Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Elisabetta Marchiori
Titolo del film: La ragazza con la Leica
Dati sul film: regia di Alina Marazzi, Italia, Germania, 2026, 118’, in Concorso, Sezione Orizzonti, 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Genere: biografico, storico, drammatico
La ragazza con la Leica, film di apertura della Sezione Orizzonti della regista Alina Marazzi, è dedicato alla ricostruzione della storia di una giovane donna, Gerta Pohorylle, di origine ebrea galiziana, nata a Stoccarda e vissuta a Lipsia, che nel 1933, a soli ventitré anni, giunge a Parigi fuggendo dalla Germania nazista, mentre il resto della famiglia si disperde nel tentativo di sottrarsi alle persecuzioni. Fa parte di una gioventù irruenta, che balla sul mondo sfidando la paura di vivere condizionati dalla guerra, avendo il coraggio di schierarsi, ridendo e baciandosi, e che piroettando si getta inconsapevolmente nell’abisso.
Cambiando paese, nome, lingua, amori, quella ragazza oggi conosciuta come Gerda Taro (Emilia Schüle) è bella, carismatica, vivace, sfrontata, coraggiosa, libera, passionale e appassionata, ma è anche la prima donna fotoreporter a cadere sul campo di battaglia in Spagna, durante la guerra civile che è determinata a testimoniare con le sue foto. Aveva ventisei anni.
È Endre Friedmann (Aaron Altaras), fotografo ungherese anch’egli di origine ebraica e suo grande amore, a insegnarle a usare la Leica, una fotocamera piccola, leggera, robusta, il gioiello della tecnica tedesca con cui è stato possibile documentare quanto accadeva in quei tempi in cui l’analfabetismo ancora dilagava, ma gli occhi potevano vedere. Gerda e Endre inventano insieme, come espediente professionale, il celebre personaggio “Robert Capa”, che lui adotta in seguito come pseudonimo. Per lungo tempo le fotografie di Gerda Taro, pur pubblicate negli anni Trenta, vengono perdute, confuse con quelle di Capa o attribuite a lui. La storia del recupero dello sguardo autoriale di Gerda Taro risale agli anni Ottanta e Novanta: è Irme Schaber, storica e giornalista tedesca, a pubblicare nel 1994 la prima biografia dell’artista e solo nel 2007 l’International Center of Photography di New York organizza la sua prima grande retrospettiva.
Alina Marazzi ha accontato in conferenza stampa che conosceva gli scatti più iconici di Gerda Taro, ma che è stata la lettura del romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega 2018, a “restituirle la complessità” di questa figura straordinaria dalla breve vita struggente.
È un romanzo costruito intrecciando piani temporali diversi e documentazione storica che “ha risuonato dentro di lei”. Chi conosce l’opera di Alina Marazzi sa che il cuore pulsante della sua poetica sta nella sua incredibile capacità di creare narrazioni perfettamente equilibrate tra materiali d’archivio e fiction, di mettere insieme frammenti che prendono vita e significato nel loro collocarsi in relazione tra loro, stratificarsi e aprire nuove prospettive. Solo lei avrebbe potuto trasformarlo in un film privo di retorica e di tentativi di idealizzazione, realizzando un’opera di respiro internazionale, girata in tedesco, realizzata in anni di paziente lavoro e di importanti collaborazioni tra diversi paesi europei.
Ritroviamo in La ragazza con la Leica la stessa necessità di far uscire dall’ombra e dare consistenza, corpo e voce a figure femminili diverse, di farne riaffiorare le tracce e seguirne il percorso.
L’evoluzione cinematografica di Alina Marazzi, come regista e sceneggiatrice, è estremamente coerente e limpida. Nel tempo ha affinato un’acutissima sensibilità nel narrare con immagini e parole le sfaccettature dell’universo femminile, con vari gradi di intensità, esponendosi in prima persona e, nello stesso tempo, come in una tragedia greca, invocando il “coro” e trasformando le storie dei suoi personaggi in una Storia che riguarda tutti noi.
Nel suo film d’esordio Un’ora sola ti vorrei (2002)[1], completamente autobiografico, attraverso filmati di famiglia in Super 8, lettere e documenti, costruisce il ricordo di una madre dimenticata, scomparsa tragicamente quando lei era bambina. Il successivo Per sempre (2005) è invece un documentario sulla vita di alcune comunità femminili di clausura e sulle ragioni che possono portare una donna contemporanea a una scelta così radicale e definitiva. Con Vogliamo anche le rose (2007) esce dalla dimensione privata e, utilizzando diari e materiali d’archivio, racconta le ripercussioni, anche contraddittorie, delle conquiste femministe negli anni Sessanta e Settanta. Con Tutto parla di te (2012)[2] torna alla relazione madre-figlia, esplorando l’ambivalenza della maternità attraverso video-interviste, fotografie, filmati in Super 8, animazioni in stop-motion, sequenze di repertorio e scene di fiction.
Cambiano le vicende e i contesti, ma resta un modo di procedere preciso, serrato, profondo e carico di desiderio di capire: una ricerca testarda sul senso stesso della vita, sulla complessità femminile e sull’importanza della memoria, con un’immersione assoluta nei progetti che intraprende, per avvicinarsi a esperienze profonde e costantemente segnate dal trauma.
Con La ragazza con la Leica questo percorso incontra per la prima volta una donna che delle immagini non è soltanto soggetto, ma autrice. Marazzi utilizza prevalentemente riprese con la camera a mano, che segue i personaggi come la fotoreporter segue i suoi soggetti, determinata a trovare e comprendere lo sguardo di chi quelle immagini ha prodotto. E nello sguardo di Gerda Taro, nella sua apparente spensieratezza, in quello stato di eccitamento che sembra negare il dolore della perdita, il trauma e la morte, sembra quasi leggersi la consapevolezza che non tornerà mai da quel campo di battaglia. Ma è riuscita, Gerda, a documentare, che sente come sua missione, come ripete più volte nel film. E questa credo di poter dire che è anche la missione di Alina Marazzi, in questi tempi oscuri dove distinguere il vero dal falso sta diventando impossibile.
Un’ultima nota, per fermare il flusso delle tante riflessioni che il film mi continua a suggerire: in Concorso, quello principale, su ventuno film, uno solo è diretto da una donna. Alberto Barbera ha giustificato la scelta parlando di carenza di film di registe sottoposti alla selezione e la qualità come criterio decisivo. Alina Marazzi ha risposto che “non è vero che ci sono pochi film di registe donne” e che il riferimento alla qualità è un commento che amareggia (intervista al Corriere della Sera, 3 settembre 2026).
Dopo avere assistito alla proiezione della maggior parte dei film in Concorso, c’è davvero da essere sorpresi, oltre che amareggiati, perchè la domanda che sorge spontanea è quali siano i criteri di valutazione della “qualità”. Forse una risposta si nasconde nel titolo di quell’unico film, Woman Unknown, diretto da May el-Toukhy.
Note:
[1] Ho incontrato per la prima volta Alina Mrazzi in occasione del Festival di Cinema e Psicoanalisi di Londra, diretto da Andrea Sabbadini, dove era stata invitata a presentare il film da Roberto Goisis. In seguito è stata ospite con i suoi film di un paio di rassegne da me organizzate.
https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinema/unora-sola-ma-di-magia/
[2]https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinema/recensioni-cinema/tutto-parla-di-te/
https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinema/recensioni-cinema/tutto-parla-di-te-2/
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