Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
Autore: Giorgio Voghera
Titolo: “Gli anni della Psicanalisi”
Editore: Edizioni Studio Tesi
Collezione: Biblioteca
Anno prima pubblicazione: 1980
Numero pagine: 259
Presentato da Roberta Amadi
Commento e passaggi salienti:
Di quegli anni del primo dopoguerra e di quella città, Trieste, che da fiorente porto di un impero si ritrovò a diventare nodo nevralgico di un’incalzante ascesa fascista, Giorgio Voghera è stato, negli anni della giovinezza, testimone. E come tutti i testimoni scrive di quel mondo, di una parte di quel mondo, a posteriori, quando nell’attardarsi della vita avverte il desiderio di richiamare dall’ombra quelle figure ‘con la forza di un affetto che non le vuole morte per sempre’, come sottolinea nella breve, intensa introduzione Giuseppe Petronio. Scritti con ‘scorrevole, disadorna semplicità’ i contributi qui raccolti e pubblicati -frutto di un lavoro di revisione di una serie di articoli e conversazioni degli anni fra il 1967 e il 1977- sono saggi, prosegue Petronio, ‘inestricabilmente di memoria e di critica’, a segnalarne sia il carattere intimo e biografico sia il valore esplicativo alla comprensione di un’epoca e di una particolare cerchia di persone che hanno contribuito all’arrivo della psicoanalisi in Italia, rimanendo a loro volta da essa, profondamente segnate.
Un arrivo travolgente, che fin dalle prime righe Voghera paragona a un ciclone che trova terreno fertile nella Trieste cosmopolita e mitteleuropea -dove il tedesco dei testi freudiani è una delle lingue in uso e la meglio gioventù studia all’università di Vienna- e che si propaga all’interno di un gruppo di intellettuali e persone colte, quasi tutti di appartenenza ebraica, di cui anche il padre dell’autore, Guido, matematico e filosofo faceva parte: ‘Ragazzo, ho vissuto nell’occhio di quel ciclone in una relativa calma personale; ma tutti gli adulti che vivevano intorno a me: genitori, congiunti, amici, conoscenti, ne sono stati letteralmente travolti.’ Donne e uomini attenti più ai beni spirituali che materiali, particolarmente interessati a ‘una spregiudicata, anche se disperante, ricerca della verità’ e su cui ‘la psicanalisi’ fa presa non soltanto per il carattere di novità e di interesse legato alla sua portata teorica, ma anche perché offre a quelle persone sofferenti, a quei ‘neurotici gravemente tormentati dalla propria nevrosi (..) finalmente un volto ben definito al loro male, ne indicava le cause, faceva balenare qualche vaga speranza di guarigione’. La scoperta delle dinamiche inconsce consente a quell’umanità ferita da una guerra appena conclusa di dare un senso all’incomprensibile dentro e fuori di sé, di irridere e prendere le distanze dalla ‘cupa cappa di conformismo, di retorica, di culto della menzogna’ in cui si trovava immersa e dietro cui andava profilandosi l’orizzonte catastrofico dell’ombra nazista e del secondo tragico conflitto.
Centro propulsore è certamente la personalità di Edoardo Weiss[ii], cui Voghera dedica parole di tenerezza ‘fra i ‘personaggi’ della mia giovinezza (..) Weiss è quello a cui penso più spesso con affetto e nostalgia, e con un certo struggimento’, e di cui tratteggia un significativo profilo umano e professionale. E’ infatti il suo rientro a Trieste dopo la fine della guerra, che segna l’inizio dei primi trattamenti psicoanalitici effettuati in Italia, ed è intorno alla sua figura dal carattere pacato, affidabile e determinato che si va raccogliendo quella ‘schiera di ammiratori-discepoli-pazienti-amici’ che pratica, discute, legge e fa propria ‘la psicanalisi’ con partecipata passione. Un gruppo quasi interamente composto da persone legate fra loro da rapporti di amicizia, parentela o di buona conoscenza, e che forse proprio per questo faticano a regolare le distanze e a rispettare i confini: passano facilmente da un ruolo all’altro, si interpretano a vicenda i sogni e i lapsus, si dilettano a diagnosticare ‘le proprie e le altrui neurosi’, rendendo di fatto impraticabile l’esercizio della disciplina. A nulla valgono le indicazioni di non parlare dell’esperienza clinica al di fuori delle sedute, e per Weiss, persona cortesissima, è particolarmente difficile non ‘dare retta a gente che apparteneva all’ambiente in cui egli stesso era cresciuto’. Così ‘nonostante la stima (..) non si può dire che gli anni dell’attività di Weiss a Trieste siano stati proprio un successo’ e deluso anche dalla mancanza di discepoli e dalla freddezza con cui le teorie freudiane erano state accolte dalla classe medica locale, lo psicoanalista lascia la città per trasferirsi a Roma. Una decisione che portò il ‘piccolo ciclone triestino’ a disperdersi ma che fu, soprattutto, ‘una fuga per legittima -e quanto legittima!- difesa’.
Pagina per pagina, Voghera ci introduce nella sua memoria, all’interno delle case, dentro i ‘caffè ormai diventati leggendari’ dove ‘i triestini di un qualche valore, che erano tutti antifascisti’ si riunivano lontani dalle occasioni pubbliche e dalla cultura ufficiale di regime, incapace di tollerare il dissenso. E immersi in quel clima ricettivo e turbolento incontriamo, fra gli altri, gli ‘occhi neri, sporgenti, un po’ storti’ di un certo ‘signor Schmitz’ che si ostinava ‘a voler fare lo scrittore senza saper scrivere l’italiano’, impegnato in quegli anni a comporre ‘La coscienza di Zeno’ primo romanzo italiano di chiara ispirazione psicoanalitica, insieme alla questione se egli conoscesse già la psicoanalisi prima che Weiss rientrasse a Trieste, e l’influenza che questi ebbe sullo scrittore e sulla formazione dell’opera[iii]; l’ascolto distaccato ma profondamente attento di Giani Stuparich; l’accanita opposizione di Giorgio Fano sul progredire scientifico della psicoanalisi, dove ‘le nuove ipotesi si sviluppano accanto alle vecchie, anziché correggerle e superarle’; l’atteggiamento apparentemente disinteressato di ‘Bobi’ Bazlen, l’interesse per ‘il nuovo, lo strano, il rivoluzionario che c’era nella psicanalisi’, il suo passare, unico della cerchia, ‘con armi e bagagli a Jung, della cui psicologia analitica lo attraevano gli addentellati con l’alchimia, l’astrologia, la magia, le religioni orientali’; la durata di ‘alcune centinaia di ore’ dei discorsi di Umberto Saba sulla ‘psicanalisi’, il suo coinvolgimento personale e creativo, l’analisi dolorosamente interrotta con Weiss, l’impressione ‘che vedesse nelle teorie freudiane qualcosa in più e di diverso di ciò che ci vedevano gli altri’.
Numerosi sono i rimandi alla letteratura, alla scrittura, alla lingua presenti lungo tutto il testo, cercando di mettere in evidenza gli aspetti peculiari della ‘triestinità letteraria’ e del suo ‘substrato culturale diverso’, di matrice mitteleuropea, distintamente segnato dall’apporto degli scrittori ebrei e ‘di una loro particolare psicologia andatasi formando attraverso le condizioni di vita, le vicissitudini e le tragedie del loro popolo’. Un filo, quello della riflessione sul contributo della tradizione ebraica alla cultura occidentale, che continuamente attraversa e interroga il pensiero di Voghera, sia sul versante spirituale, sia soprattutto su quello attinente la letteratura. Attenta più al contenuto che alla forma, incline alla ricerca del vero, all’approfondimento psicologico e all’espressione dell’infelicità individuale, la fioritura letteraria della Trieste di quegli anni germoglia all’interno di quel humus, e mentre intesse la propria originalità intrecciandosi alla psicoanalisi ne diffonde capillarmente la linfa, affermando il suo legame con la cultura italiana.
Prendere -o riprendere- in mano ‘Gli anni della psicanalisi’ significa ritrovarsi nella dimensione appassionata e pionieristica di un inizio e di una stagione di avanguardia, così come nelle perplessità, le contraddizioni e le delusioni che inevitabilmente ne hanno fatto seguito. E anche se sono passati cent’anni da quel mondo, da quell’affresco d’epoca, molti sono gli spunti di riflessione e le questioni che la scrittura di Voghera solleva, e che per certi versi rimangono ancora, fruttuosamente, aperte: la valenza trasformativa e autentica della psicoanalisi; l’importanza di affidarsi e attenersi a un metodo per poterla esercitare; la stoffa personale dell’analista e le sue fatiche controtransferali; la complessità del rapporto fra conoscenze teoriche e trattamento clinico; l’intrasmissibilità dell’esperienza di cura. Anche le questioni riguardanti i rapporti con la cultura ufficiale, l’accoglienza da parte della classe medica, il rischio/desiderio di ritrovarsi in una posizione isolata, così come invece di mantenersi aperta al confronto, sono elementi già tutti presenti in quella prima mano di gioco; ma quello che, almeno personalmente, forse più colpisce, insieme al continuo lavoro di allaccio fra ‘la psicanalisi’ e il contesto culturale, in particolare letterario, di quegli anni, è l’eco originale che questa andava suscitando in ciascuno dei componenti di quel piccolo gruppo di intellettuali che provavano in qualche modo ad avvicinarla e sperimentarla. Un’eco mai astratta, sempre personale, spesso poetica. Così Saba in una lettera a Sandro Penna: ‘tu non sai che cosa ho perduto con il malaugurato trasloco di Weiss da Trieste a Roma. La psicoanalisi non era solo l’unica medicina per la mia nevrosi; ma anche la sola cosa al mondo che veramente mi interessasse; superavo con essa i conflitti abominevoli dell’epoca presente, e intravedevo qualcosa del mondo nuovo, in gestazione. Oltre alle profondità dell’Es, mi riappariva l’azzurro del cielo’[iv].
Roberta Amadi, Trieste
Centro Veneto di Psicoanalisi
Quarta di Copertina:
Il fecondo e cosmopolita milieu triestino tra le due guerre nel ritratto dei suoi protagonisti: Umberto Saba, Edoardo Weiss, Roberto Bazlen, Giorgio Fano, Giulio Camber Barni, Italo Svevo, Giani Stuparich e altri.
Accanto ai personaggi il libro accoglie la questione del rapporto fra psicoanalisi e cultura letteraria e quella del ruolo dell’elemento ebraico. L’intento ‘documentario’ e la vivace testimonianza di un’intensa esperienza personale animano i diversi saggi che compongono il libro.
Giorgio Voghera è nato a Trieste nel 1908 a Trieste, dove ha sempre vissuto, salvo nel periodo delle persecuzioni razziali trascorso in Israele. Tra le molteplici collaborazioni a televisioni, giornali e riviste: Radio Trieste, TV3, “Il Piccolo”, “L’Osservatorio politico letterario”, “Il Ponte”. Delle sue pubblicazioni ricordiamo: Quaderno d’Israele 1967, Edizioni Studio Tesi 1986; Nostra Signora Morte, Edizioni Studio Tesi 1983; Carcere a Giaffa, Edizioni Studio Tesi 1985; Anni di Trieste, Editrice Goriziana 1989; Il Direttore Generale
[i] il termine ‘psicanalisi’, ci avverte in nota l’autore, viene preferito a quello “più corretto di ‘psicoanalisi’, in quanto (..) comunemente usato a Trieste negli anni in cui l’analisi freudiana vi era più diffusa”
[ii] come noto Edoardo Weiss si trasferì da Trieste a Vienna per studiare medicina e conoscere Sigmund Freud, di cui aveva letto alcuni lavori durante gli anni del ginnasio, con il desiderio di dedicarsi alla psicoanalisi. Dopo un’analisi con Paul Federn, divenne socio della Società Psiconalitica Viennese nel 1913, dove iniziò a frequentare le riunioni del mercoledì sera e nel 1931 gli venne riconosciuta la ‘venia docendi’ come analista didatta. Un profilo complessivo di Edoardo Weiss è reperibile in SPIPEDIA https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca-psicoanalisi/weiss-edoardo/. Per un approfondimento del suo periodo a Trieste: Corsa R. (2013), Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana. Roma, Alpes Italia
[iii] significativa a questo proposito è una lettera di Edoardo Weiss pubblicata sulla rivista Umana nel 1969 e riportata in nota nel testo da Voghera. Il documento contiene anche alcune dichiarazioni in merito alla controversa questione dei contatti fra Weiss e Mussolini. Per un confronto su questo tema: Corsa R. (2018). Il duce sul lettino dello psicoanalista: Edoardo Weiss analizza Concetta Forzano e Ferruccio Banissoni, Rivista di Psicoanalisi
[iv] Deidier R. (a cura di), Umberto Saba, Lettere a Sandro Penna 1929-1940. Archinto, 1997
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