Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Patrizia Montagner
La mostra di Pateletso a Portogruaro ha richiamato un pubblico numeroso e subito molto coinvolto, dai colori, dalle forme, dalla straordinaria vitalità delle tele esposte.
Pateletso è un giovane artista sudafricano trasferitosi in Friuli poco più di in anno fa. Non parla italiano, ma racconta con le sue opere con straordinaria forza la sua storia e la sua interiorità, come dice lui: “la sua anima”.
Nato in un villaggio del SA, ha subito dolorosi traumi personali e ambientali che, come racconta, lo hanno portato a attraversare momenti di sofferenza profonda fino alla disperazione. La pittura è diventata una strada per parlare di essa, e della liberazione da essa, che sta lentamente sperimentando.
L’arrivo in Italia è diventato, grazie non solo alla sua forza interiore e alla sua determinazione, ma anche alla buona accoglienza che ha sperimentato qui, nel paese natale della moglie, una esperienza di rinascita e di ricreazione di sé e del Sé.
Di questo raccontano le sue tele.
Ne illustrerò alcune.
Pateletso arriva da noi con una eredità ricchissima.
Ecco la sua Valigia
Questo dipinto fa parte di un trittico: la mano, la mente , il corpo , in cui l’artista riflette su che cosa sta dentro di lui e si è portato con sè nel suo viaggio. Metafora di tutte le migrazioni, ma anche della necessità di avere uno spazio nel quale raccogliere ciò che più di valore abbiamo in noi e saperlo utilizzare. Nel suo significato spirituale essa custodisce verità intangibili: desiderio, dolore, trasformazione, connessione ancestrale. Diventa un santuario per ciò che l’occhio non può vedere: la vita in movimento.
Ecco Chi sono io,
dice Pateletso.
Sono un insieme di elementi: pensiero, memoria, trauma … rappresentati da legno, corteccia, carta, corda sottile, pittura … e dal modo in cui essi sono interconnessi. Un dipinto potente che parla di identità costruita sulla materia, ma anche sulla storia, la spiritualità, l’energia vitale che emana dal modo in cui questi elementi sono messi insieme. La riflessione sulle Connessioni.
Sono un Guerriero ferito
Lo dice usando materiali ancora più numerosi e diversi: sabbia, carta, cartone, tela, legno, fili, corteccia … a rappresentare la pluralità delle esperienze che si sono connesse e stratificate in lui. È un guerriero ferito perché sradicato dalla sua terra, da ciò che gli è familiare, e gettato in spazi sconosciuti, forzato dalle esperienze della vita a navigare in acque pericolose, ma è un guerriero ancora vivo, che cerca di ritrovare sé stesso, rimettendo insieme i pezzi. Le ferite rimangono sul corpo e nella psiche. È coraggioso mostrarle, perché fanno parte della nuova identità. E è anche come se, mostrandole, intanto si riconoscesse e si ricomponesse.
Porto con me La mia storia
Con questa tela di pittura e stoffa Pateletso rappresenta se stesso come ultima espressione di una catena di figure familiari e sociali che lo circondano e da cui egli trae origine. Una figura dietro l’altra, una figura nell’altra, in cui pezzi di tela tipica degli abiti del suo paese, avvolgono e distinguono i volti, e danno loro profondità e senso.
Io sono tutto questo. Non potrei essere senza i miei antenati e coloro che mi hanno circondato. Così come non potrei vivere senza coloro che ora mi hanno accolto e mi circondano.
Il passato e il presente.
Io sono l’uomo, ma anche la donna, il bambino,
Qui l’artista riecheggia lo stile immediato, diretto, della pittura tradizionale del suo Paese. Il colore intenso, senza sfumature, definito entro tratti precisi, le forme che rimandano a spazi contenuti l’uno nell’altro, che uniscono elementi identitari, la semplicità delle immagini, che rimandano a qualcosa di gioioso e infantile, parlano di una forza che viene dalla natura, dalle radici del proprio essere, dalla cultura dei suoi luoghi. Il coraggio di mostrarsi come si è, di raccontarsi nella propria immediatezza comunica qualcosa di assolutamente comune e allo stesso tempo riconoscibile nella sua irripetibile individualità.
Guerra
Scarti di legno, filo di ferro, chiodi, rete pietre, vaso rosso rotto … La guerra non è solo quella trasmessa dal telegiornale, è anche silenziosa, intima, dice Pateletso, vissuta nel momento in cui entriamo in questo mondo. Una condizione cruda, ricorrente e dolorosamente familiare. Dieci guerre sono nominate, non solo quelle fuori. La guerra raggiunge i paesaggi interiori del conflitto, nelle case, nelle relazioni, nelle istituzioni, nel sé. Ci sono le guerre invisibili, che non nominiamo, ma che viviamo ogni giorno. L’artista si chiede: siamo testimoni, facilitatori, protettori o semplicemente invischiati?
Ci sono altre tele interessanti.
Spero di aver suscitato una curiosità che porti a visitare la mostra, e anche quella che si terrà a giugno 2026 nello “Spazio Arte” di Udine.
Concludo raccontando che alla fine del vernissage di questa mostra Pateletso ci ha invitato a seguirlo in un’ampia stanza a fianco, dove aveva preparato colori e pennelli e una tela vuota, su questa ha disegnato una sagoma umana, poi, all’interno di essa ha aggiunto tante piccole sagome umane, e ha chiesto a ciascuno di noi di mettere qualcosa, di dipingere quello che volevamo.
Ne è uscita un’immagine piena, vivace, anche un po’ confusa, con aspetti strani e contrastanti.
L’artista era davvero molto felice dei nostri contributi, questo è il senso del nostro essere insieme, ci ha detto: “Noi siamo connessioni, siamo portatori della nostra storia e del nostro spirito, ma siamo continuamente creati dalla relazione con gli altri”.
Stupisce quanto chiaramente e talvolta direttamente nei messaggi e nella pittura di Pateletso si ritrovi il pensiero psicoanalitico.
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