Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Silvia Mondini
Padova, 21 ottobre
Il Centro Veneto di Psicoanalisi “Giorgio Sacerdoti” comunica con profonda commozione e tristezza che Alberto Schön, il 20 ottobre 2026, ci ha lasciato
Socio storico, Alberto è stato una presenza preziosa e un punto di riferimento fondamentale. La sua figura e il suo contributo resteranno vivi per sempre nella memoria e nella storia del Centro, di cui è stato presidente dal 1997 al 2000.
Medico, neurologo, psicoanalista, scrittore e musicista, Alberto Schon aveva fatto dell’incontro fra linguaggi diversi una consuetudine del pensiero. La sua cultura raffinata si accompagnava a una libertà espressiva originalissima, capace di aprire domande attraverso una battuta, un aforisma, una poesia. L’umorismo, il gusto per la parola e l’attenzione alle contraddizioni umane attraversavano il suo modo di essere analista e di stare in relazione con gli altri.
La musica occupava un posto speciale nella sua vita e nel suo modo di intendere la relazione analitica. Aveva colto e approfondito gli intrecci fra il fare musica e l’ascoltare l’altro nella stanza d’analisi, fra la sensibilità musicale e la possibilità di entrare in risonanza con un’esperienza emotiva. Una passione di sempre che, durante gli studi, gli aveva consentito una certa autonomia economica suonando il pianoforte e la chitarra e cantando swing.
Quella stessa apertura animava il suo contributo agli storici incontri di Lavarone, Le frontiere della psicoanalisi. Nel Centro Studi Gradiva, di cui era stato segretario scientifico, insieme ai colleghi con cui ne curava il progetto, contribuiva a tenere vivo un luogo di confronto fra psicoanalisi, letteratura, filosofia, arti e vita civile. Un’occasione per ritrovarsi, ascoltare voci differenti e lasciare che il pensiero prendesse strade impreviste.
La scrittura era l’altra forma della sua curiosità e del suo desiderio di comunicare. Nei libri, nelle poesie, negli aforismi e nelle filastrocche, la precisione della parola si accompagnava al piacere del ritmo e del gioco, alla capacità di cogliere qualcosa di doloroso o inquietante e restituirlo in una forma che permettesse anche di sorriderne.
Nelle ultime ore i ricordi che ci sono arrivati copiosi restituiscono la ricchezza dei legami che Alberto ha saputo costruire. Colleghi, amici e persone da lui accompagnate nel percorso analitico ne ricordano la sensibilità, la generosità, il garbo, l’eleganza ironica e la vena malinconica. Qualcuno lo descrive come «incantato», capace a sua volta di incantare; altri ricordano quanto abbia insegnato loro attraverso la musica, il motto di spirito, la sua grande cultura e umanità.
Tornano immagini precise: i due strumenti che risuonano sulla stessa frequenza, con cui spiegava la risonanza emotiva durante il training; le corrispondenze private, preziose e imprevedibili; gli auguri poetici per le festività. E torna la sua voce nella stanza d’analisi, quando, durante un silenzio, si sporgeva dalla poltrona per domandare: «Ma per caso si aspetta che le dica qualcosa di intelligente?».
Tra i ricordi che restituiscono la vivacità e l’originalità della sua figura, affiora anche un episodio risalente agli anni in cui gli psicoanalisti frequentavano ancora le stanze della Clinica Psichiatrica. A una giovane collega che si avvicinava alla psicoanalisi, Alberto, con la sua consueta ironia, rivolse una battuta: «Se vuole fare l’analista vuol dire che non si augura di guarire». Una frase capace di suscitare insieme un sorriso e una domanda, e di rimanere impressa nella memoria.
Altrettanto cara rimane per molti di noi la sua immagine mentre percorre le vie del centro di Padova, soffermandosi nelle gastronomie, sempre alla ricerca di cose buone: un ricordo semplice e quotidiano del suo piacere di vivere.
Lasciamo a lui l’ultima parola, con uno dei suoi aforismi: «L’eterno riposo sarà riposante?».
Chissà, noi lo continueremo a pensare come un nostro maestro, un maestro noto a tutta la città, una colonna della psicoanalisi veneta, un uomo che con la sua grande umanità ha dedicato uno dei suoi scritti “Ai miei maestri, ai pazienti me compreso, ad ogni accenno di pensiero che cerca di diventare sé”. (Vuol dire, 1997).
Tra i ricordi che restituiscono la vivacità e l’originalità della sua figura, affiora anche un episodio risalente agli anni in cui gli psicoanalisti frequentavano ancora le stanze della Clinica Psichiatrica. A una giovane collega che si avvicinava alla psicoanalisi, Alberto, con la sua consueta ironia, rivolse una battuta: «Se vuole fare l’analista vuol dire che non si augura di guarire». Una frase capace di suscitare insieme un sorriso e una domanda che ancora l’accompagna.
Altrettanto cara rimane per molti di noi la sua immagine mentre percorre le vie del centro di Padova, soffermandosi nelle gastronomie, sempre alla ricerca di cose buone: un ricordo semplice e quotidiano del suo piacere di vivere.
Di Alberto conserveremo la memoria di un maestro, di una figura di riferimento per la psicoanalisi veneta, ma soprattutto di un uomo capace di coniugare profondità di pensiero, originalità e una straordinaria umanità. Qualcosa di tutto questo sembra condensarsi nella dedica con cui apriva uno dei suoi scritti, Vuol dire (1997):
«Ai miei maestri, ai pazienti me compreso, ad ogni accenno di pensiero che cerca di diventare sé».
Ciascuno di noi conserverà qualcosa di diverso: una parola, un pensiero, un incontro, unsorriso. E certamente quella sua inconfondibile ironia, capace di sondare l’inconoscibile della vita e della morte come quando si chiedeva:
«L’eterno riposo sarà riposante?»
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