Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Paola Ferri
Titolo del film: “Liberami dal nulla” (Deliver Me from Nowhere
Dati sul film: regia di Scott Cooper, USA, 2025.
Genere: drammatico,musicale
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=_FBcKmy4zlM
Sappiamo da ampio battage pubblicitario che il film narra la storia di Bruce Springsteen, nello specifico la prima parte della sua vita e della sua produzione artistica. È un biopic su uno dei protagonisti della scena musicale moderna, autore rock folk country pop, cantante e chitarrista, circondato da una band a tutt’oggi eccezionale, la E Street. Il film è tratto dal libro omonimo di Warren Zanes (2024).
Si riferisce ai primi anni 80, ai tempi della registrazione di Born in the USA, iconico brano che esce nel 1984 in forma di album, e non viene inserito nella compilazione di Nebraska, intorno alla cui produzione ruota tutto il film. Quest’ultimo album è molto più malinconico e cupo del precedente The river (1980), già clamoroso successo.
È il 1981, Bruce è già stato incoronato come The boss, ma il film descrive un momento di crollo psichico profondo, un passaggio esistenziale in cui intravediamo il rischio grave di rinuncia e di caduta.
Bruce viene sostenuto e aiutato da Jon Landau, suo manager e amico, interpretato da un eccezionale Jeremy Strong (protagonista della premiata serie Succession, 2018/2023), pluripremiata: questi lo aiuterà nell’uscita dalla crisi che, con occhio clinico, possiamo definire depressiva, accompagnandolo verso un aiuto che supponiamo psicoanalitico. Assistiamo all’abbozzo della prima seduta del musicista e cominciamo a immaginarne la possibilità di una rinascita.
Il film è stato supervisionato dallo stesso Bruce Springsteen, che ha riconosciuto l’eccezionale bravura dell’attore protagonista, Jeremy Allen White, e la veridicità anche emozionale di quanto descritto.
Al di là dell’aspetto musicale, che ha comunque una resa impeccabile nelle performance di White, che ha imparato in sei mesi a suonare e cantare, ciò che rende il film particolare e differente rispetto ad altri importanti biopic, come quello recente su Bob Dylan (James Mangold, 2024), è proprio la capacità di descrivere il rischio di inabissamento nel nulla.
Bruce è già famoso, gli basterebbe assecondare le volontà del suo produttore discografico per creare un altro successo mondiale, ma resiste alla pressione di confermarsi nello stile rock arrabbiato che ha caratterizzato il suo primo successo, e decide una svolta radicale nella produzione di Nebraska (1982).
Springsteen fa un viraggio dal rock al folk, componendo un disco registrato su cassetta, molto malinconico e lento, sulla cui tenuta artistica i suoi produttori non scommetterebbero, essendosi i suoi fans abituati a uno stile più aggressivo.
Ma Bruce vuole rischiare. Non può fare altrimenti per la verità, perché la depressione lo attanaglia e non gli consente di uscire da un mood malinconico. Il suo manager Jon lo seguirà nell’impresa e non lo abbandonerà. Soprattutto crederà pazientemente e saggiamente in lui.
Questo mi sembra un aspetto psicologico importante, che non riguarda Bruce ma proprio Jon: ossia la capacità di tenuta di un personaggio paterno e contenitivo durante il breakdown di un genio della musica, fortunatamente ancora vivente e a quanto pare, in buona salute. È il padre che Bruce non ha avuto, e Strong ne offre un’interpretazione controllata ed equilibrata.
Il motivo profondo della crisi sembra essere la separazione da una famiglia traumatica, per via di un padre oscillante tra maltrattamento e affettività sincera, in un’alternanza tra distanziamento e rifiuto per moglie e figlio, e un eccesso di vicinanza manipolatoria. Forse Bruce comincia a realizzare la differenza tra l’ambiente modesto sul piano economico e culturale in cui è cresciuto, e quello in cui si sta improvvisamente trovando a vivere.
Ed è proprio qui il paradosso: Bruce “supera” la sua famiglia di origine, il suo ambiente rassicurante del New Jersey, e il rischio é di precipitare in un abisso di disperazione in cui niente ha più senso e la vita non vale la pena di essere vissuta.
Già Freud parlava della “nevrosi da successo” (1901), e qui siamo direi nella malinconia da successo, nella paura di rivivere il trauma già sperimentato nella vita familiare, ma mai veramente pensato, proprio nel momento in cui le condizioni ambientali sono di molto mutate.
I fantasmi del passato tornano a snodarsi nelle sue fantasie — vediamo in flash back un Bruce bambino e i sui giovani genitori — e il conflitto col padre sembra riattualizzarsi attraverso ricordi laceranti; fino a una sorta di riconciliazione finale immaginaria, quando Bruce già adulto si siede sulle ginocchia del padre, subito dopo il concerto che lo consacra definitivamente come mito generazionale.
Sappiamo dalla vita reale che Springsteen ha mantenuto fino alla morte della madre (avvenuta un anno fa a novantanove anni), un rapporto intenso e particolare con lei: Adele Ann, di origine italiana, è stata presente ai suoi concerti e spesso invitata a ballare sul palco con lui e la band, tra il tripudio dei fans.
Il film è intenso e malinconico, White è bravissimo, e il manager Jon un’icona di pazienza devozione e rispetto. E di riconoscimento del genio.
White è stato uno dei protagonisti delle serie cult Shameless (2011/2021), su di una famiglia disfunzionale e magnifica della Chicago periferica, e The bear (2022/2025). Nel film riconferma il talento di attore versatile e brillante: si muove e cammina come Springsteen e rende ottimamente le sue espressioni facciali.
La figura femminile è solo accennata nella prima compagna a cui non riesce a dedicare sufficiente attenzione e affetto. Sappiamo oggi che l’incontro determinante sarà con la sua attuale moglie e compagna di percorso artistico, la violinista Patti Scialfa, che quasi sempre suona con lui e gli E Street dal vivo.
L’impronta carismatica di The boss passa attraverso una sua recente celebre affermazione, pronunciata al suo concerto a San Siro a Milano del 3, cui ho assistito. Sensibile alla realtà sociale e politica del suo paese, dopo un lungo discorso di denuncia, così ha concluso: “The American dream has become a spiritual hunger” (il sogno americano è diventato una fame spirituale). Sembra essere la triste constatazione conclusiva dopo quanto espresso in Badlands (1978): “Talk about a dream, try to make it real” (parla di un sogno e cerca di farlo diventare reale).
Proprio così Bruce, sembra che non ci siamo riusciti, il sogno di una certa America e di un mondo migliore pare essere svanito, e la musica che amiamo non basta a consolarci.
Bibliografia
Freud S. (1901). Psicopatologia della vita quotidiana. O.S.F. 6.
Zanes W. (2024). Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska. Roma, Jimenez.
Articoli simili nei siti della Società Psicoanalitica Italiana
Condividi questa pagina:
Centro Veneto di Psicoanalisi
Vicolo dei Conti 14
35122 Padova
Tel. 049 659711
P.I. 03323130280