Fame

di Mariagrazia Capitanio

(Venezia), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

*Per citare questo articolo:

Mariagrazia Capitanio (2025). Fame. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 118-134.

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“Vorrei affermare che certi concetti li comprendiamo realmente

solo in un campo di concentramento”.

Imre Kertész, Essere senza destino (1975, p. 140).

 

Introduzione. In occasione di Ricorrenze di Umanità/Giorno della Memoria 2024 avevo organizzato due incontri con lo psicoanalista indipendente D. Oppenheim[1] per riflettere su quanto si possa imparare dagli scrittori che furono adolescenti durante la Shoah e che sono sopravvissuti[2].

Leggendo più volte i testi di alcuni di loro ho dovuto affrontare la descrizione del supplizio della fame e ogni volta ne sono rimasta sconvolta come persona e, contemporaneamente, interessata come psicoanalista perché, nell’ambito del mio lavoro, potrò incontrare in futuro persone che hanno sofferto in modo continuativo la fame in prigionia a causa di guerre, persecuzioni e migrazioni. Ho sentito pertanto la necessità di capire meglio l’aspetto teorico relativo alle pulsioni di autoconservazione e in particolar modo alla pulsione di assunzione di cibo (Trieb nach Nahrungsaufnahme)[3] – è questo il termine impiegato da Freud (1905, p. 451) – in modo da avere un sostegno di fronte a situazioni cliniche per cui mi sento poco preparata. Penso, inoltre, che una riflessione su tale pulsione potrebbe essere utile per comprendere quali meccanismi di controllo sulla fame vengano attivati nell’anoressia.

Ho iniziato il mio lavoro cercando una riposta ad una domanda semplice: le pulsioni di autoconservazione[4], da un punto di vista metapsicologico, sono fra loro tutte uguali? La risposta di Freud è: no. Le pulsioni relative alla sete e alla fame[5] differiscono dalle altre perché sono inflessibili, imperative, indifferibili[6]; hanno una “posizione eccezionale […] evidentemente fondata su una peculiarità delle fonti di tali pulsioni” (Freud, 1932a, p. 206). “Sarebbe un errore attribuire [tale eccezionalità] a tutte le pulsioni dell’Io” (ibidem, 1932a, p. 206)[7]. Nel Compendio Freud ritorna sulla questione delle differenze e dice: “In questo Es sono all’opera le pulsioni organiche […] e si differenziano le une dalle altre per il loro rapporto con gli organi o i sistemi organici” (Freud,1938, p. 624). Tali differenze andrebbero indagate? Penso di sì[8] da vari punti di vista, uno dei quali è il loro rapporto con l’Io posto che esse servono per la autoconservazione sia dell’individuo che dell’Io. Dico questo perché, in base alla mia lettura dei testi freudiani, gli oggetti delle pulsioni indifferibili sono due: prendendo in considerazione la fame, uno è il cibo (pulsione di assunzione di cibo per l’appunto); l’altro è l’Io: “Una parte delle ‘pulsioni dell’Io’ – scrive Freud – ha carattere libidico e ha preso come oggetto l’Io stesso del soggetto” (Freud, 1920, p. 246)[9]. L’Io, inteso come un insieme di funzioni, di rappresentazioni, di identificazioni bada alla propria conservazione e ha il compito di auto-affermarsi [10] sia sulle pretese dell’Es sia su quelle imposte dall’esterno; nello stesso tempo protegge l’Es[11]. La meta auto-conservativa, stimolata dalla richiesta dei “grandi bisogni somatici” [12],[13] può essere raggiunta con l’investimento, mediante l’energia della pulsione di assunzione di cibo/Es, dell’Io e dell’oggetto esterno-cibo rinvenuto tramite l’Io stesso. Senza un pur minimo funzionamento di quest’ultimo (e di quello di un Io ausiliario nei primi periodi della vita o in casi estremi durante il corso dell’intera vita) l’individuo non sopravviverebbe[14]. L’organizzazione egoica è dunque ‘vantaggiosa’[15] per il soddisfacimento di tale pulsione di per sé ‘egoistica’[16]. Ciò non toglie che “si [possa] essere assolutamente egoisti e mantenere tuttavia forti investimenti libidici oggettuali, nella misura in cui il soddisfacimento libidico sull’oggetto rientra nei bisogni dell’Io; l’egoismo baderà allora che l’aspirazione dell’oggetto non rechi alcun danno all’Io” (1915-17, p. 568[17]). Difatti, “gli interessi libidici di una persona” [non] “si trov[a]no a priori in contrasto con i suoi interessi di autoconservazione” (Freud, 1915-17, p. 508).

Detto ciò, e a proposito del rapporto tra la pulsione di assunzione di cibo e Io, ho continuato il mio studio partendo da quello delle difese messe in atto in situazioni di affamamento in prigionia.

Difese. Non avendo esperienza clinica in materia, ho pensato di affidarmi alle parole dello scrittore Imre Kertész (deportato a 15 anni prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald, restò prigioniero per circa un anno; nel 2002 vinse il Nobel per la letteratura) cercando eventuali esempi relativi alla fame che potessero aiutarmi nella ricerca teorica. In appoggio ad essi citerò brevissimamente alcuni esempi tratti da Liliana Segre (deportata ad Auschwitz quasi quattordicenne, restò prigioniera un anno e mezzo) [18]. Ho provato pertanto ad intrecciare alcuni frammenti del racconto di Gyurka, il quindicenne protagonista del romanzo Essere senza destino, con i testi freudiani, mossa azzardata che però mi ha dato modo di riflettere.

 

1°Esempio. Gyurka parla della sua fame durante la detenzione nel campo di concentramento di Zeitz[19]: Tuttavia, né l’ostinazione nella preghiera né alcuna altra specie di evasione avrebbero potuto liberarmi da una cosa: dalla fame. Anche a casa avevo sempre avuto fame – o almeno avevo creduto di averne […] ma così ininterrotta, diciamo così a lungo termine, non l’avevo mai conosciuta prima. Mi trasformai in un buco, in un vuoto, e ogni mio sforzo, ogni mio tentativo mirava a superare, a riempire, a far tacere le continue richieste di quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile. Non avevo occhi che per quello, tutto il mio intelletto serviva soltanto a quello, soltanto quello determinava ogni azione, e se non mangiavo legno, ferro e pietre era solo perché sono cose che non si lasciano masticare né digerire. Però ci ho provato per esempio con la sabbia, e quando mi capitava di vedere dell’erba non ho mai esitato (Kertész, 1975, p. 138).

Anche Liliana Segre cercò di mangiare erba “ma – scrive – non avevamo neanche la forza di masticarla” (2015, p. 143).

La fame, dice Gyurka, avanza continue richieste: la pulsione di assunzione di cibo[20] si presenta come una “urgenza vitale [che] agisce di continuo”[21] (cfr. Freud, 1899, p. 515) [fame ininterrotta … a lungo termine]. Il suo tempo è, per l’appunto, quello dell’urgenza perché la frustrazione della soddisfazione pulsionale ammette dilazioni temporali molto limitate pena la morte dell’individuo; il tempo è scandito da richieste che procurano dolore fisico (dolorose contrazioni ripetute e involontarie delle pareti dello stomaco) e psichico [ogni mio sforzo mirava a far tacere le continue richieste di quel vuoto].

Il fattore temporale/urgenza/inderogabilità unitamente al dolore psichico e fisico mi paiono aspetti importanti in quanto la loro caratteristica è di essere frequentissimamente e insistentemente coscienti. Freud scrive: “Ciò che è cosciente lo è solo per un attimo” (1938, 586), poi diventa inconscio o preconscio. Ora, poiché la qualità caratteristica dell’Io è quella del preconscio, mi pare che a causa della fame tale qualità psichica venga seriamente erosa e che l’Io si trovi a dover fronteggiare un eccesso di coscienza, fattore a mio parere potenzialmente traumatico e che sicuramente ha conseguenze significative sul funzionamento complessivo dell’Io. L’Io deve trovare dei modi per autoconservarsi e autoaffermarsi contenendo, rispondendo e inibendo la richiesta pulsionale [superare, riempire, far tacere quel vuoto] che tenderebbe a soverchiarlo ‘svuotandolo’ delle sue funzioni (nel senso di renderle inoperanti). Allora mi pare che l’Io – che per difendersi usa tutto ciò che è alla sua portata – attivi al massimo le funzioni diventando così esse stesse difensive. Ciò è esemplificato da Non avevo occhi che per quello, il mio intelletto serviva soltanto a quello e cioè: le funzioni di percezione, memoria, giudizio, anticipazione del futuro, funzione sintetica[22] ‘servivano a quello’, a difendersi dall’Es, difendere l’Es, difendersi dalla realtà esterna. Vale la pena di ricordare che le funzioni egoiche si sono sviluppate anche grazie alle pulsioni di autoconservazione. Fin dal 1899 Freud sosteneva che è all’ “urgenza vitale” che l’apparato psichico “deve anche l’impulso a un ulteriore sviluppo (1899, p. 515)”[23]. Successivamente, chiarendo che “l’uomo non è fatto solo di sessualità, che nella vita psichica vi sono anche altre pulsioni e interessi oltre a quelli sessuali” (Freud, 1915-17, p. 507), evidenziò che anche le ‘pulsioni dell’Io’ sono “protagoniste di un importante processo di sviluppo, il quale né è del tutto indipendente dalla libido né si effettua senza incidere a sua volta su di essa” (Freud, 1915-17, p. 507)[24].   

L’esempio lascia anche intravvedere il fatto che l’Io, quando la quantità della forza pulsionale diventa ‘poderosa’, non sempre riesce a difendersi incrementando le proprie funzioni e allora a tratti allenta la sua adesione al principio di realtà tramite regressioni temporanee che interessano anche il processo mentale secondario. La regressione come difesa – scrive Anna Freud – può essere indipendente dallo stadio raggiunto dalla struttura psichica ed “essere antic[a] quanto le stesse pulsioni” o comunque “quanto la lotta tra moti pulsionali e un qualunque ostacolo [che si oppone] al soddisfacimento pulsionale[25]” (1936, pp. 185-6). Le regressioni temporanee dell’Io, che nei bambini fanno parte della normalità, sono dovute sia al dolore psichico sia a quello fisico[26] : la fame ne è un caso tipico. Gyurka dice: “Non mangiavo legno [ecc.] solo perché sono cose che non si lasciano masticare né digerire”. “Solo perché”, secondo me, significa: “L’idea di mangiarlo mi è venuta ma poiché non si lascia né masticare né digerire, non l’ho mangiato”. Ma: non passa proprio per la testa, a 15 anni, l’idea che il legno possa sfamare. Eppure, a lui sì. L’esempio evidenzia che in situazioni estreme l’Io, per non soccombere, temporaneamente e a tratti può perdere le acquisizioni più recenti[27] (l’idea che il legno non sfama); che l’esame di realtà e la capacità di giudizio possono affievolirsi; che la spinta alla realizzazione allucinatoria del desiderio può infiltrare il processo secondario con effetti moderati e saltuari sul comportamento. A tal proposito Gyurka dice che ha solo provato – presumo una tantum – a sfamarsi con la sabbia: non ha però continuato.

Studiando esempi tratti da altri scrittori[28] sarà probabilmente possibile arguire la presenza di ulteriori meccanismi difensivi; da questo mi pare si possa inferire che, per far fronte alla frustrazione pulsionale e preservare sé stesso, l’Io può impiegare due forme di difesa: 1) l’iperinvestimento delle proprie funzioni; 2) la regressione temporanea.

E il diventare ‘Muselmann’? Posto che il riflettere sui ‘sommersi’ (v. P. Levi[29]) è molto difficile[30], mi sono chiesta se il processo psicosomatico pluri-determinato del diventare ‘musulmano’ potrebbe essere al suo inizio anche, e paradossalmente, un processo difensivo; e se la difesa dalla e della pulsione di assunzione di cibo vi giochi un qualche ruolo.

 

2°Esempio. Gyurka sta diventando ‘musulmano[31]: Gelo, umidità, vento, pioggia, niente mi disturbava più: non mi tangevano, nemmeno li avvertivo. Anche la fame mi passò; ancora portavo alla bocca qualunque cosa trovassi di commestibile ma lo facevo distrattamente, meccanicamente, per abitudine per così dire (Kertész I., 1975, p. 145).

Stando all’esempio pare che l’Io, prima di capitolare rispetto al compito della propria conservazione, faccia ricorso al diniego (Verleugnung), meccanismo di difesa che consiste nel rifiutare la realtà di una percezione e che è messo in moto nei confronti della realtà esterna[32]. Però qui si tratterebbe del diniego di una sensazione corporea, riguardante una realtà ’interna’ al corpo: Gyurka dice di non avvertire né il gelo né la fame. E’ egualmente possibile parlare di diniego? Penso di sì. Freud, scrivendo nel Compendio che “gli organi di senso trasmettono, oltre alle percezioni che sono loro specifiche, sentimenti o sensazioni dolorose”, dice che “per gli organi terminali delle sensazioni e dei sentimenti il corpo stesso farebbe le veci del mondo esterno” (1938, pp. 588-9 [33]). Inoltre: “I meccanismi di difesa dell’Io sono condannati a falsificare la percezione interna e a consentirci soltanto una conoscenza difettosa e deformata del nostro Es” (Freud, 1937, p. 520). Ammettiamo pertanto che la sensazione di fame venga denegata. Il diniego e la relativa scissione non intralciano la funzione di percezione nel suo complesso e l’oggetto della pulsione viene ricercato nel mondo esterno “meccanicamente”. Tale avverbio indicherebbe che, nel processo difensivo, l’automatismo giochi un ruolo importante. Anche Liliana Segre ne parla: “La strada era disseminata di morti […]; io non li guardavo; ero un automa che camminava, una gamba davanti all’altra: volevo vivere, non volevo morire” (1995, p. 23). Dice: “eroun automa, non “ero come” un automa.

L’automatismo avrebbe a che fare con la ripetizione, la tendenza delle pulsioni a ripristinare lo stato precedente[34]? Forse sì. Freud non sempre distingue tra ripetizione e coazione a ripetere, però a mio avviso le differenze si colgono dal contesto: “Le pulsioni – scrive Freud – non governano soltanto la vita psichica ma anche quella vegetativa e queste pulsioni organiche […] rivelano una tendenza a ripristinare uno stato precedente[35]. È lecito supporre che a partire dal momento in cui tale stato, già raggiunto, viene turbato, sorga una pulsione tendente a ripristinarlo, la quale provoca fenomeni che possiamo designare come coazione a ripetere […]. Tutto ciò che designiamo come manifestazione dell’istinto[36] negli animali, avviene sotto l’imperativo della coazione a ripetere, la quale esprime la natura conservatrice delle pulsioni” (Freud 1932a, p. 214). Qui mi pare che Freud stia parlando di fenomeni di ripetizione. Infatti, continua affermando di non poter escludere che “il carattere conservatore [e quindi secondo me la ripetizione] sia proprio di tutte le pulsioni indistintamente” comprese “quelle erotiche” (cfr. 1932a, p. 215): quelle di Eros, specifico io, per cui anche quelle auto-conservative. Inoltre, polemizzando con gli psicologi adleriani, egli ammette che qualche cosa di giusto nelle loro teorie deve esserci “ma un pezzettino preso per il tutto” (1932a, 247). Uno di questi ‘pezzettini’ recita: “La pulsione di autoconservazione tenterà di approfittare di ogni situazione” (1932a, p. 247) sottointeso ‘per affermarsi’ [37]. Ammettendo che la ripetizione dipenda dalla natura più intima delle pulsioni e che quelle auto-conservative cerchino di contrastare in tutti i modi quella di morte, ne deriverebbe che la pulsione relativa al cibo – in vista della sua meta – usi la propria natura ripetitiva nel suo ‘dialogo’ con l’Io. Quest’ultimo si approprierebbe di tale caratteristica trasformandola nel meccanismo dell’automatismo? Potrebbe, l’automatismo, essere una difesa elettiva e specifica che entra in campo quando la pressione delle pulsioni che hanno una ‘posizione eccezionale’ è, per l’Io, al limite della sopportabilità? Credo di sì perché, in base a un ulteriore esempio, pare che, se l’automatismo difensivo viene in qualche modo impedito, scatti la distruttività – alleata in questo caso della pulsione di conservazione [38]– contro la causa dell’impedimento.

 

3° Esempio. Gyurka, subito dopo aver raccontato che anche la fame gli passò, dice: Una cosa soltanto si fece sentire sempre più forte dentro di me: la stizza. Se qualcuno mi capitava tra i piedi, anche se mi sfiorava appena la pelle quando marciando perdevo il ritmo (il che succedeva spesso) o da dietro mi pestava il calcagno, io avrei potuto ucciderlo senza esitare neppure un istante, così, su due piedi se avessi potuto farlo, è ovvio, e se non avessi dimenticato quello che volevo fare prima ancora di aver sollevato la mano (Kertész, pp. 145-6).

Abbiamo visto che Una gamba davanti all’altra per Segre equivale a: Volevo vivere, non volevo morire”. Se qualcuno, dietro Gyurka, gli pesta il calcagno, l’automatismo difensivo ‘una gamba davanti all’altra’ è seriamente intralciato. Si forma allora un legamento pulsionale tra la pulsione di morte/versante distruttività e quella auto-conservativa e all’Io perviene una richiesta che si traduce in una rappresentazione del tipo: “Per difendere la difesa, e cioè la vita, si deve uccidere”. La rappresentazione legata alla pulsione distruttiva viene in un primo momento accettata come del tutto lecita dall’Io, ma poi ipotizzo venga rimossa ad opera del Super-io [se non avessi dimenticato quello che volevo fare], istanza che sembrerebbe essere ancora operante. Un’ipotesi del genere invita all’approfondimento: 1) delle relazioni tra la pulsione di assunzione di cibo e quella di morte tra loro e con l’Io e il Super-io; 2) del loro rapporto complessivo con le pulsioni sessuali comprese quelle inibite alla meta (in questo caso: solidarietà con gli altri deportati incolonnati?). Io però non ho ancora esaminato tali aspetti e pertanto mi fermo qui.

Concludendo, e tornando a possibili incontri con pazienti che hanno sofferto la fame in prigionia, pongo alcune questioni: nei sopravvissuti, quali sono gli effetti sull’Io delle difese relative alla pulsione di assunzione di cibo protratte per tanto tempo? Saranno temporanei o duraturi? Che peso essi hanno nel riassestamento del carattere? L’Io farà un ricorso elettivo a quelle difese anche al di là di analoghe situazioni estreme? E più in generale: quali sono le conseguenze nella organizzazione intra e intersistemica del protratto squilibrio venutosi a creare tra la forza della pulsione di assunzione di cibo, quella libidica e quella di morte?

 

[1] Alcuni suoi libri vertono sulla barbarie collettiva e i suoi effetti sulle vittime, sui loro cari, sui loro discendenti. Ha scritto: (2006, con H. Oppenheim-Gluckman) Héritiers de l’exil et de la Shoah. Ramonville Saint-Agne, Ères); (2012) Peut-on guérir de la barbarie? Apprendre des écrivains des camps. Paris, Desclée de Brouwer; (2016) Des adolescences au cœur de la Shoah. A’ travers Appelfeld, Kertész, Wiesel… Lormont, Le Bord de l’eau.

[2] Attraverso un attento ascolto associativo delle loro parole da parte di Oppenheim, un primo insegnamento riguarda la loro definizione di barbarie (termine che in francese viene impiegato a proposito della persecuzione e sterminio degli ebrei durante il nazismo): essa è tutto ciò che fa toccare all’essere umano i limiti del sopportabile, del pensabile, dell’immaginabile. Lo fa provocando sconvolgimenti e perdite dei principali punti di riferimento strutturanti quali il corpo, il tempo, lo spazio, l’appartenenza ad una famiglia e ad una genealogia, le differenze generazionali, la possibilità di pensare, fantasticare e ‘giocare’ con la sessualità e con la morte. Per il report sulle due giornate v. Sito del CVP https://www.centrovenetodipsicoanalisi.it/ Archivio Eventi passati. V. anche sulla Rivista di Psicoanalisi 2024/3 in corso di pubblicazione il mio report.

[3] GW, V, p. 33.

[4]All’inizio Freud chiamava “pulsioni dell’Io” quelle “che hanno per meta l’autoconservazione dell’individuo” (1910, pp. 191-2).

[5] Freud cita più volte la fame come prototipo delle pulsioni di autoconservazione. Cfr. ad es.: “Secondo le parole del poeta, possiamo classificare come “fame” o come “amore” tutte le pulsioni organiche che agiscono nella nostra psiche” (Freud, 1910, p. 292).

[6] A mio parere anche la pulsione di sonno (v. Freud, 1938, p. 593) è altrettanto indifferibile di quella di assunzione cibo.

[7] A proposito delle varie pulsioni auto-conservative Laplanche e Pontalis scrivono: “[Freud] sembra ammettere l’esistenza di numerose pulsioni di autoconservazione, altrettanto numerose quante sono le grandi funzioni organiche (nutrizione, defecazione, minzione, attività muscolare, visione ecc.)” (1967, p. 458).

[8] Penso ad es. ad una constatazione di Primo Levi: “La fame estenua, la sete rende furiosi” 1986, p. 61).

[9]“Queste pulsioni narcisistiche di autoconservazione [devono] essere dunque annoverate tra le pulsioni libidiche o sessuali” (Freud 1920, 246). “La libido propria delle pulsioni di autoconservazione fu ora chiamata libido narcisistica e si riconobbe che un’alta misura di tale amore per sé stessi costituisce la situazione primaria e normale” (Freud 1922, p. 460).

 [10] Suo [dell’Io] compito – scrive Freud nel Compendio – è l’autoaffermazione” secondo la mia traduzione (Selbstbehauptung; cfr. GW XVII, 67; la traduzione italiana OSF recita: “autoconservazione”, 1938, p. 573). Poi continua: “L’Io bada alla propria autoconservazione”; anche in questo caso la traduzione è mia (Selbsterhaltung; cfr. GW XVII ,136; la traduzione italiana OSF invece predilige “la propria sopravvivenza”, 1938, p. 632). Penso che con Selbstbehauptung, che generalmente significa ‘affermazione di un individuo nel suo ambiente’, Freud desideri sottolineare che l’Io “vuole affermarsi in un ambiente di strapotenti forze meccaniche [; esso] è minacciato da una serie di pericoli, provenienti innanzitutto dalla realtà esterna, ma non solo da essa. Il proprio Es è una fonte di pericoli analoghi” (1938, p. 626). A proposito dell’affermazione dell’Io sulle pulsioni tramite la propria autoaffermazione anni prima Freud aveva parlato della loro ‘educabilità’ sottolineando una differenza tra quelle autoconservative e quelle sessuali. Le prime “sono più facili da educare; imparano presto a adattarsi alla necessità e a regolare il loro sviluppo secondo i dettami della realtà. Ciò si può comprendere, dal momento che non possono procurarsi in un altro modo gli oggetti di cui abbisognano; senza questi oggetti l’individuo è destinato a soccombere” (1915-1917, p. 511). “L’Io, così educato [a sostituire il principio di piacere con una sua modificazione e cioè il principio di realtà e a rinunciare al soddisfacimento immediato] è diventato ragionevole, non si lascia dominare dal principio di piacere, ma obbedisce al principio di realtà, che in fondo vuole anch’esso ottenere piacere, ma un piacere il quale […] è garantito dalla considerazione della realtà” (1915-17, pp. 512-3). Tenendo conto della teoria strutturale, si potrebbe dire che l’Io in un certo qual modo ‘educa’ le pulsioni (tutte): in questo modo si afferma su di esse.

[11] “L’Io deve tentare di assolvere il suo compito […di] proteggere l’Es dai pericoli del mondo esterno” (cfr. Freud Analisi terminabile e interminabile – 1937, p. 518) in quanto l’Es ne è “tagliato fuori” (cfr. Freud, Compendio, 1938, p. 625).

[12] Cfr. Freud (1899). Interpretazione dei sogni, p. 515.

[13] Bisogni chiamati anche “pulsioni più elementari”, v. Freud (1915-17). Introduzione alla psicoanalisi, 563: fame e sete.

[14] In Due voci di enciclopedia Freud accenna all’interesse “primario del poppante” (interesse è un termine che egli usa a proposito delle pulsioni di autoconservazione) che è appunto quello di sfamarsi; per quanto riguarda il rinvenimento dell’oggetto prosegue scrivendo che in un primo momento “la pulsione parziale orale trova il proprio soddisfacimento appoggiandosi all’appagamento del bisogno di cibo e assume come proprio oggetto il seno materno. Poi si stacca, diventa indipendente” (1922, pp. 448-9). Collego la locuzione “si stacca” a un passaggio rinvenibile nell’ Introduzione alla psicoanalisi (1915-17) nel quale – facendo una differenza tra pulsioni di autoconservazione e sessuali – dice che queste ultime “si appoggiano, in certo qual modo da parassite alle altre funzioni fisiologiche” (Freud, 1915-17, p. 511). Mi pare che, posto che le pulsioni di autoconservazione sono primarie tanto quanto quelle sessuali ma che queste seconde si staccano dalle prime e che sono “parassite” delle prime, la lettura dei testi freudiani evidenzi l’importanza delle pulsioni di autoconservazione nello sviluppo e nella dinamica psichica, invitandoci a riflettere oggi sulle conseguenze psichiche della frustrazione della assunzione di cibo sempre e soprattutto quando essa avviene ancor prima che le pulsioni sessuali si ‘stacchino’. Il che significa che la lotta contro la fame di tutti e contro quella dei bebè e dei bambini in particolare è una lotta anche per la qualità della vita psichica delle generazioni future.  Dai dati di Save the Children (editi nell’ottobre 2024) nel 2022 erano 148 milioni i bambini affetti da malnutrizione cronica e 45 milioni quelli affetti da malnutrizione acuta. Attualmente è a Gaza che si registra il più alto tasso di malnutrizione a livello globale, colpendo 1.100.000 bambini.

[15]Quando Freud parla delle pulsioni di autoconservazione impiega anche termini quali bisogno, interesse, egoismo, necessità, vantaggio. A proposito di quest’ultimo v. ad es. Introduzione alla psicoanalisi, lezione 26: “Quando si parla di egoismo si ha di mira solo il vantaggio dell’individuo” (1915-17, p. 568).

[16] Cfr., oltre all’esempio di cui sopra, per es. Introduzione al narcisismo: “Il narcisismo [è] il complemento libidico dell’egoismo della pulsione di autoconservazione” (1914, p. 444).

[17] In nota: “L’autoconservazione è la manifestazione delle pulsioni dell’Io” (1915-17, p. 508).

[18] Nell’attingere a tali esempi devo però fare delle precisazioni per quanto riguarda gli autori, i personaggi, i racconti, gli adolescenti. Per quanto riguarda gli autori, ognuno ha affrontato e subìto la barbarie nazista anche in base alla propria antecedente storia intrapsichica, relazionale, gruppale e fattuale e, in seguito, ha analogamente reagito ad essa. Chi tra loro ha parlato della fame, tramite i personaggi, lo ha fatto in base a ciò e in maniera originale. I personaggi raccontati sono adolescenti affamati e perseguitati che sopravvivono all’interno di un programma di sterminio – che non ha eguali nella Storia – che riguarda non solo loro ma un intero popolo: sono personaggi/adolescenti ‘unici, confrontabili solo limitatamente con altri. Per quanto riguarda i racconti, essi non sono documenti storici: anche quando sono scritti in prima persona, sono sempre opera di un processo psichico trasformativo, ragion per cui li dobbiamo considerare ‘autofiction’ “Raccontare bene significa: in modo da essere capiti. E ciò non sarà possibile senza un minimo di artificio. Quanto basta perché il racconto diventi arte! […] La verità che dobbiamo raccontare […] è difficilmente credibile… Direi che addirittura inimmaginabile […] Come raccontare una verità poco credibile, come suscitare l’immaginazione dell’inimmaginabile, se non elaborando, lavorando la realtà, mettendola in prospettiva? Con un po’ d’artificio dunque” (Semprùn J., 1994, p. 119). “Soltanto coloro che sapranno fare della loro testimonianza un oggetto artistico, uno spazio di creazione, o di ricreazione, riusciranno a raggiungere questa sostanza [dell’esperienza], questa densità trasparente. Soltanto l’artificio di un racconto abilmente condotto riuscirà a trasmettere in parte la verità della testimonianza” (ibidem, p. 20).

[19] D’ora in poi le citazioni da Essere senza destino saranno riportate in corsivo e non virgolettate.

[20] All’epoca dell’Interpretazione dei sogni Freud la riteneva “insieme con l’amore la più poderosa spinta pulsionale” (Freud S. 1899, p. 447).

[21] “Questa urgenza gli si presenta in un primo tempo nella forma dei grandi bisogni fisici […] Il bambino affamato, senza aiuto, griderà o si agiterà. Ma la situazione rimarrà invariata, perché l’eccitamento proveniente dal bisogno interno non corrisponde a una forza che colpisce momentaneamente, bensì a una forza che agisce di continuo” (Freud, 1899, p. 515).

[22] “Ciò che caratterizza l’Io in modo del tutto particolare, differenziandolo dall’Es, è una tendenza a sintetizzare i propri contenuti, a riassumere e unificare i propri processi psichici, tendenza che manca completamente all’Es […] Questo carattere soltanto produce quell’alto grado di organizzazione di cui l’Io ha bisogno nelle sue prestazioni più alte. L’Io evolve dalla percezione delle pulsioni alla loro padronanza, ma quest’ultima viene raggiunta soltanto se la rappresentanza [psichica] delle pulsioni è inquadrata in una unità più ampia, inclusa in un contesto coerente” (1932, pp. 187-8).

[23] L’urgenza vitale turba un apparato psichico che tenderebbe a “mantenersi il più possibile esente da stimoli” in base allo schema di un “apparato riflesso che consent[e] di allontanare rapidamente per via motoria un eccitamento sensitivo proveniente dall’esterno […] L’urgenza vitale turba questa semplice funzione; ed è a essa che l’apparato [psichico] deve anche l’impulso ad un ulteriore sviluppo” (Freud,1899, p. 515).

[24] Contemporaneamente la pulsione di assunzione di cibo indica a quella sessuale la via dell’oggetto e cioè il seno materno. Cfr. Freud in Tre saggi sulla teoria sessuale: “L’attività sessuale si appoggia in primo luogo a una delle funzioni che servono alla conservazione della vita e solo in seguito se ne rende indipendente”. In nota compare una frase aggiunta nel 1914: “Si noti che questo concetto di appoggio è uno dei punti fondamentali della teoria freudiana delle pulsioni” (Freud, 1905, p. 492). Successivamente in Metapsicologia Freud scrive: “A tutta prima l’oggetto viene recato all’Io dal mondo esterno grazie alle pulsioni di autoconservazione” (Freud, 1915, p. 31): a mio avviso questo sottolinea il fatto che la pulsione che supporta è altrettanto importante di quella che vi si appoggia.

[25] “Non sarebbe sorprendente scoprire che questi meccanismi sono i primi a essere usati” (ibidem, 1936, p. 186).

[26] Cfr. Freud A. 1965, p. 836.

[27]“Mentre le fissazioni sono determinate dall’ostinata adesione delle pulsioni a tutti gli oggetti e a tutte le posizioni che hanno in passato prodotto soddisfacimento invece, nella regressione dell’Io, è sempre invariabilmente l’acquisizione più recente che viene perduta per prima” (Freud A., 1965, p. 837).

[28] e prendendo come punti di riferimento psicoanalisti diversi da S. Freud e da Anna Freud.

[29] “I Muselmänner, i sommersi [… ]; la massa anonima […] dei non – uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla” (Levi P., 1947-1958, p. 113).

[30] Tengo sempre a mente quanto scrive P. Levi a proposito degli psicoanalisti: “Non credo che gli psicoanalisti […] siano competenti a spiegare […]. La loro sapienza è stata costruita e collaudata ‘fuori’, nel mondo che per semplicità chiamiamo civile: ne ricalca la fenomenologia e cerca di spiegarla; ne studia le deviazioni e cerca di guarirle. Le loro interpretazioni, anche quelle di chi, come Bruno Bettelheim, ha attraversato la prova del Lager, mi sembrano approssimative e semplificate, come di chi volesse applicare i teoremi della geometria piana alla risoluzione dei triangoli sferici” (1986, p. 65).

[31] Bandi Citrom […] mi rinfacciava di lasciarmi andare […]. Mi chiese se volevo crepare in questo posto […] e non so quale risposta possa aver letto sulla mia faccia ma sulla sua io vidi […] una specie di sgomento […] e allora mi tornò in mente come si era espresso […] a proposito dei musulmani (Kertész, 1975, p. 146). Il processo del divenire ‘mussulmano’ è descritto da Kertész nel capitolo 7.

[32] Con il procedere del processo del ‘diventare musulmano’ si assiste a un progressivo e sempre più massiccio ricorso ad altri meccanismi. Da alcuni esempi ho individuato la dissociazione.

[33] “Il diventare cosciente è legato innanzitutto alle percezioni che i nostri organi di senso ricavano dal mondo esterno […] Eppure, noi otteniamo informazioni conosce anche dall’interno del corpo, dai nostri sentimenti […] In determinate circostanze, poi, anche gli organi di senso trasmettono, oltre alle percezioni che sono loro specifiche, sentimenti o sensazioni dolorose. Giacché però queste sensazioni (le chiamiamo così per distinguerle dalle percezioni coscienti) promanano anch’esse dagli organi terminali e noi le concepiamo tutte come prolungamenti e propaggini dello strato corticale, possiamo continuare a ritenere valida l’affermazione di prima. L’unica differenza sarebbe che per gli organi terminali delle sensazioni e dei sentimenti il corpo stesso farebbe le veci del mondo esterno” (1938, pp. 588-9). Nell’Indice Psicoanalitico Hampstead Bolland e Sandler (1965) definiscono il diniego come il “rifiuto di riconoscere una realtà spiacevole esterna o interna” (1985, p. 143).

[34] D. Bourdin scrive che bisogna distinguere tra ripetizione e coazione a ripetere: “La ripetizione […] mira al piacere secondo il principio di costanza, ed [..] è compatibile con la libido, giacché assicura precisamente la costanza delle rappresentazioni e delle tracce mnestiche. La ripetizione, in questo caso, non esclude il legame e nemmeno il nuovo” (Bourdin in Le Guen, 2008, p. 1136). La coazione si oppone a questa forma di ripetizione: essa va al di là del principio di piacere mettendo in gioco una estrema quantità di energia (la caratteristica economica è essenziale) acquistando così un aspetto ‘demoniaco’ (v. nevrosi di destino, in Freud, 1920, p. 207). Però, in Al di là del principio di piacere, Freud scrive che anche le pulsioni sessuali “sono conservatrici nello stesso senso in cui lo sono le altre in quanto riportano la sostanza vivente a fasi più primitive” (Freud, 1920, p. 226). Per Freud – osserva Bourdin – era difficile pensare alla restaurazione dello stato anteriore nelle pulsioni di vita e allora “ricorre al modello biologico della fusione delle cellule sessuali per rendere conto di ciò che Eros ripete stabilendo legami” (Bourdin in Le Guen, 2008, p. 1137).

[35] “LA NATURA DELLE PULSIONI. E’ possibile caratterizzare le pulsioni come tendenze insite nella sostanza vivente e miranti al ripristino di una condizione precedente; tendenze […] di natura conservatrice, espressione […] di una inerzia o di una elasticità dell’elemento organico” (Freud, 1922, p. 462).

[36] Istinto nel testo originale: “Instinktäußerung” (GW, XV, p. 113).

[37] Lo si intuisce dal contesto.

[38] È utile ricordare anche che la pulsione di morte viene diretta all’esterno elettivamente grazie alla muscolatura. Si potrebbe pensare che tale pulsione fornisca l’energia necessaria affinché la difesa/automatismo possa reggere. Il tema dell’intreccio tra pulsione di autoconservazione e pulsione di morte e il rapporto con l’Io meriterà un dettagliato approfondimento.

Bibliografia

 

Bolland J., Sandler J. (1965). Indice Psicoanalitico Hampstead, Torino, Boringhieri, 1985.

Bourdin D. (2008). Ripetizione. in Le Guen C. Dizionario freudiano. Roma, Borla, 2013.

Freud A. (1936). L’Io e i meccanismi di difesa. O.A.F., 1, Torino, Boringhieri, 1978.

Freud A. (1965). Normalità e patologia nell’età infantile. O.A.F., 3, Torino, Boringhieri, 1979.

Freud S. (1899). L’interpretazione dei sogni. O.S.F., 3.

Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. O.S.F., 4.

Freud S. (1910). I disturbi visivi psicogeni nella interpretazione psicoanalitica. O.S.F., 6.

Freud S. (1915). Metapsicologia. O.S.F.,8.

Freud S. (1915-17). Introduzione alla psicoanalisi. O.S.F., 9.

Freud S. (1920). Al di là del principio di piacere. O.S.F., 9.

Freud S. (1922). Due voci di enciclopedia. “Psicoanalisi” e “Teoria della libido”. O.S.F., 9.

Freud S. (1932a). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). O.S.F., 11.

Freud S. (1932b). Perché la guerra? (Carteggio con Einstein). O.S.F., 11.

Freud S. (1937). Analisi terminabile e interminabile. O.S.F., 11.

Freud S. (1938). Compendio di psicoanalisi. O.S.F., 11.

Kertész I. (1975). Essere senza destino. Milano, Feltrinelli, 2023.

Laplanche J., Pontalis J.B. (1967). Enciclopedia della psicoanalisi. Bari, Edizioni Laterza, 1981.

Levi P. (1947;1958). Se questo è un uomo. Torino, Einaudi.

Levi P. (1986). I sommersi e i salvati. Torino, Einaudi.

Mentana E., Segre L. (2015). La memoria rende liberi. Milano, BUR Rizzoli.

Segre L. (1995). Una infanzia perduta. In A.A. Voci dalla shoah, testimonianze per non dimenticare. Firenze, La Nuova Italia.

Semprún J. (1994). La scrittura o la vita. Milano, Ugo Guanda Editore, 2020.

Dati reperiti in Internet

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/fame-nel-mondo-la-situazione-oggi-e-i-cambiamenti-previsti-il-futuro

 

Mariagrazia Capitanio, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

mg.capitanio@libero.it

 

*Per citare questo articolo:

Mariagrazia Capitanio (2025). Fame. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 118-134.

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