Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

Al di qua della rappresentazione: un ricordo di André Green

di Giuseppe Moressa e Silvana Rinaldi

Antica questione quella dello scrivere. Deriva dal latino scribere che etimologicamente vuol dire ‘incidere’, lasciare dei segni. Già questo dice molto, rispetto all’economia psichica della questione. Scrivere richiede un investimento energetico non da poco, una fatica quindi, spesso percepibile ma in buona parte comunque enigmatica. E quando si tratta di incidere qualcosa per ricordare qualcuno le cose non cambiano, anzi.   

Scrivere per testimoniare qualcosa o qualcuno è innanzitutto un atto, nel senso di azione motoria. Tale attività, che modificherà la realtà esterna, sussegue a tutta una serie di accadimenti psichici. Questi ultimi si situano a livelli topografici differenti coinvolgendo l’intero apparato psichico. Seguirne le tracce, ad esempio pensando alle vicissitudini del desiderio, comporta la capacità di tollerare dentro se stessi la presenza di elementi da un certo punto di vista folli. Qua le cose si complicano, il principio economico da solo non è più sufficiente e vanno aggiunti i punti di vista topico – dove accadono le cose – e dinamico – il gioco delle forze in campo.

Se ci si pensa, è qualche cosa che fa parte della vita quotidiana (Freud parlò della psicopatologia della vita quotidiana). Facciamo un esempio. Il signor X decide di scrivere qualche cosa per ricordare ai lettori quanto sia capace e valente il signor Y. Ed infatti ne tesse le lodi e si dilunga su particolari che vengono da tutti immediatamente riconosciuti come coerenti con l’intento manifesto del nostro signor X. Nel farlo però eccede con gli onori rendendo alla fine il lettore piuttosto perplesso, per non dire infastidito o invidioso non solo rispetto al signor X ma anche, e ed è questo il punto, nei confronti del signor Y. Saremmo propensi a pensare che per un qualche motivo il signor X nutra nei confronti del signor Y una inconscia ambivalenza e che questa trovi successivamente il modo per essere ‘narrata’ in ciò che egli scrive. Torneremo su questa storiella in seguito.

Vale la pena ricordare che costruire rappresentazioni narrative a testimonianza di qualche cosa o di qualcuno deve essere una predisposizione umana antica. Recentemente alcuni archeologi australiani impegnati negli scavi della grotta calcarea di Leang Bulu’Sipong 4, un’isoletta indonesiana, hanno scoperto un pannello elaborato di arte rupestre risalente quasi a 50000 anni fa. E a proposito di desideri, la scena di caccia rappresentava però i cacciatori come figure antropomorfe esito della condensazione di caratteristiche umane e particolari animali. Queste raffigurazioni potrebbero essere l’esito, da un lato del desiderio di ricordare e tramandare esperienze accadute nel mondo esterno, dall’altro lato di incidere un livello diverso, per così dire sciamanico o legato a credenze spirituali ben definite. I nostri antenati ci testimoniano la nascita di un pensiero, complesso e stratificato, che parte dall’investimento di una traccia mnestica, in assenza quindi dell’oggetto reale e che proprio per questo permette lo sviluppo di qualche cosa che non è mai coincidente con la realtà esterna. Ciò vale anche per il signor X e per la descrizione eccessivamente benevola che fa del signor Y.

A questo punto ci si ritrova, per così dire tra le mani, il termine ‘rappresentazione’, che identifica uno dei concetti fondamentali della psicoanalisi.

Vortsellung è un concetto di derivazione filosofica utilizzato da Freud nel corso di tutta la sua opera scientifica. Qui torna utile la distinzione tra rappresentazione della cosa, che caratterizza il sistema inconscio, e la rappresentazione della parola che caratterizza il sistema preconscio-conscio. Nell’allucinazione primitiva la rappresentazione della cosa sarebbe considerata dal bambino come equivalente dell’oggetto perduto e verrebbe investita in sua assenza. In altri termini la rappresentazione della cosa ravviva attraverso un reinvestimento la traccia mnestica – essenzialmente visiva – di un oggetto perduto. E questa immagine allucinatoria può essere considerata il prototipo del pensiero.

Ricapitoliamo quanto fin qui abbiamo descritto. Incidere o scrivere su qualcuno o qualcosa ha radici antiche ed implica un dispendio energetico ed un coinvolgimento di tutto l’apparato psichico. L’assenza dell’oggetto reale e il reinvestimento della corrispondente traccia mnestica permettono la costituzione dell”immagine allucinatoria dell’oggetto perduto. Questo processo, compresa l’osservazione che l’immagine allucinatoria dovrà fare i conti con il principio di realtà, può essere considerato la prima forma di pensiero. Da ultimo, la rappresentazione che si costituisce non coincide mai con l’oggetto reale, e come nel caso della scrittura, risente dell’influenza e dell’apporto di tutto l’apparato psichico.

Questa lunga premessa può essere utile per cogliere lo spessore di coloro che, immergendosi nell’oggetto in qualche modo perduto riescono a rivitalizzarlo ogni volta, cogliendo ciò che l’oggetto dice loro e ciò che loro hanno da dire all’oggetto. Ci sembra che questa sia una delle prospettive dalle quali può essere inquadrato un dialogo fecondo tra soggetto e oggetto, questione rintracciabile in tutta l’opera di André Green. Quest’ultimo di continuo pensa con Freud e spesso si siede a riflettere in compagnia di altri colleghi come Bion o Winnicott. Tutto questo mantenendo onestà intellettuale ed un’umiltà, cosa non scontata. In questo senso, ricordando la storiella descritta all’inizio, quanti signor X ci è capitato di incontrare?

L’affetto è una delle due componenti della rappresentazione psichica e Green ha instancabilmente analizzato i processi con i quali gli affetti fondano, intensificano, ammutoliscono, mescolano elementi della vita psichica. Il legame con il corpo è evidente, il versante psichico dell’affetto ha due elementi: un’attività di auto-osservazione delle modificazioni che avvengono a livello corporeo e un livello qualitativo legato al piacere-dispiacere. Gli esiti di questo processo possono essere molteplici, possiamo dire che sotto una certa soglia d’investimento l’affetto non viene vissuto, al di sopra di un’altra soglia l’affetto inonda l’apparato psichico sopraffacendolo; se si mantiene entro questi livelli allora viene esperito, che sia piacere o dispiacere. Fin qui sembra tutto chiaro, ma qual è, si chiede Green, il rapporto dell’affetto con l’Inconscio? Ebbene ci sono momenti in cui si assiste ad un’appropriazione dell’Io da parte dell’affetto: “Ci sono per noi degli affetti insorti dall’interno del corpo, tramite un’elevazione improvvisa di investimento, nati senza l’aiuto della rappresentazione […]. Tutto fa pensare che il movimento partito dal corpo abbia subito un rafforzamento di investimenti emananti dalla pulsione, e che gli affetti così prodotti abbiano cercato disperatamente delle rappresentazioni alle quali hanno tentato di unirla”. (Green, 1974, 182)

E’ difficile rendere a parole questi accadimenti proprio perché non sono inizialmente rappresentabili. Una sensazione che forse si avvicina a tutto questo è ciò che avverte l’Io quando ci si spinge con il pensiero ai limiti di ciò che possiamo rappresentare. Quando ci capita di pensare a dove siamo collocati sul nostro mondo, a come questo a sua volta si trovi in un certo punto della nostra galassia, a come la galassia a cui apparteniamo si trovi in un certo luogo dell’Universo, e ‘infine’ a dove l’Universo… e qui la familiare rappresentazione del ‘dove’ non può più essere applicata, l’Io si accorge di non riuscire più a pensare in termini di appartenenza, la capacità della mente di rappresentare questo livello di altrove vacilla. Solitamente l’Io a questo punto si ritira in buon ordine, con buona pace dell’universo riprende le proprie consuete mansioni. Immaginate ora che questo dietro front gli sia impedito; con chiarezza l’Io avverte che quella sensazione non se ne andrà, anzi viene avvertita come aumentata a livelli eccezionali. Rappresentatevi quindi un Io incapace di liberarsene, imprigionato e disarmato perché le difese in suo possesso semplicemente non valgono con questo nemico. Questo è il grado della sofferenza di alcuni pazienti ed è una delle aree degli studi che Green ha portato avanti per aiutare queste persone.

Noi abbiamo bisogno di un senso, di dare un senso. Quando la mancanza di questo senso diventa l’esperienza prevalente allora siamo nei guai. L’Io è in rapporto con la realtà interna e con quella esterna, il legame con quest’ultima è sempre un legame affettivamente improntato, mai neutro. Non esiste una percezione oggettiva del reale, questo lo sappiamo. Perché la realtà esterna possa essere sentita come amichevole, l’Io stesso deve percepirsi in questo modo. L’unità dell’Io e il sentimento di auto-appartenenza possono subire delle incrinature, fino ad arrivare a quella che Green definisce un’allucinazione negativa del soggetto.

Letteralmente non ci si riconosce più. Il soggetto è davanti ad un vuoto che evoca un altro vuoto e così via, è importante tener presente che questo non significa assenza del sentire, tutt’altro: l’affetto è qui al massimo, il soggetto è alla disperata ricerca di una rappresentazione di sé, ma non la trova ed è la percezione di questa impossibilità che, secondo Green, crea l’angoscia. L’affetto ha scalzato la rappresentazione.

Il mondo interno che così si caratterizza trova nell’approccio psicoanalitico il metodo d’intervento privilegiato. Come lo stesso Green ci ricorda l’equilibrio verrà ristabilito quando il soggetto sarà in grado di riconoscersi nell’immagine che vede e accettarla “né così abominevole come la temeva, né così lusinghiera come l’avrebbe desiderata” (ibidem, 223).

Lungi dall’essere questa una soluzione di ripiego, segnala invece l’approdo ad una dimensione sufficientemente scevra da alterazioni del proprio vissuto da permettere al soggetto di sentirsi ragionevolmente libero e al sicuro nei propri movimenti (interni ed esterni).

 

Bibliografia

Green A. (1973). Il discorso vivente. La concezione psicoanalitica dell’affetto. Roma, Astrolabio, 1974.

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