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Seguendo il percorso di Melanie Klein verso i livelli più profondi

di Robert D. Hinshelwood

Dopo il suo articolo sui meccanismi schizoidi del 1946, Melanie Klein era molto scoraggiata circa l’influenza dei suoi scritti. In seguito ai numerosi contrasti avuti, noti come “Discussioni controverse”, le era rimasto solo un piccolo gruppo di colleghi. Fortunatamente per lei, questi colleghi erano particolarmente talentuosi e comprendevano Hanna Segal e Wilfred Bion.  Per questo, ancor oggi, c’è un grande interesse per il suo lavoro e Melanie Klein è diventata molto importante in tutto il mondo.  Per esempio, so che attualmente l’opera omnia dei suoi Scritti è in corso di traduzione anche in persiano (Farsi).

Perché oggi tanti psicoanalisti si interessano al suo lavoro e a quello dei suoi epigoni?  Ci sono due ragioni principali.  In primo luogo, la psicoanalisi classica che si è sviluppata intorno ad Anna Freud, basata sulla teoria degli istinti e delle pulsioni, è diventata molto meno interessante. È diventata forse troppo meccanicistica e conformista (ne è un esempio: La crisi della psicoanalisi di Fromm, 1971) e di conseguenza si è cercato un insieme di teorie più personali e umanistiche.  La seconda ragione è che M. Klein ha insistito sul fatto che esiste uno strato più profondo dell’inconscio oltre il livello nevrotico edipico, livello che a volte viene erroneamente chiamato “livello psicotico”.

Oggi due degli autori molto popolari su PEPweb sono Wilfred Bion e Donald Winnicott, entrambi avevano un grande debito nei confronti di M Klein.  Nel suo articolo su Pulsioni e loro destini (1915), Freud descrisse un istinto[1] come avente una fonte, un’intensità, uno scopo e un oggetto. I primi tre elementi erano al centro dell’attenzione degli allievi a lui più vicini a Vienna, ma il quarto, l’oggetto dell’istinto, venne relativamente poco indagato.  La qualità personale e soggettiva dell’oggetto è stata in qualche modo trascurata forse perché, quando Freud iniziò a sviluppare la psicoanalisi, negli anni novanta del XIX secolo, veniva da studi di medicina e neuroscienze. M. Klein, invece, iniziò a interessarsene intorno al 1920, quando era anche madre di tre figli. Questi loro precedenti hanno in parte focalizzato alcune loro differenti prospettive sul processo psicoanalitico: Freud più oggettivo e M. Klein più soggettiva ed esperienziale. Ci sono due importanti innovazioni che la Klein ha apportato a partire dal proprio background. Da queste è scaturito un nuovo paradigma della psicoanalisi, sviluppato nei successivi 70 anni da stretti seguaci e anche da pensatori più indipendenti.  La prima di queste innovazioni fu un nuovo metodo di lavoro clinico.  In qualsiasi disciplina scientifica, ogni volta che viene inventato un nuovo strumento, emergono osservazioni nuove e inaspettate che spesso hanno un impatto radicale sulle conoscenze attuali. L’innovazione della Klein riguardava lo strato più profondo dell’inconscio.

Analogamente a Galileo che usò il telescopio e trovò le lune di Giove, M. Klein sviluppò la “tecnica del gioco” per analizzare i bambini e poté così osservare come la mente umana fosse sostanzialmente composta da storie narrative.  Queste storie, spesso non consce, implicavano un coinvolgimento degli altri, così come avviene con i giocattoli con cui si gioca, con lo scopo di gestire le interazioni con l’altro. 

Per esempio, una bambina che M. Klein chiamava Rita, aveva raccontato un rituale che svolgeva di notte.  Doveva mettere un elefante giocattolo accanto al letto in cui avrebbe dormito, in modo che non la facesse alzare di notte per andare nella camera dei genitori e far loro del male.  Si trattava di una fantasia presente nello stato di veglia, prima di qualsiasi sogno notturno vero e proprio, eppure era una narrazione che si svolgeva proprio come un sogno.  Inoltre, lo stato di ansia associato al gioco era iniziato quando Rita aveva 18 mesi e un nuovo bambino era nato in famiglia. La narrazione è chiara e ha a che fare con il sentimento di esclusione e di abbandono che aveva determinato il desiderio di fare del male ai genitori, desiderio che doveva poi essere ripudiato e impedito.

Per descrivere brevemente la sua tecnica con i bambini, che M. Klein aveva sviluppato intorno al 1922, si può dire che abbia seguito i principi generali della psicoanalisi degli adulti con le opportune trasformazioni:

  1. Il bambino è meno abile con il linguaggio e quindi M. Klein sostituì le libere associazioni con il gioco libero, forma di espressione per lui più adeguata;
  2. poi osservò che a volte il bambino era inibito nel suo gioco e pensò che questo equivalesse alla resistenza nell’analisi con gli adulti quando le libere associazioni sono interrotte da un silenzio e ritenne che allo stesso modo il gioco si fosse avvicinato a un punto di ansia, o di urgenza, come lei lo definiva;
  3. allora ricorreva alle parole, ma utilizzando parole semplici, quelle che avrebbe usato un bambino. Cercava di cogliere nel bambino il momento di ansia che aveva interrotto il gioco e che aveva portato a una resistenza nel continuare la narrazione della storia;
  4. se l’interpretazione dell’ansia che aveva causato il problema era corretta, M. Klein riteneva che l’inibizione sarebbe diminuita e il gioco sarebbe ripreso, magari all’inizio lentamente o in parte. La liberazione dall’inibizione derivava dall’importante fatto che qualcuno aveva compreso l’ansia dolorosa e aveva ascoltato attentamente il bambino, che così non era più solo. È il racconto della storia da parte del paziente e non le teorie dell’analista che contano e che liberano dall’inibizione.

Il processo terapeutico si basava sulla comunicazione del momento ansioso a un altro che potesse comprenderne la narrazione.  La psicoanalisi per M. Klein consisteva quindi nell’ascoltare attentamente le narrazioni del paziente e nell’apprenderle dal paziente stesso. Ciò contrasta con la tendenza a far rientrare nelle concezioni metapsicologiche dello psicoanalista tutto ciò che il paziente dice. Si veda la sua recente pubblicazione per Routledge, Lectures on Technique by Melanie Klein – curato da J. Steiner, 2017 (Melanie Klein (2017) Lezioni sulla tecnica. Tradotto da Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020).

Soprattutto, la tecnica del gioco dava rilievo agli oggetti personificati e i giocattoli venivano considerati come persone nelle narrazioni. Era proprio questo l’elemento relativamente trascurato nella psicoanalisi classica sviluppata dagli analisti di Vienna (e poi negli Stati Uniti quando vi emigrarono dopo il 1938).  Senza forse rendersene veramente conto, M. Klein aveva sviluppato una tecnica che andava a colmare proprio questa lacuna nella psicoanalisi tradizionale dell’epoca.

Poiché la gran parte di questo story-telling drammatizzato è nascosto, M. Klein chiamò queste narrazioni “fantasie inconsce”, una sorta di vita onirica continua che si svolge costantemente dietro la consapevolezza cosciente.  Mentre Freud pensava che i sogni avvenissero di notte per evitare che il sonno fosse disturbato dalle tensioni del giorno precedente, M. Klein riuscì a comprendere, grazie alla sua nuova tecnica, che, perlomeno i bambini, presentavano questo tipo di narrazioni oniriche anche da svegli.

La seconda importante innovazione sviluppata dai suoi allievi è legata a questo.  Queste narrazioni sono tipiche dei bambini.  Nel caso di Rita, essa viveva un conflitto tra l’amore per i genitori e il bisogno di essi e la rabbia per essere stata privata delle loro attenzioni – come conseguenza di questo il Super-io si era sviluppato nel secondo anno di vita (e non come erede del complesso di Edipo, come pensava Freud). Inoltre dal 1930, con il caso di un bambino autistico, Dick, M. Klein sviluppò una nuova concezione. Si chiese cioè se il disturbo e i sintomi fossero sempre conflitti mentali come nel caso di Rita. L’analisi di Dick, autistico, avvenne nel periodo in cui M. Klein si concentrò sul passaggio dall’analisi dei bambini a quella degli adulti. Ciò che iniziò a capire con Dick e che confermò attraverso le libere associazioni degli adulti, fu che il disturbo mentale non è sempre dovuto a conflitti mentali irrisolvibili, ma è spesso un problema di coerenza e integrità della mente stessa: un Io carente trova maggiori ostacoli nel risolvere un suo conflitto.

Affermò anche che lo “strato più profondo” è la parte inconscia della nostra mente, e questa nuova valutazione dei problemi dell’inconscio di M. Klein si sviluppò in concomitanza con l’Ego-psychology di Vienna. Entrambi queste prospettive teoriche si concentrarono sulla debolezza dell’Io, o della personalità in generale, anche se in modi diversi.  M. Klein vedeva in Dick come la sua mente non fosse stata in grado di sviluppare le funzioni che avrebbe dovuto avere, ad esempio non riusciva a giocare o a usare correttamente le parole e mancavano intere funzioni della sua personalità. Questa importante osservazione fu una questione sulla quale rifletté nei successivi 15 anni. In particolare, come si collegava tutto ciò ad una mente intesa come un insieme di narrazioni collegate e/o separate dalla realtà?

  1. Klein aveva osservato i conflitti di Rita e di altri bambini tra il loro amore e la loro rabbia. Con il passare del tempo capì che ciò corrispondeva grosso modo alla divisione di Freud tra istinto di vita e istinto di morte. Non si trattava di una corrispondenza esatta, perché lei era interessata all’esperienza dei bambini (i loro sentimenti di amore e odio) piuttosto che alla concezione biologica di due istinti. Nel 1934 stava riflettendo sulle narrazioni che potevano essere viste direttamente nelle libere associazioni degli adulti, o dietro di esse (Hinshelwood, 2005). Ma qualcosa di personale intervenne in lei.  Nell’aprile del 1934, suo figlio morì in un incidente di arrampicata. La donna fu colpita da un profondo lutto e ricorse alle teorie psicoanalitiche della perdita e della depressione sviluppate da Freud e dal suo stesso analista Karl Abraham. Queste teorie descrivevano dettagliatamente come una perdita tragica potesse essere affrontata attraverso un processo di interiorizzazione della persona perduta.  Freud lo aveva definito ‘identificazione’ e Abraham ‘introiezione’. Nello stesso anno scrisse il suo articolo su quella che oggi viene chiamata ‘posizione depressiva’, Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi (pubblicato nel 1935), probabilmente come parte del proprio lutto. Cercava di afferrare in modo teorico ciò che le stava accadendo e lo sviluppò in termini di narrazione.  La persona perduta nella realtà poteva essere assorbita in un mondo interno e lì protetta e resuscitata.  La narrazione, indotta da Freud, prevedeva che la perdita fosse il risultato di potenti sentimenti aggressivi verso la persona amata che era morta, e quindi un doloroso senso di responsabilità (e di colpa), come se la narrazione fosse vera e fosse stata l’aggressività del soggetto a causarne la morte.

Tre anni dopo scrisse un successivo articolo sul proprio lutto, Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi (pubblicato nel 1940). In seguito M. Klein riprese lo sviluppo del suo pensiero precedente sull’Io disintegrato che ha perso le sue funzioni. Tuttavia, nell’ultima parte degli anni trenta altri analisti stavano scrivendo sui problemi di coerenza dell’Io, tra questi l’articolo di Freud sulla scissione dell’Io, La scissione dell’Io nei processi di difesa, pubblicato postumo (nel 1940). I suoi colleghi interessati a questa disintegrazione erano Marjorie Brierley e Edward Glover, che parlavano di rottura dell’Io, e anche Melitta Schmideberg, un’analista di Glover, figlia di M. Klein, che parlava di “esplosione” dell’Io.  Winnicott (1945), all’epoca entusiasta sostenitore di M. Klein, parlò di “disintegrazione” dell’Io, un crollo passivo contrapposto a un’esplosione più attiva. La questione per M. Klein era se l’incoerenza fosse il risultato di un agente attivo di distruzione.  E se si trattava di una distruzione attiva, quale ne era la causa?

Iniziò così a collegare diversi elementi, l’ansia che i bambini come Rita hanno a causa della loro aggressività verso i propri cari, l’intuizione di Freud che è l’aggressività a ostacolare il processo di lutto, l’idea di Freud di una scissione attiva dell’Io a scopo difensivo, con la possibilità di un Io attivamente disintegrato.  Alla fine sembrava che la disintegrazione potesse essere una sorta di esplosione o scissione determinata da parti o frammenti dell’Io stesso.

Arrivò così al concetto originale per cui non sono solo gli oggetti a essere introiettati e proiettati, ma anche talora parti scisse dell’Io potrebbero essere trattate allo stesso modo. 

Questo ha fatto pensare quanto le narrazioni siano di estrema importanza nell’identità personale e come l’Io sia più fluido di quanto normalmente si creda. Pezzi di noi stessi possono abitare gli altri e pezzi altrui abitano in noi.  Questo non è del tutto originale, perché Freud (1921) ha descritto il movimento dell’identità nella rete interpersonale di altre persone come una componente centrale della sua psicologia delle masse, anche se M. Klein non cita mai questo lavoro di Freud.

  1. Klein pubblicò queste riflessioni, corredate da illustrazioni cliniche dettagliate, nel 1946 in Note su alcuni meccanismi schizoidi, un articolo in cui identificava negli strati più profondi dell’inconscio il dominio in cui si verificano i meccanismi schizoidi di scissione, proiezione, identificazione proiettiva e introiezione. Il lavoro non piacque a molti dei suoi colleghi e di fatto fece sì che alcuni si allontanassero da lei. Tra i dubbiosi c’erano Donald Winnicott e Paula Heiman.

Da questo momento M. Klein capeggiò un programma di ricerca portato avanti da coloro che continuarono a lavorare con lei.  La concezione di M. Klein era che le narrazioni della scissione autodistruttiva e dei processi proiettivi e introiettivi fossero fondamentali per le origini della mente.  Sebbene mitigate dall’efficacia del principio di realtà, queste narrazioni danno il significato emotivo di base alle esperienze che facciamo a partire dalle nostre percezioni e dalle nostre sensazioni corporee. L’autrice ritiene che queste potenti narrazioni siano “primitive”, ma normali in una fase iniziale dell’infanzia.  Pensava che nel corso dello sviluppo venissero attenuate e plasmate in modo da utilizzarle per un rapporto con gli altri e con il mondo più strettamente basato sulla realtà.

Herbert Rosenfeld, Hanna Segal e più tardi Wilfred Bion furono la nuova generazione che intraprese con entusiasmo la ricerca su questi meccanismi schizoidi per vedere se si adattassero alle narrazioni di pazienti molto disturbati, molti dei quali psicotici. I risultati furono solo parzialmente positivi. Nei pazienti più disturbati queste narrazioni di scissione autodistruttiva con esportazione e importazione di parti risultavano utili e potevano portare a un maggiore riconoscimento della realtà dopo le interpretazioni. Peraltro, tale miglioramento del funzionamento psicotico sembrava impossibile da sostenere a lungo. Invece con i disturbi di personalità (narcisistici e borderline) le narrazioni dei processi primitivi, della distruttività autodiretta e della perdita del funzionamento dell’Io si sono rivelate terapeuticamente utili.

Dopo la morte di M. Klein nel 1960, questa comprensione degli strati più profondi si è evoluta con il contributo di molti suoi allievi e di altri, sempre più numerosi in tutto il mondo, fino ai giorni nostri.  Forse è necessario menzionare un’area alla quale M. Klein non ha contribuito molto, ma che ha beneficiato di questa idea delle narrazioni primitive. Si tratta dell’area del transfert e del controtransfert.  M. Klein ha sostenuto con forza l’importanza della relazione di transfert fin dall’inizio, ma questo concetto era rimasto all’epoca in cui M. Klein aveva incontrato la psicoanalisi negli anni venti.  Allora si sapeva che il transfert aveva forme positive e forme profondamente negative. Tuttavia, si dava per scontato che l’effetto terapeutico fosse dato dall’impatto positivo di una relazione con un analista che comprendeva. Grazie ai suoi seguaci fu possibile sviluppare e superare questa idea. Il lavoro di Rosenfeld (1969) ha stabilito come le narrazioni degli strati primitivi stabiliscano un transfert molto più intenso e resistente al confronto con la realtà. Lo chiamò “transfert psicotico“; in esso si determina un profondo scambio di parti della personalità tra analista e analizzando. 

  1. Klein conosceva bene quanto fosse faticosa la relazione di transfert per l’analista e consigliava ai colleghi di evitare la collusione per limitare le difficoltà. Tuttavia, non riconobbe pienamente l’importanza del controtransfert. Paula Heiman lo descrisse nel 1950, proprio nel momento in cui si era resa indipendente da M. Klein. Heimann non enfatizzò la gravità degli intrecci provocati dalle narrazioni proiettive e introiettive a livello primitivo, e quindi non ne sottolineò la caratteristica di fatica e definì il controtransfert semplicemente uno strumento per comprendere il transfert. Potrebbe effettivamente essere uno strumento di questo tipo, se non fosse per l’impatto faticoso di esso sull’analista e sulle sue parti più problematiche. Come affermò M. Klein quando disse che dal controtransfert imparava più cose su se stessa che sul paziente.

Dopo M. Klein, attingendo alle sue descrizioni, altri hanno sviluppato le idee di contenitore-contenuto (Bion 1959), organizzazioni patologiche (Rosenfeld 1971) e ritiri psichici (Steiner 1993). L’importanza degli “strati più profondi dell’inconscio” e della sua tecnica della pratica analitica, nell’arco di quasi 80 anni, hanno fatto sì che il lavoro di M. Klein abbia una universale rilevanza storica.

 

Bibliografia

Bion W. R. (1959). Attacchi al legame. In Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Roma, Armando, 1970.

Freud S. (1915). Pulsioni e loro destini. OSF 8.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF 9.

Freud S. (1938). La scissione dell’Io nei processi di difesa. OSF 11.

Fromm E. (1970). La crisi della psicoanalisi. Mondadori, Milano, 1976.

Heimann P. (1950). On Counter-Transference. The International Journal of Psychoanalysis, 31, 81.

Hinshelwood R.D. (2005). Melanie Klein and repression: An examination of some unpublished notes of 1934. Psychoanalysis and History 8: 5-42.

Klein M. (1930). L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’Io. Trad. it. in M Klein Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.

Klein M. (1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressive. Trad. it. in M. Klein Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.

Klein M. (1940) Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi. Trad. it. in M Klein Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.

Klein, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. Trad. it. in Scritti1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.

Klein M. (2017). Lezioni sulla tecnica. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020.

Rosenfeld H. (1969). On the treatment of psychotic states by psychoanalysis: An historical approach. International Journal of Psychoanalysis 50: 615-631.

Rosenfeld H. (1971). A clinical approach to the psychoanalytic theory of the life and Death istincts: investigation into the aggressive aspects of narcisism. Int. J. of psichoanal. 52 pag. 169

Steiner J. (1993). I rifugi della mente. Organizzazioni patologiche della personalità nei pazienti psicotici, nevrotici e borderline. Bollati Boringhieri Editore, 1996, Torino.

Steiner J. (2017). Introduzione. Descrizione e lettura critica delle lezioni e dei seminari sulla tecnica di Melanie Klein. In Lezioni sulla tecnica. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020.

Winnicott, D.W. (1945). Primitive emotional development.  International Journal of Psychoanalysis 26: 137-143.

 

Traduzione di Anna Cordioli e Franca Munari

 

 

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[1] [Nota dei traduttori] Come sappiamo Freud (1915) usava Trieb che deriva dal verbo trieben (spingere) per sottolineare il carattere di “spinta” del primo rappresentante psichico di una fonte di stimolo endosomatica; per questa ragione in italiano è stata scelta la parola “pulsione”. Nella traduzione Inglese, curata da J. Strachey, venne invece scelta la parola Instict, piuttosto che Drive. In questo modo la “teoria delle pulsioni” è divenuta la “teoria degli istinti” apportando non poche trasformazioni ai concetti stessi e all’uso che ne fu fatto dagli autori anglofoni.

Nel presente testo manterremo la parola istinto, anziché pulsione, in continuità con i riferimenti teorici con cui l’autore sviluppa il proprio pensiero.

 

Robert D. Hinshelwood, Cambridge

British Pychoanalytical Society

bob.hinsh@gmail.com

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