La maturità della sopravvivenza alla luce dei diritti umani

di Anna Cordioli e Patrizia Montagner

(Padova), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

e di Patrizia Montagner

(Portogruaro-VE), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

*Per citare questo articolo:

Anna Cordioli, Patrizia Montagner (2025). La maturità della sopravvivenza alla luce dei diritti umani. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, p. 135-148.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

Anna Cordioli

Nel discorso sui diritti umani esiste un prima e un dopo: prima del 1948 e dopo il 1948. Questa è la data in cui viene votata all’ONU la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Come sappiamo questa carta è servita come modello in molti stati, sostenendo le grandi conquiste civili del XX secolo. Allo stesso tempo, però, è divenuta il criterio per stabilire il punto in cui vengono violati i diritti umani.

La Dichiarazione ha fatto cadere le illusioni e ci ha mostrato, implacabilmente, quanto poco umano sia l’uomo, quanto ci illudiamo di un progresso dell’umanità.

Penso a Freud che in “considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (1915b) dice “ci cullavamo” nella speranza che “le grandi nazioni”, intente a perseguire il progresso, avessero sviluppato la capacità di non confondere più, lo straniero e il nemico (pp. 124-5). Sappiamo come finì.

Anche la speranza che, finita la seconda guerra mondiale, esistessero popoli e culture più civili, ormai vaccinati dall’orrore della guerra, si è infranta contro atrocità via via sempre più evidenti.

Eppure continuiamo a non voler sapere, ci culliamo nell’illusione che le violazioni dei diritti non ci riguardino e siano una faccenda circoscritta a popoli caduti in disgrazia.

Si fa politica sminuendo le violazioni dei diritti, si guadagnano voti allontanando i poveracci dalla vista degli elettori. Questo da un lato si configura come una connivenza nelle violazioni ma dall’altro va ricordato che questo funziona perché sfrutta e rinforza la tendenza umana a preferire di vivere nelle illusioni [1], piuttosto che sapere veramente come è la realtà.

 

Candore

Nel 1961, Luis Buñuel porta a Cannes un film dal titolo “Viridiana”.

Il film narra di una giovane cresciuta lontana dalle cose del mondo: non sa nulla del dolore dell’umanità e pensa che sia molto facile fare del bene.

In un passaggio del film, Viridiana vede un gruppo di senzatetto che stanno morendo di freddo e decide di ospitarli nel suo castello. Non li vede come persone ma come dei poveri derelitti: anime sofferenti e degradate dalla miseria. Lei immagina candidamente di poterli aiutare grazie al suo buon cuore.

Ne esiterà ben altro: i poveri non la prenderanno sul serio, scherzeranno sulla sua generosità e si approfitteranno di lei. Viridiana ha una reazione di sorpresa e delusione.

Ma erano dunque cattivi? Hanno ragione certi politici a dire che era meglio lasciarli morire sulla via? Non è questo il punto.

Il punto è che Viridiana voleva aiutare ma senza capire. Era mossa da una sorta di candore narcisistico, in cui la mente si convince che il dolore del mondo si combatta con un assetto morale: semplicemente facendo del bene.

Ma cosa non vede Viridiana? Cosa nega, per innocenza o per accecamento?

Viridiana, non vede che un essere umano che deve lottare per la propria autoconservazione, non può più permettersi il lusso di essere candido.

Lei pensa che, soddisfatti i bisogni legati alla sopravvivenza (un tetto, il cibo), le ombre si sarebbero dissolte, lasciando spazio a sentimenti elevati di gratitudine. Viridiana pensa che basti quietare l’istinto di sopravvivenza perché il narcisismo primario si ricompatti e curi l’autoconservazione ferita.

Chi lavora con i rifugiati sa che non è quasi mai così e che più a lungo una persona ha dovuto temere per la propria sicurezza e meno può essere rassicurato da una notte al caldo. L’intuizione di essere fragili cambia tutto: chi lotta per la propria vita deve perdere l’innocenza, proprio per poter sopravvivere.

E anche chi soccorre, per rispetto di chi soffre, deve imparare a rinunciare alle proprie comode illusioni; non si può essere anime candide perché quel candore è un pericolo per sé e per gli altri.

 

Delusione

Ripenso a Freud che rifletteva sulle sue reazioni di fronte alla prima guerra mondiale: “La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata e ci ha portato…la delusione” (1915, 126). La delusione è un passaggio fondamentale.

Freud accettava di esplorare questa caduta che lui stesso aveva patito: ne aveva sentito la ferita narcisistica ma si era poi chiesto come avessero funzionato le difese che la mente aveva apparecchiato per sentirsi al sicuro.

In particolare Freud ci parla di quanto l’Io debba difendersi e negare di continuo il rischio di venire annientato. Allo stesso tempo l’Io si difende anche dal riconoscere di avere impulsi di annientamento verso gli altri. Costruiamo così una serie di complesse sovrastrutture per negare tanto la nostra caducità quanto la nostra violenza.

Le difese psichiche e sociali, le molte negazioni, i salvagenti morali, le scissioni tra noi e loro, hanno lavorato così bene nella nostra mente da averci fatto sentire al sicuro. Con ogni fibra ci illudiamo che a noi non capiterà mai di sentirci minacciati a livello di sopravvivenza.

 

Anche nell’ascoltare le sofferenze altrui, cerchiamo di non capire mai la minaccia all’autoconservazione. Ad esempio, spesso si ascoltano le storie dei rifugiati, compartecipando emotivamente e cercando di capire le sofferenze patite. Ma a ben guardare l’ascoltatore medio empatizza pensando al dolore in relazione all’asse piacere/dispiacere, ma non ha alcuna comprensione invece del fatto che quel dolore sia stato vissuto sull’asse esistenza/annientamento. Questa compartecipazione di solito è solo mimata o molto superficiale, perché sarebbe troppo perturbante.

 

Chi opera nella difesa dei diritti umani, e ascolta le testimonianze dei superstiti, sa che c’è un enorme differenza tra un dolore da dispiacere e un dolore da annientamento.

E spesso gli operatori ricordano il momento in cui hanno scoperto questa differenza. È come una sorta di risveglio traumatico in cui ci sia accorge, vergognandosi, di essere stati a lungo come Viridiana: di aver operato mossi da alti ideali ma senza alcuna comprensione di cosa accada ad un essere vivente quando cerca di sopravvivere anche se a nessuno importa.

Questa sensazione di vergogna e delusione (per sé stessi, per non aver capito prima, ma anche per l’umanità) è un vissuto di passaggio che segnala un cambiamento di assetto, e spesso anche la possibilità reale di aiutare psicologicamente le vittime di violazioni dei Diritti umani.

 

Maturità

Nel gennaio 2020 Mariagrazia Capitanio ha portato, qui, nel nostro Centro un documentario che spero possiate avere l’occasione di vedere (o rivedere): “L’ultima donna del primo treno”. È una lunga intervista in cui Daniel Friedmann ascolta Hilda, una donna sopravvissuta nell’orrore di Aushwitz.

Il ricercatore intervisterà Hilda per 15 anni. Ci vogliono anni perché la verità emerga. Ma ci vogliono anni anche perché chi parla, sappia che l’altro ha sviluppato la capacità di capire.

Ricordo che rimasi folgorata da quel documentario e non solo per l’orrore svelato dalla testimonianza ma proprio per l’assetto che aveva questa piccola donna sconosciuta.

Le sue prime testimonianze erano, direi “facili” per l’ascoltatore, tese a non ferire l’ascoltatore: dandogli quello che in fondo già sapeva. In fondo Hilda aveva vissuto in uno stato che aveva vietato, nel dopoguerra, di parlare della Shoah ma soprattutto Hilda aveva difeso le sue figlie dalla sua stessa storia.

Ma col passare degli anni l’intervista cambiava. Non era Hilda a cambiare ma l’intervistatore, e con lui, noi che ascoltavamo.

Hilda non raccontava più solo le violenze perpetrate dai carnefici ma cominciava ad apparire in prima persona, raccontando cosa significasse lottare per continuare ad esistere. “Se vi dicono che ci siamo fatti massacrare come agnelli, non credeteci”. Parlando dei mucchi di cadaveri lasciati in balia dei topi ricordava: “Era orribile, ma ci si abituava”.

Hilda entrò ad Aushwitz che aveva diciassettenne anni e dovette imparare a vivere in uno stato di totale inermità ma questo non significò, per lei, il sentirsi del tutto passiva: talvolta sopravvivere coincideva con l’obbedire e talvolta col disobbedire. Hilda fu sia un membro della resistenza interna del campo, sia la ragazza che sperava di essere invisibile quando le SS sceglievano di ammazzare la sua amica, in fila di fianco a lei.

Ad un certo punto Hilda disse: “Siamo giunti ad una maturità della sopravvivenza”.

Non parlava della – comunque incredibile – capacità di sfuggire alla morte ma parlava del maturare un assetto di autoconservazione capace di resistere alla violenza e all’annientamento più scatenate. Hilda sa che non ha meriti per questa maturità, che solo le è toccata, anche con un po’ di fortuna. Ma quando parla delle amiche che si erano lasciate morire, sentiamo quanto fosse più normale, ad un certo punto lasciare andare la vita.

Hilda era dunque un mistero vivente perché era riuscita a sopravvivere, ne portava tutti i segni, ma era anche capace di guardare il suo intervistatore, e tutti noi, con la dolcezza di chi trova bello che qualcuno sia vivo, perché sa che non è affatto ovvio. Sa che viviamo in un mondo in cui potrebbe arrivare qualcuno che dice “tu, tu e tu, adesso venite con me” e sa che per sopravvivere tocca lasciare che sia qualcun altro a morire. Come diceva Hannah Arendt: “Ognuno di noi vive sulle tombe degli altri”.

 

Non ci pensiamo mai, ma la gran parte dei migranti che sbarcano sulle nostre coste o che arrivano qui a Trieste, conoscono da vicino questa esperienza. Hanno imparato a sopravvivere, a continuare a camminare anche lasciando indietro chi è morto sulla via. Non possiamo che tremare all’idea di comprendere davvero cosa produca tutto questo in una psiche.

Quando arrivano, evocano una reazione spesso scissa: c’è chi immagina i rifugiati come delle povere creature, c’è chi invece li pensa come minacce da allontanare (Cordioli, Montagner, 2020). In entrambe queste narrazioni finiscono per essere visti come espressione di un’umanità minore, e dunque un peso.

E invece ciò che accade è che talvolta ci troviamo davanti esseri umani che hanno raggiunto, loro malgrado, un punto di resa o di una maturità della sopravvivenza; esperienze interne che non siamo attrezzati per comprendere e da cui ci difendiamo.

 

Giungo così a tre riflessioni:

  1. La prima è che se qualcosa può maturare o arrendersi significa che non è istintiva. La spinta verso l’autoconservazione è originaria ma funziona proprio perché evolve: si annoda alle altre pulsioni, si avvicina e allontana alla realtà attraverso le difese, le esperienze e i legami. E non tutti maturiamo allo stesso modo: tra Viridiana e Hilda c’è un abisso.
  2. La seconda è che non ci piace parlare di autoconservazione perché questo tema ha sempre a che fare con qualche ferita narcisistica. Questo tema non ci piace perché fa sorgere sempre il dubbio su cosa si debba arrivare a fare per sopravvivere. Nessuno vuole scoprire di essere umano.
  3. La terza è che, chi offre aiuto, deve maturare un assetto onesto rispetto alle sofferenze umane. È importante capire che talvolta il rifugiato, il povero, il perseguitato può non volere avere un dialogo con noi: non solo perché non ha ancora parole, ma perché intuisce che non possiamo ancora capire.

 

 

 

 

 

Patrizia Montagner

Uno dei diritti riconosciuti dalla dichiarazione del ‘48 è quello della libera espressione Mi propongo di riflettere su questo , e sul suo contrario, quello di non parlare.

Entrambi fanno parte di un percorso di sopravvivenza.

 

Il diritto di non comunicare

Riporto una breve vignetta tratta da un ciclo di incontri di osservazione svolto con un gruppo di donne migranti.

Stanno raccontando di loro, Sakina (una ragazza molto giovane) dice che è molto contenta perché oggi è il compleanno del suo bambino, che sta in Nigeria, con la nonna e che compie due anni. Aggiunge che lui sta benissimo, e anche lei, ma la vedo inquieta e triste, si alza continuamente e se ne va in camera, per tornare dopo alcuni minuti.  Dopo una di questa uscite la seguo fino sull’uscio della camera, la cui porta è lasciata aperta. Mi fermo lì. Sakina è seduta sul letto, ha tra le mani degli abiti da bambino piccolo, li tocca, li gira e rigira, li sente. Piange

Poi ritorna nella stanza comune per l’ennesima volta. Dice che quando avrà i documenti tornerà a trovarlo. Sopravvivenza

Sakina ha deciso di tacere la sua situazione e il suo dolore. Ha detto in altri incontri che è venuta in Italia per lavorare ed è questo che vuole.

Sul resto tace. Il suo dolore è palpabile, ma capisco che non ne vuole/può parlare. Resto sulla porta di esso e del suo mondo interno.

 

Lei, come tutte le altre donne di questo gruppo ha sperimentato di persona su di sé ripetutamente la violenza e la crudeltà. Forse la sta sperimentando anche ora in questo Centro.

Vorrei fermarmi sul diritto di Sakina di non parlare.

Farò riferimento al lavoro di Winnicott (1965) su “comunicare e non comunicare”.

Secondo Winnicott “nella persona sana c’è un nucleo della personalità (…che) non comunica mai col mondo degli oggetti percepiti e il singolo individuo sa che esso non deve mai essere in comunicazione con la realtà esterna o influenzato da esso”.

Quando una persona sperimenta la violenza e la crudeltà umana con tale intensità e durata, quale rischio corre il nucleo centrale di sé? Secondo Winnicott” Le esperienze traumatiche che portano alla organizzazione di difese primitive sono tutte sussumibili nel tema della minaccia al nucleo isolato, della minaccia che esso sia scoperto, alterato, implicato nella comunicazione. La difesa consiste nel nascondere ulteriormente il Sé segreto” (p. 242).

Sakina tutela i suoi sentimenti, il dolore della lontananza dal figlio amato, che ha lasciato quando era piccolissimo. La sua area più viva e vitale sta là, per proteggerla lei è qua.

Troverà un lavoro. Manderà dei soldi per lui, perché possa non solo sopravvivere, ma anche vivere meglio.

Per fare questo lei deve sopravvivere qua. La sopravvivenza implica che il nucleo centrale del Sé sia protetto. Parlare del suo dolore lo metterebbe a rischio.

Leggo il suo andare e venire come il passaggio dalla sua interiorità (la camera) allo spazio comune condiviso (la sala riunione).

Per chi lavora con la migrazione l’esperienza del dover sostare sulla soglia e non entrare con la parola è frequente. Hanno imparato che la creazione di un Falso Sé tutela questa zona privata e delicata. Hanno imparato a mentire, a porsi come pensano che l’altro si aspetti che essi si pongano.

Parlare del lavoro e di quando in concreto potrà succedere si situa invece in un’area che si origina da quella intermedia, in cui la comunicazione esplicita può anche essere “piacevole, e implica tecniche estremamente interessanti come il linguaggio” (p. 248).

 

Il diritto di parlare

 Ho occupato la maggior parte del tempo concessomi per questo intervento per dirvi di Sakina e del suo diritto di sopravvivere tacendo. Ma il rischio di questo silenzio è che lei, come tante nella sua situazione, venga annullata, cancellata, perda il diritto di esistere a causa del suo silenzio.

Per questo sono qui a parlarvene. Perché incontrando persone come Sakina ho sentito che esiste il diritto inalienabile di avere spazio e voce per parlare. Anche della violenza silenziosa della non esistenza, di cui sono tante volte testimone.

Occuperò questi ultimi minuti a raccontarvi di un altro incontro, con qualcuno che ha fatto dei diritti di parlare, da 40 anni, il motore del suo lavoro: parlo di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia, che si occupa della sopravvivenza dei DU e di sé stesso come operatore dei DU, parlando.

Giornalmente ha a che fare con delusioni e frustrazioni, come ha descritto Anna.  Ma la sua capacità di parlare dice: è evoluta con il tempo. Essa si situa nell’area della cultura, della comunicazione esplicita. E come tale può essere raffinata e modulata.

Come è possibile mantenerne la continuità nonostante il quotidiano contatto con la distruttività e la crudeltà umana? Come sopravvivere?

Noury utilizza una metafora vitale. Dice: “Mi trovo ogni giorno a stare su un’altalena, in cui ricevo buone notizie e attivo un movimento verso l’altro, mentre quelle cattive mi fanno scendere giù”.

Un movimento di sopravvivenza.

Non solo di coloro che possono trovarsi intrappolati nella violenza e possono essere salvati ma anche quella delle squadre di soccorso.

Di sopravvivenza di qualcosa di interiore, un ideale, un impegno, la difesa di qualcosa di vitale non sostenibile senza il diritto di parlare.

La maturazione nell’esperienza del parlare.  Secondo Noury, implica alcuni aspetti:

-Essa procede per piccole esperienze quotidiane, non per fatti eclatanti, e attraverso l’interesse per una persona. La capacità di identificarsi con l’umanità passa attraverso il condividere con qualcuno, di cui conosco il nome, la mia stessa umanità.

-Procede con gradualità. È uno dei fondamenti della tecnica psicoanalitica, implica il riconoscimento del tempo e della capacità dell’altro di tollerare il cambiamento.

– Non potrei, dice Noury, continuare a lavorare se non sapessi che siamo in tanti.

 L’importanza del gruppo per la sopravvivenza mette in gioco nuovamente il meccanismo dell’identificazione, che Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io descrive come legame libidico.

– Ho bisogno di credere, aggiunge Noury, che ci saranno delle altre persone dopo di me che porteranno avanti le idee e gli ideali in cui io stesso e il nostro grande gruppo crede.

Il passaggio generazionale della responsabilità è radicato in un sentimento di speranza. Da questo il lavoro con I giovani, e forse, aggiungo io, la necessità di aiutarli ad imparare a parlare.

 

Concludo tornando all’altalena. La sua e anche la mia, quando mi trovo a parlare di diritti umani, a non parlare e anche a chiedermi come parlare di diritti umani.

L’andare e venire, la frustrazione e la soddisfazione, crea l’esistenza dell’oggetto come altro da sé, come dotato di una propria vita. È quando riconosco questo, allora inizia ad avere senso comunicare, non comunicare e anche apprendere a comunicare.

 

[1] “Le illusioni hanno la funzione di risparmiarci determinati sentimenti spiacevoli consentendoci di fruire al loro posto di alcuni soddisfacimenti sostitutivi. Non dobbiamo quindi lamentarci se prima o poi cozzano contro la realtà e ne rimangono distrutte” (Freud, 1915, p. 128)

 

Bibliografia

 

Capitanio M., Marchiori E. (2020). “La dernière femme du premier train” di D. Friedmann., Spiweb.it.

Cordioli A., Montagner P. (2022). “Come onde del mare. La testimonianza dei volontari di OPEN ARMS”. centrovenetodipsicoanalisi.it

Laplanche J. e Pontalis JB (1967). Istinto. In “Enciclopedia della Psicoanalisi” Vol. 1. Bari, Laterza 1993.

Laplanche J. e Pontalis JB (1967). Pulsione. In “Enciclopedia della Psicoanalisi” Vol. 2. Bari, Laterza 1993

Freud S.  (1915). Pulsioni e loro destini. OSF, Vol. VIII.

Freud S.  (1915). Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte. OSF. Vol. VIII.

Sacerdoti. G.  (1974). Il concetto psicoanalitico di istinto di fronte all’etologia. In “Scritti psicoanalitici”, Roma, Borla 2008.

Winnicott D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando 1970.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma, Armando. 1974.

 Anna Cordioli, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

annacordioli@yahoo.it

Patrizia Montagner, Portogruaro (VE)

Centro Veneto di Psicoanalisi

patmontagner28@gmail.com

*Per citare questo articolo:

Anna Cordioli, Patrizia Montagner (2025). La maturità della sopravvivenza alla luce dei diritti umani. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, p. 135-148.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

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