Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Chiara Baradello
(Portogruaro-Venezia), Biologa e Nutrizionista.
*Per citare questo articolo:
Chiara Baradello (2025). Care piante, grazie per la pazienza!. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 242-251.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Chissà quando abbiamo visto la prima pianta e abbiamo capito che è viva.
Chissà quando abbiamo associato un profumo ad un fiore o ad una foglia.
Chissà quando abbiamo compreso che le piante ci permettono di respirare, di nutrirci e di godere della bellezza naturale.
Chissà quando abbiamo trovato un albero che ci ha fatto emozionare.
Ricordi che si sono sbiaditi o cancellati, ma che lasciano una debole traccia nascosta tra i pensieri e le sensazioni.
Le piante sanno essere presenza rassicurante e affascinante e forse aspettano un nostro sguardo, un attimo di attenzione, un momento di silenzio per farci intuire la bellezza e la forza che sanno esprimere e generare.
Quando percorriamo strade, vie o passiamo attraverso parchi cittadini, riteniamo la presenza di alberi, arbusti o fiori che accompagnano il nostro quotidiano spostarci una “normale” scenografia, salvo a volte notare potature severe o foglie che ricoprono marciapiedi. Solitamente non ci rendiamo conto di quanto questi luoghi verdi ci aiutino a sentirci meglio, un po’ più tranquilli e lucidi, meno stanchi, mentre la frequenza respiratoria e cardiaca si normalizza e il cortisolo nel sangue si riduce.
A volte non ci accorgiamo che il nostro sguardo ricerca la maestosa forma di un albero secolare o l’intreccio dei rami per attenuare la confusione dei pensieri e delle urgenze e lasciare spazio alla calma, alla fantasia o ai pensieri sereni e creativi.
Eppure, nonostante il rumore e l’odore del traffico, la musica ad alto volume, le voci di chi sta facendo chiasso o litigando, le grida giocose dei bambini o il vento forte e improvviso, la pioggia che diventa fredda e si trasforma in neve, i passi che calpestano foglie e radici, le mani che strappano foglie e fiori anche se raccolti per regalare un gesto carino, le luci dei lampioni o dei fari che non permettono al buio della notte di svelarsi, gli alberi ci sono!
Le piante sono “rassegnate” ad essere travolte da tutte queste sollecitazioni perché non hanno la possibilità di allontanarsi, devono restare nel punto dove sono nate. Allora, con fermezza e pazienza accolgono lo stimolo che le invade anche se può comportare un danno, cercano il modo di superare l’insulto e migliorare la capacità di proteggersi e stare bene.
Le piante sono, quindi, organismi sessili, hanno le radici che le ancorano al suolo, senza rimanerne intrappolate, non possono fuggire se attaccate da parassiti, se gli erbivori le vogliono mangiare, se sono potate, tagliate, incise, calpestate. Nel caso in cui le lesioni non sono troppo profonde e devastanti, anche se in alcuni casi possono perdere fino al 90% della struttura vitale senza morire, le piante continuano a vivere: si possono definire organismi modulari perché le loro funzioni fisiologiche sono diffuse in tutta la loro struttura vivente, pur possedendo moduli specializzati (es. riproduzione). Questa organizzazione vivente garantisce maggiori possibilità di adattamento ai cambiamenti dell’ambiente con maggiore flessibilità, utili a superare eventuali problematiche e accrescere le potenzialità di sopravvivenza.
La vita radicata richiede inoltre il saper comprendere in modo preciso l’ambiente circostante, allo scopo di trovare quello che serve per vivere, identificare gli ostacoli e i pericoli.
Per questo le piante hanno sviluppato diverse capacità sensoriali: sentono odori e gusti tramite la ricezione delle molecole che li determinano e che sono diffuse nell’aria o in parti della loro organizzazione, reagiscono alle diverse lunghezze d’onda della luce e dell’ombra e delle rispettive durate, rilevano umidità, presenza dell’acqua, temperatura, riconoscono il contatto o la vicinanza a qualcosa di solido, di insuperabile o nocivo.
Molte di loro percepiscono l’onda sonora e sanno produrre vibrazioni in situazioni di stress come la carenza idrica.
Un esempio: il suono, e la relativa vibrazione, prodotto dai bruchi che mangiano una foglia, attiva un cambiamento della consistenza dei tessuti fogliari, della produzione di sostanze chimiche che cambiano il sapore delle foglie, rendendole sgradevoli, indigeste o tossiche. Sono informazioni chimiche (composti organici volatili) trasferite alle foglie sane per informarle del pericolo e per attivarne la difesa, vengono pure emesse nell’aria, per avvisare le piante vicine della presenza dell’aggressore.
Inoltre, le piante percepiscono la forza di gravità, distinguono la composizione, la struttura e la compattezza del suolo, riconoscono i microrganismi, la presenza di erbivori, le sostanze nutritive e quelle tossiche, i segnali chimici emessi dalle piante circostanti. Persino le radici sanno se le radici vicine sono di piante della stessa famiglia: in questo caso condividono le risorse, altrimenti competono per l’utilizzo.
Spesso gli stimoli, soprattutto se ripetuti, vengono riconosciuti dalla pianta e memorizzati per un certo tempo, in modo da non sprecare energia inutilmente per trovare risposte che non servono e indirizzare tale energia in strategie e attività idonee ad affrontare ciò che lo stimolo ha segnalato.
Ad esempio, le piante riescono ad avere un ricordo (genetico ed epigenetico) delle condizioni ambientali, e in tal maniera possono realizzare la tipologia di foglia più idonea a svilupparsi all’ombra o al sole.
Il linguaggio delle piante è, pertanto, prevalentemente chimico. Mediamente sanno utilizzare circa tremila diverse sostanze chimiche per scambiare informazioni o per ottenere diverse tipologie di protezione: si tratta di composti chimici prodotti negli apici radicali, gli essudati radicali, e nelle foglie, composti organici volatili (VOCs). Gli scambi chimici per le comunicazioni approfittano della cooperazione creata dalla simbiosi (micorriza) tra le radici vegetali e un micelio che, per riceve gli zuccheri elaborati dalla fotosintesi, fornisce in cambio la trasmissione dei segnali chimici, la ricezione di lontane informazioni, la consegna di sostanze nutritive (fosforo, azoto, acqua).
In questo modo, tra piante vicine e micelio si struttura e si espande una rete sotterranea, detta Wood-Wide Web, che permette agli alberi più sviluppati e maturi, considerati “alberi nutrice”, di aiutare quelli più giovani che altrimenti non sopravvivrebbero perché spesso nati alla loro ombra e pertanto in difficoltà a fotosintetizzare. L’aiuto consiste nel dare nutrienti e acqua e nel “ritirare” un po’ le proprie radici creando lo spazio necessario allo sviluppo delle radici della nuova plantula. Questo sostegno avviene, dunque, perché l’albero nutrice sa riconoscere i propri discendenti.
La Wood-Wide Web, infatti, collega piante vicine solo se si riconoscono affinità genetiche. Come organismi sessili, dovendo competere per lo spazio e per i nutrienti, cercheranno di occupare più spazio possibile e di collaborare con la propria “famiglia” per sopravvivere, tanto che, attraverso la rete di connessioni, vengono trasmesse anche sostanze tossiche e messaggi chimici per scoraggiare o inibire la crescita di piante geneticamente diverse o rivali.
Tutti questi scambi comportano un grande vantaggio per gli alberi della “comunità”: quindi, sarà importante che la rete sia mantenuta ed espansa. Forse, conservare la complessità della rete contribuisce a giustificare l’aiuto fornito a piante deperite oppure a ceppi che verranno mantenuti in vita.
Le piante non possono neppure nascondersi! Restano! Devono essere molto attente e sensibili a cogliere cambiamenti, stimoli, perturbazioni con sufficiente anticipo in modo da potersi modificare in relazione all’ambiente di vita. Tuttavia, sanno compiere qualche movimento, come accade quando cercano una migliore esposizione alla luce solare o tentano di trovare un necessario sostengo, che sia un muro, un paletto o un’altra pianta. Anche le gemme e il bocciolo si muovono per espandere le foglie o i petali. Sono tutti movimenti che avvengono lentamente, difficilmente percepibili con l’osservazione diretta.
D’altra parte le piante sanno utilizzare con calma il tempo utile al raggiungimento dei loro obiettivi di sopravvivenza, anche se può essere rischioso soprattutto in questi anni in cui le aberrazioni del cambiamento climatico determinano variazioni consistenti dei parametri abiotici e biotici. Sono, purtroppo, stravolgimenti che forse modificheranno le capacità di vivere e di relazionarsi di molte piante.
Malgrado tutto, le piante sono riuscite a sopravvivere nonostante queste pesanti alterazioni che le attività umane hanno prodotto, probabilmente perché la loro collaborazione è ben bilanciata a garantire la sopravvivenza e il benessere di tutte, escogitando nuove strutture e funzionalità più idonee alle nuove caratteristiche dell’ambiente in cui si trovano a crescere.
Ed è proprio percorrendo i viali di molte città, se ci fermiamo un momento, possiamo ancora vedere file ordinate di maestosi platani che attestano la loro capacità di adattarsi all’aria inquinata dalle emissioni del traffico cittadino e confermano la loro tolleranza a condizioni ambientali molto diverse. Anche se gli inquinanti impediscono una regolare attività di traspirazione tramite gli stomi delle foglie, i platani riescono a rimuovere dall’aria le polveri sottili, l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto, l’anidride carbonica, veleni che verranno eliminati con le squame a placche della corteccia che si staccheranno non appena sarà pronta la corteccia rinnovata. Così la qualità dell’aria può migliorare.
I viali di platani contribuiscono alla microregolazione del clima, rinfrescando l’aria per l’evapotraspirazione e per l’ombreggiatura strepitosa delle chiome, alla riduzione del rumore, al drenaggio delle acque piovane e alla conservazione della biodiversità.
Anche la semplice edera fa diminuire l’inquinamento dell’aria assorbendo un’elevata percentuale di benzene, di tricloroetilene e formaldeide, di particelle fecali degli animali domestici aerodisperse, di spore delle muffe degli ambienti interni. L’edera è un arbusto rampicante che programma un movimento oscillatorio, flessibile e attivo, finalizzato a cercare nell’ambiente vicino il supporto adatto dove aggrapparsi in modo specifico finalizzato a raggiungere la posizione migliore per ricevere la luce solare.
L’edera sa resistere ad una prolungata siccità, alle gelate e a temperature elevate, anche se è una pianta che predilige terreni umidi e di un po’ di ombreggiatura. Un altro esempio di capacità di rispondere a cambiamenti dell’ambiente di vita.
Il portamento arboreo, il colore cupo della chioma densa e globosa, il robusto tronco che può raggiungere i due metri di diametro, identifica il leccio, la quercia sempreverde mediterranea in grado di vivere mille anni.
Questo albero forte conferma la sua incredibile resilienza a tagli invasivi e al passaggio di un incendio. Se è avvenuta la totale combustione del fusto che fa morire la parte aerea, le radici ipogee, non bruciate, sviluppano gemme pronte a dare origine ad una nuova pianta. Grazie a questa capacità di superare un evento devastante, il leccio permette alla macchia mediterranea di riprendere vigore.
Il leccio è l’espressione di resistenza perché si difende dalla brucatura del pascolo sviluppando nei giovani rami o in rami disposti inferiormente foglie rigide e con margine spinescente.
Una piccola composita, la margheritina o pratolina, è esempio di pazienza, di forza e di resistenza rigenerativa: cresce comunemente nei prati, nei vialetti dei giardini, nelle briciole di terra dei marciapiedi, e colora di giallo e di bianco sfumato di rosa le giornate di sole anche in inverno. La si trova anche nei campi erbosi che possono gelare all’inizio della primavera e in zone aride dove affronta con successo lo stress dovuto al caldo. La margheritina riesce a riprendersi e sopravvivere grazie alla disposizione delle foglie che formano una rosetta basale adesa al suolo: in tal maniera scoraggia la brucatura degli erbivori, non risente in modo invasivo della falciata e del calpestio. Questa sua organizzazione le permette di propagarsi formando fitte colonie, impedendo ad altre piante erbacee di svilupparsi vicino. Il suo è un importante ruolo ecosistemico, perché le fioriture spesso precoci sono visitate dalle api e da molti altri insetti impollinatori, contribuendo pertanto a preservare la biodiversità nei prati e nei campi.
Senza perdere tempo e distrarsi, le piante hanno ben chiaro quali siano le loro necessità vitali. Tutte le informazioni che ricevano dall’ambiente esterno ed interno sono finalizzate a crescere e vivere nel miglior modo possibile in quel periodo e in quell’ambiente, garantendosi anche età millenarie. Sembrano scongiurare la fretta per non incorrere in errori evitabili, poiché vivere ancorate al suolo non permette molte alternative per superare difficoltà. Decifrano uno stimolo con calma affinché possano superare un momento critico come l’attacco di un patogeno o le lesioni delle foglie per una forte grandinata. Sembrano esercitare una grande pazienza forse perché sanno che riusciranno di nuovo a risplendere lussureggianti di vita.
Le piante creano comunità che diventano una connessione vitale, cooperano con i miceli, condizionano insetti e animali per difendersi dai predatori e per trasportare polline regalando la dolcezza del nettare nascosta e raggiungibile solo con percorsi finalizzati a passare vicino alle antere. Sono disposte a modificare le loro strutture, a produrre sostanze profumate o sgradevoli e amare per attirare o respingere animali. Sviluppano frutti attrattivi per garantire ai loro semi viaggi lontani e sanno anche sfruttare il vento inventando ingegneristiche strutture leggere per disseminare lontano, con danze alate ed eleganti.
Se iniziassimo a rallentare i nostri ritmi, se abolissimo la fretta, saremmo in grado di osservare davvero un albero, una pianta fiorita o una gemma apicale, di godere della loro bellezza, scopriremmo dettagli che sembrano opere di pregiato artigianato e troveremmo esempi e alleati che condividono con noi la difficoltà nell’affrontare situazioni e condizioni di disagio.
Occorre riconoscere la vitalità delle piante, la loro capacità di affrontare un cambiamento per risanare ferite e danni e continuare a vivere: un insegnamento, per chi è in grado di coglierlo.
Le piante, forse, apprezzano e rispettano ancora il tempo “lento” della convalescenza che accompagna verso il benessere, ricordandocene l’importanza ci invitano a viverlo mentre, magari, veniamo avvolti dal profumo del gelsomino.
Bibliografia
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Chiara Baradello (Portogruaro – Venezia)
*Per citare questo articolo:
Chiara Baradello (2025). Care piante, grazie per la pazienza!. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 242-251.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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