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Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

 

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“Attenzione e interpretazione”
di Wilfred R. Bion

Presentato da Giovanni Miotto

Autore: Wilfred R. Bion

Titolo: “Attenzione e interpretazione”

Editore: Armando

Collana: Monografia

Anno pubblicazione: 1996 (1970)

Numero pagine: 183

Quarta di copertina:

In questo libro vengono messi a fuoco, oltre allo statuto epistemologico della psicoanalisi, i problemi posti dall’osservazione, dalla valutazione e dalla comunicazione nell’attività analitica. Il tema centrale è costituito dai dati sui quali lavora l’analista, il quale deve costantemente evitare due fonti di inganno: le funzioni mistificanti ed elusive del linguaggio come mezzo di comunicazione e gli errori che la memoria ed il desiderio tendono all’attività analitica. Queste caratteristiche dell’esperienza analitica richiedono una continua disciplina ed un costante addestramento.

Poiché l’obiettivo ultimo è quello di un attendibile universo di esperienza sul quale condurre il lavoro analitico, le riflessioni sviluppate da Bion non riguardano solo il significato e il ruolo della teoria nella psicoanalisi; quest’ultima infatti, secondo Bion, deve essere continuamente “rivista” dal “vertice” analitico.

 

Biografia:

Trascorse l’infanzia in India, dove era nato, e di quel tempo sentì sempre la nostalgia, come scrive in “La Lunga Attesa, un’autobiografia dei primi vent’anni (1982)”; all’età di otto anni fu trasferito in Inghilterra per entrare al college. Dalla seconda parte della sua autobiografia, “A ricordo di tutti i miei peccati” (1985), emerge una costante valutazione critica di sé stesso caratterizzata da un profondo senso di inadeguatezza. Dal 1932 frequentò la Tavistock Clinic; nel 1938 iniziò, con John Rickman, un’analisi. Essa  fu interrotta dallo scoppio della seconda guerra mondiale e abbandonata quando i due si trovarono a lavorare insieme all’ospedale militare di Northfield, dove erano incaricati del supporto ai militari colpiti da shock psichico in combattimento. In tale contesto Bion cominciò a sviluppare la sua teorizzazione sui gruppi, che avrebbe trovato una formulazione definitiva in Experiences in Groups (1961). Nel 1940 si sposò con Betty Jardine ed ebbe una figlia, Parthenope, ma la moglie morì dopo il parto. Successivamente, nel secondo matrimonio (1951) con Francesca, ebbe due figli, Nicola e Julian. Nel 1945 intraprese l’analisi con Melanie Klein.

Il lavoro di Bion con i gruppi terapeutici si concluse sul finire degli anni 1950; della concezione che l’individuo sia profondamente radicato nel gruppo, è intriso tutto il suo lavoro clinico e teorico. In tale periodo divenne una figura di spicco nella Società Psicoanalitica Britannica ricoprendo le cariche di Direttore della Clinica Psicoanalitica londinese dal 1956 al 1962 e di Presidente della Società dal 1962 al 1965. Si trasferì infine a Los Angeles nel 1968 e tornò in Inghilterra pochi mesi prima di morire nel novembre del 1979.

 

Recensione:

Recensire un’opera di Bion è un compito improbo e tentare di parafrasarne la scrittura implica quasi sempre perdere il senso di ciò che è più importante del suo pensiero.

Bion (1992) in una nota a sé stesso, elabora l’idea che l’atto del leggere sia un’esperienza in sé stessa da essere vissuta e dalla quale apprendere: “Un libro avrà fallito per il lettore se non diviene oggetto di studio, e la lettura di esso unesperienza emotiva in sé stessa”.

In “Attenzione e interpretazione” Bion approfondisce concetti come quello di “mistico”, di “O”, di “invarianti” e di “trasformazioni contenitore/contenuto”. Son concetti estremamente difficili e sfuggenti, soprattutto per quanto riguarda l’“O”, ovvero la realtà dell’esperienza psichica, da perseguire nell’esperienza di analisi, ma mai davvero raggiungibile se non per momenti fugaci, in cui si riesce a sacrificare memoria e desiderio.

Bion è uno scrittore difficile, che concepisce lo scrivere psicoanalitico come uno sforzo di creare un’esperienza emotiva che sia molto vicina all’esperienza emotiva che l’analista ha avuto in analisi. Utilizzerò quindi per questa recensione le parole di un grande lettore di Bion, lo psicoanalista Thomas Ogden (Il leggere creativo, 2012), che fa una distinzione tra un “primo” Bion, ovvero fino ad “Apprendere dall’esperienza, ed un “secondo” Bion, di cui “Attenzione ed interpretazione” sarebbe uno tra i libri più significativi.

 

…le interpretazioni che “derivano dalle” esperienze di lettura dell’ultimo Bion (o da esperienze con un paziente in analisi) saranno inevitabilmente deludenti e comporteranno un senso di perdita. Bion ha osservato che le interpretazioni sono regolarmente seguite da un senso di depressione (io direi tristezza). …Il lavoro tardo di Bion richiede un tipo di lettura del tutto diverso da quello richiesto dal suo precedente lavoro. La lettura del precedente lavoro implica lo sperimentare un ciclo in cui le oscurità vengono progressivamente chiarificate; tali chiarificazioni vengono quindi riesposte a nuove confusioni che richiedono ulteriori chiarificazioni di un tipo che conferisce coerenza (a una maggiore profondità) all’esperienza del leggere, e così via. La “forma” generale del movimento dialettico è quella di un movimento verso una convergenza mai raggiunta di insiemi di significati. E, allo stesso tempo, leggere il primo Bion include una cospicua dose di esperienza di strana brillantezza e di brillante stranezza – per esempio, il suo concetto di elementi beta e di funzione alfa, l’idea di essere incapaci di addormentarsi e di svegliarsi, e l’applicazione di concetti matematici alla psicoanalisi.

Il successivo lavoro di Bion procura un’esperienza di lettura marcatamente diversa. Se leggere il primo Bion è un’esperienza di movimento verso una convergenza di significati disparati, l’esperienza del leggere il successivo Bion è un’esperienza di movimento verso un’infinita espansione di significato. L’esperienza di leggere l’ultimo Bion è tale per cui il lettore è spinto fino ai propri limiti, e quindi in una situazione di sforzo per reggere uno stato di ricettività attiva di ogni possibile esperienza nella lettura. Se leggere il primo Bion è un’esperienza di apprendimento dall’esperienza, leggere il tardo Bion è un’esperienza di sbarazzarsi da ogni deliberato uso di tutto ciò che si è appreso dall’esperienza allo scopo di divenire ricettivi a tutto ciò che non si conosce: “Non c’è nulla più da dire circa ciò per cui voi (l’analista) siete preparato; ciò che voi sapete, lo sapete – noi non ci occupiamo di questo. Dobbiamo trattare con tutto ciò che non sappiamo” (Bion, 1978, p. 149, “Seminari brasiliani”).

La lettura del primo Bion e del successivo Bion sono esperienze che stanno in tensione dialettica l’una con l’altra. Ma, sulla base di ciò che ho discusso finora, io credo che sia più accurato descrivere le due esperienze di lettura come di natura fondamentalmente diversa. Le due si presentano come differenti “vertici” (Bion, 1970, p. 93 “Attenzione e interpretazione”) dai quali considerare unesperienza (sia essa un’esperienza analitica con un paziente o la lettura di un testo che descrive un’esperienza analitica).

Esse conferiscono una profondità stereoscopica l’una all’altra come opposta al dialogare l’una con l’altra. In secondo luogo, leggendo l’ultimo Bion, è importante avere in mente che “O” non è una concezione filosofica, metafisica, matematica o teologica; è un concetto psicoanalitico.

Bion è interessato esclusivamente all’esperienza psicoanalitica: egli si occupa solo del compito dell’analista di superare ciò che conosce allo scopo di essere presente a ciò che è, l’“O” dell’esperienza analitica in un determinato momento.

La sua concezione dello stato mentale analitico (rêverie) è quella in cui l’analista si rende il più aperto possibile allo sperimentare ciò che è vero, e tenta di trovare parole per trasmettere qualcosa di questa verità al paziente. Il trascendere sé da parte dell’analista non costituisce in alcun modo un fine in sé stesso e non è di alcuna utilità per il paziente; il compito dell’analista è quello di dire qualche cosa che sia “relativamente vera” (Bion, 1982, p. 8, “La Lunga Attesa”) circa l’esperienza emotiva che si verifica in un dato momento dell’analisi, che il paziente possa essere in grado di usare consciamente o inconsciamente per finalità di crescita psicologica.

 

Giovanni Miotto, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

giovanni.miotto@studiodrmiotto.com

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