Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

"Dai Filò di Zanzotto" di Claudio Ambrosini

di Alberto Schön

Dai Filò di Zanzotto

Ateneo Veneto, Venezia 26 Gennaio 2004

Ritengo che questo mio intervento non sia stato pubblicato.  

(Non ricordo se la formula “quartetto d’amore” me la sono inventata o se figurava in un programma preparato dall’Ateneo Veneto, che non ho più).

Un quartetto d’amore e pianoforte per un testo dove ogni parola è calibrata e già di per sé suona. 

Che ci fa uno psicoanalista? potreste chiedere. Vediamo. Incontro Zanzotto la prima volta nel 1966, quando presentammo il libro di M. David Psicoanalisi e cultura italiana. Tre persone attratte dalla psicoanalisi in vario modo. Zanzotto più schietto ha dichiarato sofferenze. Notate i pronomi in questi versi (che ora proverò a leggere).  

Io –in tremiti contiui – io- disperso 

e presente: mai giunge 

l’ora tua, 

mai suona il cielo del tuo vero nascere.

[…] 

tu sempre umiliato lambisci 

indomito incrini 

l’essere macilento 

o erompente in ustioni. (Da Vocativo 1957)

Chi osa essere, nello spazio di pochi versi, “Io, tu” e “l’essere”, chi sente il suono del cielo e del nascere, chi dichiara il dolore delle ustioni e poi in più occasioni ricorda che, sarà anche banale, ma la poesia deriva dall’inconscio, ha tutti i diritti di interessare lo psicoanalista. Di curare lo psicoanalista. 

Ambrosini poi coglie un momento speciale. Dopo decenni di lavoro in lingua italiana, spesso non facile, Zanzotto, con Filò usa alcuni dialetti veneti. E il dialetto è a buon diritto materno, una madrelingua, o meglio la lingua delle nonne, come diventa chiaro in Idioma dove il professore ritorna nel ruolo di nipote, il tosatèl Andrea, subito richiamato da molte rime. Sentite: 

Cussì, sote ‘l camin squasi stusà

se ‘n tosatel vardéa 

par quela finestrela cèa 

che su la sera la féa ancora lustro 

in medo a la fulisca 

(ah che bel blu, che arjento, 

che grìsoi de l’inverno inbarlumidi 

de ciaro e neve inte la finestrela): 

chi érelo, po, che passéa, che batéa 

su quel viero e sparìa 

no so se zhotegando o se ‘nte ‘n bal; 

éreli tuti lori, none, del vostro tenp […]?  –  

(corsivi miei)

Sentito? quante /éa/. Viene voglia di musicare. E poi sote, zhotegando, pare quasi che l’autore -zan-soto, giovanni zoppo – abbia apposto la firma, come Bach nell’Arte della Fuga.

Un’altra giustificazione alla mia presenza la cita Zanzotto in alcune interviste, e forse anche in quella con Ambrosini. La poesia è una “pantera profumata”. Una leggenda racconta che la pantera attirerebbe la preda con l’alito profumato. Elegante e inafferrabile quanto l’alito, diventa così allegoria della poesia. Si badi al fatto che le due parole cominciano per P e finiscono per A, come la poesia, peraltro anche la prosa, nasce dalla fantasia, ha la prosodia esatta di un settenario, tocca le sinestesie (colori, forme e profumi in questo caso) è un’immagine sorprendente, insomma una libera associazione. Mi riguarda, come le traduzioni. 

Le traduzioni sono operazioni onnipresenti in natura: il raggio luminoso colpisce la retina, è tradotto in impulsi chimico-fisici, spedito alla corteccia occipitale, tradotto in varie forme di memoria, tradotto in meccanismi motori, in parole. Il paziente dice qualcosa sulla sua sofferenza, il terapeuta lo ridice in altra forma che può essere ulteriormente trasformata e attenuare la sofferenza. Un pensiero può essere detto in musica. Sono fenomeni che ci riguardano tutti. L’interpretazione è anche un atto musicale, psicologico, teatrale, linguistico. E commerciale nell’ètimo: L’interprete è il mediatore che stabilisce il prezzo, il pregio, inter pretium. 

E adesso, la musica. Dapprima è il pianoforte che si presenta, appunto forte e piano, dolce e secco, ascendente e discendente, toccato sui tasti e anche direttamente sulle corde e poi le voci incantate da note come “Nu par ti, ti par nu”. Le formule magiche contengono sempre una musica, altra pantera profumata, che ci sorprende, ci racconta che le barene si possono allagare, perché si può liquefare la musica. 

Le voci in un Filò sono necessarie; cantano spesso alternate, sfasate, a rincorrersi, a canone convergente, altre volte una canta, poi tace mentre altre risuonano a bocca chiusa, come quando si tiene a lungo il pedale del pianoforte o come corde di risonanza per simpatia nella viola. Sì, quella che non a caso si chiama viola d’amore. Beh mi pare che per questo testo sia stato pensato appunto un “quartetto d’amore”, per la lingua, la terra, il cinema, il “vecio parlar”. 

Vi sono momenti che richiamano non la forma, ma lo spirito del ricercare, momenti in cui la musica si va facendo, come fili dapprima aggrovigliati che con fatica si svolgono trovando la strada per esprimere la complessità del testo. 

 “Dal dent cagnìn del tenp/ inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta”. Si può affermare che il tempo e la deprivazione siano tra i principali motori della musica. 

Singole parole come il rumoreggiare del fuoco, il busnar, meritano un trattamento speciale e infatti le voci ci giocano a lungo. O le “corde de le man” strizzano l’occhio a quelle del pianoforte e al movimento-suono delle mani del pianista e delle corde vocali delle cantanti. 

Ambrosini non teme le misure descrittive dove gli osèi gorgheggiano e “L’ora se slanguoris” in forma narrativa. La sua musica diventa dolente quando contempla il dramma della Venezia che affonda, delle barene avvelenate, fino al busnar di fuochi che promettono fumi tossici. E’ la nostra musica, del nostro tempo. Ma sa anche sorridere e sostenere il “vecio parlar” a resistere all’italiano della televisione. Ormai è lontano il tempo di Flaiano, secondo il quale “l’italiano è la lingua parlata dai doppiatori”. 

La partitura, spesso molto densa, è ricca di didascalie. Vi sarete accorti che a un certo punto le voci cantano nella forma della tradizione, dove dice: “L’è ‘l pien e ‘l vódo de la testa tera.” Chiedo a Ambrosini se ci può motivare la scelta. Perché proprio questo verso ha una musica più facile da ricordare, da cantare in bagno? 

La poesia e la musica ci parlano con voce vera e piena. Così mi pare che tra il Filò e le note si crei una tessitura, una conversazione densa, piena. Piena appunto, l’opposto di voda-phone

òe da dirve altro? 

 

Contributo video:

“Dai Filò di Zanzotto” di Claudio Ambrosini

Immagine tratta da “Andrea Zanzotto tra Musica, Cinema e Poesia”.

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