Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Vittorio Gonella
“C’era una luna rossastra, scesi fuori intirizzito e scassato;
tra le nuvole basse era spuntata una fetta di luna
che pareva una ferita di coltello e insanguinava la pianura.
Rimasi a guardarla un pezzo. Mi fece davvero spavento.”
(C. Pavese, La luna e i falò, 1950, 58)
La storia della musica rock è caratterizzata da due aspetti che mi hanno sempre incuriosito: il primo riguarda il fatto che gli artisti che vengono citati come fonte di ammirazione e ispirazione da altri artisti – sia coevi che più giovani – spesso non sono in testa alle classifiche delle vendite (oggi diremmo dei download) o tra quelli osannati dal grande pubblico (Bob Dylan, ad esempio, ha più volte detto che gli sarebbe sempre piaciuto scrivere canzoni come quelle scritte dal cantautore americano John Prine). È passato alla storia il commento che Patti Smith fece a proposito del primo disco dei Velvet Underground (il famoso disco con in copertina la banana di Andy Warhol, uscito nel 1967): “Tutti quelli che hanno comprato una di quelle trentamila copie ha fondato una band”, evidenziando il valore di un album che appena uscito vendette poco, ma forgiò intere generazioni musicali successive.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che a volte gli artisti e i loro dischi non ottengono successo e visibilità nel periodo in cui vengono pubblicati ma solo in un secondo momento, magari a distanza di anni.
C’è un artista che porta su di sé entrambi i destini: Nick Drake, cantante e chitarrista inglese che nel corso della sua brevissima carriera (tre album pubblicati tra il 1969 e il 1971) ricevette il riconoscimento di tanti colleghi pur restando ai margini delle classifiche e delle vendite. Fu breve anche la sua vita, morì – probabilmente suicida – nel 1974, a soli ventisei anni: dopo la sua silenziosa dipartita si mise in moto una progressiva rivalutazione del suo talento e della sua opera, da parte di molti artisti ma anche degli ascoltatori, attratti dal suo stile personale e intimo.
Sé autentico e Sé artistico
Nick Drake nasce nel 1948 in Cambogia, secondogenito (la sorella Gabrielle, maggiore di quattro anni, sarà un’attrice di discreto successo) di una coppia della media borghesia inglese che si era trasferita in Oriente per motivi lavorativi e che fa ritorno in patria quando il piccolo Nick ha quattro anni.
La famiglia si stabilisce a Far Leys, una villa immersa nel verde nei pressi del villaggio di Tanworth-in-Arden, a una ventina di chilometri da Birmingham. I genitori di Nick suonavano il pianoforte e scrivevano canzoni; passioni che la madre continua a coltivare anche dopo il ritorno in Inghilterra, con una particolarità che il figlio farà sua: nessuno la vede mai comporre, presenta le canzoni ai famigliari solo a lavoro completato.
L’infanzia di Nick trascorre felice, impara presto a suonare, viene descritto come un ragazzino né esuberante né introverso, molto bravo negli sport e diligente a scuola. Durante gli anni delle Scuole Superiori, i genitori sono molto attenti alla sua carriera didattica, si aspettano un futuro universitario di prestigio, e su questo aspetto ci sono i primi piccoli contrasti con il figlio, che non sembra essere interessato a valorizzare coi voti le sue doti intellettive o a coltivare nello sport quelle atletiche.
A sedici anni, Nick – sempre più interessato alla musica – inizia a suonare come autodidatta la chitarra, sviluppando in poco tempo una personalissima tecnica di fingerpicking (letteralmente “pizzicare con le dita”, è una tecnica usata per chitarra folk ed elettrica che consiste nel toccare le corde direttamente con le dita, senza utilizzare il plettro), esercitandosi con brani provenienti dalla scena folk americana. Gli amici descrivono un ragazzo che sta in compagnia ma che dà sempre l’impressione di non voler fare avvicinare troppo l’Altro, non eccede in coinvolgimento e passione, non ha – e non avrà probabilmente nel corso dell’intera vita – relazioni sentimentali ed esperienze sessuali.
La chitarra e l’arte musicale diventano ciò a cui dedica tutto sé stesso, inizia a scrivere canzoni, riprendendo l’abitudine materna: nessuno lo vedrà mai – nel corso della sua intera carriera – scrivere e comporre, le canzoni vengono presentate ‘finite’, agli amici come negli studi di registrazione. I genitori incoraggiano questo suo dedicarsi alla musica ma, a mio parere, immaginano quest’ultima come una passione da ‘tempo libero’; al contrario, la musica diventa per il figlio qualcosa di vitale in cui immergersi, con una profondità introspettiva che viaggia di pari passo con una progressiva tendenza a isolarsi.
Pur essendo iscritto all’Università di Cambridge, Nick trascorre molto tempo a Londra, ospite della sorella e di nuovi amici, inizia anche a esibirsi dal vivo, sviluppando un’arte molto personale fatta di atmosfere chitarristiche acustiche e malinconiche a cui si accompagna una voce tenue, soffusa che sussurra testi ermetici ricchi di accenni agli elementi naturali, continui riferimenti alla vita e ai suoi possibili destini; versi ammantati da un senso di precarietà in cui non ci sono mai riferimenti alla realtà socio – storica – culturale che lo circonda. Nick stesso confessa alla sorella che più che comprendere le altre persone lui vorrebbe, innanzitutto, capire sé stesso.
Five Leaves Left: aspettative infrante
All’inizio del 1968 Nick Drake raggiunge un accordo economico con l’emergente casa discografica Island, il presidente Chris Blackwell – come tutti nel fervente ambiente folk inglese – è convinto che avrà grande successo. Durante il primo giorno di registrazione in primavera, presso gli studi Sound Techniques di Londra, Nick incontra l’ingegnere del suono John Wood, uno dei pochi di cui si fiderà fino all’ultimo.
Nick suona le proprie canzoni dimostrando di conoscerle perfettamente, one take ‘voce e chitarra’ e sono pronte per essere rielaborate: l’idea è che queste early version – così intime e spoglie – debbano essere arrangiate, gli spazi tra le note della chitarra e il canto riempiti sovra incidendo strumenti, per ottenere così un album più orecchiabile e commerciale. Nick è quasi sempre presente alle sessioni di registrazione ma non esprime opinioni su questa produzione che arricchisce ma intrude, trasforma ma snatura.
Five leaves left esce l’1 settembre del 1969: oltre alla voce e alla chitarra di Nick, è facile riconoscere la presenza di molti altri strumenti, aggiunti per far sì che l’esordio di questo sconosciuto ventunenne sia un disco di successo: è invece un fiasco, vende poche migliaia di copie e il pubblico non si accorge di Nick Drake.
Nello stesso periodo, si manifestano in modo sempre più evidente le fragilità del giovane cantautore: suona ancora alcune volte dal vivo ma non interagisce mai con il pubblico, si limita a un saluto iniziale e a un inchino finale, tiene sempre la testa bassa sulla sua chitarra. Pur essendo nella fase promozionale del disco, Nick non concede interviste, progressivamente si isola dal mondo che gli sta intorno, ritirandosi sempre più in sé stesso. Molte persone imputano all’insuccesso del disco questo crollo psichico ma la sorella – che dirà sempre che al fratello non interessavano la fama e il successo ma che le persone ascoltassero le sue canzoni – ritiene che la delusione narcisistica provocata da questo fallimentare esordio musicale abbia semplicemente accentuato le difficoltà di Nick nell’abitare la realtà e sostenere l’incontro con le altre persone.
Come accadrà anche nei dischi successivi, sono le canzoni a parlare; Time has told me – il brano che apre Five Leaves Left – ha un testo dedicato alle aspettative altrui e a quanto sia difficile ma necessario prenderne distanza:
“Il tempo mi ha detto / tu sei una scoperta rara rara
Una cura travagliata / Per una mente travagliata
E il tempo mi ha detto / Di non chiedere di più
Un giorno il nostro oceano / Troverà la sua riva
Quindi abbandonerò i modi che mi fanno essere / Ciò che in realtà non voglio essere”
La mia impressione è che il ‘tu’ a cui si rivolge Nick sia il suo Sé artistico, che può aiutarlo a non essere ciò che non desidera, l’unica via – per quanto ‘problematica’ – per trovare un approdo di pace.
Il penultimo brano – Fruit Tree – descrive ciò che angoscia Nick Drake: il timore di non venire visto nel suo esistere in mezzo alle altre persone, ricevendo solo un eventuale riconoscimento postumo, come realmente accadrà:
“La fama non è altro che un albero da frutto così malsano /
Non potrà mai prosperare finché il suo gambo sarà nel terreno /
Così gli uomini famosi non potranno mai trovare una via /
Finché il tempo non sarà volato lontano dal giorno della loro morte /
Dimenticati mentre sono qui, ma ricordati per un po’ /
Una rovina molto aggiornata di uno stile molto obsoleto”
Non si tratta tanto di capacità premonitrici ma di quella “comunicazione creativa” (2019, 45) che secondo Bolognini “si situa spesso in un’area intermedia” (ibid.) tra la rappresentazione e il pensiero integrato: l’arte anticipa il pensiero, gli offre una prima forma che può essere accolta e successivamente metabolizzata
Bryter Layter: un secondo fallimento
La vita del giovane Nick è sempre più caotica, vive da solo a Londra e chi lo conosce ricorda il suo umore depresso, sempre silenzioso come se la spinta esistenziale si stesse esaurendo; la sua vitalità è ormai limitata a quella fiamma interna inavvicinabile che gli permette di creare le canzoni che daranno forma al secondo disco.
Bryter Layter esce nella primavera del 1971; non ha una lavorazione lunga come Five Leaves Left, Nick condivide l’idea che bisogna fare nuovamente in modo che gli ascoltatori sentano la sua opera anche un po’ loro ma non partecipa alle registrazioni: incide le canzoni e poi non si presenta più in studio, lasciando che altri musicisti si muovano liberamente sui suoi brani, dando vita a un sound più vivace che nell’album d’esordio.
La complicata convivenza tra l’intimità delle canzoni e l’urgenza di renderle appetibili è ben esemplificata dal brano Hazey Jane II, arrangiata in modo quasi allegro nel tentativo di farne una hit per le radio: la prima strofa, con un testo che sembra uno scioglilingua, cantato con vivacità da Nick, è – in realtà – una fotografia drammatica della distanza che si è creata tra lui e gli altri:
“E cosa succederà al mattino / quando il mondo sarà così affollato che
Non potrai guardare fuori dalla finestra al mattino?”
Come un novello Barthleby (Melville, 1853) chiuso nel suo ufficio di fronte a una finestra, il protagonista della canzone vede il mondo scorrere davanti a sé e, spaventato, ne rimane distante, consapevole di non essere in grado di farne parte.
Con le commoventi parole conclusive della canzone Nick Drake offre a sé e agli altri un’ultima opportunità:
“Se le canzoni fossero le righe di una conversazione / la situazione sarebbe ottimale”
(If songs were lines of a conversation, the situation will be fine)
Penso che non si parli solo dell’arte in generale ma anche della funzione delle canzoni: in un periodo in cui per Nick Drake è diventato impossibile stare in relazione, sarebbe bello se le canzoni non fossero solo l’argomento ma il testo stesso delle conversazioni.
Anche questo secondo disco non ottiene il successo sperato (entrambi i dischi vendono circa tremila copie), Nick torna definitivamente a vivere con i suoi genitori: non parla, passa giorni interi nella sua camera, lascia improvvisamente la casa per lunghi viaggi in macchina senza meta o per andare a trovare amici, dai quali si presenta all’improvviso, fermandosi per ore senza proferire parola. L’aspetto non è più quello del ragazzo alto ed elegante di un tempo ma è trasandato, capelli molto lunghi, sguardo assente. Alcuni psichiatri che lo incontrano (Nick accetterà anche un breve ricovero in una clinica) sono concordi nel fare riferimento a un quadro di sintomatologia negativa schizofrenica.
Pink Moon: nudo e autentico commiato
In questo periodo di progressivo ‘eremitaggio’ (Ballerini, 2002) “segnato in modo vistoso da un’interruzione del rapporto interpersonale” in cui “la solitudine e lo svanire della comunicazione” sono i segni evidenti di una “eclissi dell’intersoggettività” (ibid., 17), alla fine di ottobre del 1971, Nick telefona a John Wood, l’ingegnere del suono dei suoi primi due dischi, e gli chiede di poter usare gli studi Sound Techniques: spiega che vuole registrare delle canzoni e non vuole che ci sia nessun altro in studio; John, che sente l’importanza e l’urgenza della richiesta dell’amico, gli propone due sere consecutive tra le undici e le due del mattino.
In queste due brevi sedute prende forma il capolavoro di Nick Drake, Pink Moon, un disco ancora più intimo e personale dei due album precedenti: suona le canzoni senza indugi, unica aggiunta – concordata e registrata insieme a John – qualche passaggio di pianoforte nella title track; questa volta le canzoni verranno pubblicate così come Nick le ha registrate, John Wood gli promette che non ci saranno sovra incisioni e aggiunte strumentali.
In quelle due sere in studio si conclude anche l’interesse di Nick Drake per il suo disco: la copertina verrà commissionata dalla Island Records al pittore surrealista Michael Trevithick perché l’aspetto di Nick è ritenuto troppo trasandato per essere, come nei due precedenti dischi, soggetto in copertina; Trevithick dipinge un quadro in cui si limita a dare una forma visiva ai vari oggetti citati nelle canzoni.
Gli ultimi due anni e mezzo di vita di Nick Drake saranno un oscillare continuo tra brevi momenti di lucida consapevolezza di un’esistenza da ricostruire (tenterà anche di lavorare in un ufficio) e l’angoscia per la perdita di quella vena creativa che lo aveva tenuto in vita, offrendogli un luogo lontano ma vitale da cui poter comunicare.
In un’occasione confessa alla madre di aver pensato al suicidio, e la notte del 24 novembre 1974, mette probabilmente volontariamente fine alla sua vita prendendo una dose di sonniferi dieci volte superiore a quella prescritta contro l’insonnia.
Nei mesi successivi i genitori assisteranno increduli a un continuo pellegrinaggio di giovani che si presentano, telefonano, scrivono lettere a Far Leys per testimoniare il grande affetto per il figlio e l’importanza della sua musica nella loro vita. Negli anni a venire Nick Drake verrà citato come fonte d’ispirazione da artisti di formazione molto diversa tra loro, da Kate Bush al grande pianista jazz Bred Mehldau, da Peter Buck, chitarrista dei R.E.M., a Robert Smith, cantante dei Cure.
Scherzo del destino, sarà uno spot pubblicitario della Volkswagen, trasmesso tra il ‘99 e il 2000, con la title track Pink Moon come colonna sonora, a offrire definitiva consacrazione planetaria al piccolo mondo di Nick Drake.
Pink Moon e le mie rêverie
Pink Moon esce il 25 febbraio 1972: anche questa terza prova passa inosservata al pubblico ma il suo ascolto turba molti amici e persone vicine a Nick, che la interpretano come un commiato, in un’atmosfera oscura e depressa, colgono nei testi riferimenti a una rottura definitiva nel rapporto con la realtà; Nick Drake porta – in questo terzo disco – all’estremo il significato comunicativo dell’arte, intesa non solo come un surplus ma come l’unica via per stare in relazione ed esprimersi. In questo terzo e ultimo disco quell’area intermedia (Bolognini) – in cui prende forma la comunicazione creativa – tra rappresentazione e pensiero, tra simbolico e concreto, tra realtà di vita e fantasia dell’arte, si riduce al minimo, provocando un immediato effetto di turbamento e disorientamento nell’ascoltatore.
Richard Thompson, il chitarrista che suonò le parti di chitarra elettrica nei primi due album, descrive così la sua reazione al primo ascolto di Pink Moon: “quello che aveva reso fino ad allora la musica di Nick così piacevole era l’equilibrio tra luce e oscurità. La tristezza presente nella musica veniva nascosta dietro splendidi arrangiamenti e una voce attraente. Il terzo album sembra un forte grido di aiuto, la voce di un uomo che barcolla ai limiti della sanità mentale” (Morton Jack, 2023, 406).
Pensando alla condizione psichica in cui si trovava Nick Drake, la mia opinione è che Pink Moon non sia lo specchio di una condizione di malattia ma sia l’estremo tentativo di difendersene e trovare un momento di comprensione e condivisione: come sosteneva Ernst Kris (1952) l’ispirazione è da intendersi come uno stato di platonica ‘follia creativa’ in cui l’Io, controllando il processo primario, si contrappone alla psicosi, una condizione – al contrario – in cui l’Io viene sopraffatto dal processo primario.
Riascoltare Pink Moon ha suscitato dentro di me una serie di rệverie letterarie che avevano già lasciato un segno nella mia formazione, personale e analitica: 28 minuti e 30 secondi, questa è la durata di un’opera che pur nella sua brevità coinvolge l’ascoltatore in vissuti faticosi e senza nome; il contrasto tra passaggi chitarristici complessi ma sempre pacati, privi di cambi di ritmo, e testi che sembrano accennare a una resa, a una quiete senza vitalità in cui le immagini sono spesso dedicate al confronto e alla distanza tra il protagonista del brano e l’Altro da sé, creano un’atmosfera perturbante, che l’ascoltatore sente crescere, canzone dopo canzone.
Mettere Pink Moon nel lettore, ascoltare qualche brano con i testi sott’occhio ha suscitato in me un pensiero ai rifugi della mente di cui ci parla Steiner (1996), da intendersi come quegli “stati psichici in cui il paziente è bloccato, tagliato fuori e impossibile da raggiungere” (Steiner, 1996, 18); e con le singole canzoni Nick Drake sembra fare ciò che fanno alcuni pazienti “nei sogni, nei ricordi e nei racconti della vita quotidiana” (Steiner, 1996, 18): descrive questo rifugio.
L’album, con l’omonima title track, inizia così:
L’ho visto scritto e l’ho visto detto
La luna rosa sta arrivando
E nessuno di voi è abbastanza alto
La luna rossa vi prenderà tutti
Nick Drake ci consegna subito un’immagine impellente e ambigua, che cos’è questa “luna rossa che vi prenderà tutti”?
Una canzone che dà inizio dentro di me a tante associazioni con gli scritti dell’ultimo Cesare Pavese (per questo motivo citato in esergo): ritrovo in molte canzoni di Pink Moon lo stesso tono cinico e dispiaciuto, rassegnato e ferito del diario Il mestiere di vivere, l’intima confessione sui drammi e i nodi esistenziali che affliggevano la vita dello scrittore piemontese.
Lo scorrere delle canzoni, l’ascolto delle parole, con la progressiva perdita di contatto col mondo e gli affetti mi riportano ad alcune note presenti nelle ultime pagine di quest’opera letteraria (Pavese, 1952): “Nel periodo clandestino tutto era speranza; ora tutto è prospettiva di disastro” (5 aprile 1947); e pochi mesi dopo: “Questo bisogno di essere solo, di non sentire che ti chiedono nulla, che ti tirino con sé… Quest’orrore che abbiano il minimo diritto su di te, che te lo facciano sentire… Questa evidente goffaggine degli altri, di aspettarsi qualcosa, di take for granted qualcosa da te” (2 marzo 1948).
Due autori – accomunati da un grande riconoscimento postumo – scomparsi tragicamente e anzi tempo, forse uniti dalla convinzione che una vita senza la possibilità di essere creativi – in entrambi i casi impedita dal male di vivere seppur in forme diverse – non avesse senso di essere vissuta.
È Place to be, secondo brano dell’album, a portare l’ascoltatore in contatto con questa visione disillusa e arrendevole: lo sguardo del protagonista è rivolto a sé stesso, a un passato fulgido che non c’è più e alle fatiche attuali, in cui si descrive caduto nell’oscurità, con un’ultima richiesta: essere aiutato a trovare un luogo dove stare (“give me a place to be”).
E io ero verde, più verde delle colline
Dove crescevano i fiori e il sole splendeva
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Mettimi giù, dammi un posto dove vivere
Le brevi canzoni si susseguono come acquarelli in una pinacoteca, al posto di paesaggi, colori e sfumature, troviamo contrasti tra opposti (in particolare quello tra Io – Tu), distanze esistenziali e – ogni volta – il protagonista è lo sconfitto, colui che ha perso la speranza, si sente diverso e distante. Una poetica che raggiunge l’apice compositivo nell’ottavo brano, Parasite, che si conclude così:
Dai un’occhiata, potresti vedermi per terra
Perché io sono il parassita di questa città
E dai un’occhiata, potresti vedermi nello sporco
Perché io sono il parassita che penzola dalla tua gonna
Parole che associo all’insetto in cui si ritrova trasformato il protagonista de La metamorfosi; nel racconto di Franz Kafka, Gregor Samsa è “oppresso dalla vergogna e dalla tristezza”, la condizione in cui si ritrova impedisce qualunque contatto con i famigliari, non osa uscire dalla sua stanza ma c’è un momento in cui si rianima e mette in dubbio la sua condizione alienata: quando la sorella comincia a suonare il violino per gli ospiti e Gregor, attratto dalla musica, lascia la sua stanza e va verso la cucina sentendo che “la musica lo commuoveva tanto”. E aggiunge che gli sembrava che “gli si schiudesse una via, verso un nutrimento sconosciuto e sempre desiderato”: un’immagine letteraria commovente che penso descriva bene la condizione esistenziale di Nick Drake e la sua fiducia – ancora viva seppur ridotta al lumicino – nell’arte musicale.
Kafka come Drake trascorse la maggior parte della sua esistenza con i genitori, morì a soli quarantun anni, scrittore allora ancora poco noto; era convinto che per scrivere fosse necessario “stare molto solo” (21 giugno 1913; Kafka, 1963, 389), che tutto ciò che aveva scritto fosse “effetto della mia solitudine” (ibid.), abitudini compositive molto vicine a quelle di Nick Drake, attento a evitare qualunque condivisione delle sue canzoni.
Ho riletto anche le riflessioni di Ogden a proposito di Un digiunatore, penultimo racconto di Kafka, scritto nel 1922 quando stava morendo di fame a causa della tubercolosi che gli impediva di deglutire: “Immagino l’esperienza di scrittura di questo racconto di Kafka come un’esperienza di creazione di un’opera d’arte che testimonia la verità di chi egli era” (Ogden, 2016, 132 – 133). Commenti che possono valere anche per Pink Moon e il suo significato nella vita e nell’esperienza artistica di Nick Drake: il cantante inglese, portandovi la sua vita, consegnandosi agli ascoltatori così com’è, senza orpelli o giri di parole, si tiene in vita; e l’ascoltatore entra in questo mondo in cui la quiete che lo pervade sembra anelare a qualcosa di definitivo e mortifero, le spinte vitali appartengono agli altri o al passato del protagonista.
Pink Moon si conclude con From the morning: i genitori non amavano il disco ma apprezzavano questo ultimo brano in cui sembra esserci un riferimento a una rinascita (mi chiedo: postuma?), e scelsero una strofa come epitaffio per la tomba del figlio:
E adesso ci alziamo
E siamo ovunque
E adesso ci alziamo da terra
Col passare degli anni abbiamo assistito a una rinascita e a un riconoscimento dell’arte di Nick Drake, fatta di intimità che si fa nuda, canzoni che – pensando a Kafka e Pavese – sembrano vere e proprie pagine di un diario, al contempo simboliche ed esplicitamente personali; ricche di immagini arrendevoli che racchiudono in sé un’ultima sospirata richiesta d’aiuto. Grandi artisti di scene musicali differenti lo hanno preso a fonte d’ispirazione, tanti appassionati hanno imparato ad ascoltarlo superando quel primo momento di smarrimento che la sua arte, inconfondibile mix di versi profondi e accordi complessi, suscita nell’ascoltatore.
Di Benedetto sostiene che in alcuni casi “la produzione artistica segua una strada sua, relativamente autonoma rispetto alle circostanze della vita, e che questa strada coincida con un percorso interiore, con una biografia non visibile” (Di Benedetto, 2000, 113). La storia di Nick Drake, al contrario, ci dice che a volte vita, sofferenza e arte non sono isole a sé stanti, e nemmeno linee parallele che camminano appaiate nel tempo: album dopo album, nell’arte di Nick Drake “la verità umana, rappresentata dall’arte […] collima con la realtà della vita” (ibid.).
Ascoltare i suoi dischi ha significato rivivere l’incontro più autentico con l’arte, nel mio caso con i geni musicali: quello in cui li consideriamo “come uomini tra gli uomini, che hanno patito le fatiche del vivere come tutti ma le hanno espresse” attraverso la capacità “di tessere dei fili di rappresentabilità attorno alle sofferenze traumatiche” (Cordioli, 2025, XI). Persone che – grazie al talento artistico – riescono a “ricucire i brandelli di un Sé” (Spagnolo e Northoff, 2022, 96) fragile e frammentato; a volte, come per Nick Drake, all’esaurirsi della spinta creativa, la vita diventa un mistero troppo angosciante per essere vissuto; fortunatamente, la musica concede un’opportunità – spesso inaspettata: rinascere nella mente degli ascoltatori.
Bibliografia
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Bolognini S. (2019), Flussi vitali tra Sé e Non-Sé, Milano, Raffaello Cortina.
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Di Benedetto A. (2000), Prima della parola, Roma, Franco Angeli.
Kafka F. (1912), La metamorfosi, in La metamorfosi e altri racconti, Milano, Mondadori 1994.
Kafka F. (1922), Un digiunatore, in La metamorfosi e altri racconti, Milano, Mondadori, 1994.
Kafka F. (1964), Diari 1910-1923, in Confessioni e diari, Milano, Mondadori, 1972.
Kris E. (1952), Ricerche psicoanalitiche sull’arte, Torino, Einaudi, 1988.
Morton Jack R. (2023), Nick Drake – The life, Londra, John Murray.
Ogden T. H. (2016), Vite non vissute, Milano, Raffaello Cortina.
Pavese C. (1950), La luna e i falò, Torino, Einaudi, 2002.
Pavese C. (1952), Il mestiere di vivere, Santarcangelo di Romagna, Foschi, 2023.
Spagnolo R., Northoff G. (2022), Il Sé dinamico in azione, Milano, Franco Angeli.
Steiner J. (1993), I rifugi della mente, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.
Vittorio Gonella, Cuneo
Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia – Sándor Ferenczi
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