Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Marta Oliva
Via Paolo Fabbri 43 e’ il settimo album di Francesco Guccini registrato nella prima metà del 1976. Figura tra i dischi più venduti in Italia in quell’anno e il nome di Guccini appare tra quello di Santana, Bob Dylan, degli Abba, dei Pink Floyd…Mi ha sempre colpito che questo album così intimo e rabbioso attraverso il quale Guccini si mette a nudo e platealmente prende le distanze da tutto ciò che non lo rappresenta (ma sarà davvero così poi?) e’ stato proprio l’album che lo ha portato a una maggiore visibilità e successo.
Via Paolo Fabbri 43 era in quel momento l’indirizzo di casa di Guccini stesso. Una provocazione, certo, quella di mostrare una cosa così personale, un tentativo di annullare la distanza e l’asimmetria data dai ruoli. Penso anche a un desiderio di mescolarsi con l’emozione dell’altro come modo per sentirsi riempito e nutrito. Immagino che Guccini in quel momento non avesse previsto (“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni…”) che quell’indirizzo pubblicato sarebbe stato il preludio di numerosi pellegrinaggi e foto ricordo scattate davanti alla facciata color rosso bolognese della sua casa di allora, ma proprio per questo è rappresentativo di un movimento importante, delle cose evidenti che sfuggono allo sguardo, come se fossero troppo ingombranti…
Il disco affronta tantissimi temi differenti tra loro che si mescolano e si intrecciano alla perfezione. Il fil rouge è la vita, costruita e decostruita in modi diversi, vite vissute, spiate, intraviste, usate, abbandonate.
Il giornalista Riccardo Bertoncelli aveva scritto una recensione negativa al precedente album di Guccini “Stanze di vita quotidiana” (1974), sottolineando come Guccini non avesse nulla da dire e che l’unico motivo per cui continuava a scrivere canzoni fosse solo quello di fare soldi. A partire da questo evento Guccini ha scritto l’Avvelenata, canzone diventata simbolo, simbolo delle invettive taciute che albergano dentro ognuno e che trovano voce attraverso i versi della canzone. Una bella responsabilità in un certo senso…Penso a come Guccini abbia sempre considerato non positivamente questa canzone e come nelle interviste abbia sempre sottolineato di averne scritte altre e molto più belle. E’ stata una canzone molto cantata da altri artisti, mi viene ad esempio in mente la versione di Luca Carboni del 2009 in “Musiche ribelli” o quella, molto intensa, di Manuel Agnelli con Mauro Pagani. Interessante anche la recente scelta di Fabri Fibra che a partire dalla canzone di Guccini crea la sua personale Avvelenata. In un’intervista pubblicata a settembre 2025 su La Repubblica Fabri Fibra, in un’intervista/dialogo con Guccini, definisce L’Avvelenata “…il primo dissing della musica italiana, il primo esempio di come si possa prendere una critica e trasformarla in risposta artistica…”.
La rabbia diventa la forma attraverso cui Guccini si accosta ai suoi topoi abituali e allora la fatica nel non sentirsi compreso dall’altro si riflette anche in una fatica nel guardarsi e definirsi e dove “Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io diverso e io uguale, negro, ebreo, comunista” diventa anche un modo per portare un dolore legato a un senso di perdita, perdita di qualcosa che c’è stato ma che non c’è più. La nostalgia insomma. Penso alla nostalgia così come la definisce Masciangelo (1989) “ la nostalgia investe una dimensione di spazio e di tempo “intima e segreta” composita e indefinita, di transizione intermedia, di frontiera si potrebbe dire, la quale anima scenari interni su cui il quiadesso e l’altrove in un tempo diverso vengono a congiungersi, trasfigurando immagini, persone e cose della realtà, esperienze, combinando fantasia e realtà, desideri e possibilità di un movimento decisamente trasgressivo svolgentesi intorno ai limiti del tempo e di spazio, ai confini del possibile e dell’impossibile, dell’accessibile e del vietato”. Tutto questo prende forma in “Canzone quasi d’amore”. Trovo il titolo molto interessante, quel “quasi” è pregno di significato e racchiude davvero tanto. C’è il mostrare e il coprire. C’è il parlare di amore, ma di quale amore? Verso chi? Freud (1919) dice che “amore e’ nostalgia” e questa canzone sembra parlare proprio di questo. La canzone è una sorta di dialogo/monologo tra Guccini e il suo interlocutore. Un amore finito? Forse. O piuttosto una conversazione con la vita, intrisa di tutte le ambivalenze date dal voler provare a volare e dalla consapevolezza/desiderio di continuare a essere un goffo tacchino. L’ambivalenza tra il desiderio di un approdo e il desiderio di continuare a esplorare il mare aperto (o forse vuoi che dica che ho i capelli più corti e che per le mie navi sono quasi chiusi i porti…). Guccini dice “ ti accorgerai…che la noia di un altro non vale”, noia intesa come desiderio abortito, come apparente assenza di desiderio che serve a mascherare il desiderio stesso. Ognuno deve trovare la propria personale noia insomma…La noia diventa espressione di individualità, passando attraverso la noia dell’altro, come modo per esserci, a partire dallo sguardo dell’altro (La Scala, 2012).
Guccini si è sempre esposto molto, non mi riferisco a un piano ideologico o politico, ma mi riferisco a un piano più intimo, personale, individuante, quello legato all’Io sono ( “E un’altra volta e’ notte e suono, non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo e voglio in questo modo dire “Sono”o forse perché e’ un modo pure questo, per non andare a letto…”). I testi delle sue canzoni, meno onirici e criptici rispetto a quelli di altri cantautori, diventano contemporaneamente più semplici e più difficili da cogliere. Lo scontro con il reale e con il nostro Io-sono che obbliga a guardare e rivisitare il presente e il passato personali, mescolati a quanto viene veicolato dalla canzone. La nostalgia di cui parlavo prima che permette di vivere il presente e il passato contemporaneamente.“Il pensionato” diventa la rappresentazione proprio di questo. Il pensionato era un vicino di casa di Guccini e nella canzone si scontrano due stili e due momenti di vita differenti che si parlano e si osservano. Guccini dice “Nel Pensionato metto in atto uno dei miei vizi preferiti: osservare, confrontare per trovare differenze e similitudini. Il pensionato Mignani, amico prezioso che si alzava quando andavo a letto e andava a letto quando io uscivo, pareva quasi vivesse un presente assurdo, fatto di passato (antiche cortesie e vecchi odori, riti quotidiani e lampadine fioche, minestre riscaldate e tic-tac di sveglia che enfatizzava ogni secondo) e di futuro: la paura del domani, il presentimento che di lui sarebbe rimasta “soltanto un’impressione che ricorderemo appena” (in Stagioni, 2000) La canzone diventa un mescolare tempi diversi e il cogliere impressioni e sensazioni di qualcosa che esiste dentro e che si riconosce grazie alla nostalgia, a quel conosciuto di cui la nostalgia si fa da portavoce. Guccini osserva il suo vicino di casa, ma in realtà osserva se stesso e le sue paure.
Chiudo con i famosissimi versi di “Canzone di notte n.2”:
“…e’ bello ritornar normalità e’ facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Scusate non mi lego a questa schiera, morro’ pecora nera”.
Ricordo bene quanto ho desiderato la t-shirt dove troneggiavano queste parole…L’essere diverso, l’individuarsi, il rivendicare i propri desideri e il proprio sguardo, ma queste parole, a distanza di tanti anni, assumono delle sfumature completamente diverse. Per essere pecora nera sono necessarie le pecore bianche, lo sguardo dell’altro, il confronto e attraverso questo la possibilità di pensare e di pensarsi…
Bibliografia
Vecchio S. a cura di (1989). Nostalgia, scritti psicoanalitici. Pierluigi Lubrina Editore
La Scala M. (2012). Spazi e limiti psichici. FrancoAngeli
Greenson, R. R. ( 1999). Esplorazioni psicoanalitiche.Bollati Boringhieri
Valtorta L. (2025). Fabri Fibra e Francesco Guccini: uno strano incontro tra “avvelenati”. Il Venerdì, La Repubblica
Guccini F. (2000). Stagioni. Einaudi
Freud S. (1919). Vol 9 opere l’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923
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