L'adolescenza rubata
di Stanislas Tomkiewicz

Recensione di Mariagrazia Capitanio

L’adolescenza Rubata

Stanislas Tomkiewicz 

(1999) L’adolescence volée. Paris, Calmann-Lévy.

Ed. it. L’adolescenza rubata. Como, RED Edizioni, 2000

pagg.192

“In effetti c’è sempre una adolescenza… Diciamo che la mia, fra i muri rossi del ghetto di Varsavia e il filo spinato di Bergen-Belsen, non è stata per niente normale: alla fine dell’infanzia sono incominciati i bombardamenti sulla città; quando volevo baciare una ragazza, arrivavano i nazisti e bisognava fuggire… […]. Ma il furto che ho subito andava ben oltre […]. In un’adolescenza ‘normale’ i giovani si ribellano ai genitori, poi ingoiano la loro ribellione per diventare adulti e autonomi. Nel mio caso mi è stata rubata anche quella ‘crisi dell’adolescenza’ perché, il giorno in cui è iniziata la mia ribellione, i miei genitori sono stati assassinati. Così sono rimasto con i sensi di colpa e, per trent’anni, ho fatto sogni orribili in cui il mio adorato padre ritornava regolarmente a uccidermi. Se ho voluto occuparmi degli adolescenti […] è stato […] per tentare di guarire me stesso[1].

                                  Stanislas Tomkiewicz (1999, 21-2)

 

Introduzione

Ho letto l’autobiografia del pediatra, psichiatra e psicoterapeuta di adolescenti Stanislas Tomkiewicz (Varsavia 1925-Parigi 2003) mentre preparavo l’incontro “Apprendere dagli scrittori adolescenti durante la Shoah e che sono sopravvissuti” (Ricorrenze di Umanità/Giorno della Memoria 2024[2]) che aprì una riflessione volta a comprendere la situazione intrapsichica e relazionale anche degli adolescenti attualmente vittime della violenza di Stato esercitata su intere popolazioni.

Quella riflessione partiva da un assunto: i racconti, anche quelli autobiografici, non sono documenti storici ma opera di un processo psichico trasformativo, ragion per cui li dobbiamo considerare ‘autofiction’. Ognuno di quegli scrittori subì e affrontò “la barbarie”[3] nazista in maniera soggettiva in base alla propria antecedente storia intrapsichica, relazionale, gruppale e fattuale e, in seguito, analogamente reagì ad essa. Per questo motivo quanto ‘dirò su’ o ‘a partire da’ Tomkiewicz sarà relativo al ‘personaggio Tomkiewicz’, che chiamerò Tom, come d’altra parte era soprannominato dalla sua cerchia. Nelle note riporterò per esteso alcune citazioni tratte dal testo: è nei particolari dell’uso della lingua e della costruzione delle frasi che il lettore può evincere il funzionamento psichico del personaggio e trarne insegnamenti utili.

 

Nascita di un libro

Il libro così come lo leggiamo nacque da un malinteso[4]. Tom si era accordato – la data non la so esattamente, ma credo verso il 1997/98 – con un editore per scrivere un testo sull’adolescenza: pensava di redigere un’opera scientifica (Tomkiewicz era autore di numerosissime pubblicazioni[5] in quanto professore c/o l’Université Paris VIII[6] e direttore di ricerca all’INSERM 69[7]); l’editore, invece, voleva che parlasse del suo percorso ‘in quanto Tom’. E cioè: in quanto adolescente sopravvissuto alla Shoah[8].

Tom, arrabbiatissimo, passò una notte insonne[9] perché scrivere di sé gli costava grande sofferenza. Già al ritorno dalla deportazione aveva realizzato che, per vivere, aveva bisogno di dimenticare (cfr. p. 53) e che: “O mi mettevo a scrivere del ghetto, e sarei morto subito dopo, oppure mi rivolgevo risolutamente verso l’avvenire” (ib., p. 164). Per questa ragione parlava pochissimo del suo passato (sebbene non lo avesse nascosto né alle figlie né ai colleghi) e quando iniziò a farlo pubblicamente a partire dal 1993 (a 68 anni) soleva minimizzare, usando per lo più un tono distaccato, senza unire, come lui stesso dice, rappresentazioni e affetti (cfr. ib., p. 162).

Ad ogni buon conto il giorno dopo decise che, se quell’uomo “voleva Tom, ebbene … allora avrebbe avuto Tom[10]. E, ultrasettantenne, si mise innanzi tutto a dettare al registratore e poi a scrivere della sua adolescenza rubata e di quello che era avvenuto in lui e di lui in seguito.

 

Parlare con sé e di sé

Parlare al registratore non era cosa nuova: tanti anni prima, nel 1966, dopo l’interruzione di una brevissima psicoterapia che lo aveva scosso nel profondo, Tom rivisse intensamente la sua deportazione e il suo “trauma più grande, l’abbandono dei miei genitori sul treno. Ed è ancora impossibile raccontarlo” (ib., p. 162). Gridò e pianse, affidando il tutto ad una cassetta che non riuscì più a riascoltare: “Ma se sono ancora qui lo devo senza dubbio a quel momento di ‘abreazione’ solitaria” (ib., p. 80). E, anche, lo doveva all’incontro che ebbe, dopo il secondo e serio tentativo di suicidio attuato a 17 anni quando ancora viveva nel Ghetto – e cinque mesi prima della deportazione – con l’unico psichiatra superstite il quale, con un intenso colloquio[11], fu “capace di ristabilire il mio narcisismo e la mia fiducia nell’avvenire” (ib., p. 169). Infine, secondo me, lo doveva all’aver depositato alcuni ricordi in quelle che chiamava ‘opere postume’ (scritti assolutamente personali che nessun altro leggeva): “Avevo chiuso il ghetto dentro di me, lo avevo incistato come dicono gli specialisti. Non era un vero oblio: […] il sangue, le immagini, lo sfavillio metallico dei fucili […] c’erano sempre, da qualche parte, in un campo oscuro ed erboso che è in me. Lo chiamavo il ‘mio giardino segreto’[12]. Ma ho ricoperto tutto con uno spesso manto protettivo. Grazie a quel manto il ghetto diveniva un’astrazione geometrica, una sorta di cartina di una città […], delle vie si tagliavano ad angolo retto […], su di esse passavano le colonne dei prigionieri. […] Talvolta l’astrazione si riempiva di paure, di crampi allo stomaco, di sudori freddi, di angoscia. Scacciato durante il giorno, il ghetto ritornava la notte nei miei incubi […]. Questo silenzio, questo non detto, è andato ben al di là della guerra: il mio giardino segreto conteneva tutto ciò che riguardava la mia infanzia” (ib., pp. 162-3-4). Alcuni stralci delle ‘opere postume’ irrompono per tre volte nel racconto autobiografico sconquassandolo, impreziosendolo e fornendo spunti per riflettere meglio su alcune domande che l’Autore si/ci pone[13].

 

Un libro che pone domande

Il libro è interessante da molti punti di vista – e per tale ragione va letto più volte – anche perché lascia al lettore il tentativo di rispondere (o, meglio, di riflettere su) ad alcune domande/questioni che Tom si pone nel capitolo finale (Un silenzio di cinquant’anni) e che sono quelle attorno alle quali tutto il testo ruota. Esse sono le seguenti: a) “non sono in grado di rispondere alla domanda […:] il silenzio, l’incistamento sono stati per me la soluzione migliore per raggiungere il massimo di utilità sociale con il minimo di sofferenza interiore?” (ib., pp. 172-73); b) “Sono riuscito, malgrado tutto, a trasmettere un messaggio di ottimismo [qui egli intende: fiducia nell’essere umano], di gioia di vivere, un desiderio di adattarsi al mondo continuando a lottare per trasformarlo? (ib., p. 173); c) “Alcuni ricercatori studiano la trasmissione intergenerazionale della sofferenza e sostengono […] che i figli e persino i nipoti dei superstiti devono essere considerati vittime tardive e postume dei nazisti. […] Mi sento accusato di avere ‘rifilato’ la mia nevrosi di superstite ai miei figli o addirittura ai giovani di cui mi sono occupato[14]. Sono riuscito a metterli al riparo da quella maledizione?” (ib., p. 173)[15]; d) “Il mio silenzio, che non era comunque del tutto impermeabile, è riuscito a conciliare le due esigenze opposte, quella della memoria e quella della protezione?” (ib., p. 173).

Per quanto riguarda la prima domanda Tom, considerando la sua ‘mancata analisi’ come uno dei “drammi della sua vita” (ib., p. 77), racconta che uno psicoanalista che godeva della sua fiducia gli disse: “’Vedi Tom, considerati gli orrori che hai vissuto durante la guerra e il modo in cui hai perso i genitori, forse non è opportuno che ti sottoponga alla psicoanalisi’. La sua osservazione […] mi permetteva di non smuovere tutto quello che avevo preferito vedere incistato nel profondo della mia anima. Fu così che non mi sottoposi mai a nessuna cura o, se preferite, non ne beneficiai mai” (ib., p. 80). Le resistenze erano enormi: da un lato provenivano dalla sua aderenza al Partito Comunista a cui fu iscritto per moltissimi anni[16]. Dall’altro Tom viveva la cura psicoanalitica di allora (forse con qualche ragione) come “pura e dura” (ib., p. 77): senza poter generalizzare, è possibile pensare che alcuni psicoanalisti fossero distanti dal modello indicato da S. Amati Sas sulla base della propria esperienza di analista di pazienti reduci dalla tortura di Stato[17]. E ancora: temeva, come ammette lui stesso, di guarire da quella che chiamava la ‘nevrosi Salpêtrière’[18] che durò una quindicina d’anni e che consisteva nel voler diventare a tutti i costi professore universitario ospedaliero in modo da soddisfare non solo il proprio desiderio narcisistico ma anche quello, altrettanto narcisistico, dei suoi defunti genitori.

Personalmente ipotizzo che tale nevrosi fosse sostenuta anche dall’ambivalenza legata all’identificazione con l’aggressore[19]: “[La Salpêtrière] durante i lunghi anni che vi ho trascorso, sia come malato sia come medico, a volte mi richiamava alla mente i campi di concentramento (ib., p. 135). “Volevo essere riconosciuto dal professor Michaux e dagli altri primari, anche se erano fascisti o antisemiti […]. Rimasi attaccato alla Salpêtrière […] come un masochista al suo carnefice” (ib, p. 77)[20]. Ma ecco l’altro lato della medaglia, quella della vittima che può diventare carnefice. Nel caso di Tom ciò si manifesta a mio parere sia a) nell’omissione di soccorso sia b) in alcune violenze effettivamente compiute. a) Omissione di soccorso: quando lavorava alla Salpêtrière – racconta – “Accettavo delle umiliazioni di cui la più terribile era la mia totale inibizione di fronte all’autorità suprema rappresentata dai primari […] non osavo reclamare […] né tantomeno esprimere apertamente e con determinazione il mio disaccordo e il mio disgusto di fronte alla violenza e al modo ingiusto in cui venivano trattati i malati” (ib., p. 81)[21]; lo stesso successe quando – probabilmente nel 1953 – svolse come pediatra il tirocinio nel reparto di un ospedale dove erano ricoverato i bambini abbandonati: “La sorte di quei bambini mi sconvolse, ma, confesso con vergogna, la mia ribellione è rimasta chiusa in me per anni” (ib., p. 84), fino al 1968. b) Violenze effettivamente compiute: Tom, nel 1960, iniziò a lavorare in un reparto ospedaliero dove erano ricoverati bambini con pluri-disabilità e nel quale si usavano prescrivere inutili e dolorosi esami: “Confesso con grande vergogna di averne eseguiti anch’io una decina di volte e non riesco ancora a perdonarmelo. Posso dire solo una cosa a mia difesa: dal giorno in cui diventai il responsabile degli ‘encefalopatici’ non fu più praticata nessuna encefalografia gassosa sui bambini di cui ero responsabile” (ib., p. 88). L’identificazione con l’aggressore determina una dinamica interna (e non solo) sfaccettata, complessa, di lunga durata, non facilmente riconoscibile, trasmissibile alle generazioni successive.

Nei casi di violenza di Stato nei confronti di intere popolazioni ipotizzo che l’Io possa anche ricorrere a quella che, in via provvisoria, chiamerei l’ ‘identificazione nello sterminatore’ la quale non sostituisce quella con l’aggressore ma le si affianca. Il mio pensiero va a quello che sta succedendo ora in Medio Oriente dove una parte dei successori delle vittime di entrambe le parti, sia della Shoah che della Nakba, sono diventati persecutori spietati e ciò mi pone inquietanti domande che spero, diventeranno un percorso di ricerca. Proprio a questo, in fondo, le domande di Tom servono.

Per quanto riguarda il suo interrogarsi sulla propria capacità di adattarsi al mondo lottando per trasformarlo (un adattamento che richiama la funzione dell’Io individuata da H. Hartmann e collegata ai processi di dominio della realtà[22] ), direi che c’è riuscito dando un notevole contributo – proprio in quanto, come lui stesso afferma, “vittima del terrorismo di Stato” (quello nazista, cfr. ib., pp. 121 e 134) – alla lotta contro la violenza istituzionale in Francia. La lettura del Tom impegnato su questo fronte è interessante perché viene delineata con passione la sua storia (che è utile non dimenticare) intrecciata con quella di teorici e clinici che hanno accompagnato la formazione universitaria di una cospicua parte di coloro che, come me, ormai sono ‘psi’ anziani. Tom racconta di R.D. Laing[23], di A. Esterson[24], di D. Cooper[25] ma, soprattutto del suo incontro, nel 1968, con Franco Basaglia, da cui nacque una amicizia[26] .

Ad ogni buon conto le risposte a tutte le sue domande rimangono aperte.

 

“Si può rivivere dopo una catastrofe? La resilienza”

Se non è possibile rispondere, per lo meno è possibile riflettere sulle risposte parziali (corrispondenti ad altrettante scelte di vita) che Tom ha cercato di darsi o che non è riuscito a darsi tramite un percorso che egli stesso ritiene assolutamente personale, che non può valere da modello per altri e che ha a che fare con quella che egli chiama ‘resilienza’, tema che a sua volta poneva a lui (e a noi) ulteriori interrogativi. Ne parla nel paragrafo: “Si può rivivere dopo una catastrofe?[27] La resilienza”, termine che egli definisce come la “capacità di resistere alle avversità della vita, anche le più gravi” (ib., p. 167)[28] e che consente di non divenire necessariamente psicotici o incapaci di adattarsi alla società. Distinguendo tra riadattamento sociale e sopravvivenza psichica del soggetto, Tom comunque precisa che “Se il disadattamento sociale (delinquenza, psicosi […]) è sempre accompagnato da una sofferenza psichica enorme, l’inverso è tuttavia ben lungi dall’essere vero: una sofferenza psichica che persiste può rimanere compatibile con un adattamento corretto e persino eccellente” (ib., p. 168). Resilienza non significa scarsa sofferenza psichica.

Tom, in base alla propria esperienza vissuta, ritiene che gli elementi che determinano tale capacità – che io considero in termini metapsicologici una funzione dell’Io che può subire fluttuazioni, regressioni e inibizioni – vadano ricercati in tre momenti connessi tra di loro: prima, durante e dopo la catastrofe.

Per quanto riguarda il ‘prima’: “Nel mio caso, se si mettono da parte certi fattori costituzionali (la forza della mia libido, il mio amore per la vita […]), […] il fattore di resilienza più evidente è una famiglia unita, affettuosa capace di proiettarmi nel futuro, di condizionare profondamente il mio destino professionale. È la famiglia che […] ha radicato e ben definito il mio ideale dell’Io” (ib., p. 168). Ritengo che l’accenno alla forza della libido e all’amore per la vita non possa certo essere messo ‘da parte’: Tom si riferisce alle due pulsioni di cui è composto Eros (quella sessuale e quella di autoconservazione) la cui forza è essenziale – secondo il punto di vista economico valorizzato in modo particolare dall’ ‘ultimo Freud’ [29]– nel determinare la dinamica dei processi psichici. Detto ciò, è interessante non solo che Tom accenni a tali pulsioni ma anche (lo evinco da come è formata la frase) le associ a buone relazioni oggettuali durante l’infanzia. Fu in quel periodo[30] che i genitori radicarono in lui l’ideale del ‘diventare un medico’ e di assomigliare a J. Korczak, il direttore dell’orfanatrofio di Varsavia, il quale per quarant’anni si dedicò alla cura di bambini traumatizzati[31]. “L’ho sempre considerato come una specie di ideale dell’Io e non c’è da stupirsi che più tardi abbia provato il bisogno di rendergli un po’ di ciò che gli dovevo” (ib., p. 32). All’origine, secondo J. Chasseguet-Smirgel[32], l’ideale dell’Io implica l’idea di progetto, di speranza; la sua funzione sarebbe quella di favorire la crescita. È alla madre – scrive – che spetta il compito, almeno nei primi tempi, di condurre il bambino a investire su modelli successivi sempre più evoluti. Ciascuna tappa dello sviluppo deve fornirgli gratificazioni perché non desideri tornare indietro e frustrazioni sufficienti perché non abbia voglia di fermarsi. In questo processo, dove è necessario che egli conservi la speranza che gli permetterà di continuare a percorrere i gradini della sua evoluzione, il bambino è guidato dalla madre che lo aiuta a proiettare davanti a sé il suo ideale dell’Io. L’oggetto ha dunque una funzione di pressione che aiuta il soggetto a progredire. Anche l’ideale dell’Io ha questa funzione di pressione, di sostegno della speranza, di ruolo motore, di promessa. Per Tom la promessa e il ruolo motore furono: prima il diventare medico, poi il salvare i pazienti dalla violenza istituzionale. Il mantenere dentro di sé, tramite l’ideale dell’Io, una relazione sempre vivificante con un oggetto buono, materno, protettivo e custode della speranza fu uno degli elementi della sua resilienza/resistenza[33]?

Per quanto riguarda il ‘durante’, fondamentale per lui fu, come ho già detto, sia l’incontro con lo psichiatra che, ristabilendo il narcisismo, gli consentì di pensare in prospettiva sia “la solidarietà delle persone che mi circondavano. La rivolta del ghetto mi ha permesso […] di abbandonare la mia posizione di vittima passiva[34] e di integrare socialmente la mia lotta per la sopravvivenza. La coesione del gruppo è un fattore primordiale di resilienza” (ib., p. 169).

Per quanto riguarda il ‘dopo’, fu molto rilevante la società in cui venne a trovarsi. “L’ospitalità di cui godetti nel mio paese di adozione corrispondeva esattamente all’idea che mi facevo della patria dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789” (ib., pp. 169-70). E non solo: il paese che lo accolse era per lui fin dall’adolescenza un paese investito libidicamente (edipicamente e narcisisticamente): la Francia “dove si beveva champagne […], il paese […] della libertà di costume. Ero profondamente convinto che il modo di vivere dei francesi fosse il ménage à trois che trovavo molto più interessante della coppia dei miei genitori, che erano sempre sconsolatamente in due. Mi dicevo: ‘Io, almeno io, andrò in Francia e saremo sempre in tre’ […] La Francia […], terra di elezione per mettere in pratica le mie orgogliose fantasie giovanili di medico che avrebbe scoperto i misteri del cervello e della follia” (ib., pp. 57-58).

Sempre a proposito del ‘dopo’, Tom (nel 1999) parla esplicitamente dei ‘rifugiati palestinesi’, cosa che mi porta immediatamente a pensare ai bambini e adolescenti che da lunghissimo tempo ora, in questo stesso momento in cui sto scrivendo, vivono in uno stato di oppressione e terrore, vittime della guerra scatenatasi tra i terroristi di Hamas e il governo di estrema destra israeliano[35]: “Di contro nei conflitti attuali che sconvolgono un mondo miserabile, i bambini superstiti […] fanno fatica ad abbandonare i campi e gli eserciti in cui sono stati arruolati a forza. Una volta liberati si trovano in un paese affamato, senza strategie statali e sociali convalidate, incapace di affrontare ulteriori disgrazie in una vita già al limite del sopportabile – fremo pensando ai campi dei rifugiati palestinesi che sono già giunti alla terza generazione …[36] – incapace di assicurare loro il minimo sostegno morale o materiale” (ib.,171). I bambini e gli adolescenti palestinesi anche adesso, dopo tanto tempo da quelle righe, sono senza una prospettiva (elemento che, come abbiamo visto, fu indispensabile per la salvezza del Tom ‘suicidario’), senza una speranza. In termini metapsicologici mi chiedo: l’assenza di speranza potrebbe condurre, oltre al suicidio, all’attestarsi di una situazione intrapsichica in cui potrebbe non restare altra scelta, all’Io, che quella di affidarsi all’Io ideale megalomanico (distaccato dal sistema Super-io/ideale dell’Io) e all’‘identificazione eroica’ [37] definita come una “affermazione unilaterale dei diritti e della potenza del soggetto” (Lagache D., Male P., 1960, p. 188)[38] con tutto quel che ne può conseguire in termini di distruttività? L’identificazione eroica – lo ricordo – corrisponde a un ideale basato sull’affermazione narcisistica delle tendenze di dominio e sadiche, sostenuto dalla negazione del valore dell’altro e dei valori comuni[39].

Ritornando a Tom, nella scelta del verbo ‘fremere’ intravvedo tutta l’intensità di un altro elemento che potrebbe essere considerato un ingrediente della ‘resistenza/resilienza’: l’odio verso i ‘persecutori di allora’ spostato su ‘i persecutori di ora’.

Tom racconta che, come superstite, per tutta la vita ha dovuto lottare contro l’odio verso i suoi carnefici, un “odio doloroso” che torna ad ondate, che “invade l’affettività” e pone continuamente la seguente questione: “Se i rappresentanti dello Stato […], che dovrebbero proteggere e assicurare l’ordine della società, torturano e massacrano, come è possibile credere nell’Uomo, nella giustizia, in un legame sociale qualsiasi? Se gli uomini possono commettere atti del genere, che cosa significa essere un uomo?” (ib., p. 171). Paradossalmente l’odio, dice, può facilitare l’adattamento sociale (considerato come un indice di resilienza), ma questo implica un lungo, mai del tutto completato e penoso processo di trasformazione. Nel suo caso “la lotta contro l’odio mi era indispensabile per svolgere un lavoro al servizio degli altri ma è altrettanto vero anche il contrario: e stato il mio lavoro al servizio degli altri, immaginario prima di essere reale, a permettermi di combattere quell’odio doloroso” (ib., p. 172).

Per concludere la recensione e per aprire uno spazio di pensiero ipotizzo che, nel far sì che l’odio doloroso non prenda una china perversa e distruttiva, giochi un ruolo importante la dinamica intrapsichica tra l’ideale dell’Io e l’apparato difensivo, in particolar modo l’identificazione con l’aggressore e, come nel caso di Tom vittima della violenza di Stato genocidaria, anche quella con lo sterminatore, argomento questo che sto iniziando a mettere a punto.

 

 

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[1] S. Amati Sas, nell’articolo (1989) Recuperare la vergona (in Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale. Milano, Franco Angeli, 2020), osserva che, in tutti i pazienti che ha trattato, il desiderio di salvarsi si era manifestato, durante la prigionia, attraverso quello di salvare qualcun altro (cfr. p. 69). Leggendo la biografia di Tom, ne deduco che questo può valere anche dopo e durare una vita intera.

 

[2] A questo proposito v. Report Capitanio, M. (2024), Rivista di Psicoanalisi 70:969-974. V. anche wwww.centrovenetodipsicoanlisi.it, segui: Sezione Iniziative dei Soci; vai a Ricorrenze di Umanità; vai a Report e materiali prodotti da Ricorrenze di Umanità; trovi: Capitanio M. (2024). Alcune riflessioni a partire da “Apprendere dagli scrittori che furono adolescenti durante la Shoah e che sono sopravvissuti”.

 

[3] Termine usato dallo psicoanalista D. Oppenheim nella sua relazione portata all’incontro di Ricorrenze sopra menzionato come pure nei due suoi testi: (2012). Peut-on guérir de la barbarie ? Apprendre des écrivains des camps. Paris, Desclée de Brouwer; (2016). Des adolescences au coeur de la Shoah. A’ travers Appelfeld, Kertész, Wiesel… Lormont, Le bord de l’eau.

 

[4] Lo sappiamo grazie all’interessante documentario di Daniel Kufstein “On l’appelait Tom” (production Act média Diffusion 5, rue Perrée, 75003 Paris. Durée 89 minutes, actmedia@orange.fr) in cui compare un’intervista con la psicologa M. Vernant che ha collaborato alla stesura del libro.

 

[5] Tomkiewicz ha al suo attivo circa 800 pubblicazioni tra articoli, interviste, comunicazioni, libri. Lo documentano J. Ladsous et M. Anker, (2012). À propos de Stanislas Tomkiewicz (1925-2003) et de Janusz Korczak (1878-1942). 

Tra i libri ricordo: (1979) (avec J. Finder, C. Martin e B. Zeiller) La Prison, c’est dehors. Paris, Delachaux et Niestlé; (1991) (avec P. Vivet, M. Anker et coll.) Aimer mal, châtier bien. Enquêtes sur les violences dans les institutions pour enfants et adolescents. Paris, Le Seuil (trad. it. Educare o punire? Bologna, EDB, 1993). Numerose pubblicazioni sono scritte insieme ad altri Autori in quanto egli amava il lavoro di équipe nel quale trovava, visto anche il suo impegno politico e sociale, un senso profondo.

 

[6] Vi insegnarono, tra gli altri, M. Foucault, G. Deleuze, J.F. Lyotard.

 

[7] L’INSERM (Institut national de la santé et de la recherche médicale) è l’istituto nazionale francese per la ricerca sulla salute e la medicina. L’ Unità69 si occupava della salute mentale dei bambini e degli adolescenti (cfr. p. 128).

 

[8] Tom sopravvisse: al Ghetto di Varsavia (vi venne confinato a 15 anni). Ad una rocambolesca fuga dal treno merci su cui, dopo un rastrellamento, era stato stipato, con i suoi genitori, alcuni parenti e altre centoventi persone nel maggio del 1943. Dopo aver segato le sbarre di un finestrino, saltò giù – abbandonando i genitori che non se la sentirono di scappare in quel modo – e si salvò sfuggendo anche dai proiettili delle SS. Successivamente venne nuovamente catturato. A Bergen-Belsen ove fu deportato a 17 anni nell’agosto del 1943; la sua prigionia durò un anno e otto mesi. Sopravvisse al viaggio di otto giorni su uno dei treni delle SS chiamati Nacht und Nebel che partì da Bergen-Belsen il 7 aprile 1945 forse verso Theresienstadt e certamente verso la morte. Al tifo esantematico che si manifestò tre giorni dopo l’inaspettata liberazione dal viaggio coatto e che lo vide in coma per dieci giorni. A una severa forma di tubercolosi che, arrivato in Francia nel giugno del 1945, lo costrinse: prima a un soggiorno alla Salpêtrière, ospedale che – oltre ad essere, fra quelli parigini, “uno dei covi della reazione” (ib., p. 67) – non faceva “nulla per salvare i superstiti” (ib., p. 58) tanto è vero che, nonostante fosse chiaro dalla schermografia il suo stato, non vennero intraprese le cure necessarie; poi in una Casa di riposo militare; poi finalmente all’ ospedale parigino Hotel – Dieu dove venne ricoverato d’urgenza; poi in un sanatorio per tre anni.

 

[9] Come racconta nel documentario M. Vernant.

 

[10] Come racconta nel documentario M. Vernant.

 

[11] Fu in base a quell’incontro psicologicamente ‘salvatore’ che Tom decise di diventare psichiatra di adolescenti. Durante quel colloquio egli parlò e parlò, non ricorda chi abbia parlato di più, se lui o lo psichiatra. “Ricordo solo che io riuscii a raccontagli tutto quello che avrei voluto fare nella vita: andare in Francia, imparare le lingue e studiare medicina… Quell’uomo riuscì a convincermi, non so in che modo, di una cosa apparentemente molto semplice ma che mi sembrò una rivelazione. Mi spiegò che le nostre condizioni di vita nel Ghetto di Varsavia nel 1942 erano del tutto anomale e che, alla fine della guerra, ci sarebbero state due possibilità: o saremmo stati uccisi dai tedeschi e in tal caso non ci sarebbe stato più nulla di cui preoccuparsi, oppure, pensavamo, la Germania sarebbe stata sconfitta, e in tal caso la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Dopo avremmo potuto vivere una vera vita come quella di prima della guerra […]; un ragazzo come me, con le mie doti, le mie capacità, i miei interessi e il mio spirito, sarebbe stato una persona valida, in grado di cavarsela da solo, e di non essere a carico di nessuno. In ogni caso, dopo quell’incontro non tentai più di suicidarmi e mi convinsi che era stato l’intervento di quel geniale psichiatra a dissuadermi dal compiere un gesto simile. Ecco perché mi occupo di adolescenti e in particolare di adolescenti con impulsi suicidi” (ib., pp. 29-30).

 

[12] Il giardino segreto è il titolo del noto romanzo del 1910 scritto da Frances Hodgson Burnett. I protagonisti sono due bambini: uno, affetto da disabilità motoria (di origine psichica), è orfano di una madre morta per incidente proprio in un giardino tenuto segreto dal padre vedovo e in cui nessuno poteva entrare; l’altra è orfana di entrambi i genitori morti per epidemia e sradicata dalla terra natia. Ipotizzo che non sia casuale che Tom abbia chiamato così i suoi scritti privati.

 

[13] A titolo di esempio riporto lo stralcio di un ricordo che si riferisce al Ghetto e al ‘lavoro’ che Tom vi svolgeva: consisteva nell’entrare nelle case lasciate vuote dai deportati e portare via tutto quello che era rimasto. Questi resti erano classificati, selezionati e stoccati in magazzini diversi; il protagonista era addetto al magazzino degli specchi, dai più piccoli, come quelli da borsetta, ai più grandi. “12 marzo 1972 (opere postume) […] Dal fondo dell’oblio emerge la mia città assassinata, i marciapiedi vuoti dove scorre l’acqua, dove si aggira la morte. Case nere, allineate, finestre senza vetri come occhi vuoti o come piaghe aperte […]. Ecco una di quelle piccole case trasformata in magazzino di mobili recuperati. Interi appartamenti pieni di specchi […] Contro i muri specchi che non riflettono altro che se stessi, specchi in cui l’occhio non trova più bambini, gli uomini barbuti, le donne con le parrucche, le famiglie intere che si guardavano un tempo. Specchi in cui non cerca il vuoto, o il riflesso degli altri specchi. Vi vedo ancora la mia immagine, il mio viso ingrato e mal rasato, i miei occhi sconvolti, alla ricerca di un angolo senza specchi. Mi vedo ancora andare da una stanza all’altra, salire le scale tarlate, cercando di fuggire tutti quei riflessi…” (ib., p. 163).

 

[14] Dal 1960 al 1983 Tomkiewicz lavorò come psicoterapeuta c/o il Centro familiare dei giovani (CFDJ) di Vitry sur-Seine, un Centro di semilibertà che ospitava in media una ventina di ragazzi tra i tredici e i vent’anni la metà dei quali con disturbi del carattere, comportamenti violenti, appartenenti a bande, “con cui – racconta Tom – solitamente nessuno voleva avere a che fare” (ib., p. 98). L’altra metà era costituita da adolescenti inibiti, auto-lesionisti, sopravvissuti, alcuni, a tentativi di suicidio. La maggior parte presentava una “sindrome carenziale o ‘abbandonica’, di origine precoce, che motivava un vero lavoro terapeutico” (ib., p. 100). Nel quadro di una vita comunitaria strutturata ed elastica, agli ospiti veniva proposto (nulla era obbligatorio) il sociodramma, il foto-dramma (tecnica ideata da Tom) e la psicoterapia individuale. A questo proposito scrive: “Ritengo che l’approccio psicoterapeutico sia assolutamente necessario anche per i giovani vittime della guerra, delle rivoluzioni, delle catastrofi, o più semplicemente della miseria e dell’abbandono” (ib., p. 103). Vitry fu per Tom “un colpo di fulmine fin dalla prima visita” (ib., p. 99). “Provavo un sentimento di felicità nel veder fiorire al posto mio dei giovani a cui, come a me, benché in circostanze del tutto differenti, la vita aveva rubato infanzia e giovinezza. […] il desiderio di recuperare l’altro non è che una sublimazione del desiderio di recuperare sé stessi” (ib., p. 109). Forse anche per questo la chiusura del Centro fu “uno dei traumi più grossi che ho subito dopo la guerra” (ib., p. 127).

 

[15] Qui, con quel ‘rifilare’, Tom esprime tutta la sua paura che ciò possa essere effettivamente accaduto. A proposito della trasmissione intergenerazionale, nel paragrafo intitolato Violenze della scuola verso i giovani, riferendosi agli insegnanti che umiliano gli allievi, scrive che “l’identificazione nell’aggressore, nozione inventata dalla grande psicoanalista Anna Freud, […] si rivela molto feconda nel cogliere la trasmissione intergenerazionale delle violenze e del maltrattamento” (ib., p. 150).

 

[16] “Ero d’accordo con il PC sul fatto che la psicoanalisi fosse al servizio dell’imperialismo americano […] C’era anche il problema del denaro […] mi sentivo legato ai miei doveri di dipendente di un servizio pubblico che doveva quindi essere gratuito per i pazienti. Ciò faceva parte della mia etica e allo stesso tempo della mia nevrosi: non sopportavo l’idea di essere pagato da un uomo che soffre come non sopportavo di pagare qualcuno perché mi curasse. Era un sentimento molto forte: ero una vittima della guerra, una vittima del nazismo, non dovevo pagare per una cura psicoanalitica. Se avessi saputo (e sono venuto a saperlo solo 15 anni dopo) che l’Istituto di Psicoanalisi faceva delle analisi gratuite forse ci sarei andato (o forse no). In ogni caso avrei certamente potuto affinare la mia riflessione […]. In altri termini la psicoanalisi per me era legata all’esercizio liberale della medicina che non volevo accettare per nulla al mondo […]. Tuttavia, dopo quarant’anni di psicoterapie quasi gratuite […] penso che […] lo scambio cura-denaro possa facilitare l’evoluzione di alcuni pazienti nevrotici che vivono la gratuità come una umiliazione” (ib., pp. 78-9).

[17] V. il testo già citato (Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale) come pure Amati Sas S. (2005). Ambiguity as a defence in extreme trauma. In: “Bearing Witness”. Psychoanalytic Work with People Traumatised by Torture and Extreme State Violence. Editors Andrès Gautier & Anna Sabatini Scalmati, London, Karnac Books, 2010.

 

[18] Alla ‘nevrosi Salpêtrière’ Tomkiewicz dedica un intero e interessante paragrafo (da p. 66 a p. 77).

 

[19] Il meccanismo difensivo dell’identificazione con l’aggressore è complesso: J. Sandler scrive che esiste un’intera classe di fenomeni che vanno sotto tale denominazione. Cfr. a questo proposito Sandler J. (1985). L’analisi delle difese. Conversazioni con Anna Freud. Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p. 253.

 

[20] Nel 1966 Tom non venne ammesso al concorso a cattedra con la seguente motivazione: “Un uomo non ha il diritto di essere allo stesso tempo ebreo, straniero e venduto ai cinesi” (ib., p. 80).

 

[21] Terribile è la descrizione della pratica ‘terapeutica’ chiamata ‘lussazione’ inflitta alle isteriche (cfr. ib., p. 69).

 

[22] Cfr. Hartmann H. (1939). Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento, Torino, Bollati Boringhieri, 1966, pp. 37 e 46.

 

[23] Di R. D. Laing (1927-1989) ricordo tra tutti (1955) L’io diviso, un saggio sulla schizofrenia. Pubblicato nel 1955, in Italia venne tradotto da Einaudi nel 1969. Ispirato dalle teorie di questo Autore, nel 1971 usci il film di Ken Loach Family life.

 

[24] Di A. Esterson (1923-1999) ricordo, tra gli altri, il testo scritto con R. D. Laing (1964) Normalità e follia nella famiglia (ed. it. Torino, Einaudi, 1970).

 

[25] D. Cooper (1931-1986) coniò il termine anti-psichiatria nel 1977. È autore, tra gli altri, di (1971) La morte della famiglia (ed.it. Torino, Einaudi, 1972).

 

[26] Tom dedica a Basaglia parecchie pagine (cfr. pp. 132, 133, 137, 138). “La nostra amicizia si coagulò intorno al progetto di un libro, Mappa della vergogna, che doveva raccontare, paese per paese, lo stato miserevole in cui si trovavano i malati mentali nell’Europa civilizzata e democratica” (ib., p. 132). Il libro doveva contenere i contributi di un gruppetto di psichiatri di varie nazionalità che si incontravano più volte all’anno. Nel 1975 Basaglia però cambiò idea. Il titolo (e i contenuti) doveva cambiare in Mappa della vergogna e della speranza, con l’intento di “mettere l’accento non tanto sulla descrizione dell’orrore attuale, quanto piuttosto sui tentativi per uscirne” (ib., p. 138). Nel 1979 Basaglia fu aggredito fisicamente, a Trieste, da alcuni estremisti di sinistra: per Tom fu la fine dell’utopia, quella secondo cui la vergogna degli Ospedali Psichiatrici potesse essere sradicata solo in un mondo senza capitalismo (cfr. p. 138).

 

[27] Per Tom “il termine [catastrofe] ingloba elementi di lunga durata, guerre civili e internazionali e persecuzioni di ogni tipo” (ib., p. 190). A proposito della guerra, Tomkiewicz scrisse nel 1996 sulla rivista Enface majuscule, n. 31, oct-nov. L’enfant et la guerre, un articolo sulle conseguenze della guerra sul bambino. Il lavoro venne riportato anche su World Health Forum, OMS, vol. 18, 1997.

 

[28]La resilienza divenne per Tom un oggetto di studio nel tentativo di “precisare i fattori che permettono di spiegare come un’adolescente, dopo l’inferno del ghetto di Varsavia e dei campi di concentramento, fosse riuscito a diventare direttore medico di una unità di ricerca all’INSERM “(ib., p. 168). A questo proposito scrisse l’articolo: Tomkiewicz S., M. Manciaux (1987) La vulnerabilité. In AAVV L’enfant et la santé, Paris, Douin. Allo stesso tempo lui stesso divenne un oggetto di studio in quanto fu citato come esempio di resilienza nel libro: AAVV (1988). Ces enfants qui tiennent le coup. (sous la direction de Cyrulnik). France, Journal des psychologues.

 

[29] All’interno della metapsicologia, il punto di vista economico considera l’apparato psichico come percorso da forze che tendono alla loro risoluzione. Esso porta a tener conto del peso relativo delle pulsioni nel determinare una data patologia e sintomo e del fatto che l’Io ha il “compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli influssi che agiscono in lui e su di lui” (Freud S., 1932 – Lezione XXXI, OSF, 11, p. 189). V. anche (1937). Analisi terminabile e interminabile. OSF 11, paragrafo 3.

 

[30] O anche prima: “Sono convinto che, mentre mia madre e mio padre facevano l’amore nel 1924, non pensavano, come Giobbe nella Bibbia, ‘purché sia maschio’, ma ‘purché sia medico’” (ib., p. 30).

 

[31] Tom parla lungamente di Janusz Korczak (da p.152 a p. 156) il quale il 5 agosto del 1942 venne deportato con tutti i bambini dell’orfanatrofio nel campo di sterminio di Treblinka. È l’autore de (1929) “Il diritto del bambino al rispetto (ed. it. Milano, Luni editrice, 2013), “libriccino geniale e visionario […], precursore del movimento che negli anni Settanta ha portato alla Convenzione internazionale dei diritti del bambino” (ib., pp.153-4).

 

[32] (1975). L’ideale dell’Io. Milano, Raffaello Cortina, 1991.

 

[33] Per S. Thanopulos il concetto di resilienza non è indicato per la comprensione della dinamica intrapsichica in quanto si riferisce alla base della costruzione antisismica degli edifici. Applicato “alla materia umana dei desideri, dei sentimenti e dei pensieri, la rende gommosa e incapace di trasformazione” (link all’articolo). “La qualità che ci permette di non essere alienati dai traumi, diventando manichini di gomma, è la “resistenza” di ciò che, a dispetto di tutto, resta irriducibilmente vivo, non adattabile, desiderante dentro di noi. La resilienza mira allo stato perfetto delle cose (il grado zero delle tensioni, tutto sommato la morte), la resistenza fa dell’imperfezione la condizione del vivere come processo di creazione […]. La resistenza è “la persistenza del processo creativo (la vera posta in gioco nel trauma), che sostituisce alla performance la trasformazione: la destabilizzazione/riconfigurazione costante di ogni equilibrio”(link all’articolo www.spiweb.it). Io preferisco usare la locuzione ‘resistenza/resilienza’ che tiene conto anche delle indicazioni di D. Oppenheim il quale osserva che una delle reazioni a lunga durata al trauma è la mineralizzazione di una parte della personalità come reazione alla liquefazione. V. a questo proposito il sopracitato Report Capitanio M. (2024).

 

[34] Anche I. Kertész, nella sua Opera, sottolinea l’importanza del non considerarsi (solo) vittima.

 

[35] A questo proposito ricordo che il 26 giugno 2025 l’Esecutivo SPI ha pubblicamente condannato “gli atroci crimini perpetrati nei confronti del popolo di Gaza da parte del governo di Israele e del suo primo ministro […], in risposta alla ferocia distruttiva di Hamas scatenatasi il 7 ottobre 2023”, link al comunicato

 

[36] Corsivo mio. Nella edizione francese questa frase non è tra parentesi ma è un inciso. Per quanto riguarda la collocazione di questa frase all’interno della storia del conflitto israelo-palestinese v. Vercelli C. (2020). Storia del conflitto israelo-palestinese. Milano, Laterza.

 

[37] V. a questo proposito Capitanio M. L’ Io ideale nell’opera di Daniel Lagache: una nota. In: A cent’anni da “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud. A cura di Patrizio Campanile. KnotGarden, Rivista on line del CVP, (2022/2), www.centrovenetodipsicoanalisi.it/

 

[38] Lagache D., Male P. (1960). Argument pour un Symposium psychanalytique sur l’adolescence : Les relations avec autrui e les relations avec soi-même. In: (1982). Lagache D. Œuvres IV. Agressivité, structure de la personnalité et autres travaux. 1956-1962. Paris, P.U.F. 

 

[39] Lagache D. (1948). Contribution à la psychologie de la conduite criminelle. Commentaire psychanalytique d’une expertise d’homicide. In Lagache D. (1979). Œuvres II. Le psychologue et le criminel.1947-1952. Paris, P.U.F.

Mariagrazia Capitanio, Venezia

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