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Oggetto ideale e oggetto idealizzato

di Patrizio Campanile

Trovo di grande importanza per la clinica definire una chiara distinzione tra oggetto ideale ed oggetto idealizzato e, per chiarire tanto la differenza rispetto a loro origine e costituzione quanto l’impatto che hanno queste due formazioni psichiche nella vita delle persone, attingere ai lavori di Melanie Klein in quanto permettono di fare ulteriori passi nella strada aperta da Freud.

Rispetto a ciò che voglio mettere in evidenza, è utile collegare quanto Freud aveva detto, in particolare ne Il disagio della civiltà (1929), a proposito del ruolo delle pulsioni nella costituzione del Super-io, e quanto apprendiamo dalla Klein a proposito dei processi di scissione e proiezione ed anche in questo caso del ruolo e dei destini che in questi meccanismi svolgono e hanno le pulsioni.

“I processi di introiezione e proiezione – dice M. Klein – conducono fin dall’inizio della vita all’insediamento dentro di noi di oggetti amati e odiati, che vengono sentiti come ‘buoni’ e ‘cattivi’, e che sono interconnessi l’un l’altro e con il Sé: essi costituiscono un mondo interno” (1940, 346). Si tratta di processi che l’Autrice ascrive all’attività della fantasia che ha la sua radice nelle pulsioni (cfr. Klein, 1952a, 537).

Per effetto della scissione che isola e tiene separati il buono e ciò che è desiderabile, da una parte, dal cattivo e ciò che è pericoloso e respinto, dall’altra, e della proiezione si formano “oggetti sommamente perfetti” (1935, 304) e, conseguentemente, oggetti persecutori. Un’aspettativa riposta in un oggetto sommamente perfetto, e che inevitabilmente diventa fonte di frustrazione e delusione (essendo un oggetto che non sta nella realtà, se non in quella della fantasia e che per ciò stesso non può essere soddisfacente e comunque mai nella misura attesa) si trasforma in persecutorio o tirannico. Gli impulsi distruttivi del soggetto vengono infatti attribuiti all’oggetto frustrante (cfr. Klein, 1952b, 462).

L’aggressività che è rivolta nei confronti dell’oggetto determina l’intransigenza e l’ostilità di quell’oggetto nei confronti del soggetto. Questo spiega, per Freud, anche la rigidità e l’aggressività del Super-io: “L’aggressività viene introiettata, interiorizzata, propriamente viene rimandata là donde è venuta, ossia è volta contro il proprio Io. Qui viene assunta da una parte dell’Io, che si contrappone come Super-io al rimanente, e ora come “coscienza” è pronto a dimostrare contro l’Io la stessa inesorabile aggressività che l’Io avrebbe volentieri soddisfatto contro altri individui estranei” (Freud, 1929, 610). Il brano è tratto da Il disagio della civiltà ove Freud, mentre chiarisce il ruolo della distruttività come componente fondamentale e ineludibile della pulsionalità dell’essere umano, porta a compimento il percorso iniziato con L’Io e l’Es (1922) e definisce, proprio in relazione alle componenti pulsionali, origine e caratteristiche del Super-io. Elementi, questi, che precisa in testi successivi: “L’istituzione del Super-io […] attira su di sé i pericolosi impulsi aggressivi” (1932b, 218); l’“aggressività che è stata interiorizzata e assunta nel Super-io” (1932b, 217) lo rende pericoloso, intransigente ed ostile (è quindi alla base del senso di colpa); anzi: “il Super-io sembra aver preso, con una scelta unilaterale, solo il rigore e la severità dei genitori, la loro funzione proibitrice e punitiva” (1932a, 175).

Quando riprende, negli scritti ora citati, il discorso sul Super-io, Freud affronta la questione dell’ideale che aveva già approcciato fin dal 1914 in Introduzione al narcisismo. Riprendere questo filo mi permetterà alcune osservazioni rispetto alle quali gli elementi del pensiero di M. Klein più sopra sintetizzati mi sembrano particolarmente utili. Va premesso che il percorso di Freud, che parte dalle affermazioni sull’ideale del 1914 e che poi esita nella concettualizzazione del Super-io con l’introduzione della teoria strutturale, è un percorso articolato, complesso e non completamente unitario; tanto che alcuni elementi possono, a mio giudizio, finire trascurati. Riprenderli può essere fruttuoso. Per brevità rimando all’articolo di Sandler, Holder e Meers del 1963 ove sono molto ben sintetizzati i passaggi di tale percorso. Unica annotazione: in molti testi freudiani ‘ideale’ e ‘Super-io’ sono sinonimi a cominciare da L’Io e l’Es (1922) ove la denominazione data all’istanza che si solleva di un “gradino” all’interno dell’Io è “ideale dell’Io, o Super-io” (491). Nella Lezione XXXI, accanto alla funzione di autoosservazione ed a quella di coscienza morale si aggiunge quella di ideale: “Ci resta da menzionare ancora un’importante funzione che attribuiamo a questo Super-io. Esso è anche l’esponente dell’ideale dell’Io, al quale l’Io si commisura, che emula, e la cui esigenza di una sempre più ampia perfezione si sforza di adempiere. Non vi è dubbio che questo ideale dell’Io è il sedimento dell’antica immagine dei genitori, l’espressione dell’ammirazione del bambino che li considerava allora creature perfette” (1932a, 177).

È quanto aveva affermato ne L’Io e l’Es: “gli effetti delle prime identificazioni prodotte in tenerissima età risulteranno generali e persistenti. Questo ci riporta alla formazione dell’ideale dell’Io, giacché dietro ad esso si cela la prima e più importante identificazione dell’individuo, quella col padre della propria personale preistoria.  [Nota nel testo: Forse sarebbe più prudente dire ‘con i genitori’]” (1922, 493).

Come per la religione (intesa come “sistema di dottrine e promesse” – 1929, 566), Freud mette l’edipo al centro dei processi che stanno all’origine del Super-io e quindi l’autorità genitoriale che si intreccia con le differenze di generi e di generazione: “Il Super-io serberà il carattere del padre, e quanto più forte è stato il complesso edipico, quanto più rapidamente (sotto l’influenza dell’autorità, dell’insegnamento religioso, dell’istruzione, della lettura) si è compiuta la sua rimozione, tanto più severo si farà in seguito il Super-io nell’esercitare il suo dominio sull’Io sotto forma di coscienza morale, o forse di inconscio senso di colpa” (1922, 497). Su questo terreno, come è ben noto, si marca una significativa differenza tra Freud e M. Klein la quale fa risalire a tempi ben più precoci, rispetto a Freud, tanto l’edipo, quanto l’origine del Super-io (una distanza che, se teniamo conto di quanto intendo mettere in evidenza con questa nota, appare – almeno a me – assai meno incolmabile di quanto appaia nel dibattito (molto segnato da tensioni affettive) che è seguito alle teorizzazioni kleiniane.

Tra i brani ora citati de L’Io e l’Es troviamo un’ulteriore specificazione che mostra il posto che hanno le osservazioni che risalgono al 1914 nelle nuove concettualizzazioni; un tratto che caratterizza il Super-io; una componente da non perdere di vista e forse da differenziare per non trascurarne il peso soprattutto dal punto di vista clinico (ed in questo caso torna utile riferirsi a quanto sostiene M. Klein a proposito di scissione e proiezione): “Tale identificazione non sembra essere la conseguenza o l’esito di un investimento oggettuale, ma qualcosa di diretto, di immediato, di più antico di qualsivoglia investimento oggettuale. Tuttavia, le scelte oggettuali appartenenti al primo periodo sessuale, e riguardanti il padre e la madre, sembrano risolversi, nel caso di un decorso normale, in una identificazione di questo genere, che in tal modo rafforza l’identificazione primaria” (1922, 493-4). Una componente del Super-io – che in alcuni momenti può diventare predominante, eventualmente restando separata per effetto di una scissione, ma di grande rilievo per gli effetti che determina nella vita delle persone – ha le sue radici in processi primari (in senso temporale, giacché risalgono agli albori della vita). Per comprenderne la natura torna utile riferirsi a quanto Freud aveva scritto a proposito dell’ideale in Introduzione al narcisismo (1914).

Freud stava sviluppando la teoria della rimozione e la concettualizzazione dell’ideale gli fornisce ulteriori elementi: “La formazione di un ideale sarebbe da parte dell’Io la condizione della rimozione” (464). Poi prosegue: “A questo ideale si rivolge ora quell’amore di sé di cui l’Io reale ha goduto nell’infanzia. Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo Io ideale che si trova in possesso, come l’Io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libido, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto nel passato. Non vuole essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se […] non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’Io” (ibid.). L’ideale dell’Io offre un soddisfacimento surrogato ed approssimato, adattato il più possibile alla realtà, confacente con i dettami genitoriali e della Kultur, come tentativo di recupero di una condizione ideale (un Io ideale, quindi), condizione che Freud ha concettualizzato introducendo la costruzione del narcisismo primario (costruzione cui non va cercato di far corrispondere una fase dello sviluppo). Un Io-piacere, purificato da ogni fonte di dispiacere che quindi è respinta e odiata (Io-piacere purificato, Freud, 1915, 31).

Una distinzione, quella tra Io ideale e ideale dell’Io, non percorsa con chiarezza da Freud, ma che è stata oggetto di contributi importanti da parte di numerosi autori, come ha recentemente messo in evidenza anche M. Capitanio in un lavoro pubblicato nel secondo numero del KnotGarden (2022).

Lo sviluppo (questa volta sì, si deve pensare in termini evolutivi) portando ad investire l’oggetto come fonte di piacere e sicurezza, e per questo amato, lo costituisce come oggetto che essendo fonte di benessere diviene un oggetto ideale: “L’idealizzazione è un processo che ha a che fare con l’oggetto; in virtù di essa l’oggetto, pur non mutando la sua natura, viene amplificato e psichicamente elevato. L’idealizzazione può avvenire sia nell’ambito della libido dell’Io sia nell’ambito della libido oggettuale” (1914, 464). Quindi: se la sublimazione convoglia sull’Io quote di libido sottratte alla relazione oggettuale, l’investimento idealizzante dirige quote di libido sull’oggetto (sempre più, quanto più viene idealizzato), anche a scapito dell’Io. A questo proposito, Freud, che sta mettendo in evidenza la differenza tra i due processi di sublimazione e di idealizzazione (che, precisa, riguarda l’oggetto) aggiunge: “E’ facile osservare che l’investimento libidico degli oggetti non innalza il sentimento di sé. La dipendenza dall’oggetto amato ha l’effetto di avvilire questo sentimento” (ibid., 468). Possiamo quindi tracciare un parallelismo tra sublimazione e idealizzazione: come la prima, proprio perché fa perdere di vista l’oggetto, è fonte di distruttività (“la componente erotica non ha più la forza di vincolare tutta la distruttività che le era legata e che si libera sotto forma di propensione all’aggressione e alla distruzione – Freud, 1922, 516), la seconda crea un rapporto di dipendenza dell’Io che lo può sminuire fino al punto da trasformare l’oggetto a questo punto non più ideale, ma idealizzato (e in questo sono implicate scissione e proiezione) in persecutorio e tirannico (l’aggressività diretta ad un siffatto oggetto, torna, come sempre accade intervenendo la proiezione, come persecuzione che produce un effetto distruttivo sul soggetto). È qui, per ben delineare i passaggi di questi processi, che trovo utile il riferimento al pensiero della Klein.

Tanto più l’oggetto è idealizzato, tanto più l’Io risulta misero e bisognoso di trovare plenitudine nell’unione con tale oggetto fantasticato come fonte di riscatto e di trasformazione palingenetica della propria miseria. Per oggetto idealizzato non va inteso solo un oggetto in senso stretto, ma anche una costruzione operata dal soggetto: ad un oggetto, in senso stretto, può essere attribuita la perfezione desiderata, cui si aspira e che si spera di ottenere grazie al suo amore; ma anche una condizione o rappresentazione di sé può avere questo potere ed è allora che diventa un’ideale tirannico e mortifero. Si pensi all’ideale anoressico. Trovo particolarmente utile fare riferimento ai pensieri che ho sviluppato in questa nota per comprendere questa patologia in cui dominano scissione, idealizzazione e persecutorietà.

L’oggetto idealizzato è un oggetto la cui potenza che si potrebbe anche definire magica poggia su una sostanziale scissione che, essendo denegata la realtà, lo epura da ogni elemento che diminuirebbe la sua intrinseca promessa di benessere e di riscatto da un’eventuale condizione che, sempre per effetto della scissione, non può che risultare misera. Un siffatto oggetto, che sta solo nella fantasia illusoria e che per ciò stesso è irraggiungibile, diventa inevitabilmente persecutorio. Rappresenta allora un ideale impossibile o mortifero che sadicamente conferma la miseria dell’Io che tanto lo costruisce, tanto ne diventa vittima.

 

Bibliografia

Capitanio M. (2022). L’Io ideale nell’opera di Daniel Lagache: una nota. KnotGarden, 2.

Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. O.S.F., 7.

Freud S. (1915). Pulsioni e loro destini. O.S.F., 8

Freud S. (1922). L’Io e l’Es. O.S.F., 9.

Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. O.S.F., 10.

Freud S. (1932a). Lezione XXXI. Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). O.S.F., 11.

Freud S. (1932b). Lezione XXXII. Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). O.S.F., 11.

Klein M. (1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein M. (1940). Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein M. (1952b). Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotiva del bambino nella prima infanzia. In Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein M. (1952a). Le influenze reciproche nello sviluppo dell’Io e dell’Es. In Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Sandler J., Holder A. e D. Meers (1963). L’ideale dell’Io e il Sé ideale. In: La ricerca in psicoanalisi. 1: Il Super-Io, l’ideale dell’Io e altri scritti. Torino, Boringhieri, 1980.

 

Patrizio Campanile, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

patrizio.campanile@libero.it

 

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