Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Elisabetta Marchiori
Titolo del film: “Otec” (Father)
Dati sul film: regia di Tereza Nvotoná, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, 103′
82° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, in Concorso sezione Orizzonti
Genere: drammatico
Trailer: https://www.youtube.com/
“La memoria non è una macchina e non è perfetta” (Michal)
I lunghi piani sequenza non lasciano scampo allo spettatore, coinvolgendolo profondamente nell’incubo peggiore di un genitore, quello di causare la morte del proprio figlio.
Tereza Nvotoná, regista slovacca che vive tra Praga e New York, ha scelto di girarlo così, il suo film “Otec” (Father) in Concorso alla 82° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: “Volevo che il pubblico si identificasse pienamente con il personaggio principale, che vivesse la sua vita senza interruzioni o distanze”[1].
La prima scena irrompe la mattina presto in casa di una famiglia alle prese con i preparativi della giornata. Il padre Michal (Milan Ondrík) è appena tornato dal suo jogging mattutino, deve farsi la doccia, vestirsi, incontrare il nuovo manager incaricato di sistemare “i numeri che non tornano” nel giornale locale di cui è proprietario. La madre Zuzka (Dominika Morávková) è affaccendata nelle sue varie incombenze, deve prepararsi e gestire la figlia di due anni Dominika (Dominika Zajcz), che corre spensierata per casa su una piccola moto rosa. Dalla televisione accesa si colgono frammenti delle solite notizie estive, sul clima particolarmente caldo, con temperature in pericoloso aumento, incidenti stradali, incendi.
La situazione è convulsa, sono di fretta, entrambi devono andare al lavoro e la bambina deve essere portata all’asilo, ma sono molto affettuosi tra loro e con lei.
Zuzka chiede a Michal se può accompagnare per una volta lui la piccola, lei davvero è di corsa. Michal esce di casa trafelato, senza dimenticare di dare alla bimba il riccio di peluche, il suo oggetto transizionale, e la assicura con attenzione dietro di lui al nuovo seggiolino, posizionandolo accanto all’altro. E partono, cantando insieme una canzoncina allegra, finché Dominika cade addormentata e la radio rimane sintonizzata sul notiziario…le stesse notizie che si ripetono. La telecamera inquadra il volto teso del padre, si nota che sbatte le palpebre in modo nervoso, lo si vede accostare, si vede la bimba balzare fuori dall’auto e correre tra le braccia della maestra e dopo una curva ecco l’edificio in cui lavora, parcheggia e la giornata continua. Tra riunioni e colloqui guarda alcuni video di famiglia al computer, riceve e fa diverse telefonate in cui sia la moglie sia un’altra donna gli danno una serie di incarichi. Appare poco concentrato, preoccupato, dalla finestra guarda distrattamente la sua auto…Nel pomeriggio lo chiama Zuzka: Dominika non è mai arrivata all’asilo.
Alla straziante scena del ritrovamento di Dominika segue la disperazione dei genitori, costretti ad affrontare un evento dall’impatto psichico devastante, e la sua evoluzione. La realtà della perdita si fonde con il peso di una colpa insostenibile per Michal, che si trova ad essere il responsabile della morte della figlia che avrebbe dovuto proteggere e che gli era stata fiduciosamente affidata. La sua identità di padre, di marito, di uomo, va improvvisamente in frantumi. Eppure lui ricorda chiaramente il momento in cui l’ha lasciata a scuola, era convinto di averlo fatto.
Nel tentativo di salvarsi, si aggrappa disperatamente alla spiegazione offerta dall’idea della forgotten baby syndrome (sindrome del bambino dimenticato): esiste una spiegazione scientifica, è successo ad altri, non è un assassino. Zuzka non riesce però a stargli vicino, i due si separano e Michal si isola, non va più a lavorare, non risponde al telefono.
La vicenda giudiziaria occupa uno spazio centrale: tribunale, avvocati, giudici diventano il luogo della “seconda condanna”, che raddoppia e rispecchia quella interna, insieme alla condanna sociale. Tuttavia viene descritto come un padre responsabile, affettuoso, oltre che un uomo buono e disponibile, anche se in un momento lavorativo difficile. Appare un bagliore di speranza quando Zuzka gli si riavvicina, tentando di far sopravvivere il loro legame, pur lacerato. Ma questo bagliore si spegne nel momento in cui cedono le fragili difese cognitive che lo avevano protetto. Per Michal la figlia non può diventare oggetto di lutto, ma solo rimanere un buco nero, un vuoto incolmabile. La sua angoscia non nasce solo dall’evento tragico, ma anche dall’impossibilità di accedere a un perdono interiore, di ristabilire un legame simbolico con la figlia perduta.
“Otec” è un film che non offre catarsi né consolazione. Lo spettatore non trova spiegazioni e non assiste a una ricomposizione simbolica, ma viene lasciato nell’angoscia, nella stessa impossibilità di pensare e di elaborare il trauma che imprigiona il protagonista.
È proprio qui che il film rivela la sua potenza: nel riuscire a far sperimentare l’indicibile, l’inspiegabile, l’impensabile. È doloroso vedere come i due genitori siano lasciati soli nella tragedia: un’iniezione di sedativo non può bastare. Mancano gli strumenti per affrontare il trauma, per trasformare il dolore in parola, per dare un significato a ciò che appare privo di senso e di giustificazioni.
La regista, durante la discussione in sala, ha spiegato di essersi ispirata a eventi reali accaduti ad una persona a lei vicina e di aver voluto provare a cogliere l’impatto psichico che questo tipo di eventi possono avere su chi li vive.
Le statistiche sono drammatiche: negli Stati Uniti muoiono in media 37 bambini all’anno lasciati in auto, per oltre 1.050 casi documentati dal 1990 al 2023, con un picco d’incidenza nei primi due anni di vita[2]. Nel 56% dei casi i genitori credevano di aver già lasciato il bambino a destinazione e nel 75% erano persone descritte come affettuose e responsabili, nella maggior parte dei casi con funzionalità psichiche e cognitive perfettamente integre, emotivamente stabili. In Europa i dati sono meno sistematici, ma l’ampiezza del fenomeno ha portato in Italia all’introduzione per legge (2018) dei dispositivi anti-abbandono.
Gli studi neuroscientifici (Anselmi et al., 2022; Diamond, 2019) ipotizzano che la cosiddetta forgotten baby syndrome sia un fallimento della memoria prospettica, legato all’interferenza tra il sistema della memoria intenzionale (ippocampo, corteccia prefrontale) e quello della memoria abituale (gangli della base): in condizioni di stress, stanchezza o cambiamento di routine, il cervello “autopilota” la sequenza abituale e cancella l’eccezione.
Rimangono comunque poco considerate sia le circostanze specifiche dell’evento traumatico sia le importanti ripercussioni psichiche per il genitore responsabile, per la famiglia e per la società, su cui questo film invita a riflettere, senza alcuna sbavatura retorica o didascalica, grazie anche alla bravura indiscutibile degli attori protagonisti.
Bibliografia
Anselmi, N., Montaldo, S., Pomilla, A., & Maraone, A. (2020). Bambini dimenticati in auto: dimensioni del fenomeno e nuove prospettive di ricerca [Forgotten Baby Syndrome: dimensions of the phenomenon and new research perspectives]. Rivista di psichiatria, 55(2), 112–118. https://doi.org/10.1708/3333.33026
Diamond D. M. (2019). When a child dies of heatstroke after a parent or caretaker unknowingly leaves the child in a car: How does it happen and is it a crime?. Medicine, science, and the law, 59(2), 115–126. https://doi.org/10.1177/0025802419831529
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[1] https://www.labiennale.org/it/cinema/2025/orizzonti/otec-father#:~:text=Volevo che il pubblico si,nasce quando si perde tutto.
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