Glottocidio/glottofagia: la soppressione delle lingue

di Patrizio Campanile

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Mentre, nel nostro tempo, si discute dell’uso legittimo dei termini, ci si improvvisa storici, cultori del diritto e quant’altro, o si rivendica la proprietà delle parole (e ne è un tragico esempio il ‘dibattito’ sulla legittimità dell’uso del termine genocidio al di fuori della terribile catastrofe della Shoah) … ebbene, intanto, la lingua evolve per cercare, anche introducendo neologismi, di dare conto dell’evoluzione del pensiero e dello sguardo sul mondo. Perché è di questo che si tratta rispetto all’uso delle parole e delle lingue.
È anche il caso di due termini: glottocidio e glottofagia Quest’ultimo è stato proposto nel 1974 dal linguista Louis-Jean-Calvet – mancato nell’ottobre scorso e autore del volume Linguistique et colonialisme. Petit traité de glottophagie – per descrivere un fenomeno e quindi richiamare su di esso l’attenzione collettiva; da ultimo, sollecitare il pensiero.
I seguenti pensieri mi sono stati stimolatati dall’ascolto di un recente servizio di Le Monde raggiungibile a questo link.

I due termini individuano (questa è l’esito per me della sollecitazione) aspetti specifici dell’azione predatoria (distruttiva) che interessa una lingua, il suo divieto, la sua cancellazione o estinzione e, comunque, l’azione di soppressione delle lingue. Nel servizio vengono usati entrambi i termini glottofagia e glottocidio. Anche se rimandano ad un medesimo fenomeno e cioè all’azione di far sparire le lingue, penso possano per noi mettere in luce aspetti diversi dello stesso: il primo termine, nato nell’ambito di studio della glottolinguistica è uno strumento specifico di comprensione del colonialismo (e quindi non fa ricorso a entità giuridiche e a significati di storia più recente) e si presta anche a descrivere la parziale assimilazione di una lingua da parte di coloro che conquistano un territorio dove regna una cultura che da essi viene assoggettata. Il secondo indica (ma è una mia ipotesi da approfondire) l’inserimento del concetto nella nostra contemporaneità nella misura in cui inserisce il fenomeno in un contesto di ‘azioni’ su cui proprio la nostra società si sta, sempre più, interrogando: indicherebbe in questo caso non tanto l’assimilazione (seppur sempre parziale) della lingua di una minoranza, ma alluderebbe ad un più ampio processo che ha come esito la scomparsa della stessa minoranza a partire dalla sua lingua. Nel servizio prima citato si parla infatti di glottocidio nei temini di azione deliberata per far sparire le lingue.
I due termini rimandano, comunque, ad un tragico fenomeno che dovrebbe riguardare e interessare gli psicoanalisti, giacché è nostra peculiare l’attenzione per il modo in cui le persone parlano, i termini che usano, i toni che adottano, le inflessioni, le sonorità, la musicalità, i gesti che accompagnano l’eloquio prima ancora dei significati che veicolano, giacché ciascuna di esse e di essi apporta significato, partecipazione alla vita, difficoltà ad affrontarla o specifico modo di farlo. In ogni caso la lingua manifesta un sistema di pensiero, un modo di guardare il mondo, una postura rispetto ad esso. È quindi una ricchezza.
Ricordo, a proposito di postura di fronte alla realtà (in questo caso in senso concreto) che nella lingua tibetana, anch’essa a rischio di glottocidio, ci sono termini diversi per indicare un ponte, cioè il modo di superare un corso d’acqua: se lo guardi mentre cammini e il tuo sentiero è al suo stesso livello o se lo guardi dall’alto delle montagne mentre affronti una discesa o lo scruti come meta risalendo faticosamente una valle scoscesa.
La lingua di ciascuno con le specifiche peculiarità che denotano sempre una storia e le lingue, ciascuna e nel loro insieme, sono un patrimonio che dovrebbe esserci e restarci caro.
Non è così, o almeno non lo è al di là del nostro piccolo mondo, la nostra comfort zone.
Al di là della nostra piccola cerchia il diritto alla lingua ‘madre’ è ufficialmente tutelato in quanto veicolo di cultura, identità e memoria storica: il 21 febbraio di ogni anno, l’UNESCO celebra la Giornata internazionale della lingua madre e in Italia la legge 482/99 tutela dodici comunità linguistiche storiche. La realtà è ben lontana da questi auspici: nel mondo più del 40% delle lingue è a rischio di estinzione. In molti casi, anzi, sono oggetto di azioni che ne ostacolano o proprio ne impediscono o vietano l’utilizzo mettendone quindi a rischio la sopravvivenza. Esempi a tutti noti sono il Tibetano (in termini di ostacolo all’utilizzo) e lo uiguro, la lingua dello Xinjiang (come vero e proprio divieto).
L’azione glottocidaria (altro neologismo!) mira all’assimilazione ed al rifiuto delle differenze. Mettere al bando le differenze, azione che cresce in modo estremo sul terreno del diniego, sappiamo bene come perverta le relazioni e l’essere stesso degli individui. È una questione che ci è ben nota nelle perversioni, ma che va studiata anche nell’orizzonte sociale.

L’oggetto specifico di interesse nel caso del servizio che ho citato era il Brasile dove il glottocidio sta minacciando pesantemente la sopravvivenza delle lingue indigene accanto al rischio di non sopravvivenza degli stessi locutori. Non a caso l’uso del neologismo in questione ha avuto un ampio riscontro in quel paese. Lì sono esposte alla possibilità di non sopravvivenza da un terzo a metà delle lingue indigene tuttora parlate. Ne sopravvivono al momento solo 295 delle 1500 che quei popoli parlavano al momento della colonizzazione. All’origine è stata quest’ultima la responsabile dell’azione predatoria dell’uomo più forte e che non si accontenta della sua ricchezza sul più debole, che lo depreda della sua vita, della sua cultura, della sua lingua e delle sue ricchezze. Ma la storia si ripete. Ciascun popolo ha sviluppato un proprio sguardo sul mondo e sulla natura sulla base delle sue necessità e capacità di comprensione; se ne fossimo consapevoli non trascureremmo il fenomeno del glottocidio. Un esempio: in un mondo in cui il problema dell’acqua (dalla carenza ai suoi possibili effetti distruttivi) sta diventando sempre più rilevante è un dato su cui riflettere che i popoli indigeni abbiano sentito il bisogno di distinguere con innumerevoli termini non solo i corsi d’acqua, ma il modo in cui l’acqua scorre o defluisce. È singolare e indicativo uno slogan delle manifestazioni indigene che lottano contro l’usurpazione e la distruzione dei loro territori e della loro cultura: riforestare le menti (v. Il Manifesto, 26-4-23).

La vicenda delle lingue in Brasile risulta particolarmente interessante perché, mentre scompaiono progressivamente le lingue indigene tra l’indifferenza dominante, il popolo brasiliano sta prendendo consapevolezza della specificità della propria lingua e mira a distinguerla dal Portoghese. Nel 1984, uscito dalla dittatura, il Brasile ha riconosciuto nella sua Costituzione il diritto alla lingua per i popoli indigeni prevedendo la possibilità del loro insegnamento e, per questo, Ailton Alves Lacerda Krenak nominato alla prestigiosa Academia brasileira das letras ha parlato di polifonia brasiliana (V. Internazionale, 21-10-23). Le cose in realtà vanno diversamente. Nel mentre, come dicevo, si diffonde la consapevolezza della specificità del Brasiliano (distinguendolo dal Portoghese) in quanto il 20% dei termini – esito dell’assimilazione – ha origine da termini indigeni o africani (senza aver riscontro nel Portoghese). Il processo trova al momento valorizzazione nel Dicionário Houaiss che registra puntualmente l’origine delle parole. Il Portoghese, dopo la colonizzazione, divenne progressivamente lingua parlata e poi obbligatoria a partire dal XVIII secolo. Fu dei Gesuiti la cura di cercare delle forme intermediarie (ovviamente a scopo di proselitismo, ma con un qualche grado di tolleranza della diversità tanto che in tutta l’America latina restano le vestigia dei loro insediamenti distrutti proprio da chi non tollerava questa tolleranza): ne è un esempio il Nheengantu, conosciuta anche come língua geral da Amazônia o lingua brasilica che doveva permettere uno scambio supposto paritario tra colonizzatori e colonizzati.
Questa duplicità di atteggiamento non stupisce giacché la molteplicità che contraddistingue l’animo dell’essere umano lo porta a tollerare contraddizioni che all’osservatore appaiono insanabili. Non necessariamente sulla base di scissioni, ma di compromessi. È quanto hanno studiato in particolare, seppur da angolature diverse, O. Rangell (2008, Teoria psicoanalitica e vita politica. Rivista di Psicoanalisi 54:113-120), S. Argentieri (L’ambiguità, Einaudi, 2008) e S. Amati Sas in numerosi lavori il cui retroterra sta proprio nel pensiero psicoanalitico sudamericano che ha dovuto confrontarsi in modo particolare con dittature ed eccidi.

 

Patrizio Campanile, Venezia

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