indispensabile (non sufficiente!) per l’elaborazione del trauma e per una reintegrazione del soggetto. Se il trauma viene negato non può che avviarsi una spirale ripetitiva: la rimozione resta l’unica via percorribile e si prepara il terreno per la trasmissione transgenerazionale del trauma.

 

Torniamo al romanzo di Remarque. Esso procede attraverso la ricostruzione del destino di singoli individui per preparare il terreno all’identificazione con la sofferenza dei fuggiaschi. Dal punto di vista letterario ci sono alcuni passi che si sarebbero giovati di un taglio per renderli più incisivi come realizzato nella trasposizione in audio dramma proposto recentemente da un canale radiofonico tedesco. Resta il fatto che questo romanzo risulta molto attuale e da rileggere ora, per creare uno spazio di pensiero e per accogliere chi è costretto a fuggire da condizioni difficilmente immaginabili.

Il libro termina con il “ritorno” dell’Io narrante in Europa con un passaggio da Osnabrück  dove “dovetti superare qualche difficoltà per ristabilire la mia identità; in quel tempo infatti c’erano in Germania centinaia di ex nazisti che cercavano di perdere la loro”.

Il luogo d’origine non tornerà ad essere un luogo accogliente e familiare  e resta il senso di esclusione che prelude alla spirale ripetitiva del trauma (Keilson). Remarque ne accenna soltanto quando nell’ultima pagina menziona che il passaporto di Schwarz servirà ancora. Esso verrà consegnato dall’Io narrante a un russo della “nuova ondata di fuorusciti”[3], come a  segnalare che l’esilio è una condizione umana permanente.

 

NOTE

 

[1] Per chi fosse interessato segnalo un video su YouTube in cui viene presentato l’Espaço Memória dos Exílios: https://youtu.be/Ak-cM1-tvZc 

[2] Keilson H. (1979). Sequentielle Traumatisierung bei Kindern. Stuttgart, Enke.

[3]Probabilmente l’Autore prende spunto dal fatto che  la legge tedesca fornisce alle persone di origine tedesca il diritto di tornare in Germania e i mezzi per acquisire la cittadinanza tedesca se, dopo la seconda guerra mondiale, hanno subito persecuzioni a causa della loro eredità tedesca. Tra il 2009/2010 c’è stata una importante esposizione ne Haus der Geschichte Baden-Württemberg a Stoccarda in ricordo di questo capitolo della storia tedesca come si può vedere nel breve filmato uscito su YouTube in concomitanza con l’apertura della mostra; v. https://youtu.beOo88p6i6fBU

 

Andrea Braun, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

danaernarub@gmail.com

 

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