La forza del femminile: Debbie Harry, detta Blondie

di Paola Ferri

Blondie è una band statunitense che nasce a New York nel 1974, ed è considerata un prodotto della New Wave e della scena punk di fine anni ’70. Fondata dalla cantante Debbie Harry (nata Deborah Ann Harry nel 1945) e dal chitarrista Chris Stein (nato nel 1950, tuttora vivente), la band si è distinta per la sua capacità di fondere generi diversi: punk, pop, disco, reggae e rap, in uno stile unico e riconoscibile. Il nome della cantante deriva dal soprannome con cui la cantante veniva chiamata per le strade di New York (“Hey, blondie!”). È autrice, insieme alla band, di brani iconici come Heart of Glass e One Way or Another (1978). La band si scioglierà nel 1982, come spesso accade alle band rock, tra i pochi ad aver evitato una fine del genere ci sono i Rolling Stones (costituitesi negli anni 60 e non ancora scomparsi). Blondie a quel punto intraprenderà una carriera solista, fino ad un ulteriore ma provvisorio riformarsi della band.

Debbie Harry diviene presto una icona pop punk rock, simbolo di indipendenza ed emancipazione: simpatica, bella, carismatica, bravissima. Sarà esempio per future interpreti femminili della scena rock-pop, al di là di alcune leggendarie artiste nere, spesso vissute all’interno di realtà difficili e oggetto di brutale razzismo, le quali hanno avuto vite infelici e sono morte anzi tempo. Nasce il primo luglio del 1945 a Miami e viene adottata da una famiglia del New Jersey, poi negli anni ‘60 si trasferisce a New York ed entra nella mitica scena artistica underground della città. Ha studiato e si è laureata in Arte e design, il che ha influenzato la sua estetica, anche musicale. Ha lavorato negli uffici della BBC americana, ha fatto la ballerina, la modella e la cameriera e poi finalmente, l’artista e la cantante.
Front-woman per eccellenza, lascia subito un segno particolare. È a tutt’oggi attiva sul piano artistico, essendosi legata anche al mondo della moda e del design.
Tra i suoi successi più celebri oltre a quelli già citati ci sono anche Call me, Atomic, e Rapture. Successivamente ha lavorato come attrice (per ex in Hairspray di John Waters), collaborando con importanti registi come David Cronenberg. Nel 2006 i Blondie sono stati ammessi nella Rock and Roll Hall of Fame. Nel 2019 ha pubblicato la sua autobiografia Face it.

In questo contesto mi piace sottolineare che ha espresso ribellione, anticonformismo, libertà dagli stereotipi di genere, in maniera solare energica e unica. Nel 2017 esce con un singolo che si chiama Wildfang, che è una locuzione tedesca per indicare una wild girl, una ragazza selvaggia. E questo è anche il nome dell’azienda di moda per cui attualmente lavora, che le consente di creare magliette con una scritta iconica: Do everything wrong, ossia fallo sbagliato. Non farlo giusto, come ti hanno sempre detto, introduci una variabile, un tentennamento, una differenza. In una parola: sii creativa, e non seguire quella che un noto analista italiano avrebbe definito ‘identificazione a massa’, ossia una condizione mentale difensiva, caratterizzata da conformismo e militarizzazione del pensiero, che annulla l’individualità (Eugenio Gaburri, Ululare con i lupi, 2003).
La canzone parla di donne che sfidano, anche con l’abbigliamento, gli stereotipi gender e tale sembra essere stato il messaggio del rock al femminile: «donne, cantate la disperazione, la gioia, la violenza a cui neppure il vostro sesso si sottrae, osate ribellarvi e non aderite agli stereotipi di genere: “I’m tired of good taste. I want to do everything wrong”».
Il suono della chitarra nelle sue composizioni è innovativo e carico di riff pulitissimi e melodici: propone una ritmica ossessiva e potente, calzante e liberatoria, senza lo struggimento del blues precedente, ma anche senza la radicalità di certo rock roboante, come a significare un messaggio liberatorio che non ha bisogno di spargimento di sangue.
In One way or an other impersona una donna stalker che farà di tutto per incontrare prima o poi, in un modo nell’altro, l’uomo che ha individuato come bersaglio. One way or on other I’m gonna find ya, I’m gonna get ya, get ya, get ya. Il riff è da subito aggressivo e rimanda a un bisogno urgente, non procrastinabile per la compattezza e tenuta del Sé.
Il messaggio è quindi semplice e diretto, impattante e non ambiguo o interpretabile: io sono quella che sono, prendere o lasciare.
Il brano è molto divertente da suonare e si traduce in una ritmicità che nella coralità della band diventa intrattenimento puro e suggestione verso il pubblico.

Chris Stein è stato suo compagno, compositore e chitarrista del gruppo, figura fondamentale nella sua vita, come altri importanti artisti della scena rock (Iggy Pop tra questi). Insieme hanno fondato i Blondie e, fino alla malattia di lui, la loro collaborazione è stata totale, e favorendo il loro inserimento nella scena culturale e artistica newyorkese, ha reso la band famosa nel mondo. Blondie seguirà la tradizione del suo mentore una volta rimasta sola, mantenendo un ritmo vivace e groovy, esprimendo in aggiunta la forza del femminile.
In Call me (tema del film American gigolo’, composta dal musicista italiano Giorgio Moroder nel 1980 con testi di Blondie) c’è una disponibilità allegra e totale, in qualsiasi ora del giorno e della notte: «se solo mi chiami, mi cerchi, e parli il linguaggio universale dell’amore, io ci sarò … call me, call me anytime, call me call me and I’ll arrive». Questo per me rimanda a un’avventura, una condivisione, un sogno: come dovrebbe anche essere una seduta d’analisi, in cui il corpo in movimento, veicolato dalle canzoni di Blondie, assume un’importanza fondamentale.
Anche nella Psicoanalisi degli anni 60/70 il corpo irrompe sulla scena come matrice dominante ed entra in seduta come ci ricorda Eugenio Gaddini (1981). Occorre partire dalla mente nel corpo per arrivare al simbolico. Il transfert poi diviene psico-somatico (Winnicott, 1975), e la psicoanalisi infantile favorisce l’ingresso del corpo e del gioco in seduta (Ferri, Zanelli, 2013), con la possibilità di creare uno spazio tra terapeuta e paziente che verrà definito come area creativa o transizionale. Di qui il concetto di vitalità (il sentirsi vivi di matrice bioniana, 1962), che diventa più potente di qualsiasi interpretazione e che permette la nascita del pensiero.
Direi che la vitalità consente la nascita di qualsiasi arte, musica compresa, che in quegli anni è uscita dagli schemi classici ed è riuscita a proporre nuove forme di comunicazione.

Bibliografia:
Ambrosiano L., Gaburri E. 2003 – Ululare con i lupi. Conformismo e rêverie – Boringhieri ed
Bion W.R (1962) – Apprendere dall’esperienza, Armando ed, 1972
Ferri P., Zanelli A. – Il corpo dell’analista come spazio relazionale nella cura dei bambini gravi, Riv. Psicoanalisi, 2013
Gaddini E. – Note sul problema mente-corpo – Rivista di Psicoanalisi, 27, 1, 1981
Winnicott D.W. (1963) – Dalla pediatria alla Psicoanalisi. Martinelli 1975

Paola Ferri, Milano

Centro Milanese di Psicoanalisi

paolasilvia.ferri@gmail.com

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