Sulla fondazione della Psicoanalisi

di Maria Pierri

Sulla fondazione della Psicoanalisi:

leggende, rimozioni e ricostruzioni

 

Alcune note sul ‘caso Masson’

 

 

 

 

 

 

 

Se fossi depresso o stanco, tali dubbi potrebbero essere considerati segni di debolezza. Ma poiché sono nello stato d’animo opposto, devo considerarli il risultato di un onesto ed energico lavoro intellettuale ed essere orgoglioso delle mie capacità critiche di fronte a tutta quella concentrazione. Forse, dopotutto, i dubbi sono solo un episodio nel progresso verso un’ulteriore conoscenza.

Freud Lettera a W. Fliess, 21 settembre 1897.

La nuova edizione italiana (2024) di [1]Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione, (The Assault on Truth: Freud’s Suppression of the Seduction Theory, lett. la Soppressione da parte di Freud della teoria della seduzione) di Jeffrey Moussaieff Masson (1984), proposta in una nuova traduzione e con un saggio introduttivo da Carlo Bonomi, viene a colmare un vuoto importante.

Questo testo di quaranta anni fa, così significativo per la storia della psicoanalisi e sicuramente molto attuale, era da anni esaurito e non disponibile per i lettori. Oggi la sua portata “radioattiva” (Bonomi, 2024) non è certo quella che nel 1981 costò a Masson, studioso e docente di sanscrito, accostatosi alla psicoanalisi sui trenta anni, il licenziamento dalla direzione dei programmi degli Archivi Sigmund Freud, che aveva appena conquistato, e poco dopo, anche l’espulsione dall’IPA.

Assalto alla verità è tuttora di grande interesse per il ricco materiale storico che fornisce e che si aggiunge alla gran mole di documentazione che nel frattempo è stata resa disponibile permettendoci di costruire una nostra interpretazione di certe vicende nucleari della storia della teoria psicoanalitica e del movimento psicoanalitico: ormai abbiamo perfino la traduzione delle lettere fra Freud e quella paziente allora sconosciuta, Emma Eckstein (2017) e recentemente la traduzione della corrispondenza fra Freud e Bleuler (2024).

Il contesto in cui apparve Assalto alla verità è importante. Va detto che proprio Masson in quegli anni stava inaugurando, con il sostegno di Kurt Eissler, una nuova politica negli Archivi Freud, con la pubblicazione di documentazione storica ancora non accessibile. Riuscì ad accedere alla corrispondenza di Freud con Fliess e a fare approvare il suo progetto di tradurre e curare la versione completa delle lettere di Freud. Avrebbe poi dovuto seguire la pubblicazione delle lettere con l’amico Silberstein.

Una prima selezione, censurata, delle lettere a Fliess (168 su 284, accompagnata dalle Minute teoriche che Freud vi aveva accluso e dal testo della Psicologia del 1895 che era rimasto in possesso di Fliess) era stata curata nel 1950, in lingua tedesca, da Marie Bonaparte, Anna Freud ed Ernst Kris, con il titolo Aus den Anfängen der Psychoanalyse (Le origini della psicoanalisi).

La traduzione inglese fu resa disponibile solo nel 1954, forse anche in attesa della pubblicazione del primo volume della biografia di Freud ad opera di Ernest Jones (1953), il quale aveva già potuto consultare senza restrizione alcuna quei documenti e ne offriva l’interpretazione istituzionale. Riferendosi proprio all’abbandono della teoria della seduzione da parte di Freud, Jones dichiarava: “La lettera del 21 settembre 1897 in cui fece questo annuncio a Fliess è forse la più preziosa di quella preziosa serie che fu così fortunatamente conservata[2] (…) Non c’è da stupirsi che abbia dovuto correre a Berlino, anche solo per ventiquattro ore, per comunicare con il suo mentore. (…) Poteva ben essere euforico, perché con la comprensione che aveva ormai acquisito era sul punto di esplorare l’intera gamma della sessualità infantile e di completare la sua teoria della psicologia dei sogni: i suoi due più grandi successi. Il 1897 fu l’apice della vita di Freud.” (I, p 292).

Jones precisava come in realtà questa nuova e rivoluzionaria comprensione fosse collocata da Freud accanto a quella precedente, citando da Per la storia del movimento psicoanalitico: “Se gli isterici riconducono i loro sintomi a traumi inventati, la novità consiste appunto nel fatto che essi creano tali scene nella loro fantasia, e questa realtà psichica pretende di essere presa in considerazione accanto alla realtà effettiva.” (1914, p. 392).

The Complete Letters of Sigmund Freud to Wilhelm Fliess, 1887–1904 curata da Masson fu un’opera che fece epoca ed è tuttora considerato il documento storico fondamentale per la comprensione della psicoanalisi. Andò in stampa nel 1985. 

    Assalto alla verità, saggio che prendeva spunto proprio dal lavoro su tale corrispondenza, pur essendo stato scritto in realtà successivamente, comparve all’inizio del 1984 quasi ad anticiparla e a prepararne l’accoglienza con una propria interpretazione, ben diversa da quella di Jones.

Tutto gira intorno alla lettera, diventata famosa come la “lettera dell’equinozio”, e a quel 21 settembre 1897 ormai universalmente considerato la data di nascita della psicoanalisi, quando Freud comunica a Fliess i primi dubbi sulle scene di seduzione riferite dai pazienti.

 “Voglio subito confidarti un segreto che ha cominciato lentamente a chiarirsi in me negli ultimi mesi. Non credo più ai miei neurotica” scrive. Egli sta parlando anche di sé e dell’acquisita capacità di “non credere” ai propri ricordi infantili, così come gli si presentano nell’autoanalisi, per il fatto di averne scoperto il senso nascosto, inconscio. Aggiunge fiducioso: “E se questo dubbio fosse soltanto un episodio sulla strada che porta a nuove conoscenze? Certo non andrò a raccontarlo a Dan, e neppure ne parlerò ad Ascalon, nella terra dei Filistei, tuttavia ai tuoi occhi e ai miei avverto più la sensazione di un trionfo che di una sconfitta…”.

Masson dà un’interpretazione di questo cambiamento, che aprirà la strada alla costruzione della teoria della fantasia inconscia e della sessualità infantile – sessuale infantile in ogni soggetto, adulto e bambino, si badi bene – tale da fraintendere tutto il processo di creazione freudiano. Sulla base del fatto che Freud non aveva mai del tutto abbandonato la teoria della seduzione, quello che è un momento di incertezza e di coraggio – il riconoscimento di un errore di rotta -, diventa per Masson espressione di un ripiegamento politico e opportunistico con l’occultamento della realtà concreta, per stare dalla parte del potere, della generazione dei padri a scapito di quella dei figli.

Al di là delle potenzialità scandalistiche e diffamatorie, oltre a contenere preziose documentazioni sulle origini della psicoanalisi, sulla paziente Emma Eckstein e sul suo ruolo nella relazione fra Sigmund Freud e Wilhelm Fiess, in Assalto alla verità Masson metteva inoltre in luce le divergenze teoriche fra Freud e Ferenczi pubblicando in appendice il controverso articolo dell’ungherese “Confusione delle lingue tra adulti e bambini (il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione)” valorizzandone la storia travagliata. Presentato al Congresso Internazionale di Wiesbaden nel 1932 e pubblicato nel 1933 sull’ Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, il lavoro di Ferenczi, come oggi ben sappiamo, rimase a lungo non tradotto. Comparso oltre quindici anni dopo sull’ International Journal of Psychoanalysis (1949), in Italia negli anni Settanta cominciava comunque ad essere già conosciuto per merito di Glauco Carloni, che ne aveva curato con Egon Molinari una prima pubblicazione all’interno di tutti gli scritti di Ferenczi per la casa editrice Guaraldi (1974).

L’ultimo periodo di lavoro di Ferenczi, come la sua notevole opera Confusione delle lingue fra adulto e bambino, è servito a sottolineare un aspetto essenziale dell’insegnamento di Freud: c’è infatti uno sfalsamento sorprendente fra quanto gli adulti vedono e vivono e quanto i bambini sembrano percepire. Il poeta in Ferenczi l’ha reso capace di riscoprire per la scienza qualcosa di essenziale della vita immaginativa del bambino.

Roazen, Freud e i suoi seguaci, 1975

 

Le acque del Danubio uniscono Budapest con Vienna. E allo stesso modo delle due città, anche Freud e Ferenczi sono i due estremi di un viaggio straordinario, dialettico e appassionante, presenti nella storia del movimento psicoanalitico, nella sua teoria, nella sua pratica e senza dubbio nell’eredità che ogni psicoanalista riceve.

J. Martín Cabré, “Il pensiero clinico di Ferenczi: una strana e silenziosa trasmissione”, 2005.

 

Ma cosa pensare oggi dell’Assalto alla verità di Freud, della Soppressione della teoria della seduzione denunciata da Masson, soprattutto relativamente al rapporto fra Freud e Ferenczi?

La doverosa riabilitazione di Ferenczi – Masson fu uno dei primi a sostenerla – si basa proprio sulla sua ripresa della teoria originaria di Freud a partire da quell’ultimo articolo, “La confusione delle lingue” (1932) – censurato da Jones anche attraverso l’invenzione della “malattia” del suo autore – , articolo che segnò non solo l’estraneamento dalla comunità psicoanalitica dell’ungherese ma soprattutto il distacco affettivo da Freud e la crisi di un’amicizia e di una comunione di idee durata 25 anni.

Comprendiamo oggi come, lavorando sul controtransfert, sull’ambiente di crescita e sulla reciprocità e simpatia analista-paziente, nel suo laboratorio tecnico Ferenczi sperimentasse modificazioni che non erano agiti impulsivi né acting, ma veri esperimenti scientifici che recuperavano gli elementi ipnotici infantili, messi da parte da Freud all’inizio della sua scoperta, al fine di riportare il trauma in analisi e ricostruirne le parole. Freud non poteva seguirlo e reputava che fosse “perso nell’isola dei sogni con i suoi figli immaginari” (Freud a Ferenczi, 12/05/1932). Nel timore che coltivando la sua nuova teoria e tecnica finisse per staccarsi dal movimento alla pari di Rank, e per riavvicinarlo a sé, aveva cercato di riportarlo nella mischia, a confrontarsi con i colleghi, proponendogli nuovamente la carica di Presidente dell’Associazione Internazionale (la stessa da cui nel 1919 era stato costretto a dimettersi, per le difficoltà politiche sorte alla fine della guerra). Erano trascorsi quasi quindici anni dalla sua elezione al congresso di Budapest (1918) e, dopo molte esitazioni, nonostante la prospettiva dell’aiuto di Anna Freud come segretaria e la promessa del sostegno di ben due vicepresidenti, Ferenczi alla fine aveva rinunciato alla candidatura per essere libero di approfondire la sua ricerca senza vincoli istituzionali (Ferenczi a Freud, 21/08/1932). Fu un gesto di autonomia che dovette costargli non poco.

Abbiamo appreso da Jones (1957) come Ferenczi avesse voluto dare personalmente lettura in anteprima a Freud deLa confusione delle lingue”, facendo tappa a Vienna nel recarsi al congresso, e di come questo ultimo incontro – Ferenczi, già ammalato, sarebbe morto l’anno successivo – si fosse concluso con notevole amarezza, segnando la separazione: Freud non accettò di riconoscere una differenziazione e una emancipazione anche affettiva da parte dell’amico, la considerava una regressione,  e al momento del commiato si rifiutò di stringergli la mano.  Ferenczi sapeva già di essere ammalato ed è possibile che cercasse quel riconoscimento personale che aveva inseguito per tutta la vita. Doverlo salutare e seppellire rappresentava forse per Freud un dolore intollerabile: certe amicizie tanto intense a volte non possono che concludersi con altrettanta passione.

In realtà per entrambi, maestro e allievo, l’analisi non era terminata (Dupont, 1985) e senza saperlo continuavano a pensare e a scrivere insieme: non sorprende come, nello stesso periodo in cui Ferenczi si impegnava a districare la Babele inconscia del “linguaggio della tenerezza” e del “linguaggio della passione” nel dialogo genitore-bambino, e allestiva il suo Diario Clinico in lingua tedesca, come a continuare il dialogo interrotto con Freud, l’amico viennese affrontasse il nodo della telepatia e della comunicazione inconscia diretta madre-figlio, inviandogli  a dicembre, quasi in risposta alla lettura di “Confusione delle lingue”, la sua Nuova Serie di Lezioni (1932), comprendente “Sogno e Occultismo” in cui apriva la questione del “linguaggio segreto” delle consuetudini affettive e ipotizzava un “linguaggio originario” madre-bambino.

L’antico compagno di esplorazioni dell’occulto e della trasmissione del pensiero ringrazierà senza alcun commento. Negli auguri di buon anno che si scambiarono educatamente all’inizio del 1933, Freud si dimostrava ancora dispiaciuto e rimproverava lievemente l’amico per la rottura dell’antica “comunione di vita, sentimenti e interessi”, che comunque gli addebitava tutta.

In realtà i percorsi di pensiero di Freud e Ferenczi procedevano su due fronti in parallelo: mentre per Freud la funzione del linguaggio verbale resterà centrale, quale fondamento, e limite, dell’ analisi del soggetto, fin dal tentativo di lavoro in comune sul caso del Presidente Schreber, Ferenczi sarà interessato al materno, alla relazione preedipica, al passaggio dalla comunicazione preverbale al simbolismo del linguaggio e viceversa, concentrato sulla persona e la funzione dell’oggetto – il genitore e l’analista – andando a sviluppare quanto l’amico e maestro lasciava in sospeso – non “soppresso” -, in quello che può essere riconosciuto come un loro ininterrotto “dialogo degli inconsci” (vedi Pierri, 2018 e 2023).

Oggi la “teoria del transfert” di Freud e la “teoria del controtransfert” di Ferenczi, il conflitto e il trauma, l’edipo e il preedipo, hanno trovato generative occasioni di incontro e di integrazione ma, all’epoca di Assalto alla verità, le spregiudicate affermazioni di Masson non solo tesero ad esasperare il contrasto e ad accusare Freud e la psicoanalisi di sterilità, ma condussero inevitabilmente lo stesso Autore a dare sostanza alla delegittimazione non solo di ogni potenziale guru, come nei suoi espliciti progetti di ricerca, ma della psicoanalisi tutta così come di qualsivoglia ipotesi di cura psichica, abbandonando così anche Ferenczi al suo destino.

I due libri subito successivi scandiscono la continuità irrevocabile della linea di pensiero di Masson: nel 1986 A Dark Science: Women, Sexuality and Psychiatry in the Nineteenth Century (Una scienza oscura: donne, sessualità e psichiatria nel XIX secolo) e, conclusivo, nel 1988 Against Therapy: Emotional Tyranny and the Myth of Psychological Healing. (Contro la terapia. La tirannia emotiva e il mito della guarigione psicologica). Nella prefazione di quest’ultimo Masson sintetizza: “Questo libro spiega perché ritengo che la psicoterapia, di qualsiasi tipo, sia sbagliata (…) l’idea stessa di psicoterapia è sbagliata. La struttura della psicoterapia è tale che, indipendentemente da quanto una persona sia gentile, quando diventa terapeuta, si impegna in azioni che sono destinate a sminuire la dignità, l’autonomia e la libertà di chi si rivolge a lui per chiedere aiuto.”

 

A metà degli anni Settanta, un giovane di nome Jeffrey Moussaieff Masson iniziò a partecipare ai congressi di psicoanalisi, attirando su di sé attenzione e perplessità. Era un analista in formazione presso il Toronto Institute of Psychoanalysis, ma non era come gli altri candidati analisti che si vedevano ai congressi: giovani psichiatri tranquilli, seri e un po’ intimoriti che se ne stanno da parte come delle debuttanti timide e semplici ad un ballo, parlottando tra loro fin troppo vivacemente. Masson (per continuare la metafora) non solo era sempre ben lungi dal fare tappezzeria, ma danzava con alcuni dei partner più attraenti e desiderabili del ballo: noti analisti senior quali Samuel Lipton, di Chicago; Brian Bird, di Cleveland; Edward Weinshel e il defunto Victor Calef, di San Francisco; e, il più ambito di tutti, Kurt R. Eissler, di New York. Masson era vivace, curioso, sfrontato, molto loquace, era tutto

tranne che intimidito. Non era uno psichiatra, ma uno studioso di Sanscrito.

Era diventato professore associato di Sanscrito all’Università di Toronto all’età di trent’anni (a trentacinque era già professore ordinario) ed emanava il fascino dell’intellettuale di grande successo tanto che perfino coloro che all’inizio lo detestavano ne restavano colpiti loro malgrado. Era di bell’aspetto, con un che di infantile, di oscuro e di vagamente mediorientale.

Malcolm, Trouble in the Archives, 1984, p. 9-10.

 

Proviamo a seguire il percorso di Masson, tenendo conto del romanzo autobiografico Analisi finale. Costruzione e distruzione di uno psicoanalista (1990) in cui, a conclusione del ciclo, critica spietatamente il training psicoanalitico e, a posteriori, ricostruisce la storia di quanto ci appare il travagliato fallimento di una iniziazione (vedi Pierri, 1997).

Personaggio sicuramente inquieto e a suo stesso dire piuttosto infelice – alla Malcolm avrebbe riferito che si sentiva costretto a divorare tutti i libri che trovava e andare a letto con tutte le donne che poteva, confidando che, al tempo del suo arrivo a Toronto, era già stato con “quasi mille donne” (1984, p. 41) -, si presenta alla perenne ricerca di una società in grado di corrispondere al suo ideale religioso -e intransigente- di verità.

Nato a Chicago nel 1941, appena prima dell’entrata in guerra dell’America, da genitori ebrei di origine europea ma vissuti molti anni in Palestina, era cresciuto a Los Angeles con periodi alle Hawaii, in Arizona, in Svizzera e in Uruguay. In famiglia, come riferisce, non aveva mai vissuto un senso di appartenenza culturale ad un gruppo: i genitori avevano cambiato spesso dimora (alla fine decisero di stabilirsi in Costa Azzurra), erano entrambi vegetariani e si interessavano di filosofia indiana, guidati da un guru di cui Jeffrey fu discepolo appassionato fino a diciannove anni.  Prese le distanze con disillusione e scetticismo da questo periodo “spirituale” al contatto con gli studi universitari ad Harvard e dopo aver trascorso un paio di anni in India.

Passò poi in Canada dove divenne presto professore di Sanscrito all’Università di Toronto e iniziò un’analisi che non migliorò le sue difficoltà personali ma che lo portò ad appassionarsi alla nuova disciplina e ad impegnarsi nella formazione per diventare analista.

Anche l’esperienza del training analitico si rivelò estremamente deludente; ciò nonostante, con le capacità di studio e l’intelligenza di cui era dotato Masson, fatto il suo ingresso in quel “club esclusivo, con i suoi riti di iniziazione” che considerava l’IPA (1990, p.9), fece subito una brillante carriera, cominciando a pubblicare articoli sull’International Journal quando era ancora candidato. Col suo fascino conquistò in breve tempo l’aristocrazia psicoanalitica e in particolare il circolo interno degli intimi di Anna Freud, e riuscì ad accedere agli Archivi Freud e alla Sigmund Freud Copyright, come era fin dall’inizio sua aspirazione, essendo interessato per sua esplicita dichiarazione, più alla ricerca storica che alla psicoterapia e alla psicoanalisi.

Il suo incontro con Kurt Eissler nella primavera del 1974 fu un vero colpo di fulmine: l’anziano psicoanalista viennese, emigrato negli Stati Uniti dopo l’Anschluss, era allora il segretario degli Archivi Sigmund Freud, “eufemismo per indicare il capo, fondatore e unico membro attivo” (Malcolm, 1984, p.11) di quella collezione che aveva iniziato ad organizzare gradualmente nei primi anni Cinquanta. Il giovane Masson lo conquistò immediatamente perché sembrava incarnare “tutto ciò che Eissler più apprezzava nelle persone: intelligenza, erudizione, energia, entusiasmo, vivacità, brillantezza e persino una certa ferocia, qualità che gli analisti dei primi tempi possedevano in abbondanza, ma che oggi mancano completamente ai professionisti più sobri.” (Ivi, p. 17) Eissler vide in lui l’erede che desiderava.

Masson sembrava rispondere con passione a tali aspettative. Nell’autunno del 1979 si recò a Monaco per sei mesi per essere in grado di affrontare i “sacri testi” freudiani nella lingua originale: tornò “parlando fluentemente tedesco”. Proprio durante quel soggiorno ricevette la lettera in cui Eissler gli proponeva di diventare Direttore dei Progetti degli Archivi Freud. In breve tempo fu indicato come successore di Eissler alla Direzione degli stessi.

 Anche Anna Freud era rimasta affascinata dal giovane e promettente pupillo di Eissler e acconsentì con entusiasmo e collaborò al suo progetto di tradurre e curare la versione completa delle lettere di Freud a Fliess. 

Va ricordato che nel frattempo le concezioni di Goffman e Szasz in America, di Laing, Cooper e Schatzman nel Ragno Unito, di Basaglia in Italia, avevano sostenuto il sorgere del movimento dell’antipsichiatria. Dopo aver aderito abbastanza incondizionatamente al pensiero giovanile degli anni Sessanta e alla denuncia di ogni sopruso, Masson aveva cercato nella psicoanalisi uno “strumento per la ricerca della verità”, come disvelamento di ogni potere e asimmetria, in difesa di tutte le vittime. E aveva sposato una giovane donna ebrea sfuggita al ghetto di Varsavia che condivideva con lui questi ideali etici.

Masson, che già aveva scoperto nei testi sanscriti, buddisti e induisti che “nessuna religione poteva sopravvivere ad un esame critico approfondito” (1990, p.206), e si era liberato della convinzione che potessero contenere la “verità”, volle questa volta mettere alla prova la psicoanalisi e si convinse di averne smascherato le “falsità”. Anch’essa cominciò a rappresentare per lui una sorta di religione: un’altra “dottrina segreta dotata del suo guru Freud, e di dogmi complessi che promettevano l’ingresso a un mondo inaccessibile ai non iniziati” (Ibidem).

In Assalto alla verità Freud era accusato di aver soppresso la teoria della seduzione e di aver scelto il potere e la parte dei genitori per codardia e opportunismo, di modo che “i terapeuti sarebbero rimasti dalla parte dei fortunati e dei potenti e non da quella delle infelici vittime della violenza familiare.” (1984, p. 15), di aver accusato le vittime per esonerare la società da qualunque bisogno di rinnovamento o di riflessione profonda.

Tutto ciò poteva certamente essere strumentalizzato scandalisticamente dai detrattori della psicoanalisi, e certo anche dagli antipsichiatri, ma non fu questo che deluse e provocò la reazione risentita di Eissler e degli altri psicoanalisti esponenti degli Archivi. Fu piuttosto la disinvoltura con cui Masson aveva cominciato a cavalcare – sfrontatamente e insieme ingenuamente – le sue ricerche e la sua posizione istituzionale, in particolare rilasciando un’intervista sull’argomento che era stata riportata in due articoli del New York Times (14 e 25 agosto 1981): nella sua qualità di rappresentante dei Sigmund Freud Archives e dei Freud Copyrights, aveva dato in pasto al grande pubblico le sue convinzioni spregiudicate e diffamatorie nei confronti di Freud.

Il New York Times citava le parole di Masson:

“Spostando l’enfasi da un mondo reale di tristezza, miseria e crudeltà a un palcoscenico interiore su cui gli attori recitavano drammi inventati per un pubblico invisibile di loro creazione, Freud diede inizio a una tendenza ad allontanarsi dal mondo reale che, a mio avviso, è alla base dell’attuale sterilità della psicoanalisi e della psichiatria in tutto il mondo.” (25 agosto 1981)

Al licenziamento seguì un contenzioso legale poiché Masson fece causa agli Archivi per 13 milioni di dollari, ma si arrivò subito al compromesso di 150.000 dollari di risarcimento.

Un’azione legale più lunga (ben dieci anni dal 1984 al 1994) vide invece Masson perdere la causa per 7 milioni di dollari di risarcimento per diffamazione, intentata contro la giornalista Janet Malcolm, per come aveva riportato, in due articoli del 5 e 12 dicembre 1983 sul The New Yorker e poi nel libro In the Freud Archives (1984), il resoconto di una lunga intervista che Masson le aveva accordato proprio a proposito delle circostanze dello scandalo sorto intorno ad Assalto alla verità e alla vicenda del suo licenziamento (per i dettagli vedi anche Migone, 2002).

È anche nella circostanza di questa lunga contrapposizione con la Malcolm che Masson scrive il già citato Analisi finale. Costruzione e distruzione di uno psicoanalista (1990) forse per presentare la propria versione.

A questo punto non solo di Freud ma degli analisti in generale egli colleziona tutta una teoria di grossolani errori e corruzioni che, visti attraverso le sue feroci idealizzazioni, fanno di essi dei veri persecutori dei pazienti, vittime questi appunto da “soluzione finale”. Masson non pare tollerare che questi analisti siano persone vive, “vulnerabili” scrive, che errano, non manichini “neutrali” e impassibili.

Attento alla precisione, da buon universitario quale si dichiara, e “contrario all’introduzione di elementi inventati nei resoconti storici” (p.11), si propone di presentare la propria ricostruzione in maniera scientifica e documentata, a partire dalle sedute della sua stessa analisi, sulla base di appunti che aveva opportunamente preso al tempo, “immediatamente dopo” ogni incontro, e di ricostruzioni fedeli o verosimili di dialoghi e conversazioni con esponenti dell’Associazione. In questa narrazione non sembra prevedere un posto per quella “finzione”, non falsa, che è la fantasia, il vissuto personale, il suo desiderio e anche il suo pregiudizio. Si presenta schiettamente come un avventuriero, premette di essere poco consapevole della realtà dei propri sentimenti e delle proprie motivazioni al tradimento e dichiara di riferire e contestare dei “fatti” a chi -come psichiatri, medici, professori universitari stessi, o altri ancora…- detiene il potere di un sapere. Nel caso della psicoanalisi, con la presenza di un’aggravante: “Nessun’altra professione pretende di avere la stessa purezza di scopi, e proclama con tanta passione la propria elevatezza morale”. (p. 209)

Non fu Assalto alla verità a costare a Masson l’espulsione, ma la ribellione ad ogni possibile iniziazione, che rivela anche nella estrema difficoltà a far parte di un gruppo, per timore di scomparire. Arrivato ad essere funzionario degli Archivi Freud e successore di Eissler nella carica di direttore degli stessi, – era già previsto che sarebbe andato ad abitare in Maresfield Gardens alla morte di Anna Freud, allora ottantaseienne (morì l’anno successivo, nell’ottobre del 1982) per dirigervi il Museo Freud-, Masson confida di essersi accorto di costituire una figura pubblica e di aver temuto di dover rinunciare al suo privato per appartenere, anche affettivamente, a una famiglia.

Scrive: “Rappresentavo qualcosa, gli Archivi Freud; la mia voce non era più soltanto la mia. E poiché gli Archivi Freud erano strettamente legati alla famiglia Freud (Anna Freud era la donatrice principale), ero considerato il portavoce della famiglia. Questo ostacolava una mia certa vena di indipendenza. Mi piaceva l’idea di non rappresentare altri che me stesso Nessuna appartenenza a un gruppo, nessun legame nessun obbligo di fedeltà “(p.185-186).

Egli è sconcertato, disarmante, quando ricorda le circostanze dell’espulsione dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale: in una “atmosfera di irrealtà” è stranito testimone delle reazioni dell’amico Kurt Eissler. Lo descrive prima ferito, in preda a dolore e agitazione paterna, mentre cerca inizialmente di far leva sui suoi sentimenti per una spiegazione personale; successivamente più distaccato e calmo, quando gli puntualizza burocraticamente i motivi del licenziamento dagli Archivi, elencando alcune inesattezze del suo lavoro di ricercatore storico, i soli “errori” che Masson pare in grado di riconoscere.

Nel riferire e documentare gli eventi, non sembra che Masson riesca a recuperare una propria partecipazione affettiva. Scrive imperturbabile, quasi sorpreso: “Ci fu qualche tentativo di trattarmi con gentilezza paterna, ma severa: Jeff, hai fatto uno sbaglio. Perché non ammetterlo? Ma non sapevo con sicurezza a che cosa si riferissero. (…) Di che cosa stavamo discutendo? Qual era il problema? Ero io. E non potevo cambiare me stesso. Potevo solo essere triste” (p.202-203).

Masson attraversa questa esperienza che definisce “surreale” come “Alice nel Paese delle Meraviglie” e alla fine afferma: “Avrei dovuto sentirmi malissimo. Invece mi sentivo libero” (p. 203).

Così, a conclusione della vicenda, Masson si paragona al leggendario re Janaka, quintessenza di saggezza, distacco e trascendenza da ogni idea di possesso: la storia racconta che questo saggio re, conversando con un monaco buddista, dalla cima di una collina vide bruciare la sua città e, alla domanda del monaco, rispose impassibile “Nell’incendio di Mithila non brucia niente di mio”.

E accorgendosi di aver bruciato egli stesso la sua città, scrive: “Guardando indietro alla mia vita (…) vedo fiamme e distruzione del lavoro di tutta una vita. Mi sono veramente bruciato i ponti alle spalle. Ma mentre provo una certa tristezza e nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere, non posso veramente dire di soffrire per questa perdita.” (p. 204).

Dopo Analisi Finale, nel 1993 Masson scrisse un ulteriore saggio autobiografico – My Father’s Guru: A Journey Through Spirituality and Disillusion (Il guru di mio padre: un viaggio attraverso la spiritualità e la disillusione)-, prequel di Analisi finale, in cui tratta del guru Paul Brunton che viveva con la sua famiglia e che, nell’infanzia, aveva potentemente influenzato il suo sviluppo.

Troveremo in seguito Masson avventurarsi in un campo di riflessione dove potersi finalmente fermare, ambito in cui scriverà, e scrive tuttora, libri di successo – la ricerca sulla della vita emotiva degli animali-, a partire da Quando gli elefanti piangono (1995) e I cani non mentono sull’amore (1997) ecc. Come recita il suo blog oggi “Jeffrey Moussaieff Masson si dedica alla vita emotiva degli animali, al vegetarianismo, al veganismo (l’etica del cibo), ai diritti degli animali e alle interazioni uomo-animale.”

 

Da parte di Eissler, sarà pubblicato postumo dagli eredi (2001) un suo lavoro di risposta a Masson così come ai vari critici di Freud e della psicoanalisi, iniziato in quel lontano 1985 e praticamente completato al momento della sua morte. Si tratta di “una sorta di regalo d’addio” da parte del grande teorico e storico della psicoanalisi ma, commenta Gifford, nel frattempo i critici i cui errori sperava di correggere, avevano perso parte della loro importanza nel corso degli anni (2003, p. 187).

 

Bibliografia

Bonaparte M., Freud A., Kris E. (a cura di) (1950). Sigmund Freud. Le origini della Psicoanalisi: Lettere a Wilhelm Fliess. Torino, Boringhieri, 1961.

Bonomi C. (2024). Presentazione della nuova edizione italiana. In: Masson J.M., Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione, 1984-2024. Arpa Edizioni.

Dupont J. (1985). Introduzione. In: Ferenczi S. (1932), Diario clinico. Milano, Cortina, 1988.

Eissler K. R. (2001). Freud and the Seduction Theory: A Brief Love Affair. Madison, CT: International Universities Press.

Gifford S. (2003). Freud and the seduction theory: A brief love affair. By Kurt R. Eissler. New York: International Universities Press. Pp. 520, 2001. Int. J. Psycho-anal. 84:187-192.

Ferenczi S. (1932). Diario clinico. Milano, Cortina, 1988.

Ferenczi S. (1933). Sprachverwirrung zwischen den Erwachsenen und dem Kind: (Die Sprache der Zärtlichkeit und der Leidenschaft) 2. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse 19:5-15.

Ferenczi S. (1933). Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione. In: Fondamenti di psicoanalisi, vol. III, ulteriori contributi (1908-1933). Firenze, Guaraldi, 1974.

Ferenczi S. (1949). Confusion of the Tongues Between the Adults and the Child. The Language of Tenderness and of Passion. Int. J. Psycho-anal. 30:225-230.

Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni). O.S.F., 11.

Freud S. (1985). Lettere a Wilhelm Fliess 1887-1904, edizione integrale a cura di Masson J. M.. Torino, Bollati Boringhieri,1986.

Freud S., Ferenczi S. (2000). Correspondance 1920-1933. Calmann-Levy, Paris.

Freud S., Bleuler E. (2012). Lettere 1904-1937. Bottone M., Galiani R., Napolitano F. (a cura di). Milano, Alpes, 2024.

Freud S. (2017). Lettere ad Emma Eckstein 1895-1910. Passo Psicoanalitico, epub, youcanprint e http://www.freud-edition.net/.

Jones E. (in tre vol.:1953,1955,1957). Vita e Opere di Sigmund Freud. Milano, Il Saggiatore,1962.

Malcolm J. (1984). In the Freud archives. New York, NY:  A.A. Knopf, Inc.

Martín Cabré L. J. (2005). Il pensiero clinico di Ferenczi: una strana e silenziosa trasmissione. In: Bonomi C. (a cura di), Sándor Ferenczi e la psicoanalisi contemporanea.  Roma, Borla, 2006.

Masson J.M. (1986). A Dark Science: Women, Sexuality and Psychiatry in the  

    Nineteenth Century. Farrar Straus & Giroux.

Masson J.M. (1988). Against Therapy: Emotional Tyranny and the Myth of Psychological Healing. Histria Perspectives. 

Masson J. M. (1990). Analisi finale. Costruzione e distruzione di uno psicoanalista. Torino, Bollati Boringhieri, 1993.

Masson J.M. (1993). My Father’s Guru: A Journey Through Spirituality and Disillusion. Addison Wesley: New York.

Migone P. (2002). Storia dello scandalo Masson. Il ruolo terapeutico 89, 58-69; 90: 47-58; 91 67-77.

Pierri M. (1997). Errori dei padri e dei figli. In: Pierri M. (a cura di), “Qui e ora … con me” Aperture psicoanalitiche all’esperienza contemporanea, 115-132. Torino, Bollati Boringhieri, 2001.

Pierri M. (2018). Un enigma per il dottor Freud. La sfida della telepatia. Milano, Franco Angeli.

Pierri M. (2023). Occultism and the Origins of Psychoanalysis. Freud, Ferenczi and Thought Transference. Routledge, London NY.

Roazen P. (1975). Freud e i suoi seguaci. Torino, Einaudi, 1998.

 

[1] Jeffrey Moussaieff Masson (1984). Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione, 1984-2024. Nuova edizione a cura di Carlo Bonomi, Arpa Edizioni, 2024.

 

[2] Dopo la rottura, Freud distrusse le lettere ricevute da Fliess mentre il collega mantenne evidentemente un investimento sull’antica amicizia (non solo attraverso le sue idee di persecuzione) e per nostra fortuna, conservò le lettere di Freud (vedi meglio Pierri, 2018 e 2023). Il loro recupero si deve a Marie Bonaparte, discendente di Napoleone e moglie del principe Giorgio di Grecia, che fu in analisi da Freud dal 1925. Nel 1936 la Principessa acquistò le lettere da un mercante cui la vedova di Fliess le aveva affidate perché non subissero la sorte dei libri di Freud, Mann, Heine, Zweig, Brecht e Einstein bruciati dai nazisti sull’Opernplatz di Berlino nel maggio del 1933. Disobbedendo all’ordine di Freud di distruggerle, la Bonaparte le portò a Vienna, dove alla fine fu autorizzata a leggerle e a depositarle presso la Banca Rothschild. Dopo l’Anschluss, quando Marie Bonaparte si precipitò a Vienna in soccorso di Freud, riuscì a salvare dalla Gestapo anche le lettere e a portarle a Parigi. Jones scrive che, a causa delle mine nella Manica, per farle arrivare in salvo a Londra furono “avvolte in materiale impermeabile e galleggiante per scampare all’eventuale affondamento della nave” (I, p. 351).

Maria Pierri. Torreglia, Padova

Centro Veneto di Psicoanalisi

mariella.pierri@gmail.com

 

Condividi questa pagina:

Centro Veneto di Psicoanalisi
Vicolo dei Conti 14
35122 Padova
Tel. 049 659711
P.I. 03323130280

Servizio di Consultazione