Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Laurence Kahn
(Parigi) Membro Ordinario con Funzioni di Training della Association Psychanalytique
de France (APF).
*Per citare questo articolo:
Laurence Kahn (2025). Trasformare l’auto-conservazione in passione fanatica. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 82-117.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Innanzitutto, vorrei ringraziare Patrizio Campanile e tutto il team del Centro Veneto di Psicoanalisi per avermi invitato a partecipare a questa giornata dedicata all’autoconservazione, un tema più che mai attuale.
A titolo introduttivo e per entrare nel vivo della questione:
Voglio prendere spunto da due dichiarazioni di Adolf Hitler, che risalgono rispettivamente al 1923 e al 1926. La prima: “Ci sono due cose che possono unire gli uomini: ideali comuni e crimini comuni. Abbiamo iscritto sul nostro vessillo il grande ideale germanico e, per questo ideale, combatteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue”[1].
In questa proclamazione vediamo intrecciarsi l’aspirazione criminale dell’individuo e la condivisione narcisistica di ideali della massa – le quali a loro volta, attraverso questo giuramento, possono e forse addirittura devono condurre alla morte. È inoltre possibile vedere come l’odio individuale, che di consueto minaccia di distruggere il gruppo sociale, potrebbe invece rivelarsi capace di rinsaldare l’unità collettiva. Forse perché il gruppo viene dispensato dalle onerose ambivalenze che derivano dall’appartenenza di ciascuno a più gruppi: etnia, classe sociale, comunità religiosa, ecc. (come accenna Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io)[2]? Al contrario, nella dichiarazione di Hitler, l’odio contribuisce alla solidità della coesione. Ne è addirittura il collante.
Ma certamente non è l’unico collante, a giudicare dal ruolo decisivo giocato dall’uso psichico della “magia” nella formazione della Volksgemeinschaft, cioè della comunità popolare tedesca – quello che Cassirer, tra innumerevoli altri autori, chiamava “il potere del miracoloso e del misterioso”[3] quando sottolineava la costante prevalenza nel nazismo dell’uso magico e mistico della parola rispetto al suo uso semantico[4].
Lo stesso Freud aveva notato questo aspetto nella costituzione delle masse quando scrisse: “L’ipnosi risolverebbe senza difficoltà l’enigma della costituzione libidica di una massa, qualora non fosse contrassegnata altresì da elementi che si sottraggono alla spiegazione razionale fin qui datane, ossia alla spiegazione in termini di innamoramento esente da impulsi sessuali diretti. Dobbiamo riconoscere che c’è nell’ipnosi ancora molto di inspiegato, di mistico”[5].
Tuttavia, il cemento dell’odio è essenziale. Hitler ne teorizza chiaramente il ruolo nel 1926 – e questa è la seconda affermazione da cui volevo partire – quando afferma che bisogna liberarsi dell’idea di poter soddisfare le masse con concetti ideologici, aggiungendo[6] che: “Il loro unico sentimento stabile è l’odio”. Egli precisa inoltre che il grande merito di questa passione individuale è quello di durare nel tempo, mentre le valutazioni basate sulla conoscenza, soprattutto scientifica, cambiano continuamente. L’odio è più stabile e incrollabile della comprensione; è più duraturo della stima; è una costante come la fede, soprattutto perché il sentimento è inattaccabile dalla ragione[7]. Così si fonda il combattimento all’ultimo sangue affinché (e cito ancora Hitler) “la vergogna e l’odio comuni diventino [un] unico mare di fiamme ardenti”[8], affinché sia difeso lo spazio vitale, affinché il partito “trasformi il senso della pulsione di autoconservazione in una passione fanatica”[9] (ecco da dove ho preso il titolo). Si coglie immediatamente come l’impulso libidico odioso (che di solito fa parte dell’orientamento oggettuale della libido) possa inserirsi perfettamente nel registro narcisistico dell’identificazione.
D’altronde, a fronte dell’estrema difficoltà che si incontra quando si tratta di operare una traslazione dalla psicologia individuale alla psicologia delle masse, pensiamo possa esserci una via che potrebbe condurre dall’autoconservazione individuale all’autoconservazione collettiva.
Permettetemi di ricordarvi la grande cautela di Freud nel traslare i concetti psicoanalitici dall’individuo al socius. “Ma bisognerebbe… non dimenticare mai”, scriveva nel Disagio della civiltà, “che in fin dei conti si tratta solo di analogie, e che è pericoloso, non solo con gli uomini ma anche con i concetti, strapparli dalla sfera in cui sono sorti e si sono evoluti”[10].
Hitler, da parte sua, era di una estrema perspicacia in merito allo stretto rapporto tra psicologia individuale e collettiva. Cito dal Mein Kampf: “I grandi teorici sono solo molto raramente grandi organizzatori, perché la grandezza del teorico e del programmatore sta soprattutto nella conoscenza e nella definizione di leggi esatte dal punto di vista astratto, mentre l’organizzatore deve essere innanzitutto uno psicologo. Deve prendere l’uomo così com’è e quindi deve conoscerlo. Non deve né sopravvalutare né sottovalutare l’uomo nella massa. Al contrario, deve cercare di tenere conto tanto della debolezza quanto della bestialità, per creare, tenendo conto di tutti i fattori, una struttura che, in quanto organismo vivente, sia piena di una forza costante […] capace di portare un’idea”[11].
Conoscere l’uomo nella massa implica quindi, trattandosi di autoconservazione, che si debba compiere una piccola deviazione nel campo dell’autoconservazione individuale.
Fermarsi un momento nel campo della clinica individuale getta una luce considerevole sulle vie che possono essere percorse dalla regressione dell’individuo nella folla e dalla regressione della folla stessa quando questa non ha altro, come unico regolatore, che la figura ideale di un leader onnipotente.
Sebbene le pulsioni di autoconservazione siano apparse con questo nome solo nel 1910, in realtà erano presenti fin dal momento in cui si è stabilita l’opposizione tra bisogno e desiderio, e in particolare con la nozione di appoggio della sessualità infantile sulle funzioni corporee necessarie alla conservazione della vita dell’individuo.
Ci è nota inoltre l’esitazione di Freud quando, in Al di là del principio di piacere, ha posto le pulsioni di autoconservazione nel campo della pulsione di morte perché (cito testualmente) “l’organismo vuole morire a modo suo”[12]. E tuttavia subito dopo rivede questo punto: non solo l’autoconservazione deve essere integrata nelle pulsioni di vita, ma l’opposizione tra la pulsione di autoconservazione individuale e la pulsione di autoconservazione della specie devono essere collocate insieme nel campo dell’Eros[13].
Questo lascia in sospeso l’antagonismo tra il narcisismo dell’individuo e il narcisismo della specie che vediamo comparire, ad esempio, in Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica dei sessi[14]. In una parola: per quale miracolo la specie riesce a prevalere sull’individuo? Come può il narcisismo dell’individuo, fonte di ribellione contro le rivendicazioni della sessualità, non interferire con la funzione sessuale della riproduzione, necessaria per la sopravvivenza della specie? Ed ecco la risposta di Freud: anche se la minaccia della castrazione può mettere a rischio la riproduzione, l’investimento narcisistico straordinariamente elevato del pene deriva proprio dal significato organico che esso ha per la continuazione della specie. Ecco perché la “catastrofe” di Edipo può essere vista come una vittoria della riproduzione sull’individuo.
In realtà, la messa in pericolo dell’autoconservazione appare già nel Progetto, nei termini di conseguenze dell’odio e di scarica dell’eccitazione. A quel tempo, il “principio di inerzia” si basava sull’idea che l’apparato psichico tendesse alla scarica totale dell’eccitazione. Ma le eccitazioni endogene non si scaricano automaticamente. Esse richiedono l’intervento dell’altro, grazie al quale il principio di inerzia può essere modulato in un “principio di costanza” – garantendo che l’eccitazione sia mantenuta alla soglia più bassa possibile, in una ricerca permanente di quiete e sostenuta dalla presenza di “facilitazioni”. Resta il fatto che, come osserva Lina Balestrière[15], inizialmente il principio di inerzia è un principio di “condanna a morte dell’eccitazione“[16]. Vent’anni più tardi, questo doppio registro – di necessità della presenza del Nebenmensch e di condanna a morte dell’eccitazione, qualunque sia la sua fonte – alimenterà uno degli assi della riflessione sull’odio in “Pulsioni e loro destini (cito): “L’Io odia, aborrisce […] tutti gli oggetti che diventano per lui fonte di sensazioni spiacevoli”[17]. Nel Progetto, sembra che anche il Nebenmensch sia al tempo stesso la prima fonte di eccitazione e il primo sollievo, la prima fonte di soddisfazione e il primo oggetto ostile. Ma soprattutto vediamo che è proprio in questo punto che Freud radica i primi stadi del principio di realtà.
In effetti, secondo Freud, l’oggetto nasce nell’odio o, più precisamente, il soggetto “scopre” l’oggetto nell’odio. Sia in Pulsioni e loro destini che in La negazione, il giudizio di esistenza, ovvero ciò che stabilisce l’esistenza dell’altro come differenziato da me, passa prima attraverso un giudizio di qualità, sotto forma di: “Questo lo voglio mangiare, questo lo voglio sputare”. Tuttavia, questo giudizio di qualità non si basa in alcun modo su un sentimento. Si appoggia su un’azione motoria – deglutire e sputare sono i precursori gestuali del sì e del no. Da qui l’idea che la scissione dentro-fuori, cioè la scissione espulsiva, sia operata da “Io-realtà”, il quale dispone nell’immediato di “un buon criterio obbiettivo”[18], costituito da un’azione motoria: il tentativo di fuggire le eccitazioni riesce quando la fonte è esterna e fallisce quando questa è interna. Questa azione discriminante indica dunque che “l’esterno, l’oggetto, l’odiato, sarebbero a tutta prima identici”[19]. È solo quando l’oggetto si rivela essere una fonte di piacere che viene amato e in parte incorporato nel sé, mentre l’odio, sotto la costrizione del “vivere in comunità”, viene rimosso. Così, con la rimozione, l’estraneo e l’odiato vengono in parte respinti all’interno.
Bisogna quindi sottolineare due punti: in primo luogo, nonostante le apparenze, l’odio non è radicato nella pulsione sessuale. Gli autentici archetipi della relazione di odio, sottolinea Freud, traggono origine dalla “lotta dell’Io per la propria conservazione e affermazione”[20]. In secondo luogo, questa collocazione topica ci permette di cogliere come, al di là del suo apparire come sentimento (il sentimento dell’odio), l’odio sia sempre una questione di azione. Un’azione che possiamo intuire contribuirà alla formidabile convergenza tra auto-difesa auto-conservativa individuale e auto-difesa auto-conservativa collettiva. Proprio come, su un piano individuale, l’Io vuole distruggere tutti gli oggetti che sono fonte di dispiacere, così la massa umana odia l’intruso, parassita dell’umanità.
Ma in questo passaggio sta tutta la difficoltà. Come è possibile infatti che questa descrizione temporale e topica dello sviluppo dell’odio porti ad una situazione in cui quest’ultimo si oppone all’autoconservazione? Certamente, a livello di trattamento individuale, la reazione terapeutica negativa (ivi compresi i rischi melanconici e suicidari) ne è uno dei paradigmi. Esiste un equivalente a livello collettivo? Forse sì, se considero l’esempio seguente: la priorità assoluta data dai nazisti ai treni che trasportavano gli ebrei ad Auschwitz, anche se la disfatta tedesca richiedeva il rinforzo delle ferrovie per il trasporto delle truppe a difesa di un Reich morente. Questo funzionamento capovolto dell’autoconservazione fu tanto più degno di nota in quanto il mito ariano sembrava aver garantito all’autoconservazione collettiva una realizzazione permanente, adattandola alle esigenze dell’autoconservazione individuale – il tutto posto sotto l’egida delle promesse del Lebensraum, ossia dello spazio vitale.
Tale modello è tuttavia possibile solo a una condizione: l’autoconservazione collettiva deve radicarsi in una rappresentazione biologica della politica. D’altronde Viktor Klemperer se ne accorse quasi subito, quando insistette sul fatto che la relazione tra Organ, organisch e Organisation sostiene la rappresentazione di una crescita che combina la strutturazione politica del partito con il dogma di un popolo biologicamente eletto dalla natura. Cito Klemperer: “Al posto della verità unica e universale, che si suppone esista per un’immaginaria umanità universale, appare la ‘verità organica’ che nasce dal sangue di una razza e si applica solo a quella razza. Questa verità organica non è pensata e sviluppata dall’intelletto, non consiste in un sapere razionale, essa si trova nel ‘centro misterioso dell’anima del popolo e della razza’; per il tedesco, essa è data fin dalle origini nel sangue nordico”[21].
Aggiungiamo che questa “verità organica” è anche, per converso, ciò che caratterizza l’“anti-razza ebraica”[22]: la verità organica della perpetua menzogna.
Ma questo non spiega ancora come mai l’autoconservazione abbia, in definitiva, funzionato al contrario.
➔ Per farlo, ripartiamo da una domanda iniziale: come si passa dalla gloria magica all’assemblaggio tecnico degli organi di partito?
Un organo di partito non è creato da forze mistiche e Hitler lo sa perfettamente. Così come sa che l’organizzazione non si sviluppa come un frutto della natura. Essa esige una costruzione accurata. Non solo sapeva che “un agitatore che dimostri la capacità di trasmettere un’idea ad una grande massa deve sempre essere uno psicologo”[23], ma sapeva anche che doveva impedire una crescita troppo rapida dell’organizzazione, poiché questa avrebbe danneggiato la temporalità della sua “vita organica”.
A questo punto si coglie il modo in cui Hitler è coinvolto nell’estrema tensione per risolvere la concezione delle due fondamenta del suo potere. Da un lato, l’impasto di miracolo e mistero, che genera e poi sostiene il fervore: ogni volta che la Germania grida all’unisono Heil, non saluta soltanto il “suo” Führer, ma ogni tedesco lo ringrazia di essere il salvatore (Heiland) di un Paese minacciato dalla perdizione. D’altro canto, il nazismo è legato al suo positivismo biologico e razziale. Anche se Goebbels e Rudolf Hess tendono a far pendere l’ago della bilancia verso la sacralità e la devozione, Hitler si assicura che l’adesione si radichi in un credo che, apparentemente, ha perso le sue caratteristiche soprannaturali[24]. (Questo cambierà quando Hitler stesso inizierà a vedersi come un messia, muovendosi “con la certezza di un sonnambulo” lungo il cammino che la “Provvidenza” gli ha indicato[25]). Prima di allora, cioè prima del discorso del 14 marzo 1936, di certo il grande leader popolare doveva essere al pari di un grande fondatore di religione, come scrisse Hess nel 1927. Ma l’ordine sociale è prima di tutto un ordine nuovo che si avvale di una base scientifica. La “comunità popolare”, la Volksgemeinschaft, è un’unità vivente, organica; il partito, nel corso del suo stesso sviluppo, deve rispettare questo ritmo organico. È così che la “scienza dell’eredità”, in linea con la scienza della razza, cerca di armonizzare le leggi della vita con la comunione religiosa dello Stato, sotto forma di uno “Stato razziale organico”[26].
Torniamo quindi alla domanda: in che modo il progetto – apparentemente realizzabile – di autoconservazione collettiva, garantito da questa biologia politica, si è trasformato in un principio di autodevastazione?[27] In altre parole, come questo rovesciamento ha fatto passare un intero popolo dal trionfo dell’autoconservazione alla passione quasi mistica per l’auto-sacrificio?
Sacrificio e misticismo
Con grande scandalo di Françoise Coblence, una carissima amica morta nel 2021, per un periodo ho regolarmente avuto un lapsus davanti a lei. Volendomi riferire al titolo del libro di Jean-Michel Rey, “Il suicidio della Germania”, dicevo invece “Il sacrificio della Germania”. Il motivo per cui Françoise è rimasta così scioccata da questo lapsus è che io stessa avevo combattuto duramente contro l’uso del termine “olocausto” per descrivere la Shoah. In effetti, nella Grecia antica, la parola olocausto descrive con molta precisione il sacrificio ctònio, dedicato agli dei degli inferi, nel quale tutte le parti del corpo della vittima vengono bruciate. “Offerta in olocausto – scrive Jean-Pierre Vernant – la vittima sacrificale è interamente bruciata, senza che chi celebra sia autorizzato a toccarla, né tantomeno a mangiarne, con il fine di eliminarne ogni forza sinistra e potere spaventoso”[28].
Parlando dell’Olocausto in relazione alla Shoah, non possiamo che domandarci quali siano le potenze infernali alle quali sarebbe stato destinato il sacrificio ebraico. Quale guadagno? Quale scopo? O sono gli ebrei stessi la potenza spaventosa? Potrei concludere la questione dicendo che questo lapsus, a cui Françoise ha obiettato, era semplicemente un richiamo al vecchio dibattito sulla denominazione della Shoah.
Se non fosse che questo concetto di sacrificio appare centrale in molti testi.
In primo luogo, nelle annotazioni del diario di Robert Musil del 1933[29]. Cito: “Con un senso di sacrificio incomparabile, la Germania ha rinunciato, nel giro di poche settimane, a ricercatori e scienziati, molti dei quali saranno insostituibili, se giudicati secondo i criteri che hanno determinato la vita intellettuale per secoli […]. Qui non c’è scelta. O diciamo: gli ebrei tedeschi hanno una parte onorevole nella vita intellettuale in Germania, oppure dobbiamo dire: quest’ultima è così profondamente corrotta che non è più capace di alcun giudizio”.
Come fa notare Stéphane Gödicke, se L’uomo senza qualità è stato largamente ispirato dal disastro della guerra del ’14-’18, Musil fu estremamente abbattuto dall’atmosfera entusiastica che, nel 1933, accompagnò l’arrivo di Hitler alla Cancelleria tedesca, per l’estasi collettiva e per il crollo della ragione di fronte alle spaventose promesse del partito nazista. Scrive ancora nel suo diario: “Il giorno delle elezioni nelle strade borghesi: una scena di mobilitazione. Atmosfera di guerra con vittoria garantita, […] quasi una piccola ripetizione, ma più riuscita, del 1914”[30]. Musil sottolinea poi la potenza dell’arringa di Hitler, che gioca costantemente sull’emozione (cito testualmente): “H[itler]… un affetto diventato persona, un affetto parlante. Eccita la volontà senza scopo”[31].
Ma la nozione di sacrificio è presente anche nell’opera di Hermann Broch.
Nascosto nel “terribile rumore del mutismo che accompagna l’omicidio” – un rumore che “ha ancora il suono del linguaggio, ma non è più linguaggio”[32] – il “pathos della retorica” è diventato, a suo avviso, l’arma di un nuovo paganesimo. Nel suo romanzo Le Tentateur [Il tentatore] [33] – che Broch scrisse a partire dal 1935 e il cui eroe, il viaggiatore Marius Ratti, è senza dubbio modellato su Hitler – nel caso del Tentateur dicevo, assistiamo all’ammaliamento di un villaggio austriaco e al sacrificio di Igmard, giovane vittima consenziente di un culto pagano. Secondo Broch, infatti, l’essenza del potere di Hitler risiedeva nella glorificazione delle sue fondamenta magiche e mistiche.
Un “uomo di istinti – scriveva nella sua Teoria della follia delle masse – la cui unica genialità consisteva nella sua empatia con le masse – anche se non gli fu più possibile, con suo grande rammarico, mettere a frutto questo dono una volta giunto al potere”[34]. Un uomo che, in ogni caso, sentiva che le tradizioni nascono dal regno della magia e che tutte le motivazioni dell’essere umano, in particolare quelle delle masse, possono essere ricondotte ad essa. Per questo, continua Broch, “fissò il suo Stato totalitario, senza ambiguità su una linea magica”: magia del potere fine a se stesso, magia della nazione, magia della razza e del sangue, magia della schiavitù e della guerra. In breve, la magia delle “religioni politiche”, ovvero quelle religioni pagane che garantiscono la sicurezza psichica al prezzo di un’adesione mistica a un sistema di valori chiuso in se stesso – un sistema che ignora la realtà del mondo circostante, essendo essenzialmente concepito per contenere l’angoscia attraverso l’elargizione di piaceri sostitutivi e la soddisfazione immediata degli affetti.
Proprio come nelle sue osservazioni sulla minaccia psicotica che incombe su tutte le credenze, Broch era qui molto prossimo non solo alla constatazione di Benjamin – “I pirati di mestiere hanno la parola. I loro orizzonti sono ardenti, ma molto limitati”[35] – ma anche all’osservazione freudiana: “Siamo partiti dal dato di fatto fondamentale che, all’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una modificazione spesso profonda della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole, ed entrambi i processi tendono manifestamente a equipararlo agli altri individui della massa”[36]. La mistica suscitata dal leader non si limita dunque ad un semplice afflusso di sentimenti. L’affettività che mobilita è quella che riesce a catturare allineandosi scrupolosamente a delle causalità semplici commisurate alle restrizioni del pensiero.
La frase di Benjamin “I pirati di mestiere hanno la parola” si inscrive nel suo resoconto del testo di Ernst Jünger del 1930 La mobilitazione totale[37]. Per Jünger, la guerra industriale (cioè la guerra del 14-18) ha trasformato i guerrieri in “lavoratori” – poiché la metamorfosi sociale e ideologica provocata dalla mobilitazione di massa aveva, a suo avviso, fatto perdere alla guerra l’altezza aristocratica e la nobiltà di ciò che un combattente dovrebbe essere. Eppure, scrive Benjamin, con il pretesto di denunciare le “nuove forme” di guerra, è in realtà il “combattente fascista” che Jünger elogia, celebrando il fatto che la guerra fondamentalmente “sfugge all’economia della comprensione”. In effetti, scriveva Jünger ne La mobilitazione totale, “nel motivo della guerra c’è qualcosa di disumano, di smisurato, di gigantesco, qualcosa che ricorda un processo vulcanico, un’eruzione elementare” [38]. Questa “mostruosa onda di vita” (cito ancora Jünger), questa “forza dolorosamente profonda, avvincente, dotata di unità” furono la fonte dell’entusiasmo sul campo di battaglia. Da qui l’idea di Benjamin che, trascurando “l’aperta contraddizione” tra le gigantesche risorse della tecnologia e l’infima illuminazione morale che ne derivava[39] Jünger sia vittima dell’esaltazione puerile che ha infine portato all’apoteosi della guerra.
Tuttavia, in questo racconto, Benjamin sottolinea immediatamente la combinazione di mistero e misticismo, difesa dal nuovo nazionalismo di Jünger, e soprattutto l’idea che le forze “ribollenti” della guerra siano i motori di una distruzione, dietro la quale deve apparire la vera ed eterna forma dell’Occidente. Per Jünger, i caduti passavano “da una realtà imperfetta a una realtà perfetta, dalla Germania dell’apparenza temporale alla Germania eterna”[40].
Anche se Jünger, troppo aristocratico, troppo “anti-massa” per questo, rifiutò di aderire al partito nazista, comprendiamo quale ruolo giochi il sacrificio del combattente nell’epifania della Germania eterna. È quando la Germania si risveglia nello scenario di agonia e di desolazione del 1945, che i tedeschi scoprono l’immensità della catastrofe: La maggior parte delle città distrutte, dieci milioni di tedeschi espulsi dalle province orientali (Pomerania Orientale e Slesia), interi eserciti fatti prigionieri, assassinii politici su vasta scala e, naturalmente, l’apertura dei campi di concentramento. Fino a che punto questo popolo può interrogarsi su quella che fu la sua stessa attitudine a subire la passione per il Führer – fino alla distruzione totale?
Auto-sacrificio individuale e collettivo
L’ipotesi freudiana relativa alla configurazione psichica individuale che si osserva nell’innamoramento – in particolare nei casi di amore infelice in cui la rimostranza narcisistica non è mai temperata dalla scarica resa possibile dal soddisfacimento sessuale – mi sembra pertinente per descrivere questa configurazione collettiva. Nei casi in cui il funzionamento libidico del soggetto è interamente dominato dalla resa dell’Io all’oggetto (che “non si distingue più dalla dedizione sublimata a un’idea astratta” sottolinea Freud, 1921, p. 301), non solo chiunque può diventare un “criminale senza provare rimorso” (1921, p. 301); ma, poiché l’amore incondizionato per l’oggetto ha assorbito la totalità dell'”amore che l’Io ha di sé” (1921, p. 301), la criminalità senza rimorsi può trasformarsi malinconicamente in “auto-sacrificio”. Questo è ciò di cui le masse tedesche sono testimoni quando il loro amore incondizionato per il Führer sfocia nell’annientamento degli Io individuali.
Infatti, è a questo tipo di auto-annientamento che sin dal 30 gennaio Göring fa appello nel suo discorso alla Wehrmacht, nel corso del quale elogia il sacrificio degli Spartani guidati da Leonida durante la sconfitta contro i Persiani alle Termopili. E nel marzo 1945 è ancora una volta la memoria di una resistenza suicidaria e di un combattimento disperato che i 300 combattenti spartani invocano alle Termopili.
Di fatto, dalla formazione del Volkssturm – questa milizia popolare composta da soldati inesperti, molto giovani o molto anziani, richiamata alla fine del 1944 quando la sconfitta era ormai inevitabile – fino al decreto Neroniano del marzo 1945 che ordinava la distruzione di tutte le installazioni militari e di tutti i beni materiali che potevano essere utilizzati dal nemico sul territorio del Reich, l’elenco relativo agli auto-sacrifici “fanatici” richiesti a questo popolo per evitargli di rivivere l’umiliante sconfitta del 1918 è lunga. Cito Hitler: “Nessuna spiga di grano tedesca deve nutrire il nemico, nessuna bocca tedesca può fornirgli informazioni, nessuna mano tedesca può offrirgli aiuto. Ogni ponte sarà distrutto davanti a lui, ogni strada sbarrata. Non dovrà affrontare altro che morte, annientamento e odio”[41]. Quindi, da un lato, “anche l’attacco senza speranza di vittoria può essere giustificato, di per sé, come ultimo atto disperato, che si conclude con un finale eroico piuttosto che con un’infame capitolazione”[42]. E dall’altro, le macerie potranno testimoniare la grandezza di un Reich scomparso, nel linguaggio immortale delle antiche rovine (tornerò su questo punto). Affermare e costruire il proprio crollo, glorificare la devastazione come impresa eroica collettiva, non era forse completare l’ideale germanico coronandolo con questo mito sublime e mortifero?
Una cosa è certa: possiamo solo osservare la determinazione dei tedeschi nel dopoguerra ad assumere il ruolo di vittima. Secondo i Mitscherlich, nel loro libro Le deuil impossible (Il lutto impossibile), gli Alleati, i cui ideali erano stati rivalutati grazie alla vittoria, erano in grado di riconoscere la realtà della perdita senza sentirsi sminuiti. Mentre i tedeschi, sottoposti ad un’umiliazione devastante, avevano il compito più urgente di evitare a tutti i costi l’esperienza di un impoverimento melanconico. Piangere le vittime delle [loro] prevaricazioni ideologiche – cosa scontata per il resto del mondo – non poteva essere per [loro] altro che un evento psicologico superficiale”.[43]
Sebald è infinitamente più radicale nella sua interpretazione quando scrive, in Sur la destruction come élément de l’histoire naturelle” (Sulla distruzione come elemento della storia naturale), che la nuova società della Repubblica Federale ha fatto ricorso a un meccanismo di rimozione estremamente efficace che le ha permesso, pur riconoscendo l’assoluta decadenza dalla quale era risorta, di iscrivere nel quadro delle sue gesta gloriose il fatto di essere riuscita a superare il disastro “senza mostrare la minima debolezza di carattere”[44].
Secondo Sebald, l’energia dei tedeschi non può essere colta se ci rifiutiamo di vedere che hanno fatto virtù della loro mancanza. “L’inconsapevolezza è stata la condizione del loro successo”. E Sebald va molto lontano su questo punto: i presupposti del miracolo economico tedesco non furono solo gli enormi investimenti del Piano Marshall e l’emergere della Guerra Fredda. Si trattò anche della “rottamazione di siti industriali obsoleti”, distruzione che i bombardamenti alleati avevano compiuto in modo tanto efficace quanto brutale. La perdita del “pesante fardello storico di edifici residenziali e commerciali secolari” – che, tra il 1942 e il 1945, andarono in fumo a Norimberga, Colonia, Francoforte, Aquisgrana, Brunswick e Würzburg, continua l’autore – fu rimpianta solo da pochi. Ma sia chiaro: a condizione che il guadagno di questa distruzione fosse ricoperto con l’investimento del posto di vittima.
In un certo senso, quindi, avremmo a che fare con tre strati: il primo, quello di un’ideologia auto-conservatrice che garantisce l’eterna sopravvivenza dell’anima germanica attraverso lo sterminio degli intrusi. Il secondo, in cui la grandiosità di questa promessa auto-conservativa si trasmuta nella grandiosità della promessa sacrificale al fine di evitare il ripetersi dell’umiliazione della sconfitta (cioè la mortificazione del Trattato di Versailles). E il terzo, in cui è la frenesia della ricostruzione tedesca (maniacale, dicono i Mitscherlich), commisurata alla lotta implacabile contro ogni ricordo dei crimini e dei delitti commessi, ad assumere il carattere grandioso della traiettoria: quando l’ampiezza della devastazione consente la cancellazione mnestica della devastazione stessa sotto l’effetto dell’imperiosa necessità della ricostruzione!
La cancellazione, la ricerca attiva dell’oblio e l’investimento del ruolo di vittima sono stati attivi fin dall’inizio. Questi processi seguirono la scia del riciclaggio nazista, ovvero della “politica del passato”, la Vergangenheitspolitik, instaurata da Adenauer subito dopo l’insediamento del parlamento tedesco occidentale, cioè sin dal 1949. Non solo portò alle leggi di amnistia sin dal 31 dicembre 1949 e 17 luglio 1944. Ma il suo più grande risultato fu senza dubbio la fondazione, nel 1953, della “Lega federale delle vittime della denazificazione”[45]. Il suo scopo era quello di risarcire con fondi pubblici i tedeschi che erano stati puniti ingiustamente, e fu istituita nello stesso momento in cui i funzionari pubblici che avevano servito lo Stato fino al maggio 1945 ottennero il diritto alla pensione.
Vittime sia! Ma fino a che punto si spinge l’investimento di questo termine e di questa posizione nel tentativo di far fronte all’autodistruzione?
Innanzitutto, vorrei sottolineare che in tedesco la parola Opfer significa sia vittima che sacrificio. Nel 1993, ad esempio, Helmut Kohl approfittò di questo doppia valenza (Opfer si riferisce infatti alla vittima sacrificale) per ribattezzare l’edificio berlinese “La nuova guardia”, Die neue Wache – costruito nel 1817 e successivamente dedicato ai soldati morti durante le guerre napoleoniche, poi ai caduti sul campo di battaglia durante la Prima Guerra Mondiale e infine alle vittime del fascismo, quando l’edificio divenne il Memoriale della Germania dell’Est – di rinominarlo a quel punto “Memoriale centrale della Repubblica federale per le vittime della guerra e della dittatura”. Secondo lo storico Reinhart Koselleck, che cito, questa nuova assegnazione, che comprendeva tutte le forme di sacrificio, trasformò “il sacrificio attivo ma vano del soldato della Prima guerra mondiale in una vittima passiva della Seconda guerra mondiale, che si sarebbe limitato a subire”[46]. “Come se tutti i tedeschi caduti nella Seconda guerra mondiale”, continua Koselleck, “fossero vittime passive del nazionalsocialismo allo stesso modo dei milioni di innocenti che abbiamo ucciso… La domanda su chi ha sacrificato chi – o chi si è sacrificato per cosa – o chi è stato sacrificato per chi e per cosa, rimane senza risposta”. In una parola, l’anfibolia di Opfer permetteva di fare come se tutti, vittime e carnefici, fossero stati vittime sacrificali di una stessa tirannia.[47]
Il sacrificio secondo Hitler
Ma di cosa erano esattamente vittime i tedeschi? In realtà, la combinazione tra sterminio e salvezza era presente fin dall’inizio nel programma nazista[48]. All’inizio, infatti, Hitler esprime quasi esplicitamente il suo rammarico per l’impossibilità tecnica e politica di realizzare pogrom come nel Medioevo.
Ma, come nota Ernst Bloch, la questione del sacrificio era presente anche nei discorsi di Hitler fin dall’inizio del movimento. Appena salito al potere, Hitler ripensa al suo putsch del 1923 come ad “un sacrificio sanguinoso”. È all’interno di questo filone sacrificale che le cerimonie commemorative, come la celebrazione dei sedici morti della marcia del putsch il 9 novembre 1923, erano alimentate dalla devozione mistica. Il rituale di questo “sacro giorno della memoria” fu glorificato anno dopo anno a Monaco in una cerimonia che raggiunse il suo culmine il 9 novembre 1933[49]. La cerimonia, sotto forma di comunione con le anime dei defunti, si concluse questa volta nel Tempio dell’Onore, l’Ehrentempel, dove vennero riseppellite le bare degli eroi morti[50]. In questo modo, il martirologio abilmente costruito dal nazionalsocialismo incarnava in una fonte – qui come nel culto di Horst Wessel – la fede, il popolo, la volontà di sacrificarsi e la “tutela eterna” degli ideali per i quali questi primi combattenti erano morti.
Di fatto, la fedeltà sacrificale ai morti, è ciò che Elias Canetti inquadra quando paragona l’imperturbabilità del delirio di Hitler alla coerenza del presidente Schreber. Ciò che attira la sua attenzione, al di là della diagnosi di paranoia, è la convinzione di Hitler, simile a quella di Schreber[51] di essere l’unico sopravvissuto di una catastrofe globale, quella della guerra precedente.
Eppure, in questo dispositivo psichico, la passione per la costruzione di una Berlino grandiosa, degna della lotta contro le “anime razziali nemiche”, si nutre dell’ottusa frenesia di distruggere questa stessa Berlino grandiosa. Per cui alla fine, l’autoconservazione dovrà assumere la forma di preservare le rovine, splendide rovine. È in quest’ottica che Speer, al contempo Ministro degli Armamenti e Primo Architetto del Reich, elaborò i piani per una Berlino futura i cui edifici monumentali dovevano durare per sempre. Edifici che dovevano innanzitutto celebrare la folla tedesca riunitasi grazie alla sopravvivenza nella morte, a partire dalla folla di caduti della Grande Guerra, i cui nomi dovevano essere incisi su un gigantesco arco di trionfo appositamente progettato. Ma poiché gli edifici costruiti con tecniche moderne mal si prestavano a fornire alle generazioni future il “ponte della tradizione” che Hitler esigeva, scrive Speer, e poiché era impensabile che cumuli di macerie arrugginite potessero un giorno ispirare pensieri eroici, come facevano così bene i grandi monumenti del passato, Speer inventò una teoria. E prosegue: “Usando certi materiali o rispettando certe regole della fisica statica, era possibile costruire edifici che, dopo centinaia o, come ci piaceva credere, migliaia di anni, sarebbero stati più o meno simili ai modelli romani”[52]. Hitler trovò questo pensiero di una logica brillante e ordinò che in futuro gli edifici più importanti del suo Reich fossero costruiti secondo questa “legge del valore delle rovine”.
“Anche se gli ultimi sopravvissuti di un popolo sfortunato dovessero rimanere in silenzio”, proclamava, “le pietre stesse comincerebbero a parlare”[53]. Ma in quale lingua dal momento che le rovine sono il prodotto dell’autodistruzione? Nella lingua dei giuramenti di fedeltà?
Questi ultimi sono innumerevoli e sono alla base della cultura politica e delle tecniche di potere del nazionalsocialismo. Karl Borromäus Murr dice a proposito di questa “cultura del giuramento” che essa fece del Terzo Reich una vera e propria “comunità di cospiratori”[54] – un aspetto che ben illustra la cerimonia di giuramento di massa che ebbe luogo a Monaco il 25 febbraio 1934. Si riunirono trentamila persone (leader politici, capi della Gioventù hitleriana, membri delle SS e delle SA, ecc.), ai quali si aggiunsero un milione di membri di varie organizzazioni di partito grazie alla trasmissione radio in filodiffusione. Tutti prestarono simultaneamente giuramento al Führer, giurando non solo fedeltà nei fatti, ma anche “fedeltà di spirito”, cioè, secondo Hess, “un’obbedienza incondizionata che non mette in dubbio né l’utilità dell’ordine impartito, né le ragioni dell’ordine dato, ma che obbedisce in nome dell’obbedienza”. In questo modo, l’esecuzione collettiva del rituale portava a termine il compito di consolidare il “blocco unitario” della Volksgemeinschaft, che si basava sulla sospensione esplicitamente richiesta di qualsiasi consapevolezza individuale.
Nondimeno tale giuramento richiedeva anche la mancanza totale e consensuale di qualsiasi giudizio sulla realtà da parte della comunità.
Non abbiamo dunque a che fare sin da allora con una vera e propria paralisi del compito di difesa, normalmente garantito da questo giudizio sulla realtà?
Il chiarimento che Freud offre su questo tema nel Compendio di psicoanalisi è essenziale. Si tratta di un’eco diretta di ciò che egli aveva impostato sin dal Progetto, a proposito del potere dei processi primari; vale a dire, il fatto che l’attrazione del soddisfacimento allucinatorio si esercita senza contropartita sulla percezione quando l’Io non ha alcun mezzo per rallentare, o addirittura inibire il reinvestimento dell’immagine dell’oggetto di soddisfacimento. Tale rallentamento è quindi assolutamente necessario affinché l’eccitamento non porti immediatamente, a livello percettivo, al riconoscimento illusorio di ciò che è atteso, cioè desiderato.
Quarant’anni dopo, nel Compendio di psicoanalisi, è questo che guida l’argomentazione di Freud quando attribuisce all’Io, dominato dalla preoccupazione per la propria sicurezza, il compito di operare in vista dell’autoconservazione – un obiettivo di cui l’Es e le sue richieste pulsionali si fanno totale beffa[55]. Il suo compito è arduo nonostante l’Io disponga dei segnali di allarme dell’angoscia per proteggersi, poiché le tracce mnestiche del soddisfacimento allucinatorio, una volta associate a elementi verbali e sensoriali, possono benissimo diventare coscienti sotto la stessa veste delle percezioni, scrive Freud. Da qui la necessità di instaurare l’esame di realtà per proteggersi da simili pericoli.
Di conseguenza, l’esame di realtà appare quindi come un’attività difensiva dell’Io – la stessa che la regola delle libere associazioni e dell’ascolto fluttuante sospende nel trattamento. Nella vita, invece, l’azione inibitoria esercitata dall’Io è essenziale: è questa che fa sì che ogni persona “pesi le conseguenze della propria linea di condotta” e la porta a soffocare i movimenti impulsivi che mettono in pericolo la sua sopravvivenza. Si tratta di una battaglia cruciale che si combatte costantemente su due fronti: una nei confronti dei pericoli del mondo esterno, quando si tratta di valutare gli effetti delle trasgressioni individuali nella vita reale; l’altra invece volta ai pericoli dell’interno, quando si tratta, ad esempio, di resistere all’emprise psichica della ripetizione o all’attrazione del soddisfacimento pulsionale.
La traslazione di questo modello nella vita della massa, Freud la prende in considerazione in Psicologia delle masse e analisi dell’Io quando scrive: “Abbiamo scoperto che per i nevrotici ciò che conta non è la realtà comune, oggettiva, ma quella psichica. Un sintomo isterico poggerebbe dunque su una fantasia anziché sulla ripetizione di un’esperienza realmente vissuta, e un senso di colpa ossessivo si baserebbe su un proponimento malvagio che non è mai stato tradotto in atto”, e subito dopo aggiunge: “Già, proprio come nel sogno e nell’ipnosi, nell’attività psichica della massa l’esame di realtà soccombe alla forza dei moti di desiderio investiti affettivamente”[56].
Nello specifico, secondo le parole di Freud, la follia sociale e religiosa era stata inizialmente pensata da lui nell’ambito nevrotico dell’allucinatorio. Ma cosa succede a questo modello di fronte all’esplosione della follia nazista – e cioè quando abbiamo improvvisamente a che fare con un rapporto psicotico con la realtà? Perché questa volta è la psicosi che si impadronisce di un gruppo[57] sul modello della paranoia collettiva descritta nel 1930 in Il disagio della civiltà: “Ognuno di noi si comporta”, scriveva Freud all’epoca, “come il paranoico, correggendo tramite una formazione di desiderio, un lato del mondo che gli è intollerabile e iscrivendo nella realtà questo delirio”[58]. Di norma, continua, la persona delirante non trova un compagno di sventura con cui condividere questo sentimento di persecuzione. Tuttavia, quando “un numero notevole di persone si impegnano insieme nel tentativo di procurarsi una garanzia di felicità e un riparo dalla sofferenza mediante una trasformazione delirante della realtà”, allora il delirio di massa distrugge la capacità critica della ragione[59].
Tuttavia, è necessario fare una distinzione – e i testi di Freud del 1924 sulla psicosi ci invitano a farlo – perché il trattamento allucinatorio di questa realtà può portare a esiti molto diversi. Così, quando prevale l’organizzazione nevrotica, la modificazione legata al riconoscimento di un pericolo, anche se sul piano della fantasia, esita in una trasformazione alloplastica dell’individuo o del gruppo: questi tentano di modificare l’ambiente per rimediare alla situazione – riprendendo così il contatto con la realtà, anche se questa coesiste con una credenza disancorata dall’esame di realtà (come la credenza in Dio e in un paradiso futuro). Al contrario, quando l’esperienza allucinatoria è talmente intensa che “l’Io si distacca dalla realtà del mondo esterno, cade in preda alla psicosi sotto l’influsso del mondo interno” (ho appena citato il Compendio), ciò a cui assistiamo è un tentativo di guarigione attraverso la trasformazione autoplastica: l’Io, gli Io stessi, si trasformano per adattarsi all’ambiente deformato dalla percezione allucinata[60] (Freud, 1938, p. 600). Non riconosciamo forse qui la modificazione autoplastica del popolo tedesco che, infrangendo tutti i divieti civili, diventa carnefice di massa al posto di prendere in considerazione qualche compromesso alloplastico tra il desiderio di sterminare gli ebrei e un possibile metodo per espellerli?
Paradossi clinici
Tuttavia, se la nozione di psicosi di massa è metaforicamente evocativa, essa solleva più di una difficoltà. Infatti, come notava Ernst Simmel nel 1944[61] ci troviamo di fronte a un vero e proprio paradosso clinico; dal momento che certamente la distruttività senza limiti dell’antisemitismo nazista può essere paragonata alla sindrome che, in psichiatria, è nota come forma paranoide della schizofrenia. Da questo punto di vista, la patologia della massa rivela effettivamente una rottura con il mondo esterno. Restringendosi ad un gruppo di “uguali”, questa massa si crea una “neo-realtà”, come lo psicotico che “si crea dispoticamente un nuovo mondo esterno e un nuovo mondo interiore”[62]. Tuttavia, ogni membro di questo gruppo, sul piano individuale, non è affatto uno psicotico. Egli è normale – ed è questo il paradosso. È solo quando diventa parte della massa che questo individuo perde alcune qualità costitutive della suddetta normalità – compensando la sua impotenza vissuta sul piano soggettivo e la sua sensazione di essere alla mercé di impenetrabili poteri esterni con la partecipazione a “orge di odio e distruzione” autorizzate e persino prescritte. In questo modo”, continua Simmel, egli riesce sia a liberarsi dai suoi impulsi sia a esercitare su una parte della realtà il potere che gli manca. Ma possiamo osservare che, per il tramite di una psicosi di massa, questo stesso individuo riesce di fatto a tornare nella realtà – proprio ciò che lo psicotico fugge.[63] Quindi non solo la psicosi di massa è una psicosi temporanea, ma sarebbe un errore considerare gli individui che ne fanno parte come “pazzi”. Al contrario, il sistema delirante collettivo a cui aderiscono li protegge dalla psicosi franca.
Questo è ciò che Robert Wälder aveva già previsto dieci anni prima, nel 1935, quando aveva notato la contraddizione insita nell’espressione “psicosi collettiva”[64] poiché la caratteristica principale dello psicotico è rappresentata dal ritiro dalle attività umane collettive, cioè la sua assenza parziale o totale dalla vita sociale. Come può dunque una massa essere soggetta a psicosi se le persone che la compongono non solo rimangono in contatto tra loro, ma sono strettamente legate tra loro grazie ad essa? Anche secondo Wälder, i membri di questa folla non sono, dal punto di vista psichiatrico, malati di mente; viceversa, la massa invece è psicotica – essendo il paradosso legato al fatto che i veri malati di mente, racchiusi in un’organizzazione narcisistica che li isola completamente dal mondo, non possono essere, loro, colpiti dalla psicosi di massa.
E così sia. Ma su un punto, una piccola osservazione di Wälder, che ritengo cruciale, ci fa fare un passo avanti[65]. Egli sostiene che l'”addomesticamento delle pulsioni”, che nel corso del tempo ha creato e rafforzato i vincoli di civilizzazione, essa stessa contiene un paradosso. Elogiata come fattore che contribuisce alla “conservazione della vita”, in quanto frena gli impulsi distruttivi, è al contempo vista come un fenomeno di decadenza dal punto di vista della “conservazione della forza vitale”. In altre parole, l’autoconservazione è essa stessa il luogo del conflitto. Mi soffermerò su questo punto notevole in conclusione (… provvisoriamente, naturalmente!).
Io pacifico, Io bellicoso: l’autoconservazione come maschera per la distruzione e l’autodistruzione
Nella sua Introduzione al libro Psicoanalisi delle nevrosi di guerra (1919), Freud aveva già individuato nell’autoconservazione la discordanza alla base delle patologie di cui soffrono i combattenti: quando il loro vecchio Io, “l’Io pacifico”, deve difendersi dal loro nuovo Io, “l’Io bellicoso”, che mette a rischio la loro vita. A suo avviso, questo conflitto di identificazione è ancora più intenso quando l’“Io bellicoso” dell’individuo, immerso in una massa esaltata, viene colto dall’esultanza omicida sostenuta dal richiamo all’eroismo. Scopriamo allora che questo Io, che pretende di essere “di nuova formazione”, è in realtà il più antico. È, in verità, questo assassino primitivo che tutti portiamo dentro di noi e il cui volto si era scoperto in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915).
Di fronte ad esso, l’Io pacifico non trova altra soluzione che fuggire nella malattia[66]. In breve, la nevrosi di guerra è l’arma della propria autoconservazione. Da questo deriva il fatto che non è, in senso stretto, la ferocia della guerra a scatenare la patologia dei combattenti, ma piuttosto il riemergere dell’assassino originario in ognuno di loro: “Nelle nevrosi di guerra – a differenza della pure nevrosi traumatica e analogamente a quanto accade nelle nevrosi di traslazione – ciò che si teme è a ben vedere un nemico interno” (1919, p. 79). Il conflitto a livello individuale tra le due correnti che sono l’autoconservazione e la violenza omicida si rivela quindi essere un conflitto tra due sistemi che, in realtà, sono attivi da sempre a livello collettivo: da un lato, la rete di identificazioni che struttura l’autoconservazione della comunità sostenendo le limitazioni e le rinunce indispensabili alla sua sopravvivenza e dall’altro, la rete di identificazioni che ha organizzato la “comunità di carnefici” che non abbiamo mai smesso di essere nonostante il presunto progresso della civiltà. Da qui la necessità di rimaneggiare i termini di “ipocrisia sociale” che Freud indicava ne L’interpretazione dei sogni (1899) come alla base della dissimulazione e della censura. Ciò è tanto più importante perché, se gli Io pacifici diffidano dei loro “doppi parassitari” infiammati dall’eccitazione della guerra, è soprattutto perché lo stratagemma del discorso rivolto alle masse, cioè l’ipocrisia degli appelli all’eroismo bellico, consiste proprio nell’argomento dell’autoconservazione del popolo, della nazione e della razza.
Così l’autoconservazione diventa la maschera sotto la quale avanzano la distruzione e il suo correlato, l’autodistruzione.
[Traduzione di Ilenia Emma Caldarelli e Valentina Vitale]
[1] A. Hitler, 1 agosto 1923, discorso di Monaco: Teuerung, Republik und Faschistenstaat, in (a cura di) A. V. von Koerber, Adolf Hitler – Sein Leben, seine Reden, Münich, Ernst Boepple Verlag, ed. 1933, pp. 72-3; consultato online: https://ia801904.us.archive.org/21/items/AHSeinLebenSeineReden/AH%20sein%20Leben%20seine%20Reden.pdf
[2] S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921, OSF IX.
[3] E. Cassirer, La technique des mythes politiques modernes, Le mythe de l’État, Paris, Gallimard, 1993 pp. 377 e 381.
[4] Citando la strega Medea dalle Metamorfosi di Ovidio: E. Cassirer, Il mito dello Stato, op. cit. pp. 382-3.
[5] Freud, 1921, OSF IX, 303. Aggiunge successivamente nello stesso testo a proposito della funzione terapeutica della formazione della massa: “Non è neanche difficile riconoscere in tutti i legami che vincolano sette e comunità mistico-religiose o filosofico-mistiche un modo distorto di curare nevrosi di ogni genere” (p. 329).
[6] Hitler, discorso al Nationalklub di Amburgo del 28 febbraio 1926, Reden, Schriften, Anordnungen (12 Bände), Februar 1925 Bis Januar 1933, vol. I Die Widergründung der NSDAP (Februar 1925-Juni 1926), Münich, New York, London, Paris, K. G. Saur ed. 1992, doc. pp. 103, 298-299; consultato online:
[7] Hitler, Discours lors du rassemblement du NSDAP à Plauen, 11 juin 1925, Reden, Schriften, Anordnungen, op. cit., vol. I, doc. n°50, p. 97; consultato online: https://archive.org/details/HitlerRedenSchriftenAnordnungenFebruar1925BisJanuar193312Bande/page/n119/mode/2up
[8] Hitler, 12 febbraio 1926, Reden, Schriften, Anordnungen, op. cit, vol. I, doc. n. 100, p. 288. https://archive.org/details/HitlerRedenSchriftenAnordnungenFebruar1925BisJanuar193312Bande/page/n309/mode/2up
[9] Hitler, manuscrit 1929, « Avis sur une enquête préliminaire pour haute trahison », Reden, Schriften, Anordnungen, op. cit., manuscrit, vol. III/2, doc. n°7, p. 84 (si tratta dell’alto tradimento costituito dal trattato di Versailles). https://archive.org/details/HitlerRedenSchriftenAnordnungenFebruar1925BisJanuar193312Bande/page/n2209/mode/2up
[10] Freud (1929), Il Disagio della Civiltà, 1929, OSF X, p. 629 nonché per le due citazioni seguenti.
[11] Hitler, Mein Kampf, Hitler, Mein Kampf, Zwei Bände in einem Band Ungekürzte Ausgabe, Zentralverlag der NSDAP, Eher Verlag, München, 1943, p. 650.
[12] Jenseits, GW XIII, 41: “Die Aufstellung der Selbsterhaltungstriebe, die wir jedem lebenden Wesen zugestehen, steht in merkwürdigem Gegensatz zur Voraussetzung, daß das gesamte Triebleben der Herbeiführung des Todes dient. Die theoretische Bedeutung der Selbsterhaltungs-, Macht- und Geltungstriebe schrumpft, in diesem Licht gesehen, ein; es sind Partialtriebe, dazu bestimmt, den eigenen Todesweg des Organismus zu sichern und andere Möglichkeiten der Rückkehr zum An- organischen als die immanenten fernzuhalten, aber das rätselhafte, in keinen Zusammenhang einfügbare Bestreben des Organismus sich aller Welt zum Trotz zu behaupten, entfällt. Es erübrigt, daß der Organismus nur auf seine Weise sterben will; auch diese Lebenswächter sind ursprünglich Trabanten des Todes gewesen”.
Freud, 1920, OSF IX, p. 225: “L’ipotesi di pulsioni di autoconservazione del tipo di quelle che noi attribuiamo ad ogni essere vivente è in singolare contrasto col presupposto che tutta la vita pulsionale serva a determinare la morte. Vista alla luce di questo presupposto, l’importanza teoretica delle pulsioni di autoconservazione, di potenza e di autoaffermazione diventa molto minore. Sono pulsioni parziali, che hanno la funzione di garantire che l’organismo possa dirigersi verso la morte per la propria via tenendo lontane altre possibilità di ritorno all’inorganico che non siano quelle immanenti allo stesso organismo (così difficile da inserire in qualsiasi contesto) ad affermarsi contro tutto e contro tutti. Essa si riduce al fatto che l’organismo vuole morire solo alla propria maniera”.
[13] Abriss der Psychoanalyse G.W., XVII, 71: “Nach langem Zögern und Schwanken haben wir uns entschlossen, nur zwei Grundtriebe anzunehmen, den Eros und den Destruktionstrieb. (Il confronto tra Selbsterhaltungs- e Arterhaltungstrieb, nonché l’altro tra Ichliebe e Objektliebe, si colloca non prima dell’Eros). Das Ziel des ersten ist, immer grössere Einheiten herzustellen und so zu erhalten, also Bindung, das Ziel des anderen im Gegenteil, Zusammenhänge aufzulösen und so die Dinge zu zerstören”.
Compendio di psicoanalisi, XI: “Dopo molte esitazioni e tergiversazioni, abbiamo deciso di ammettere solo due pulsioni fondamentali: Eros e la pulsione di distruzione (l’opposizione tra l’autoconservazione e la conservazione della specie, così come quest’altra tra l’amore di sé e l’amore per l’oggetto, rientrano ancora nell’ambito di Eros). L’obiettivo del primo è stabilire un’unità sempre maggiore per preservarla: in altre parole, legarsi. L’obiettivo dell’altro, al contrario, è quello di rompere tutte le relazioni, e quindi di distruggere tutto”.
[14] Freud, 1925: OSF X, pp. 215-6.
[15] L. Balestrière, Freud e la questione delle origini. De Boeck supérieur, Louvain, 2008.
[16] Questo e il successivo sono corsivi dell’Autrice [N.d.c.].
[17] Freud, 1915a: Pulsioni e loro destini, OSF VIII, p. 33.
[18] Freud, 1915a: Pulsioni e loro destini, OSF VIII, p. 31.
[19] Ibidem.
[20] Freud, 1915a: Pulsioni e loro destini, OSF VIII, p. 33. “Ja, man kann behaupten, daß die richtigen Vorbilder für die Haßrelation nicht aus dem Sexualleben, sondern aus dem Ringen des Ichs um seine Erhaltung und Behauptung stammen” (G.W., X, p. 230).
[21] V. Klemperer, LTI, op. cit., p. 141.
[22] A. Rosenberg, “die beständige Lüge als die organische Wahrheit der jüdischen Gegenrasse“, Mythus des 20. Jahrhundert, op. cit. Jahrhundert, op. cit., p. 136.
[23] A. Hitler, Mein Kampf, op. cit., pp. 649-651 (“Sarà sempre un leader migliore del teorico che medita lontano dagli uomini e dal mondo. Perché la leadership significa essere in grado di mettere in moto le masse. Il dono di concepire idee non ha nulla a che fare con la capacità di essere un leader”) e p. 657 per la seguente citazione.
[24] V. Klemperer, LTI, op. cit, pp. 156-8. Per i riferimenti successivi, R. Hess, lettera privata del 1927, citata da I. Kershaw (1987), Le Mythe Hitler, Paris, Flammarion, 2006, pp. 38-40, e 116.
[25] I. Kershaw, Il mito di Hitler, p. 82.
[26] A. Rosenberg, Der Mythus des 20. Jahrhunderts. Eine Wertung der seelisch-geistigen Gestaltenkämpfe unserer Zeit, Monaco, Hoheneichen Verlag, ed. 1942, qui pp. 678-9.
[27] Questa inversione sembra essere dello stesso ordine di quella osservata da Hannah Arendt a proposito del crollo della funzione collettiva sovramentale: “La Germania di Hitler ha dimostrato che un’ideologia che inverte quasi volontariamente il comandamento ‘Non uccidere’ non incontra necessariamente una resistenza insormontabile da parte di una coscienza formata secondo la tradizione occidentale. Al contrario, l’ideologia nazista riuscì spesso a invertire il funzionamento di questa coscienza” (H. Arendt, “Politique et religion”, La nature du totalitarisme, Paris, Payot, 1990, p. 161).
[28] J.-P. Vernant, Mythe et religion en Grèce ancienne, Paris, Seuil 1990, pp. 73-4.
[29] Musil, Les réflexions d’un lent, citato in Manuel Durand-Barthez, Etre Autrichien: la problématique de la faute chez les écrivains autrichiens du début du siècle, Parigi, 1995, p. 41, nota 54. https://www.academia.edu/1018336/Etre_Autrichien_la_problématique_de_la_faute_chez_les_écrivainsautrichiens_du_début_du_siècle
[30] Stéphane Gödicke, “L’ordre politique : Portrait de Musil en “anarchiste conservateur”” in Désordres et transgressions : in Robert Musil [online]. Parigi: Presses Sorbonne Nouvelle, 2006, § 57 http://books.openedition.org/psn/7985
[31] Ibidem.
[32] H. Broch, “Geist und Zeitgeist” [Spirito e spirito del tempo] (1934), in Schriften zur Literatur 2, op. cit. pp. 177-201, qui 178.
[33] Di questo romanzo, che Broch iniziò a scrivere nel 1935, che sfuggì al sequestro da parte della Gestapo nel 1938 e fu pubblicato solo dopo la sua morte in esilio, esistono tre manoscritti. Mi riferisco all’edizione tedesca, redatta nel 1975 da P. M. Lützeler con il titolo Die Verzauberung [L‘ammaliamento] – Kommentierte Werkausgabe III, Suhrkamp, 4 ed. 1986 – che tiene conto dello scarto di Broch delle prime due versioni e che pubblica anche i commenti di Broch. Questi non compaiono nell’edizione francese di Le Tentateur (traduzione basata sulla versione di F. Stössinger del 1953).
[34] H. Broch, Théorie de la folie des masses, Paris, Éd. de l’Éclat, 2008, p. 445, e per la seguente citazione p. 446.
[35] W. Benjamin, “Teorie del fascismo tedesco”, art. cit. p. 75.
[36] Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921, OSF IX, 278. Musil, da parte sua, inserisce nel volume II de L’uomo senza qualità, cioè prima del 1933, la figura del generale Stumm (stumm in tedesco significa muto) che si rivolge al conte Leinsdorf così: “Questa è psicologia della folla, Altezza! […] Le folle sono illogiche; usano la logica solo per adornarsi! L’unica e sola forza da cui si lasciano guidare è la suggestione! Affidatemi giornali, radio, cinema e qualche altro strumento di cultura, e mi impegno a trasformare gli uomini in cannibali in pochi anni […]! È proprio per questo che l’umanità ha bisogno di padroni forti”. Forse qui ci sono sfumature freudiane sulla dittatura della ragione? Ma questo non è il mio argomento di oggi.
[37] W. Benjamin (1930), Théories du fascisme allemand (à propos du collectif Guerre et Guerriers édité par Ernst Jünger), Lignes 1991/1 (n°13), pp. 57-81.
[38] Ibidem, p. 63.
[39] Ibidem, p. 66.
[40] Ibidem, p. 74.
[41] B.Wegner, “Hitler, choréographe de l’effondrement du Reich”, Vingtième Siècle. Revue d’histoire, 2006, 4, p. 67. Egli insiste (77) sull’importanza degli ècrits politiques di Clausewitz per Hitler, i cui riferimenti sono in effetti innumerevoli nelle Reden, Schriften, Anordnungen che possono essere consultate online: https://archive.org/details/HitlerRedenSchriftenAnordnungenFebruar1925BisJanuar193312Bande/mode/2up
[42] Citato in B. Wegner, Hitler, choréographe de l’effondrement du Reich, Vingtième Siècle. Revue d’histoire, 2006, 92, 4, pp. 67-79.
[43] A. e M. Mitscherlich (1967), Die Unfähigkeit zu trauern, Grundlagen kollektiven Verhaltens, München, Piper, 1977, pp. 34-5.
[44] Sebald W.G., De la destruction comme élément de l’histoire naturelle, p. 21.
[45] Cfr. N. Frei, Adenauer’s Germany and the Nazi Past. The Politics of Amnesty and Integration, New York, Columbia University Press, 2002 (1996), in particolare Discourse et clarifications di Adenauer del 20 settembre 1949.
[46] R. Koselleck, Wer darf vergessen werden? Das Holocaust-Mahnmal hierarchisiert die Opfer, Die Zeit, 19 marzo 1998.
[47] Analogamente, l’esperienza della Chiesa commemorativa dell’imperatore Guglielmo I, la Gedächtniskirche, a Berlino nel 1980: costruita nel 1895 per glorificare l’imperatore Guglielmo I e la sua vittoria sui francesi a Sedan, e distrutta nel 1943 durante un bombardamento della Royal Air Force, poi rafforzata, o più precisamente pietrificata nell’immediato dopoguerra nella sua stessa forma di rudere, si trovava all’ingresso del Kurfürstendamm, a due passi dal Muro. Cosa avrei dovuto ricordare quando l’ho guardata? Accanto alla chiesa, piamente conservata nel suo stato fatiscente, era stata costruita una chiesa moderna che, oltre a frammenti della Cattedrale di Coventry distrutti dalla Luftwaffe, conteneva la Madonna di Stalingrado disegnata a carboncino da un medico e sacerdote dell’esercito tedesco la vigilia di Natale del 1942 nel cuore della zona accerchiata e riportata in Germania nell’ultimo ponte aereo prima della resa della sesta Armata. Con l’esibizione di queste “vere” reliquie che facevano coabitare alla rinfusa le ferite dei diversi popoli, dovrei forse ricordare gli orrori della guerra senza distinzioni? O dovrei lasciare che le pietre parlino da sole?
[48] “Se – scriveva Hitler nel Mein Kampf – all’inizio della guerra e durante la guerra, dieci o quindicimila di questi ebrei corruttori della nazione fossero stati sottoposti agli stessi gas asfissianti di cui caddero vittime sul campo di battaglia centinaia di migliaia dei nostri migliori lavoratori tedeschi di tutte le classi e di tutte le professioni, i sacrifici di milioni di persone al fronte non sarebbero stati vani”, Mein Kampf, 1925.
[49] Il tentativo di presa del potere da parte di Hitler e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, avvenuto a Monaco l’8 e il 9 novembre 1923, è noto come “Putsch di Monaco”.
[50] J.W. Baird, To Die for Germany; Heroes in the Nazi Pantheon, Bloomington, Indiana University Press, 1990, 42-72. H. Wessel, membro delle SS e del partito nazista, assassinato nel febbraio del 1930 da militanti comunisti, aveva scritto nel 1927 una canzone che dopo la sua morte divenne l’inno del partito nazista: l’Horst-Wessel-Lied.
[51] E.Canetti, Hitler, d’après Speer, La Conscience des mots, Paris, Albin Michel, 1984, pp. 203-234.
[52] A. Speer, Au cœur du Troisième Reich, Paris, Fayard, 1971, pp. 81-82.
[53] Hitler, Sur l’art, discorso tenuto al Congresso del Partito Nazionalsocialista a Norimberga nel 1935, Principe d’action, Parigi, Grasset, 1936, p. 83.
[54] K. Borromäus Murr, “I rituali di giuramento nazisti. Interprétation de la conjoncture du serment sous le Troisième Reich“, Histoire Politique, 2020, 40, consultabile online: http://journals.openedition.org/histoirepolitique/883
[55] Freud, Compendio di psicoanalisi, OSF XI, p. 600.
[56] Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF IX, p. 270.
[57] Poiché”, scrive Freud, “questo apre la strada al regno della psicosi – sia essa individuale o di massa”; un termine usato sia da Freud nella conferenza 35 che da Wälder in Eziologia ed evoluzione delle psicosi di massa, un testo pubblicato nel 1935 [nota del T.: Inserito in un volume collettaneo in italiano, Astrolabio 1975]. Per Wälder, le caratteristiche essenziali sono la cancellazione del ruolo svolto dall’Io e dal Super-Io nell’esame di realtà, la “scissione totale” dell’amore e dell’aggressività con la scomparsa dell’ambivalenza, il ruolo della proiezione e del delirio, il soddisfacimento libidico dell’odio senza inibizioni e, infine, il disimpasto [Entmischung] di Eros e pulsione di morte.
[58] Freud, Il disagio della cività, OSF 1929, p. 573.
[59] Freud, 1929, p. 573. L’invasione del pensiero da parte dell’allucinazione di soddisfacimento (continua Freud nella conferenza 35), il trasferimento di tali pretese psichiche sul terreno della conoscenza “apre le strade che portano al dominio della psicosi – sia essa individuale o di massa”. Qui troviamo l’idea che “le folle non sono mai state assetate di verità. Desiderano le illusioni, di cui non possono fare a meno. Per loro, l’irreale prevale sempre sul reale”.
[60] Mi riferisco qui al testo Nevrosi e Psicosi del 1923, OSF IX.
[61] E. Simmel (1944), Antisemitismus und Massen-Psychopathologie in E. Simmel ed, Antisemitismus, Frankfurt am Main, Fischer Taschenbuch, 1993 (edizione tedesca), pp. 58 ss.
[62] Freud, Nevrosi e Psicosi, 1923, OSF Vol IX, p. 613.
[63] Simmel 1946, p. 71.
[64] Ätiologie und Verlauf der Massenpsychosen, (1935). Imago, vol.21/1 pp. 67-82.
[65] Ätiologie und Verlauf der Massenpsychosen, (1935). Imago, vol.21/1 p. 75.
[66] Freud, Introduzione al libro Psicoanalisi delle nevrosi di guerra, OSF IX,1919, p. 73.
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*Per citare questo articolo:
Patrizio Campanile (2025). Autoconservazione. Conservazione di chi? Di che cosa?. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 7-13.
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