The Odyssey

di Elisabetta Marchiori

odissea locandina

Titolo del film: “The Odyssey”

Dati sul film: regia di Christopher Nolan, USA, Regno Unito, 172’, 2026

Genere: epico, avventura, azione, fantasy mitologico

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“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”, scrive Italo Calvino nel testo introduttivo del suo Perché leggere i classici (1995, p. 7). Segue il capitolo Le Odissee nellOdissea: è collocato al primo posto il poema epico, scritto circa ventisette secoli fa da quel mitico Omero che Leopardi, nello Zibaldone del 21 luglio 1822, ha definito “il padre e il perpetuo principe di tutti i poeti del mondo”.

E che l’Odissea abbia ancora da dire lo dimostra il monumentale The Odyssey, l’ultimo film di Christopher Nolan, uscito in Italia il 16 luglio — a un paio di settimane dal cinquantaseiesimo compleanno del regista — e che sta riempiendo le sale. Alla proiezione cui ho assistito non c’era una poltrona libera e la sala era gremita di giovani: che meraviglia!

È un dono agli spettatori che, come il cavallo di Troia, porta in sé l’inaspettato, all’insegna non della distruzione, ma della creatività. Vorrei dare un avviso a chi si accinge alla visione: prima di entrare in sala liberate la testa, dimenticate le vicende e i personaggi del libro se lo conoscete, dimenticate le immagini create dal vostro personale “cinema mentale” — per usare ancora un’espressione di Calvino (1993, p. 93)—, abbandonate le resistenze e, come se non ne aveste mai sentito parlare, lasciatevi avvolgere e travolgere dalla rilettura per immagini di Nolan, da come lui ha visto vail’Odissea, da come l’ha ricostruita nella sua fisicità e fissata nei fotogrammi.

Sarebbero da dimenticare anche tutte le opinioni degli altri, se le avete lette prima. Io, fortunatamente, sapevo solo che sarebbe durato tre ore, così sono riuscita a vedere il mio film senza interferenze (ogni spettatore ha il suo film!). Solo a posteriori ho fatto indigestione di quel “di tutto e di più” che si trova in rete: quante visioni simili, sovrapposte, contrastanti! Quanti punti di vista, quanti video, quante interviste! Addirittura solo per dichiarare che mai si andrà a vederlo.

Questo è già un grande risultato: un film che smuove tanto pensiero, in questi tempi di annichilimento mentale, non è cosa da nulla. Già il fatto che sia costato duecentocinquanta milioni di dollari è tema di discussione, soprattutto per la scelta di Nolan di girarlo completamente in IMAX 70 mm, il formato analogico in pellicola che predilige per la sua altissima definizione, per evitare il ricorso agli effetti speciali digitali e per produrre un negativo che può conservarsi integro nel tempo, garantendo la migliore qualità possibile del film anche alle generazioni future, in qualsiasi formato. Sembra una cifra mostruosa finché non la si confronta con quella che una guerra contemporanea brucia in armamenti nel giro di poche ore, con la distruzione che ne consegue.

Si può comunque pensare che Nolan pecchi di hybris, spingendosi oltre il limite pur di ottenere la forma perfetta e immortale della propria opera, sfidando l’industria del cinema e forse frustrando gli spettatori in cerca di esperienze immersive digitali. Ma a fornire quelle ci pensano le IA. Ciò che ci offre Nolan è un realismo senza pari che trasforma le magie, gli eroi e gli interventi divini in qualcosa che ci tocca da vicino. Mi ha indotta a dimenticare, per aprire gli occhi sull’immortalità della guerra, sulle sue conseguenze, sui vincitori e sui vinti. E poi a ricordare, associare, interpretare e rileggere, stimolata dalla visione del film.

Non solo ho ripreso in mano una vecchia edizione dell’Odissea (1968), ma anche il libro di Calvino e i Dialoghi con Leucò di Pavese (1947).

Ho condiviso pensieri con i figli, con gli amici e con i pazienti. Avrei materiale per scrivere un libro, ma lo spazio è quel che è, tenterò di non oltrepassare troppo i limiti consentiti dalleok norme redazionali.

Nolan ci introduce nella storia con tre parole: “A time of apparent magic”. Con l’aggettivo apparent insinua subito un dubbio, evoca un’ambiguità: sembra un’epoca di magia, ma forse non lo è; oppure l’apparenza nasconde qualcosa di vero, di reale? O ancora: quella storia fantastica raccontata da Ulisse è soltanto un’invenzione della sua mente? O la guerra non ha mai nulla di magico?

A face, a fleet, a war, a man, a thought, a trick — a trick to break the walls of Troy and burn it screaming to the ground” (“Un volto, una flotta, una guerra, un uomo, un pensiero, un inganno — un inganno per abbattere le mura di Troia e bruciarla, urlante, fino a raderla al suolo”).

È la voce del celebre rapper Travis Scott, che batte il tempo con un bastone, a pronunciarle con grinta. Dal primo piano del volto dell’aedo la scena si apre sulla grande sala del palazzo di Itaca, dove bivaccano, gozzovigliano e banchettano i pretendenti di Penelope (Anne Hathaway). Sono rozzi, violenti, volgari. Attendono da anni che la regina finisca di tessere quella tela che di notte disfa, per appropriarsi del trono.

Sono parole diverse da quelle dell’incipit del poema, che risuonano così: “L’uomo ricco di astuzie raccontami, o Musa, che a lungo/errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia” (vv. 1-2, trad. di R. Calzecchi Onesti).

Nolan non apre con “il divino Odisseo” (ibidem), ma con il viso di Elena, la donna per la quale la flotta salpa e la guerra ha inizio, quel volto evocato da Marlowe nel Doctor Faustus in un’espressione diventata proverbiale in inglese : “Was this the face that launchd a thousand ships[1] (“Era questo il volto che fece salpare mille navi?”).

Solo dopo questa sequenza arriva un uomo, un’idea, un inganno. Le stesse parole chiave ritornano a chiudere il cerchio: “One mans idea. One mans trick to break Zeuss law forever. We lived in a world of palaces and trade, language, blind to its beauty, until we broke it” (“Vivevamo in un mondo di palazzi, di commerci, di linguaggio, ciechi alla sua la bellezza, finchè non l’abbiamo distrutto).

Sono le parole che Ulisse (Matt Damon) rivolge a Penelope quando, tornato a Itaca travestito da mendicante e dopo aver massacrato i pretendenti, le confessa la propria colpa: “The breaking of Zeus’s law, spreading like plague” (“La rottura della legge di Zeus, che si diffonde come una peste”).

La legge di Zeus si riferisce alla xenia, il principio greco dell’ospitalità: lo straniero, the stranger, doveva essere accolto, nutrito e protetto, perché avrebbe potuto essere un dio in incognito.

L’inganno del cavallo di Troia è la prima violazione di questo patto, che sovverte il linguaggio, distrugge la fiducia nella parola data, rende ambigua la posizione di Ulisse. Da quel momento ogni dono può nascondere una minaccia, ogni parola può diventare una trappola, ogni spazio di accoglienza o rifugio agognato un luogo di distruzione e di morte.

Troia messa a ferro e fuoco richiama le immagini di distruzione di città di cui siamo saturi, così come quelle del massacro di vittime innocenti oltre che di soldati.La peste evocata da Ulisse sembra essersi propagata fino al nostro presente:promesse pronunciate senza alcun rapporto con le azioni che seguiranno, alleanze infrante, fatti coperti da narrazioni incompatibili, il linguaggio piegato a rendere necessaria, legittima o persino giusta la guerra, la morte cui vanno incontro i migranti, lo strazio del pianeta.

Di Agamennone (Benny Safdie), una sorta di Cavaliere Oscuro simbolo del potere, Nolan non mostra mai il volto, se non quando, nudo e indifeso, tornato in patria, il coltello di Clitennestra lo uccide, vendicandosi dell’inumano sacrificio della figlia.

L’Ulisse di Omero è l’eroe della mètis, dell’intelligenza mobile e dell’astuzia, che soravvive perché sa osservare, pensare, raccontare e ingannare. Nolan lo rende un uomo che occulta, manipola, tradisce, abbandona. I suoi uomini non lo ascoltano più perché non si fidano: l’inganno avvolge nella sua rete nemici e amici, come Sinone (Eliott Page), che nel film offre il cavallo ai Troiani, senza conoscere la verità che, sotto la minaccia di morte avrebbe potuto rivelare.

Matt Damon incarna un Ulisse che ha il fisico di un reduce di guerra e un’espressione impenetrabile, una “faccia da poker”, un dissimulatore che alla fine è schiacciato dalle conseguenze tragiche del suo ruolo nell’aver innescato una catena di eventi tragici. Ulisse a Ogigia è vecchio, disorientato, amnesico: la guerra, la distruzione di Troia, la perdita dei compagni e il lungo viaggio hanno spezzato la linearità della sua esperienza.

Nolan, come in Oppenheimer (2023), altra storia fondata sulla responsabilità di un genio per la propria invenzione, si pronuncia chiaramente contro le armi di guerra, siano esse il cavallo di Troia o la bomba atomica, emblemi della distruzione di massa.

Vent’anni occorreranno a Ulisse per tornare a Itaca, dieci di assedio e dieci di viaggio, sette dei quali trascorsi con la ninfa Calypso nell’isola di Ogigia, nell’oblio indotto dai fiori di loto. È con lei — che assume alla fine una funzione che si potrebbe considerare psicoanalitica —- che recupera i frammenti di ricordi del viaggio, li collega e, rimettendo insieme la propria storia, ritrova la memoria del figlio Telemaco (Tom Holland) e della sposa Penelope, che in parallelo vivono le loro odissee. Hanno costruito, durante la sua assenza, le proprie narrazioni di Ulisse. Per Penelope è il marito perduto, mantenuto vivo dal desiderio e dall’attesa; per Telemaco è un padre immaginato prima ancora di essere conosciuto. Ulisse deve accettare di essere anche un personaggio nelle storie che gli altri hanno costruito su di lui.

I ricordi, le omissioni, le fantasie, i sogni, le ripetizioni e le contraddizioni vengono raccontati e, attraverso il racconto, collegati e portati ad assumere significati nuovi. Il passato non viene solo ritrovato: viene ricostruito e risignificato nel presente. Senza memoria non c’è più nostalgia né desiderio: è un’anestesia che elimina il prorio dolore e quello legato alla responsabilità di averlo causato ad altri.

Come osserva Calvino (1995), il ritorno di Ulisse nel poema epico è un intreccio di storie narrate a più voci, da più personaggi, da più punti di vista, umani e divini, ancor prima che avvenga. Ulisse non deve “scordare il ritorno”, deve salvare la memoria del passato e il progetto del futuro. Può ricordare ciò che è avvenuto quando diventa in grado di riconoscerlo come parte della propria storia: “Passato, presente, futuro come infilati al filo del desiderio che li attraversa” (Freud, 1907, p. 379). Il re, il guerriero, l’ingannatore, il naufrago, il colpevole e il sopravvissuto possono lentamente ricomporsi nella storia di uno stesso uomo.

Nolan riesce a mantenere questi presupposti e questo intreccio, lui che sulla questione del tempo ha fondato la sua opera, articolando il film attraverso flashback e flashforward, con cui ripercorre le avventure di Ulisse con sequenze indimenticabili, di impatto visivo straordinario e di grande forza emotiva, spaventose nel loro stile horror, come quelle con Polifemo, che ricorda il quadro di Goya Saturno che divora suo figlio, la maga Circe, che trasforma letteralmente i compagni di viaggio in porci, quali essi veramente sono diventati, l’incontro nell’Ade con i suoi compagni morti che reclamano attenzione, degno riconoscimento e onore per il loro sacrificio, e infine Agamennone, che racconta la sua morte. La musica, di Ludwig Göransson, crea un paesaggio sonoro che aggiunge forza e consistenza alle scene, spingendo nel corpo dello spettatore la tensione, la paura, la solennità e l’orrore, come la quiete e la nostalgia.

Pavese (1947) immagina un dialogo tra Calipso e Ulisse. La dea, che con i fiori di loto lo aveva portato a perdere la memoria, lo mette in guardia: “il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo”. Potrebbe non riconoscere le sue case: “Saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare”. Ulisse risponde che non sa che cosa sia il suo “errare inquieto”: “Quello che cerco l’ho nel cuore, come te” (pp. 143-144).

Ulisse tornato a Itaca e conclusa la sua vendetta, cerca una sorta di redenzione, un tentativo di assoluzione, l’elaborazione del lutto, decidendo di lasciare l’isola per onorare i compagni caduti e abdicare a favore di Telemaco. Forse nella speranza che il figlio, assai meno astuto del padre ma ancora rispettoso della xenia, possa restituire alla parola la verità, ricostruire i legami, creare una civiltà diversa: [Itaca] Nulla di più ha da darti/ E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso/ Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso/ già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare” (Kavakis, 1911).

 

Note:

[1] https://amouthfulofair.fm/from-doctor-faustus-by-christopher-marlowe/

Bibliografia

 

Calvino I. (1993). Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio. Milano, Oscar Mondadori.

Calvino I. (1995). Perché leggere i classici. Milano, Oscar Mondadori.

Freud S. (1907). Il poeta e la fantasia. O.S.F., 5.

Pavese C. (1947). Dialoghi con Leucò. Milano, Feltrinelli, 2021.

Kavafis K. (1911). Settantacinque poesie. A cura di N. Risi e M. Dalmàti, Milano, Feltrinelli, 1992.

Omero. Odissea. Trad. di R. Calzecchi Onesti. Milano, Oscar Mondadori, 1968.

Elisabetta Marchiori, Padova 

Centro Veneto di Psicoanalisi

elisabetta.marchiori@spiweb.it

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