Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Marianna Cauceglia
Ringraziamo la direzione e lo staff dl Museo Villa Bassi per la disponibilità e per aver concesso l’uso di alcune immagini presentate in questa vibrante mostra.
Il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta Women Power una straordinaria mostra fotografica che esplora, attraverso immagini iconiche dell’agenzia Magnum Photos, il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni.
“Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio ed il cuore”
(Cartier-Bresson H., p. 37, 2005).
Quello presente è un tempo in cui le fotografie colgono mille attimi che si scorrono in un susseguirsi di veloci fotogrammi. Recuperare il giusto tempo e dargli senso attraverso l’osservazione, il pensiero e la riflessione è parte del viaggio percorso all’interno di una mostra fotografica. Qui la fotografia non scorre veloce ma è ferma in quello specifico momento di cui ci chiede di far parte invitandoci all’approfondimento di messaggi e contenuti. Festina lente avrebbe suggerito Calvino.
Nell’approcciarsi a questa mostra è interessante considerare alcuni degli aspetti che caratterizzano la storia e l’organizzazione istituzionale di questa Agenzia prima di entrare nello specifico del percorso in oggetto. Non può passare inosservato, all’occhio di uno psicoanalista, la complessità del percorso che conduce all’associatura presso questa storica istituzione. Il lungo ed articolato processo richiama alla mente quello di un aspirante analista indirizzando lo sguardo ai pensieri di acquisizione e costruzione di un gruppo nonché ai fondamenti che lo caratterizzano nella nascita e man mano nella sua evoluzione. L’iter prevede infatti una fase esplorativa in cui si è candidati poi si diventa associati e solo successivamente, anche dopo molti anni, “membri”. Un iter che pare dire dell’importanza di un percorso comune e di una storia di appartenenza e collaborazione pur nelle differenze e nei diversi punti di vista. Un processo che ha a che fare con la condivisione di scopi e di intenti ma anche con il raggiungimento di obiettivi che trascendono l’interesse del singolo.
Approfondendo poi la storia dell’agenzia Magnum appare evidente come sia stata un luogo di espressione e di apertura alla fotografia per le donne in momenti di difficoltà e contestazioni.
Da qui un primo pensiero rispetto al titolo dal significato apparentemente ovvio che, affiancato all’immagine di copertina, sembra porsi in un canale comunicativo “facile”. Visitando invece la mostra si coglie il senso di questo titolo “semplice” che lascia spazio alla complessità dei contenuti che si andranno osservando. In questo senso lo stesso richiama al pensiero di Semi secondo cui “Il fatto che la coppia semplice-complesso costituisca una coppia di opposti è importante non solo per la contrapposizione dei due termini della coppia, ma anche perché questi termini costituiscono due poli che delimitano una gamma all’interno della quale si può situare un fenomeno” (A.A. Semi 1992, p.16).
L’organizzazione della mostra permette l’interazione dello spettatore con diversi artisti e temi lasciando quindi ampio spazio al pensiero individuale, all’interpretazione e alla soggettività.
Il percorso della mostra “Women Power – L’universo femminile negli scatti dell’agenzia Magnum Photos dal dopoguerra ad oggi” si articola in sei nuclei tematici che esplorano il contesto familiare, la crescita, l’identità, i miti della bellezza e della fama, le battaglie politiche e la guerra. Ognuno di questi temi è rappresentato da lavori realizzati da alcune delle più importanti autrici di Magnum Photos, tra cui Inge Morath, Eve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian.
Nell’intento di scrivere, considerata la varietà e la quantità del materiale proposto, ho dovuto effettuare delle scelte. Ho dunque deciso di soffermarmi su quegli elementi che mi hanno “impressionata” ed accompagnata nel viaggio.
Sin da subito la locandina colpisce l’osservatore attraverso una foto di Newsha Tavakolian (1981) [foto 1 e 2] che ritrae una giovane cantante iraniana che esprime silenziosamente la propria protesta ed il proprio pensiero dal momento che le norme della Sharia le impediscono di esercitare la propria arte.
L’effetto che l’artista ricrea è quello di una sensazione di spiazzamento legata agli oggetti presenti nella scena, pare dire di una impossibilità di comunicazione diretta e funzionale e della necessità di trovare altri mezzi, simbolici, di rappresentare e comunicare l’incomunicabile. Nello specifico le due fotografie in contrapposizione, anche spaziale, paiono dire di due parti diverse del femminile che nei momenti di conflitto si mettono in gioco coesistendo e forse non essendo poi così lontane tra loro. Questa straniante prospettiva, che apre alla riflessione verso l’Unheimlich, sembra determinare proprio quella condizione in cui “non ci si raccapezza” e che talvolta si crea quando si aggiunge “qualcosa al nuovo e all’inconsueto” (Freud 1919, p.83).
All’ingresso della mostra si viene accolti dagli scatti di Eve Arnolds dal titolo “A Baby’s first five minutes” (1958-1960). L’artista, nota per riuscire a stabilire con i propri soggetti rapporti di complicità che le hanno permesso di cogliere la spontaneità e l’intimità di personaggi pubblici anche molto noti e di attrici di spicco, ha creato questa serie di immagini che ritraggono appunto i primi 5 minuti di vita del bambino muovendosi tra rappresentazioni più private e relazionali ed altre a carattere maggiormente medico.
In particolare l’immagine [foto 3] comunica dell’incontro della madre con il bambino e pare trasportare l’osservatore nella dimensione emotiva della nascita della nuova relazione che si costruisce primariamente nel contatto e nella cura.
Riprendendo Winnicott “… non è possibile descrivere un bambino di prima infanzia […] senza fare anche una descrizione delle cure che solo gradualmente diventano qualcosa di separato rispetto all’individuo.” (Winnicott, 1987, p.17).
Il valore emotivo e comunicativo della rassegna acquista nuovo interesse apprendendo che l’artista ha prodotto l’opera all’indomani del lutto per la perdita di un figlio. In questo senso apre il pensiero anche al valore difensivo e di contenimento che l’arte può rappresentare anche in momenti specifici della vita dell’individuo. Citando Freud “Se la persona inimicatasi con la realtà possiede del talento artistico, fenomeno per noi ancora psicologicamente enigmatico, essa può tradurre le sue fantasie in creazioni artistiche anziché in sintomi, sfuggendo in tal modo al destino della nevrosi e riconquistando per questa via indiretta il rapporto con la realtà” (Freud, 1909, p.168).
Continuando lungo il percorso il clima onirico diventa maggiormente palpabile nelle fotografie nell’opera di Alessandra Sanguinetti dal titolo “The adventure of Guille and Belinda and The Enigmatic Meaning of Their Dreams (1994-2004)” [foto da 4 a 7].
Le immagini ritraggono due cugine che nei diversi anni vengono ritratte intente in “messe in scena” giocose, quasi in una recita dapprima infantile ma che pare trasmettere la complessità della crescita e degli interrogativi ivi connessi come quelli sulla nascita, sulla vita e sulla morte. Qui la fotografia sembra assumere un ruolo di luogo di elaborazione e di gestione dei momenti di passaggio, uno spazio potenziale per affrontare l’angoscia attraverso il gioco aprendo a nuovi orizzonti di pensiero.
Infine la rassegna di Bieke Depoorter dal titolo “As It May Be” (2011-in corso) offre un ulteriore opportunità allo spettatore conducendolo ancora oltre il simbolico dell’immagine ed aggiungendo alla fotografia i commenti ed i vissuti dei soggetti ritratti. La fotografa, a partire dai mesi più accesi della primavera araba del 2011, ha chiesto ad alcune famiglie di poter trascorrere con loro la notte ritraendo momenti di intimità. Dal 2017 è tornata negli stessi luoghi chiedendo ai protagonisti di commentare le immagini con i loro pensieri [foto 8, 9].
Sembra, attraverso questa tecnica, concretizzarsi la possibilità di condivisione del vissuto e del pensiero dietro e davanti alla macchina fotografica. L’immagine diventa il foglio dove scrivere la storia comune, ognuno con il proprio linguaggio creando un quadro unico, intimo, che nasce dal dialogo di due in una specifica cornice costruita a partire dal “momento decisivo” della relazione. “Il fotografo non può che mostrare le lancette dell’orologio, ma sceglie l’istante. Ero li, ed ecco la vita così come l’ho vista in quell’istante” (Cartier-Bresson H., p. 41, 2005).
BIBLIOGRAFIA
Calvino I. (1993), Lezioni americane, Mondadori, 2024
Cartier-Bresson H. (2005), L’immaginario dal vero, Abscondita, 2015.
Freud S. (1909) Cinque conferenze sulla Psicoanalisi, OSF 6.
Freud S. (1919) Il Perturbante, OSF 9.
Neri C. (2016), “Pensare l’istituzione”, Funzione Gamma, Journal Online di Psicologia di Gruppo.
Guadagnini W, Poggi M. (a cura di) ( 2025), Woman Power- L’universo femminile negli scatti dell’Agenzia MAGNUM Photos dal dopoguerra ad oggi, Dario Cimorelli Editore, .
Semi A.A. (1992) Dal Colloquio alla Teoria, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.
Winnicott D.W., (1971) Gioco e realtà, Armando Editore, Roma, 2006.
Winnicott D.W., (1987) I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1987.
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