Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

"C'era una volta in America"… Un lungo sogno alla ricerca del tempo perduto.

di Massimo De Mari

Locandina di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, 1984.
Locandina di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, 1984.

Autore: Massimo De Mari

Titolo: “C’era una volta in America”

Dati sul film: regia di Sergio Leone, Italia-USA, 1984, 229’ 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=BOnEsuPiUiE

Genere: Drammatico

 

Psicoanalisi e cinema sono due discipline che, per nascita anagrafica, possiamo considerare sorelle: nel 1895 viene pubblicato il primo libro di Freud, “Psicoanalisi dell’isteria”, lo stesso anno in cui, a Parigi, i fratelli Lumière proiettano “L’arrivée du train a la Gare de Lyon”, capostipite della moderna cinematografia, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova, rivoluzionaria arte.

Ma oltre alla data di nascita, psicoanalisi e cinema hanno molte cose in comune prima fra tutte il fatto che richiamano al tema del sogno con cui condividono l’importanza dell’inconscio.

Lo spettatore al cinema regredisce nella sala buia in una dimensione onirica in cui tutto quello che avviene sullo schermo, per quanto immaginifico e distaccato dalla realtà possa essere, viene considerato credibile per il tempo della durata del film.

Il film acquista la dimensione del sogno in cui lo spettatore proietta idealizzazioni, fantasmi, incubi e, alla fine, quando si riaccendono le luci, si trova spiazzato e disorientato, prima di riprendere contatto con la realtà, come quando ci si risveglia da un sonno popolato di sogni.

Quindi i film, potremmo dire, abusando ancora una volta del famoso detto di Shakespeare, sono fatti della stesa materia dei sogni in cui ciascuno di noi, in modo del tutto personale, può vivere e proiettare esperienze e vissuti personali.

Come nelle favole

Tra tutti i film della nostra vita ce n’è sempre uno particolare che non ci stanchiamo mai di vedere e che ogni volta ci emoziona e ci fa conoscere qualcosa di nuovo di noi stessi.

“C’era una volta in America”(Sergio Leone, 1984) è per me uno di quei film, non solo per la sua indiscussa qualità artistica ma perché, più di altri, mi sembra rispecchi questa sorellanza tra cinema e psicoanalisi, per alcuni motivi che cercherò di chiarire.

Partiamo dal titolo che suggerisce che la storia che viene raccontata non sia reale, né tratta da una storia vera, ma si definisca come una favola, cioè un paradigma di storia che ne richiama tante altre e che alla fine ha in sé una morale. 

Vera naturalmente non è, “è solo un film” si dice, quindi è un’illusione di verità, anzi una convenzione che permette a noi spettatori di credere che le pistole sparino proiettili veri, che nei bicchieri ci sia whisky e non thè e di lasciarci andare alle ellissi temporali che, attraverso un flashback, possono portarci, insieme al protagonista, indietro di 30 anni, senza che questo ci risulti inverosimile, ma anzi credibile.

Alla ricerca del tempo perduto

Nelle prime scene del film Noodles entra in una fumeria d’oppio, di cui si capisce sia un cliente abituale e si sdraia sul lettino per fumare il narghilè.

Il film poi si snoda in un lungo flashback di quasi tre ore ed è in pratica la biografia di “Noodles” (“spaghetti” nello slang italo-americano), un bambino che nasce in una famiglia ebrea di Brooklyn. Il piccolo conosce presto la dura realtà del quartiere in cui vive e acquisisce un’identità criminale quando viene a far parte di una banda di coetanei, dediti ad affari illegali sempre più grossi che lo portano dentro e fuori dal riformatorio e poi in carcere, dopo aver ucciso un poliziotto.  

Di questa banda fa parte Max, quello che diventa il capo indiscusso del gruppo e stringe un particolare rapporto di amicizia con Noodles, in cui affetto e competizione coesistono in modo ambivalente.

Mentre Noodles sconta la pena per l’uccisione del poliziotto , la banda cresce di importanza e fa lievitare il suo giro di affari illegali, grazie anche al proibizionismo.

Al rientro di Noodles nella banda, Max propone al gruppo un colpo più grosso degli altri che però finisce male; la polizia interviene e uccide tutti i componenti della banda meno Noodles che viene arrestato e condannato a trent’anni di carcere.

Quando esce, Noodles, ormai sessantenne, disilluso e consumato da una vita trascorsa quasi del tutto in carcere, si ritrova tra le mani un invito da parte del governatore dello stato, il senatore Bailey, impelagato in affari pericolosi di corruzione per cui rischia la vita.

Bailey, scoprirà più tardi, altri non è che l’amico Max, che Noodles credeva morto e che invece ha orchestrato tutta una sceneggiata per incastrarlo, tenersi i soldi del colpo, portargli via Deborah, la donna che aveva amato fin da piccolo, e spedirlo in carcere.

Noodles comincia allora un percorso a ritroso della memoria, ritrovando vecchie conoscenze che gli raccontano la verità a spizzichi e bocconi finchè, in una memorabile sequenza in cui i due amici si ritrovano faccia a faccia, Max confessa a Noodles il tradimento ma chiede al vecchio amico di essere ancora dalla sua parte nella situazione in cui si trova, da cui sa che non ne uscirà vivo.

Ancora una volta, però, cerca di sfruttare la sua amicizia e gli chiede di ucciderlo, dandogli così anche la possibilità di vendicarsi del suo tradimento.

Noodles non reagisce, non si arrabbia ma si limita ad ascoltare, con il sorriso a mezza bocca che ha reso indimenticabile l’interpretazione di De Niro, mentre l’orchestra sullo sfondo suona “Yesterday” dei Beatles; ricorda per un attimo la storia della loro amicizia  e fa finta di non riconoscere l’amico, che per lui è morto 30 anni prima, continuando a rivolgersi a lui chiamandolo Bailey.

La sua vendetta è prendere il cappello e uscire di scena “è questo il modo in cui io vedo le cose”.

La morale del film è dunque “mai guardarsi indietro”, la ricerca del tempo perduto può solo riaprire le ferite e non fa recuperare gli affetti: quando Noodles va a trovare Deborah a teatro, dopo essere uscito dal carcere, sembra che i due ritrovino l’antico feeling ma quando lui scende in strada per aspettarla, lei non arriverà. Solo più tardi capirà che Deborah è diventata moglie di Max, un doppio tradimento che ribadisce il tema che scorre lungo tutto il film.

Tirando le somme si potrebbe dunque concludere che la morale del film è che sia meglio dimenticare o pensare che sia stato tutto un brutto sogno, piuttosto che scavare nel passato e affrontare una sofferenza imprevedibile e impossibile da tollerare.

Attualizzando quello che è un vissuto comune anche nella nostra epoca, poco incline a tollerare le frustrazioni e più propensa alle soluzioni facili, è meglio il farmaco che fa dimenticare, l’oppio, piuttosto che la psicoanalisi che spingerebbe Noodles al difficile lavoro del perdono.  

Il tragico errore di Noodles è quello di non riuscire a rielaborare il passato, com’è una delle caratteristiche del lavoro psicoanalitico, ma di mettere in atto l’ennesimo comportamento impulsivo. Noodles esce simbolicamente dalla stanza di analisi per svolgere un’indagine alla ricerca della verità storica, ricercando fuori tempo massimo i protagonisti di una storia che non si può ormai cambiare e che non lo possono aiutare a rielaborare il passato. 

Questa ricerca del tempo perduto risulta un tentativo vano di risolvere l’alternativa del diavolo tra la nevrosi della rimozione e la depressione, frutto del tentativo inutile di cambiare una realtà in cui lui non può più essere protagonista.

La celebra colonna sonora del film (vincitrice del Golden Globe), firmata da Ennio Morricone, ribadisce l’importanza del fattore “tempo”, caratteristica fondamentale del rapporto tra musica e psicoanalisi. Come tutte le musiche firmate dal grande musicista, recentemente scomparso, anche questa è un capolavoro assoluto di per sè, ma costituisce una parte talmente complementare alle immagini da fare fatica a pensare al film con una musica diversa da quella. 

Sergio Leone non chiarisce se il percorso a ritroso nella propria storia del protagonista Noodles sia solo un déjà-vu favorito dalla regressione operata dal “setting” della fumeria di oppio o una reale ricerca di un sé stesso rimasto fermo a trent’anni prima. 

Quando incontra l’amico barista che gli chiede cosa ha fatto nei trant’anni precedenti, Noodles riassume la propria vita di giovane delinquente sospesa dal carcere con una risposta fulminante “sono andato a letto presto”, che è una citazione dell’incipit della rechèrche proustiana (La strada di Swann) “Per molti anni mi sono coricato presto la sera”, che ci fa capire come la musica evocativa di Morricone sia del tutto basata sull’idea della nostalgia di qualcosa di irrimediabilmente perduto.

Gli psicopatici eroi dei film di Sergio Leone 

Il personaggio di Noodles si presta poi ad un’ulteriore interessante analisi sul piano della personalità e del particolare coinvolgimento che induce nello spettatore.

E’ indubbio che Robert De Niro, con il suo fascino personale e le sue straordinarie capacità di attore, caratterizzi il personaggio di Noodles come una sorta di testimone fatalista di un’epoca di cui è stato in un primo tempo protagonista e vittima e poi spettatore distaccato, una sorta di eroe romantico a cui il tradimento di un amico porta via la donna amata, i soldi e, tutto sommato, la vita stessa, trascorsa quasi del tutto in carcere.

Simpatico, va bene, ma Noodles non è certo uno stinco di santo.

Durante il film ruba, uccide a sangue freddo, violenta una donna durante una rapina e, quando Deborah, la ragazzina di cui si è innamorato da piccolo, diventata donna, decide di partire per seguire la sua carriera di attrice, non esita a stuprare anche lei, in una violentissima scena all’interno di un automobile, che segue con un contrasto stridente la scena carica di romanticismo in cui Noodles, per essere da solo a cena con Deborah, prenota un intero ristorante.

Quindi, per le sue caratteristiche “cliniche” (comportamento antisociale, grandiosità, omicidi seriali, bugia patologica, tendenza ad agiti violenti, totale assenza di coinvolgimento emotivo a fronte di  un narcisismo patologico che gli fa perseguire solo il suo tornaconto personale a danno degli altri), rientra a pieno titolo nella categoria della cosiddetta “psicopatia” insieme a tanti altri personaggi dei film di Leone (pensiamo a tutti i bounty killer della trilogia del dollaro) che per cattiveria, sadismo e brama di soldi e di potere, fanno a gara tra di loro.

Eppure Noodles ci affascina, così come proviamo simpatia per il buono, il brutto e il cattivo o per il bombarolo di “Giù la testa”. Ma perchè ?

Perchè i grandi criminali risultano così affascinanti al punto che i responsabili di delitti efferati (pensiamo a Pietro Maso che uccise i genitori, a Renato Vallanzasca, responsabile di rapine violente e omicidi, a Felice Maniero, il capo della Mala del Brenta) ricevono in carcere centinaia di lettere d’amore, proposte di matrimonio e attestati di stima ?

Lo psichiatra Robert Hare, tra le caratteristiche della psicopatia descrive anche un tipo di personalità affascinante, caratterizzata da una forma di attrazione per il potere, che ha l’effetto di una droga, per il sesso e il denaro e da una particolare capacità di manipolare gli altri all’interno della relazione, per poterne ricavare un vantaggio personale, fino al sadismo.

E’ evidente che parliamo di qualità personali, molto diverse dall’empatia che caratterizza le relazioni sane, di cui ci si rende conto spesso troppo tardi.

Queste prerogative sono ben nascoste dietro comportamenti apparentemente integrati nella società e costituiscono quella che Hervey Cleckley in un suo storico saggio del 1941 chiama la “maschera della normalità” (The mask of sanity), un’ambivalenza di fondo, spiazzante e seduttiva, che crea quella fascinazione che abbiamo descritto in precedenza.

La società in cui viviamo è particolarmente affollata di psicopatici, soprattutto nei piani alti dell’economia e della politica ma anche nei quadri dirigenziali delle aziende e in tutte le situazioni in cui la relazione con l’altro acquista le caratteristiche “parassitarie” di un abuso sull’altro, elementi da cui scaturiscono i tristi fenomeni di “mobbing”, “stalking” e abuso sessuale di cui sentiamo parlare quasi quotidianamente dai mass media. 

Per concludere

Alla fine di questa lunga e affascinante storia di amicizia, tradimento, amore, violenza e nostalgia del passato, l’ultimo stacco temporale del film ci riporta nella stessa fumeria d’oppio dell’inizio e si chiude sul primo piano di Noodles/Robert De Niro che sorride inebetito e distaccato dal mondo che lo circonda, lasciando lo spettatore nel dubbio se quella che è stata raccontata sia una storia reale o non sia stato solo un lungo sogno indotto dall’oppio. A Freud non piaceva che della psicoanalisi si facesse un uso interpretativo per le opere d’arte; lui lo ha fatto poche volte nei suoi scritti. 

Questo articolo è presente anche sul sito http://www.riflessionline.it 

Pdf:  http://www.riflessionline.it/articoli/2021/Ed%2081%20-%20ottobre/2021%20Ed%2081%20ottobre%20-%20RiflessiOnLine-%20una%20volta%20in%20america%20-%20Massimo%20De%20Mari.pdf 

Però, Noodles, sul lettino dello psicoanalista, sarebbe stato un paziente molto interessante.

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