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Segreto e segretezza: aree difensive o protettive?

di Giovanna Maria Mazzoncini

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La psicoanalisi si fonda sulla relazione e il metodo psicoanalitico presuppone la costruzione di una comunicazione autentica, profonda e senza segreti tra terapeuta e paziente. Il segreto è tuttavia un’area esperienziale comune ad ognuno di noi, rappresenta quale distanza o vicinanza creiamo nei rapporti e quanto possiamo mostrare di noi stessi o quanto rendiamo segreto uno stato d’animo, un’emozione, un pensiero o un evento. Il segreto pertanto ha funzioni diverse: infatti può essere a difesa dell’integrità narcisistica in quanto può nascondere un aspetto impresentabile del Sé, può nascondere un evento o azione criticabile o punibile, può difendere dall’intrusività pericolosa e temuta dell’altro o ancora può rappresentare lo spazio privato del Sé che necessita di segretezza, più che di segreto, come aspetto identitario. Freud (1912/13) aveva affrontato il segreto nella relazione tra analista e paziente, affermando che il compito del lavoro psicoanalitico è di scoprire la verità e opporsi al segreto, affermazione contestata in parte da Greenson (1967) che chiarirà l’importanza di indagare sul motivo che ha il paziente di mantenere il segreto e non sul suo contenuto. Anche Winnicott (nella recensione all’autobiografia di Jung) sottolinea l’importanza di costruire il significato del segreto e non tanto il suo contenuto. Il segreto in analisi può indicare il timore di un’analisi vissuta come pericolosa e può essere importante tollerare l’uso segreto che il paziente fa del suo percorso terapeutico. Pertanto si ritiene importante differenziare la segretezza dal segreto attribuendo alla prima quel significato protettivo e costruttivo della parte pensante intima del Sé, la parte autentica indicibile del Sé, lo spazio privato del Sé. M. Masud R. Khan sottolinea la questione “se questo spazio privato costituisca una forma di relazione con il vero Sé, o invece un’esclusione paranoide e aggressiva degli altri da qualsiasi legame con esso”, ritenendo questo oggetto di essenziale ricerca del lavoro analitico. La costruzione di questa parte intima e non manifesta dell’Io è alla base di un processo di coesione del Sé che si avvale di una giusta separatezza e segretezza e di una distinzione tra sé e gli altri. Anche secondo alcuni autori della psicologia dell’Io, ciò porta a maturazione i processi di soggettivazione ed individualizzazione.

Winnicott sottolinea che il segreto implica il concetto appunto di confine e limite, porta a considerare il limite tra interno ed esterno, tra esistere in relazione con gli altri e con sé stessi ma anche il sentirsi in unione con gli altri, rimanendo soli a contatto con il proprio mondo interno. Questo senso profondo di essere con noi stessi, in una dimensione viva e dialogante, perché legata al pensiero, che attribuisce il significato alla nostra esperienza affettiva ed emotiva, è frutto di un intenso lavoro di interiorizzazione dell’esperienza relazionale. In un collegamento più ampio, il limite tra interno ed esterno deve essere osmotico e l’interiorizzazione di esperienze, i nostri oggetti buoni, non critiche e non troppo svalutanti, non intrusive o aggressive, facilita una buona sufficiente proporzione tra comunicazione e area segreta. Racamier (1995) sottolinea “Non c’è Io che tenga senza che tenga i suoi segreti”, infatti dire non rappresenta tutto noi stessi. Piera Aulagnier segnala il paradosso per cui pensare segretamente è necessario per il buon funzionamento psichico dell’Io, mentre dire tutto è un’esigenza del lavoro psicoanalitico. Smirnoff (1976) lo definisce “spazio segreto” dove sono conservati gli elementi che hanno assicurato la propria identificazione primaria, assicurando pertanto protezione e difesa. Il segreto è anche in relazione e in proporzione con il proprio narcisismo. Se infatti il segreto ha una funzione costruttiva e potenzia il pensiero e l’autosservazione, verso l’esterno invece chiama in gioco la disponibilità e la fiducia verso l’altro. Quanto permettiamo narcisisticamente di essere conosciuti o quanta quota di “falso Sé” viene attivata per assicurarci conferme e approvazione? Il segreto funziona come una pelle che ha funzioni verso l’interno e verso l’esterno e mette in contatto con il dato di realtà, operando una necessaria ricerca e distinzione nell’uso del segreto. Molto frequente in età evolutiva è il segreto che riguarda le origini del soggetto e questo coinvolge sia i genitori che i figli. Il segreto diventa in situazioni difficili o traumatiche un’esperienza che coinvolge non solo il singolo ma il gruppo, specie quando riguarda quella parte del Sé negata all’altro. Di fronte al trauma si rompe l’equilibrio della parte intima segreta e prevale il segreto con funzione difensiva, che richiede una scelta difficile e dolorosa, spesso traumatica essa stessa, rispetto alla comunicabilità. Specie il segreto delle origini, i lutti, le storie familiari e le ricadute trans-intergenerazionali, le violenze sessuali o abusi specie incestuosi, possono irrompere e tanto più la mente è fragile tanto più ricorrerà a meccanismi di scissione e negazione. Non potendo accedere a significati e rappresentazioni che aiuterebbero un’elaborazione del trauma, il segreto diventa allora il tiranno che colonizza e si impossessa della mente. In una breve esemplificazione clinica, si vuole evidenziare il dolore e il senso di fallimento e di colpa per l’incapacità di generare di un genitore e le conseguenze del segreto che si incista e forma un pensiero sotterraneo, continuo, che alimenta un vissuto depressivo in una bambina di circa otto anni. Il gruppo familiare vive nell’impossibilità di prendere consapevolezza di quanto un segreto provochi un grave danno alla vita mentale di tutto il nucleo familiare che diventa scissa, immobile e incapace di trovare aspetti riparativi. Tara è nata da fecondazione eterologa. Il seme è del padre e l’ovulo da donazione sconosciuta effettuata all’estero. Ha un altro fratello più grande nato sempre con lo stesso metodo fecondativo. I genitori molto impegnati nel lavoro, improntano la vita familiare con molto entusiasmo ma spesso con una coloritura eccitata e maniacale, vi è molta confusione, approssimazione su tutto, uno stile di vita spesso distratto con cadute riguardo al tempo e allo spazio. Sembra che tutto ciò serva a diluire l’ansia di fondo e una visione preoccupata per il futuro a sostenere una depressione molto sotterranea. Inviano T. perché distratta a scuola, poco interessata a tutto, soprattutto perché è passiva e si presta a esplorazioni genitali o giochi sessuali da parte dei compagni. Nei primi mesi di terapia porta la sua aria svogliata, imbarazzata, sembra poco intuitiva e intelligente, non mostra emozioni, eccetto paura e vergogna per le spiate e le dicerie sul suo conto. Dopo mesi in cui non sembra esserci un cambiamento significativo, di fronte all’ennesima mortificazione da parte dei compagni, esplode la rabbia e l’insofferenza verso tutti. Accogliendo come risposta vitale la sua reazione, riusciamo a instaurare una maggiore confidenza e fiducia, tanto che riesce a parlarmi dei giochi sessuali, della grande curiosità sul sesso e su come si fa, confessando di non provare niente e di astrarsi durante i giochi con mente e con un corpo che sente molle, mi fa pensare ad un corpo inanimato. Dopo altro tempo, rivelerà il suo segreto, dopo aver avuto ampie e ripetute rassicurazioni sul silenzio con tutti, specie con i genitori. Racconta di aver orecchiato in famiglia frasi tipo “non si potrà mai dirlo… Si dirà quando crescerà ma non posso neppure pensarlo…” Da tempo i suoi sospetti sono più forti e ha iniziato a frugare trovando documenti incomprensibili in un’altra lingua, e li attribuisce senz’altro a lei. Convinta di essere stata adottata, rubata, comperata, è sicura che il segreto genitoriale è legato alla colpa per un illecito. T. è convinta che tacerà sempre perché se svelasse il suo segreto non sarebbe più una figlia vera, ma diventerebbe “quella figlia estranea” che denuncia la madre. Non vuole far soffrire nessuno per causa sua perché otterrebbe solo odio. Prova colpa e amore, specie verso la madre che disprezza per l’inganno e il suo silenzio. È evidente l’identificazione proiettiva e la grande confusione rispetto al dato di realtà, che non può essere controllato, e anche rispetto alla colpa, alla responsabilità, alla relazione vissuta intrisa di dubbi, timorosa di rifiuti e abbandoni e disconoscimenti. Mi è ritornato alla mente un racconto di Pirandello “il Berretto a sonagli” in cui vengono espresse le conseguenze dolorose quando un segreto viene svelato, infatti si determina la rottura dei patti all’interno di un gruppo e cessano le convenienze che ognuno ricava, coperte dal segreto stesso. Nel racconto tragico Pirandello scrive “Pupi, siamo pupi” riferendosi alle marionette e alle maschere che ognuno indossa “una per la famiglia, una per la società, una per il lavoro…”Perché ogni pupo vuole portare il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori…” “Ciascuno di noi crede uno ma non è vero: è tanti, signore, tanti, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi, uno con questo, uno con quello diversissimi con l’illusione di essere sempre uno per tutti e sempre questo uno che ci crediamo, in ogni nostro atto”. In questo modo tragico, diretto e ineguagliabile Pirandello esprime la duplicità dell’animo umano, il funzionamento di un falso Sé, il segreto difensivo e protettore che nasconde e confonde il vero Sé. Il segreto finché rimane tale permette che illusoriamente tutto rimanga uguale, inalterato ma se poi emerge la verità vi può essere solo la pazzia che distrugge tutto o nega tutto. Il segreto è una protezione illusoria verso la pazzia e non è quindi realmente utile né verso l’interno, né verso l’esterno, ma permette di creare una zona di non conflitto, di attesa vuota ma in realtà piena di fantasmi. Il segreto imbriglia il Sé che non può più pensare, sognare, rappresentarsi una storia accettabile, in quanto modificabile nella fantasia e nel pensiero. L’Io si indebolisce in quanto blocca la ricerca e la curiosità verso i significati delle esperienze e verso l’Altro, impoverisce la creatività e lo sviluppo simbolico. La passività di T. richiama uno stato di assenza psichica, di svuotamento e nel contempo è spinta ad agire la messa in scena di un accoppiamento, vissuto da un’altra lei, identificata inconsciamente con un’altra donna-madre estranea, in coppia con un padre presente e assente nella sua mente. Ma anche i genitori sono bloccati dal terrore, che genera grande sofferenza, e preferiscono permanere nel segreto, per la paura in loro e nella figlia, della rottura della relazione e dello svelamento di una madre indegna e incapace. Alla base sembra che la relazione sia percepita e vissuta come molto fragile e precaria, come se da un momento all’altro possa rompersi: infatti il segreto indebolisce i legami che vengono sequestrati al fine di essere garanti di non mutamenti. L’oggetto può proiettare la sua ombra senza che il bambino sia in grado di elaborare questo processo, il bambino può diventare il contenitore della identificazione proiettiva dei genitori. Bollas nel “L’ombra dell’oggetto: psicoanalisi del conosciuto non pensato” sottolinea la necessaria difensiva scissione inconscia nelle situazioni traumatiche, in modo che la conoscenza non possa essere pensata né rappresentata e tanto meno comunicata. Così pure Kaës sottolinea che il segreto ha una importante funzione intrapsichica e interpsichica e che va capito quale è la funzione che riveste e, specie nelle situazioni traumatiche, quali ombre il segreto crea e depone nella psiche. Un altro breve riferimento clinico. Cora ha 12 anni ed è orfana di madre dall’età di due anni. Non ricorda nulla essendo stata affidata a parenti, durante la malattia della madre. La seconda moglie del padre è molto affettuosa e l’ha adottata, molto dedita a lei, anche dopo la nascita del proprio figlio che è amato anche da Cora. Da sempre foto, racconti, tracce dell’esistenza passata di un’altra madre sono scomparse e lei stessa non vuole assolutamente che esistano. Cora ha piccoli nascosti rituali ossessivo-magici; gentile, ripetitiva, molto manierata, sembra a volte poco autentica, ma mi suscita molta tenerezza capendo il suo grande sforzo di essere perfetta. È adeguata a scuola, a casa, ma senza passioni, slanci o peculiarità. A tutti ha nascosto la sua origine. La famiglia asseconda il segreto, sia a scuola che in ogni contesto. Vengo a sapere che la madre dopo l’unica gravidanza non può avere altri figli e sembra quindi che possa essere gratificata dall’avere ed essere madre di due figli. I genitori sono preoccupati del suo essere infantile, distratta, assente; spesso avvolta in uno strano torpore e spesso si rifugia nella masturbazione. Sembra migrare in segreti “rifugi della mente” Il segreto o la verità omessa sembra proteggere tutta la famiglia dalla impossibilità di contattare il dolore, la perdita e il lutto. Infatti non si può elaborare il lutto e la positività dell’adozione, come una nuova esperienza affettiva, che non neghi le parti mancanti ma si aggiunga ad arricchire i vissuti affettivi passati e presenti. Per Cora l’essere orfana rappresenta un Sé mutilato, una rappresentazione di sé inaccettabile, pertanto non può identificarsi e crescere, in modo autentico, con una madre che collude con il segreto, manifestando l’impossibilità di contenere il dolore e la delusione. Anche in questo caso la non elaborazione viene sostituta dal segreto, dalla bugia “a fin di bene”, che impoverisce le relazioni non rendendole affettivamente solide, pertanto paradossalmente è la verità che indebolisce i legami, non il segreto. Verrà in aiuto un sogno: Cora è al mare con la nonna materna che la chiama piangente con il nome della figlia, la madre di Cora. Questo la fa molto arrabbiare, ma poi si quieta e si deve occupare di una piccola che sta per annegare e chiede il suo aiuto chiamandola insistentemente mamma, lei si impietosisce e la porta in salvo. Il sogno le lascia un profondo turbamento, ma apre varchi significativi e una vivezza narrativa e simbolica, una vitalità e vivacità inaspettate in breve tempo. La mancanza e la perdita non diventano più parti mancanti del Sé, ma mancanza dolorosa e reale dell’esperienza affettiva primaria che va elaborata attraverso la consapevolezza di acquisizione di buone esperienze. Questi due casi mettono in evidenza ancor più l’importanza del lavoro parallelo con i genitori perché i vissuti di colpevolezza, inadeguatezza, vergogna rendono le relazioni precarie e meno affidabili da entrambe le parti. Ciò che è indicibile, specie in periodo di crescita, rafforza l’impossibilità di rappresentazione di aspetti del Sé e della propria storia personale, rendendoli impensabili. Bion ci ricorda come la mente cresce nella verità. Il segreto e la bugia hanno degli aspetti di contatto, specie quando la bugia intesa come ciò che è contrario alla verità, interessa o coinvolge la personalità. Anche la bugia, come il segreto, ha diverse configurazioni cliniche ma entrambi, se da un lato possono essere considerati all’interno di situazioni patologiche, dall’altro possono rappresentare l’aspetto difensivo, utile alla crescita e permettere un sostegno strutturale, specie in adolescenza. Autori vari, come ad esempio Ferenczi (1928), ritengono la bugia come un passaggio evolutivo che mostra la costruzione di uno spazio interno segreto e appartato, la relazione tra il proprio spazio interno e la mente dell’altro. Pertanto bugia e segreto sono spesso co-presenti per la costruzione e la tutela dell’identità personale. Quando un bambino riesce a capire che lui sa cose che altri non sanno di sé stesso e può possedere dei segreti e usare difensivamente la bugia, può iniziare a sentirsi separato e indipendente. La possibilità di poter decidere se occultare o comunicare aspetti che lo riguardano, padroneggiare una discrezionalità di scelta, accresce il senso di identità separata e acquisisce potere e consapevolezza di una dimensione singola. Qualora il segreto e la bugia sostengano funzionamenti patologici, è importante considerare la sofferenza sottostante e intendere questi come illusori tentativi riparatori di fallimenti primari. Ne parla Zapparoli in “Il segreto e stati psicotici” sottolineando la perdita dei confini dell’Io nella psicosi, e con Tausk spiega come la perdita dei confini impedisce di tenere “segreta” gran parte del proprio Sé. Nella psicosi vi sono pochi segreti personali e vi è timore che non vengano protetti abbastanza, infatti il ritiro in sé garantisce una parte, anche se piccola, di identità. In conclusione sottolineo come il tema del segreto abbia interessato molti autori, solo alcuni ricordati in questo scritto, e come sia possibile considerare vari collegamenti con altrettanti temi, che in modo ampio, riguardano la costruzione dell’identità separata e dello sviluppo di un Io in grado di differenziarsi e autonomamente relazionarsi con l’Altro ma riguardano anche altri che invece ci conducono nell’area del funzionamento patologico, della psicosi e delle perversioni.

 

Bibliografia

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Giovanna Maria Mazzoncini, Roma

Centro di Psicoanalisi Romano

gmmazzoncini@gmail.com

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