Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Silvia Mondini
Titolo del film: “Mr. Nelson, did you kill people?”
Dati sul film: Shinya Tsukamoto, Giappone, USA, Thailandia, Vietman, 2026, 116’, in Concorso 83ma Mostra del Cinema di Venezia
Genere: drammatico, storico, biografico
Dopo gli innumerevoli film che la guerra del Vietnam ha generato — dalla rappresentazione della violenza sul campo al racconto delle drammatiche condizioni esistenziali dei reduci — ci si potrebbe domandare che cosa resti ancora da raccontare.
Invece Mr. Nelson, Did You Kill People? del regista giapponese Shinya Tsukamoto, introduce in questo già ricco scenario uno spostamento di prospettiva degno di nota. Tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Allen Nelson, protagonista del film (interpretato da Mark Merphy e Rodney Hicks) mette in scena non soltanto lo svolgersi di un feroce combattimento con le sue conseguenze individuali e collettive, ma il lento e doloroso processo attraverso il quale diviene possibile riconoscere la propria responsabilità nell’aver “ucciso tutto quel che si muove”.
Allen Nelson è un afroamericano cresciuto nella povertà, nella violenza familiare e nella discriminazione. Ancora giovanissimo, si arruola nei Marines con la speranza di sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Dopo l’addestramento nell’isola giapponese di Okinawa, viene inviato in Vietnam dove apprende sul campo che, per poter uccidere, è necessario cancellare l’umanità dell’altro: solo privato di un volto, di un pensiero, di una storia il nemico può essere ridotto a oggetto su cui esercitare ogni tipo di violenza.
Tsukamoto ha il merito di tenersi lontano dalla condanna morale e da una lettura che scarica tutta la responsabilità sulla macchina militare. Nelson è certamente una vittima — della povertà, del razzismo, della violenza subita e di un feroce addestramento — ma riconoscerlo non comporta la cancellazione della responsabilità personale. Ed è proprio nella messa in scena del difficile percorso che conduce a questa precisa presa di coscienza, nell’esplorazione delle dinamiche psichiche che conducono dalla violenza subita alla violenza agita, che il film trova la propria originalità.
Non si tratta di rendere equivalenti le posizioni, di attenuare le responsabilità storiche o di ignorare le condizioni concrete in cui la violenza si esercita, ma di riconoscere la vulnerabilità dell’essere umano, la sua intrinseca distruttività (Freud, 19129) e quel destino pulsionale che comporta il ribaltamento dalla passività all’azione (Freud, 1915). L’umiliazione, il terrore e il bisogno di sottrarsi all’impotenza alimentano l’identificazione con l’aggressore e il passaggio da vittima a carnefice.
“L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel pos- sesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo ed ucciderlo” (Freud, 1929, 599).
Mr. Nelson, did you kill people? non arretra dinanzi all’esposizione dell’orrore, anzi, in alcune scene tende all’eccesso senza mai ridurlo, tuttavia, a elemento fine a se stesso: il trauma e la violenza, si iscrivono nel corpo, ritornano nei ricordi, invadono il presente, insistono, si ripetono ma, nel far questo, reclamano qualcosa, forse, qualcuno.
Qualcosa, e qualcuno, che nel film prende le sembianze del dottor Daniels, lo psichiatra interpretato da Geoffrey Rush. Figura che, tra altro, piace ricordare perché rientra in quell’esiguo numero di psichiatri, psicologi e psicoanalisti che sfugge ad una facile caricatura cinematografica. Il dottor Daniels, come dirà egli stesso alla fine, brancola nel buio: non fornisce spiegazioni precostituite né spegne i sintomi con la chimica. Garantisce qualcosa di più basilare e, insieme, più difficile: tempo, continuità, attenzione. E domande; uno spazio tempo nel quale il ricordo può lentamente riaffiorare (anche) attraverso le pause, le resistenze, le ripetizioni.
Parafrasando Winnicott (1971), si può ipotizzare che Daniels sappia bene che per poter ricordare e sopravvivere è necessario incontrare qualcuno capace di tollerare la distruttività. E così, mentre una parte di Nelson — quasi incarnata dalla moglie amorevole, desiderosa di risparmiargli ulteriore dolore — vorrebbe interrompere quel percorso di cura e cercare altrove, lui resta. Resta anche di fronte a una domanda che ritorna, ostinata, da parte del terapeuta: «Perché hai ucciso?».
Non più soltanto «Hai mai ucciso qualcuno?», ma «Perché?». Ed è qui che la domanda cambia natura e acquista il suo peso etico. Non chiede una confessione, non pronuncia una condanna. Continua semplicemente a essere riproposta e, nel suo ripetersi, apre quello spazio in cui diviene possibile avvicinare ciò che fino a quel momento non poteva essere guardato: non solo quello che è accaduto, ma la propria responsabilità in quanto è accaduto. Un attraversamento doloroso, privo di soluzioni consolatorie, da cui prende forma la scelta di Nelson di farsi testimone della condizione umana oltre che della violenza. Nelson diviene testimone della propria esperienza non perché ha elaborato il trauma ma perché sente che non può semplicemente lasciarselo alle spalle.
Quel che cambia è, forse, l’uso, il destino, del trauma stesso: non più elemento destinato a ripetersi – nei sogni, nei pensieri intrusivi, nelle crisi emotive, nelle relazioni – ma costruzione di un ricordo che diviene narrazione, condivisione di un dolore che diviene testimonianza, trasformazione di un’esperienza passata in un monito consegnato al futuro.
Il ritorno in Vietnam nel 2005 rappresenta, forse, l’approdo più radicale di questo percorso. L’incontro con il nemico di un tempo non nasce da una superficiale, apparente, facile assoluzione reciproca, ma dal riconoscimento di una comune origine della violenza: la paura, l’obbedienza, l’umiliazione, la disumanizzazione e il bisogno di proiettare sull’altro la propria distruttività.
È questo il messaggio di Mr. Nelson, Did You Kill People?: non esiste pace che possa fondarsi sulla semplice denuncia del carnefice o sull’identificazione con la vittima. La pace richiede un movimento molto più complesso e inquietante: l’assunzione di responsabilità per la propria distruttività e la presenza di un altro capace di sostenere questo processo di trasformazione della coazione a ripetere in capacità di legame; processo che implica il necessario l’impasto di Eros e Thanatoso che offra presenza nell’ esperienza di trasformazione della coazione a ripetere in fondamento di un legame: con chi ascolta, con chi verrà dopo e persino, talvolta, con colui che un tempo abbiamo chiamato nemico.
È questo il messaggio di Mr. Nelson, Did You Kill People?: non esiste pace che possa fondarsi sulla semplice denuncia del carnefice o sull’identificazione con la vittima. La pace richiede un movimento molto più complesso e inquietante: l’assunzione di responsabilità per la propria distruttività e la presenza di un altro capace di sostenere questo processo rendendo così possibile la trasformazione della coazione a ripetere in legame. Un legame con chi ha ascoltato, con chi ascolta, con chi verrà dopo e persino, talvolta, con colui che un tempo abbiamo chiamato nemico.
Peccato si tratti di un film … un film che, nella sua parziale finzione (non dimentichiamo l’origine autobiografica), apre ad una riflessione. Estremamente attuale.
Bibliografia
Freud, S. (1915), Pulsioni e loro destini, OSF, 10.
Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. O.S.F., 10.
Winnicott D.W (1971). L’uso dell’oggetto e la capacità di entrare in relazione attraverso l’identificazione. In Gioco e realtà. Armando Editore, Roma, 1971.
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