"How can I talk if my lips don't move? Inside my autistic mind"
di Tito Rajarshi Mukhopadhyay

Recensione di Marina Montagninim.montagnini@iol.it

 

Tito Rajarshi Mukhopadhyay – How can I talk if my lips don’t move? Inside my autistic mind

New York: Arcade Publishing, 2011

Recensione di Marina Montagnini - m.montagnini@iol.it

Tito è un ragazzo autistico non verbale ma ha scritto alcuni libri autobiografici. Scrive i primi saggi, poesie e racconti a 15 anni (è nato nel 1988) e pubblica il suo primo libro a 19 anni.

La sua prosa poetica è costellata di poesie e porta il lettore in un mondo particolare in cui si rincorrono percezioni colorate e sinestesie. Fin dall’età di due, tre anni, Tito staziona davanti ad uno specchio che gli racconta delle storie “in rosso e in verde”, ricche di sensorialità frammentata.

Spesso si accompagnano a stati di trance e di fusione con la natura: “Percepivo felicità nei colori del vento”, dice per esempio, mentre si dondola sull’altalena (ib.,118).

Quando qualcuno parla, Tito ‘vede’ la sua voce. Vede che le frasi si srotolano sul pavimento come strisce e corde colorate che vibrano e sussultano. Da ogni spunto sensoriale Tito evoca ricordi: può ritrovarsi in un giardino, dove osserva le foglie e gli steli, ode la fontana che gocciola, sente i profumi o il gusto amaro della zucca. Non riconosce i volti perché è troppo spaventato dalle implicite richieste di interazione sociale ma può identificarli se il volto diventa familiare e se può associarlo ad un determinato timbro della voce. Si allontana dalle persone perché richiedono una faticosissima interazione sociale, non dalle proprie emozioni né dalle capacità empatiche.

Può passare il tempo in una sala a tracciare mentalmente linee diagonali a zig-zag, seguendo il disegno a rombi di un soffitto. Questo compito lo assorbe totalmente e lo assolve con metodo, senza traccia di noia. Se è sotto un ventilatore a soffitto cerca di ruotare su sé stesso come le pale che diventano trasparenti, pensando di diventare egli stesso trasparente, felice delle proprie sensazioni. Ma se interviene un blackout il cambiamento improvviso lo porta al panico, alle urla incontrollabili.

Il mondo deve essere assolutamente prevedibile. Quando una situazione nuova si ripete e diventa confortevole, Tito ne fa una ossessione e una tossicodipendenza. La mamma aiuta Tito ad acquisire sempre nuovi talenti, ma non il linguaggio. Tito ha osservato che chi parla muove le labbra ma egli non può muoverle volontariamente, sebbene possa ridere e gridare. Sembra che la motilità volontaria sia bloccata, anche in altri campi. Descrive come gioca: dapprima lascia cadere la palla che la mamma gli porge, come se le mani non “osassero” funzionare a dovere. Quando gioca, non può farlo per più di quindici minuti: viene sopraffatto dalla iperstimolazione, che porta frammentazione sensoriale e panico. In questa esperienza travolgente i sensi si spengono, come se diventasse cieco e sordo; in questi casi sbatte le mani come nelle classiche stereotipie.

Il movimento riorganizza la sensorialità frammentata con l’apporto di un preciso stimolo cinestesico.

Quando la mamma gli pone tra le mani una matita, Tito la lascia cadere. La matita tra le mani è scomoda “come un paio di scarpe nuove”. Dopo innumerevoli tentativi, la mamma lega la matita alle dita con un elastico e fa delle costellazioni di punti che unisce per formare le lettere. Infine, fa finta di dimenticare di unire qualche punto, la seconda gamba della M, per esempio. Sa che Tito non sopporta un dettaglio incompleto… così Tito comincia a scrivere.

Tito sente i suoi sogni più che vederli, anche se nelle sue storie le percezioni visive giocano una parte importante come dipendessero da catene sensoriali iper-associate. Anche per lui l’ambiente è iperstimolante e l’attenzione è continuamente sopraffatta dagli stimoli. Se entra in una stanza potrà concentrarsi solo su un dettaglio. Vedrà il colore, il giallo lo porterà a tutti gli oggetti gialli che ha visto in vita sua; vedrà la forma geometrica, i cardini, la loro funzione di leva, e solo alla fine potrà capire che si tratta di una porta.

Per trovare il nome di un oggetto Tito lo deve definire, “etichettare”, per qualche deficit nella elaborazione delle percezioni, suppone. Nello specifico Tito pensa che non funzionino le “zone convergenti alte” di cui parla Damasio (1994). Secondo questo scienziato “la zona convergente superiore” consente di definire immediatamente un oggetto, mentre “le zone convergenti inferiori” consentono il riconoscimento di un oggetto tramite un lavoro ricostruttivo sulla base delle caratteristiche percettive che lo definiscono.

Al contempo Tito ha capacità cognitive di altissimo livello, come dimostra in un capitolo del suo libro dedicato alla descrizione di quale metodo usa per sommare 4+2. Riesco a capire solo che utilizza le coordinate Cartesiane per definire ciascuno dei due numeri, poi mi perdo.

In conclusione, mi pare che Tito, come altri autistici, abbia un eccesso di informazioni sensoriali che sono elaborate in modo distorto a livello periferico o centrale. Una forma di “aprassia” gli impedisce di parlare. Anche la memoria episodica può essere poco attendibile perché sovraccarica di componenti emozionali che Tito traduce in storie e colori. Le storie possono essere incantevoli ma se lo schema mentale del momento viene turbato, allora subentra il panico.

L’ipersensibilità periferica torna in primo piano, insieme ad una fortissima tendenza associativa.


Bibliografia

Damasio A. (1994). L’errore di Cartesio. Milano, Adelphi.

Mukhopadhyay R. T. (2008). How can I talk if my lips don’t move? Inside my autistic mind. New York: Arcade Publishing, 2011.

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