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Il segreto delle origini: aspetti libidici e aspetti antilibidici

di Lucia Fattori

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Racamier (1992) distingue   due tipi di segreto: quello antilibidico che costituisce un impedimento all’attività fantasmatica e interrompe il filo che percorre le generazioni e il segreto libidico, impregnato di Eros, che produce il pensiero sulle origini e collega le generazioni facendo scorrere informazioni ed emozioni legate al piacere.

Il segreto delle origini è uno di quei segreti con cui il bambino si confronta più volte, nel corso dell’infanzia, via via che si sviluppano le sue capacità di osservazione, di comprensione, di fare collegamenti causali e temporali. Esso può essere annoverato fra i segreti libidici perché mette in moto fantasie, rêveries, ipotesi. Ricordiamo come per Freud (1908) le teorie sessuali infantili sorgano spontaneamente “sotto il solo influsso delle componenti pulsionali del sesso” (p.462).

Ma se avviene un impatto traumatico con la scena primaria o con la sessualità adulta, il segreto delle origini può diventare causa di un blocco della vita fantasmatica, o di un viraggio della fantasia in delirio o, ancora, in certi casi, di un arresto della stessa nascente   capacità di pensare.

Il caso di Asmit (che ho descritto in dettaglio altrove: Fattori, 1996), mostra quest’ultima possibile estrema conseguenza sullo sviluppo infantile di un segreto impensabile che incombe sulla scena: un arresto del processo di formazione della capacità di pensare e la presenza di un funzionamento centrato sull’agire.

A sette anni, al momento della presa in carico, Asmit è un bambino iperattivo, dislalico, disprassico, disgrafico, con un ritardo generale negli apprendimenti. Il bambino ha assistito nei suoi primi anni di vita ai rapporti sessuali fra i genitori e ne ha un ricordo vivissimo, fonte di confusione non solo a livello percettivo, in relazione alla figura combinata dell’incomprensibile mostro con due teste , ma anche e soprattutto in relazione al senso affettivo di quello che passa tra i genitori: tra due genitori che trascorrono la giornata a farsi del male (è una coppia legata da un rapporto marcatamente sado-masochistico), quel modo notturno di stare insieme non può che essere un altro modo per aggredirsi (cfr. Freud, 1908:la concezione sadistica del coito”  teoria sessuale, tipica dei bambini che sono stati testimoni del rapporto sessuale fra i genitori); ma nello stesso tempo  il bambino avverte, con un vago senso di inganno, che non è  così e che qualcosa gli sfugge..  Asmit riuscirà finalmente a comunicarmi il suo sentimento di esclusione da quel modo segreto ed incomprensibile dei genitori di stare insieme di notte quando nel flusso del suo confuso discorso, comparirà una frase chiara, descrizione di un’emozione e richiesta di condivisione di una sofferenza: “Loro due sempre a fare la lotta…polli! Io da solo…sempre da solo io!”.

Nel caso di Asmit di fronte ad un segreto non -conosciuto / impensabile, (o, meglio conosciuto a livello inconscio, come il conosciuto/ non pensato di Bollas, 1989) il pensiero è stato impossibilitato a svilupparsi, mentre si è creato un quadro di grave disturbo di apprendimento, che sembra legato ad una vera e propria carenza di pensiero, con la compresenza di una severa iperattività, dato che l’espressione dei vissuti avviene attraverso comportamenti impulsivi legati all’azione.

 

Altre volte l’impatto traumatico con la scena primaria potrebbe dar luogo ad una forma più lieve di disturbo cognitivo-affettivo: quella rappresentata dall’ inibizione intellettiva. La Klein (1931), nel suo Contributo alla teoria dell’inibizione intellettiva fa appunto risalire questa patologia al meccanismo della scissione, attivato dal segreto per eccellenza, quello appunto del coito fra i genitori, laddove particolari condizioni rendano particolarmente intensa l’emozione legata alla scena primaria vista-fantasticata. Verrebbe da dire che in tali casi tagliare i collegamenti causali e temporali che sono fondamentali nei processi di apprendimento sia in definitiva il tentativo di tagliare a metà la figura combinata separando così i genitori.

“Seghiamo i sogni brutti a metà, così fanno meno paura!”  mi suggeriva un piccolo paziente.   La presenza di un qualche segreto nella vita di un bambino rimanderebbe dunque al segreto primario, quello delle origini.   Avverrebbe a scopo difensivo una scissione dell’Io: c’è un Io che nel preconscio/inconscio sa ed un Io che non sa o che comunque non vuole sapere qualcosa che lo turberebbe

Anche in questo caso è l’area del sapere/non sapere, e dunque l’area cognitiva, quella che viene danneggiata, attraverso il meccanismo dell’inibizione intellettiva, dalla presenza di un segreto che il bambino non conosce, ma di cui inconsciamente sente la presenza, segreto che, seguendo la Klein, rimanderebbe al segreto della vita sessuale dei genitori e alla procreazione.

 Marcello, mi venne portato all’età di 11 anni, all’inizio della prima media, su sollecitazione della scuola. Il rendimento scolastico di questo bambino preoccupava gli insegnanti per la presenza di difficoltà selettive: presentava problemi molto gravi nell’area della logica, matematica e verbale, mentre il profitto era buono nel resto degli apprendimenti ad eccezione che in Storia, materia in cui   il bambino sembrava non orientarsi. Questo mi fece pensare che il focus della problematica fosse la capacità di operare collegamenti sia temporali che causali.

I genitori nel colloquio anamnestico descrissero una prima infanzia senza particolari problemi, ma, con grande imbarazzo, mi riferirono che il padre era stato assente per tre anni, dai due ai cinque anni del bambino, perché detenuto in un carcere lontano dalla città di residenza della famiglia. Il bambino gli era stato portato tre-quattro volta all’anno, ma rientrato a casa l’uomo non aveva mai fatto cenno alla detenzione che di fatto era diventata così un segreto, indicibile e vergognoso. Durante quello stesso colloquio concordammo che era venuto il momento di dire la verità al bambino e l’uomo nei giorni seguenti comunicò al figlio   questo pezzo di storia familiare, colmando in Marcello una specie di buco relativo alla sua vita tra i due e i cinque anni. Successivamente, durante una seduta Marcello mi raccontò come “prima”, ovvero prima della rivelazione, sentisse di “avere delle macchie nere nel cervello”. Riemersero anche brandelli di ricordi dell’edificio del carcere, del viaggio in treno, degli abbracci del papà in presenza di persone con una divisa.

Marcello recupererà abbastanza in fretta alcune delle capacità carenti (più difficile fu il recupero in matematica dato che il ragazzo mancava delle nozioni di base.)

Forse possiamo pensare che il meccanismo difensivo di tagliare(segare!) i collegamenti causa-effetto e prima-dopo fosse servito a Marcello per non mettere insieme frammenti isolati di ricordi inquietanti che si portava dentro e quindi per evitare di dare un senso all’esperienza delle visite in carcere. Il riferimento ad un “cervello con le macchie nere” fa pensare alle aree oscure coperte dal segreto che interrompono, nell’immagine così efficace che il ragazzo propone, i collegamenti dentro la sua mente.

Canestri (1970) parlando delle difficoltà in matematica scrive: “questi studenti non fanno collegamenti, smontano ed usano in modo non integrato i sensi”.  Sembrerebbe trattarsi nelle forme più gravi di una regressione al sé frammentato per evitare di integrare fra loro i pezzi dell’esperienza sensoriale oppure, ad un livello più evoluto, di una forma di inibizione intellettiva che fa ricorso a meccanismi di scissione tagliando i collegamenti causali e temporali, come nel caso di Marcello, cosa che darebbe ragione delle difficoltà settoriali di apprendimento (la matematica e la storia) in questo ragazzo.

 

Un altro possibile effetto antilibidico di un segreto che riguarda i genitori e di cui il bambino non è a conoscenza potrebbe essere lo  strutturarsi  di un pensiero ossessivo dominato da fobie  , laddove il segreto incomprensibile diventa un fantasma pauroso che domina la mente del bambino : il bambino si fa inconsciamente ricettacolo e depositario  delle paure, delle vergogne, di pezzi di storia inconfessabili dei genitori e ne è atterrito perché esse appartengono ad un mondo adulto estraneo alla sua esperienza e alla sua possibilità di comprensione. Affermano Abraham e Torock (1987): “La peculiarità del fantasma della fobia è di venire ad assillare per incitare a denunciare una paura, appartenuta ai genitori, occulta e mai formulata” (p.383). Verrebbe da dire, una paura segreta.

Carla è una bambina che sembra aver fatto sua, a livello inconscio, la paura segreta della mamma. Carla infatti ha la fobia delle olive e della frutta col nocciolo, fobia che ci porta di nuovo alla riproduzione, ovvero al fantasma delle origini o, meglio, al segreto legato al fantasma delle origini.   Da un colloquio con la mamma il segreto emerge da subito: la bambina è stata concepita attraverso l’inseminazione artificiale, all’interno di un rapporto di coppia molto squilibrato dove, mi sembra di capire, il marito è poco più che un donatore di sperma. La donna sembra considerare la bambina come cosa sua: le dà il nome della propria madre, la allatta al seno fino ai due anni stabilendo un rapporto di fusionalità intensa, anche fisica, con lei, la fa dormire stabilmente nel letto matrimoniale da cui il marito è stato allontanato. Forse in questo caso il vero segreto non è quello della PMA, ma, quello delle fantasie materne di una fecondazione non solo senza coito, ma forse anche senza l’apporto dell’uomo.  Quanto ai noccioli Carla mi confida che se ne inghiotte uno teme che questo si fonda con lei e la trasformi.  Emerge il ricordo di un libro sul corpo umano che la madre le aveva regalato quando era piccola e dell’illustrazione che vi aveva trovato sulla fecondazione dell’uovo da parte di un “seme”. Sembra che la bambina, identificata con l’uovo materno aggredito dagli spermatozoi abbia sviluppato una fobia come eco del grande segreto: quello della fecondazione assistita, ma, soprattutto, quello del vissuto nella madre in relazione alla fecondazione assistita: una violenza cui la donna ha accettato di sottoporsi vincendo la propria inconscia resistenza a ricevere il seme maschile all’interno della segreta fantasia onnipotente di poter fare un figlio da sola. È ancora una volta Il fantasma delle origini e la sottostante segreta fantasia materna che sembrano essere all’origine della patologia di questa bambina, occupando il suo spazio mentale a danno di Eros e dello sviluppo di un pensiero libero e creativo.

Sempre nell’ambito del segreto delle origini, in passato uno dei più diffusi segreti di cui un bambino poteva essere tenuto all’oscuro era quello dell’adozione. Oggi, grazie anche ai suggerimenti degli operatori del settore, sembra che frequentemente i genitori comunichino con naturalezza fin dall’inizio questo tipo di segreto, che finisce dunque per non essere più un segreto, mentre piuttosto   la problematica del segreto compare spesso in relazione alla procreazione medicalmente assistita. Credo che il problema del segreto si ponga soprattutto con la fecondazione eterologa perché con quella omologa e all’interno di una buona coppia genitoriale avviene spesso un “riconcepimento psicologico” del figlio che toglie importanza e rilevanza emotiva al fatto meccanico in sé.

Ma il segreto delle origini è anche il segreto libidico per eccellenza perché muove curiosità e fantasie creative e ad esso possiamo forse collegare un altro grande segreto che nella civiltà occidentale accompagna i nostri bambini, un segreto decisamente “libidico”: quello dei vari personaggi che portano doni: Babbo Natale, San Nicola, la Befana: è un segreto “buono” che fa stare bene i piccoli. Forse si tratta di un tentativo che i genitori mettono in atto di “riparare” il segreto della relazione sessuale che li unisce e che esclude il bambino, mentre nel bambino attraverso questi personaggi buoni verrebbe bonificata la parte inquietante delle fantasie inconsce sul rapporto sessuale fra i genitori. I misteriosi genitori della notte vengono trasformati in vecchietti innocui, portatori di doni in segno di pace e di rassicurazione.  La Befana vien di notte… recita la filastrocca, ed è la notte che deve essere   resa rassicurante. Anche altre figure notturne che portano doni potrebbero essere lette secondo un’ottica che le collega alla scena primaria: ad esempio Gesù Bambino che porta i regali (a Milano, in Germania) potrebbe servire a rendere accettabile il potenziale bambino, frutto del rapporto sessuale dei genitori. Del resto il clima di complicità che si crea fra una mamma e un papà che preparano i regali sotto l’albero la notte di Natale ha qualcosa della complicità della coppia che vive la propria intimità notturna attenta a non svegliare il figlio che dorme nei pressi.

Un discorso a parte vorrei fare per S. Lucia che porta i regali in alcune zone del Nord Italia: quello di Santa Lucia è un personaggio non del tutto buono che sembra conservare senza bonificarla la parte inquietante dell’esperienza della scena primaria. Questa santa è la protettrice degli occhi, quegli occhi che lei stessa però potrebbe accecare se arrivando nottetempo trovasse il bambino con gli occhi aperti: si tratta di una punizione per gli aspetti voyeristici di una eventuale esposizione alla scena primaria?

La S. Lucia che butta la cenere negli occhi del bambino curioso, il bambino che non ha voluto addormentarsi, ha molto in comune con il mago Sabbiolino (Der Sandman: l’uomo della sabbia) della novella di Hoffmann che Freud cita nel Perturbante (1919), in relazione al segreto e all’assistere a situazioni che dovevano rimanere segrete.

Ne Il Perturbante (Das Unheimliche) il segreto è un protagonista, a partire dal fatto che la seconda delle due accezioni fondamentali dell’aggettivo heimlich è proprio “segreto” (la prima è “familiare, domestico”). Freud cita questa definizione tratta dal Dizionario Sanders della lingua tedesca: “nascosto, tenuto celato in modo da non farlo sapere ad altri”. Ma Freud sottolinea che un effetto perturbante sta innanzitutto all’interno della parola stessa unheimlich: questo termine finisce infatti per avere lo stesso significato del suo contrario, heimlich. Infatti anche un- heimlich, rimanda, in quanto contrario della prima accezione di heimlich (familiare), all’oscurità, alla notte, al segreto (“questi pallidi giovani sono unheimlich e ordiscono Dio sa che nefandezze, p.86). Conclude Freud: “In questa lunga citazione la cosa più interessante per noi è che la parolina heimlich tra le molteplici sfumature del suo significato ne mostra anche una in cui coincide col suo contrario” e mette l’accento su una citazione di Shelling (1842) che potrebbe, a suo parere comporre gli opposti. Afferma Shelling: “unheimlich è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato (p.275)”.  E in fondo il segreto assume la sua piena configurazione di segreto solo a posteriori, quando viene confidato!

Ma torniamo alla contrapposizione fra segreto libidico ed antilibidico.

Nelle parole della mamma del piccolo Nathaniel della novella di Hoffmann, l’Uomo della sabbia è proprio come S. Lucia, un personaggio favoloso e misterioso che getta sabbia negli occhi dei bambini che non vogliono dormire. Nella tradizione di molti paesi europei è un vecchietto o  ancora uno gnomo che vola con l’ombrello aperto,  comunque una figura non  troppo inquietante e in certe tradizioni( come in una novella di Andersen, l’Omino del sonno, 1841), è addirittura convertito in un personaggio tutto-buono che con qualche granello di sabbia negli occhi fa addormentare i bambini e gli fa fare bei sogni, come del resto anche  s. Lucia  ha una sua versione tutta-buona  come protettrice degli occhi ( a proposito di significati contrari contenuti in un’unica rappresentazione!) . Com’è dunque questo mago? giovane o vecchio, buono o cattivo, alto o piccino?? e la santa, come sarà vestita (con le scarpe tute rote e il cappello alla romana come recita la filastrocca…)? ci sarà l’asinello? Avranno fame? (l’uso in quel di Brescia e Verona è di preparare del cibo sia per lei che per l’asinello).  Domande, fantasie, ipotesi: aspetti indubbiamente libidici legati in qualche modo al segreto delle origini: S. Lucia infatti può essere letta come la mamma della notte, così come il Mago Sabbiolino può rappresentare il padre della notte, entrambi sineddoche, la parte per il tutto, dell’amplesso fra i genitori…

Ma la vicenda del piccolo Nathaniel della novella di Hoffmann ha un risvolto drammatico e le  fantasie  del bambino  che lo avevano mosso a appostarsi( “ Stabili di appurare che aspetto avesse”, p. 279) diventano decisamente all’insegna di Thanatos, piuttosto che di Eros, trasformandosi  in delirio e   precipitandolo nella follia: il padre , infatti, muore poco tempo dopo che il bambino ha assistito, nascosto, alla scena segreta in cui il padre stesso e il suo misterioso amico Coppelius armeggiavano intorno ad un braciere ardente. Stavano cercando di “fondere” dei metalli in un misterioso braciere per degli esperimenti di tipo alchemico: creare dalla fusione un nuovo metallo, il mitico oro?  Possiamo leggere questi esperimenti notturni e segreti come una metafora della procreazione e del mito delle origini?

 E quando il bambino viene scoperto prendono corpo non tanto le blande minacce materne di ricevere la sabbia negli occhi, quanto le cupe e spaventose minacce della balia: ” ll mago Sabbiolino è un uomo cattivo che viene dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro negli occhi manciate di sabbia, tanto che gli occhi sanguinanti balzano fuori dalla testa. Allora li getta nel sacco e li porta nella mezzaluna e li dà da beccare ai suoi piccoli, che stanno nel nido e hanno il becco ricurvo come le civette, col quale squarciano gli occhi dei bambini cattivi.“(p.279). Le parole che il protagonista sente pronunciare da Coppelius e il tentativo di questo di cavargli gli occhi inverano questa minaccia. 

Il tema della vista è centrale nella novella di Hoffmann riportata da Freud, e la punizione riguarda lo strappo degli occhi che Freud collega con l’evirazione. Del resto l’occhio viene spesso inteso come simbolo dell’organo maschile. Ma per quale colpa viene punito il bambino?   nella novella di Hoffmann il tema va oltre gli aspetti voyeristici  di una simbolica scena primaria, potenziali suscitatori di fantasie integratrici  di quel visto-non visto  che è portatore di sane e creative immaginazioni per diventare invece generatore di fantasie deliranti : Freud  infatti leggerà il senso di colpa non tanto come legato al vedere, ma mettendo l’accento sulla morte improvvisa del padre del ragazzo  lo collegherà più direttamente ai desideri edipici di eliminazione del padre e quindi alle temuta vendetta da parte di questi in forma di evirazione. Si tratta di “una tremenda angoscia infantile causata dalla prospettiva di un danno agli occhi o dalla loro perdita in quanto collegata all’angoscia di evirazione”. E ricorda come anche per Edipo la punizione autoinflitta è proprio l’accecamento come metafora dell’evirazione, nel suo caso per un incesto avvenuto, nel caso del protagonista della novella per i desideri incestuosi (che si presume abbiano accompagnato il piacere voyeristico dello spiare).  Freud afferma: “Unheimliche è allora un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi, in questo caso l’angoscia di castrazione, ed ad essa estraniatosi soltanto a causa del processo di rimozione” (102). Il rapporto con la rimozione chiarisce secondo Freud la definizione di Shelling secondo la quale il perturbante è qualcosa che avrebbe dovuto rimanere nascosto (rimosso) e che invece è  affiorato: “comprendiamo perché l’uso linguistico consente al Heimlich di trapassare nel suo contrario, il perturbante (Unheimlich) (pp. 176 sg.): infatti questo elemento perturbante non è in realtà niente di nuovo o di estraneo, bensì un qualcosa di familiare alla vita psichica fin da tempi antichissimi, che le è diventato estraneo soltanto per via del processo di rimozione”.

In definitiva l’interpretazione che Freud dà della novella di Hoffmann è che alla base ci sia una certa quota di angoscia infantile legata alla perdita degli occhi come sostituto della paura dell’evirazione connessa soprattutto col desiderio della morte del padre nell’ottica del complesso Edipico: “L’elemento del complesso colpito più intensamente dalla rimozione, ossia il desiderio di morte contro il padre cattivo, trova la sua raffigurazione nella morte del padre buono …” (p.284).

Il segreto per Nathaniel si fa forte angoscia e poi un delirio che a intermittenza lo perseguiterà fino alla morte per suicidio: il segreto delle origini ha qui una funzione contraria al movimento libidico connesso all’Edipo perché la morte improvvisa del padre invera il fantasma e lo sottrae alla sfera del gioco della fantasia. Forse senza questo evento tragico Nathaniel avrebbe creato liberamente delle ipotesi per spiegarsi le segrete operazioni cui aveva assistito, così come avrebbe tenuto ancora segreti /rimossi i propri desideri edipici e le angosce relative.

Il centro del discorso freudiano nel Perturbante è dunque il rapporto fra segreto e rimozione, ma più che sull’angoscia di evirazione io metterei l’accento sulla rimozione relativa alla scena primaria per gli aspetti relativi al vedere-sapere. Possiamo pensare che il bambino “sa” da sempre, a suo modo, dell’accoppiamento dei genitori, ma rimuove una grossa parte di questa conoscenza, per “riscoprirla” da più grandicello. Afferma Freud (1908): “I bambini […] acquistano il sospetto di qualcosa di proibito il cui accesso è loro precluso dai ‘grandi’ e coprono pertanto di segretezza le loro ulteriori indagini. […] Questa conoscenza precoce viene tuttavia sempre tenuta segreta e successivamente, in corrispondenza delle ulteriori vicende dell’esplorazione sessuale del fanciullo, rimossa e dimenticata” (p.455).

Del resto una dose di segreto è fisiologica nell’infanzia e permette l’uso della fantasia a fronte di una conoscenza insatura della realtà: pensiamo, come ricordavo sopra, al segreto di Babbo Natale e consimili, anche se non tutti sono d’accordo: ad esempio per la Dolto (2014) bisognerebbe dire da subito ai bambini che quella di Babbo Natale è solo una favola.

L’accecamento di Edipo non ha solo il senso di un’autopunizione in termini di autocastrazione, ma forse può essere letta anche in relazione alla scoperta del segreto. Edipo ci ricorda che la verità può essere traumatica: la sua vicenda ha, in definitiva, origine da un segreto e dalla necessità di ‘conoscere la verità’, nonostante una parte di lui, rappresentata da Tiresia, da Giocasta e dal servo di Laio, tentino di dissuaderlo, di farlo restare nell’area incerta del segreto. Come sappiamo prevale il desiderio di conoscere la verità, ma la verità è intollerabile ed Edipo di fronte alla verità sceglie di accecarsi: autopunizione, ma anche tentativo a posteriori di non sapere/non vedere. 

Certo, non si può mentire e non si deve tacere, ma ci sono segreti che il bambino non è grado di capire e, soprattutto, di tollerare; sarebbe un metterlo a contatto con una realtà più grande di lui.  In fondo tutto il nostro funzionamento psichico si basa sull’ uso moderato di meccanismi di difesa che l’Io inconsciamente mette in atto per aiutare il soggetto ad avvicinarsi in modo attenuato alla crudezza della realtà perché per l’adulto, e a maggior ragione per il bambino, la realtà è spesso un “troppo” potenzialmente traumatico.  E la sessualità adulta è un troppo per le capacità di comprensione e di tenuta emotiva del bambino: l’area di segretezza, che avvolge il rapporto sessuale fra i genitori protegge il bambino da questo “troppo” e, nella dimensione incerta e sospesa del sapere/non sapere, permette al bambino tutta una serie di fantasie che fondano il fantasma originario.

Un esempio di segreto libidico legato al fantasma delle origini mi sembra sia ben descritto nella lettura che Bonaminio dà, in un lavoro presente in questo stesso KnotGarden, del film Ritorno al futuro. Attraverso il viaggio, che è il viaggio analitico, ma forse anche solo il ricorso alla funzione libidica della fantasia e della rêverie, le figure caricaturali dei genitori della prima parte del film (un padre svalorizzato e ridicolo, forse con una funzione rassicuratoria in termini edipici,  in quanto rivale poco pericoloso, e una madre goffa e poco desiderabile, forse con la stessa funzione) diventano un uomo di successo e una donna piacente: la soddisfazione  del desiderio edipico che avviene nel corso del viaggio,  costituisce un fantasma fondante, un “sogno” ad occhi aperti  che attraverso una riemersione del segreto desiderio edipico rimosso e la sua realizzazione in fantasia permette, per usare la felice espressione di Quinodoz (2003), di “voltare pagina”.

 

Bibliografia

Andersen, H. C. (1841). Ole Chiudigliocchi (Ole Lukoie). In: Tutte le fiabe. Perugia, Newton Compton Editor, 2006.

Abraham e Torok (1987). La scorza e il nocciolo. Roma, Borla, 1993.

Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto: Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Milano, Raffaello Cortina, 2020.

Canestri J., Oliva S. (1991). Note sull’inibizione matematica. In: Il piccolo Hans, 70.

Dolto F. (2004). Come allevare un bambino felice e farne un adulto maturo. Milano, Mondadori.

Fattori L., Benincasa G. (1996). Psicoterapia Psicoanalitica e deficit cognitivo. Milano, Raffaello Cortina.

Freud S. (1919). Il Perturbante, OSF, 9.

Klein M. (1931). Contributo alla teoria dell’inibizione intellettiva. In: Scritti,1921-1958. Torino, Bollati Boringhieri.

Racamier P.C (1992). Il genio delle origini. Milano, Raffaello Cortina, 1993.

Scelling F. (1842). Filosofia della mitologia. Milano, Mursia, 1990.

Quinodoz J. M. (2003). I sogni che voltano pagina. Milano, Raffaello Cortina.

 

Lucia Fattori, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

fattori.lucia@libero.it

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