Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Vittorio Gonella
“Vi è quindi un paradosso al cuore dell’oggetto d’arte:
esso è sia narcisistico che intensamente relazionale”
(Wright, 2009, 40)
“La prima qualità di un testo che affronti
la produzione di un artista, dovrebbe essere la gratitudine”
(Cordioli A., 2025, XII)
Il 5 settembre 1975 venne pubblicato in Inghilterra Wish you were here, il nono album dei Pink Floyd; dopo il successo planetario di The Dark Side of the Moon, uscito due anni prima, la pressione intorno al gruppo inglese – Roger Waters, leader e bassista, David Gilmour, Rick Wright e Nick Mason, rispettivamente chitarrista, tastierista e batterista – era enorme: nonostante anni di tour estenuanti, l’improvvisa notorietà e la necessità di forzare i tempi creativi per rispondere alle richieste della casa discografica e del pubblico, i quattro furono in grado di dare alle stampe un altro capolavoro, capace di vendere ben sei milioni di copie nei primi dodici mesi. Un disco che ancora oggi viene ascoltato, non solo dai fedelissimi di allora ma anche dalle giovani generazioni: è sufficiente pensare alla straordinaria bellezza della musica e delle canzoni incise per spiegare questo successo? Credo si tratti di qualcosa di più profondo e per descriverlo vi racconto la mia esperienza di ascoltatore di Wish You Were Here.
Per farlo utilizzo, come traccia narrativa, quello che Fausto Petrella suggerisce al fine di evitare un approccio psicoanalitico sbrigativo all’arte: “Prima è richiesta l’esperienza con l’arte, il contatto diretto e interattivo con essa, l’indugiare presso l’oggetto artistico. Solo dopo interviene la riflessione, il commento critico, i tentativi di comprensione e le ipotesi interpretative. E infine il ritorno all’opera, nella necessità di interrogarla nuovamente mediante la nostra comprensione” (in Di Benedetto, 2000, 10, grassetto mio). Parole che fanno intendere come l’ascolto non solo cambi nel tempo ma riguardi le trasformazioni che avvengono nella relazione tra artista e fruitore, che si incontrano più e più volte in questo spazio (che nel caso della musica è il disco o altre forme odierne ‘liquide’) che offre un collegamento grazie al quale “viene a generarsi un senso di profonda comunione” (Wright, 2009, 41).
Esperienza (di un giovane adolescente)
Conobbi Wish You Were Here dieci anni dopo la sua pubblicazione, ascoltando la prima canzone Shine on You Crazy Diamond pt. 1-5 su una cassetta registrata: il suono sembrava arrivare da qualche galassia lontana nello spazio, creando un’atmosfera indefinita che mi ipnotizzò; mi sembrò di essere improvvisamente al buio, nessuno cantava, su un sottofondo di sintetizzatori si era adagiato un motivo lento, quasi liturgico, suonato con il Moog. Dopo due minuti una chitarra iniziò a tracciare un percorso sonoro che mi mise i brividi, portandomi lontano dai suoni su cui mi ero formato in quei mesi di scoperta rock tra Dire Straits e Police. Ricordo che la mia prima associazione furono i film di Dario Argento poi, al quarto minuto, quel riff chitarristico ripetuto cinque volte da Gilmour che sembrava dar vita al disco; non sapevo dove mi stesse portando ma desideravo proseguire, dopo nove minuti arrivò la parte cantata, e mi rilassai.
Il mio “indugiare presso l’oggetto artistico” (ibid.) proseguì nelle settimane successive, per giorni feci i miei primi passi esplorativi in ognuna delle cinque canzoni: riascoltavo più volte di fila Shine on You Crazy Diamond pt. 1-5 e le sue atmosfere perturbanti seguite dalla seconda e ultima canzone del lato A, Welcome to the Machine, dove tornavo a respirare ritmi musicali con cui avevo maggior dimestichezza, anche se mi confondeva la presenza di molti effetti sonori. Giravo poi la cassetta e la prima canzone – Have a Cigar – era ancora in linea con il ‘mio’ rock di allora, intro di chitarra e voce; con un effetto sonoro che ricordava qualcuno che stava cambiando stazione in una vecchia radio, il brano lasciava spazio alla title track Wish You Were Here che portava in me una brezza primaverile di malinconica semplicità. Durava poco più di cinque minuti e sfumava nel suono di un vento glaciale scandito da alcuni colpi di basso che mi conducevano al cospetto di Shine on You Crazy Diamond pt. 6-9, con cui si concludeva il disco: i Pink Floyd riprendevano il tema musicale della prima canzone ma faticavo ad ascoltarla, creava in me una sensazione agorafobica di luoghi senza confini, non capivo come mai tornassero alla canzone iniziale – accentuandone il peso drammatico – proprio in conclusione dell’album.
Riflessione (idealizzata di un fan)
Dopo alcune settimane comprai il vinile e iniziò la mia lunga fase di riflessione (Petrella) su Wish You Were Here, condizionata dall’idealizzazione che, come accade spesso agli adolescenti nei confronti dei propri artisti e sportivi preferiti, stavo vivendo verso i Pink Floyd.
Pur avendo scoperto che l’album era dedicato a Syd Barrett (co-fondatore del gruppo, cantante e chitarrista, autore della maggior parte delle canzoni del loro lp d’esordio del 1967, The Piper at the Gates of Dawn, uscito dal gruppo alla vigilia della pubblicazione del secondo album, nel 1968), il “Crazy Diamond” a cui si rivolgevano sin dalle prime parole del disco (“Remember when you were young, you shone like this sun”[1]), il mio rapporto con l’album era incentrato sulla sensazione di poter ritrovare me stesso durante ogni ascolto. I Pink Floyd – pensavo – grazie a un talento inspiegabile e sovrannaturale, erano stati in grado di offrire una rappresentazione ai miei stati d’animo perché “dalle intuizioni psicologiche di poeti e artisti si possono trarre preziose indicazioni sul nostro mondo interno” (Di Benedetto, 2000, 15). Furono anni in cui vissi Wish You Were Here come un’esperienza puramente personale, la sua bellezza e il suo valore come oggetto artistico consistevano “nella capacità di innescare” in me “fruitore la creazione di forme fantastiche atte a illuminare i contenuti dell’inconscio” (ibid., 115) e a permettermi di “pre-sentire” (ibid.) ciò che avrei potuto conoscere in seguito e per cui non trovavo ancora parole. La mia interpretazione, ben lungi dall’aver carattere psicoanalitico, era assimilabile all’idea di poter ‘vestire i panni’ di ogni canzone, come se fossero un copione a disposizione dell’ascoltatore.
Immaginavo la storia di Syd Barrett come una semplice vicenda musicale, in linea con un’iconografia che rappresentava le vicende dei Pink Floyd (e quelle di molti altri artisti rock) in nome di una ‘leggenda’ semplificatrice in cui l’artista non era un essere umano ma qualcuno di speciale, beato consumatore di droghe e sesso che poteva andare oltre ogni limite per semplice curiosità ed edonistico piacere. Seguendo questa interpretazione degli eventi, Roger Waters era un uomo ambizioso e dal brutto carattere che, non sopportando più le irrequietezze comportamentali e l’uso di sostanze allucinogene da parte di Syd, ne aveva sacrificato il talento artistico sostituendolo con David Gilmour, convinto che l’ingresso di un nuovo chitarrista avrebbe offerto maggior opportunità di successo e vendite. Nella mia personale ricostruzione, condivisa da molti amici con cui ascoltavo i Pink Floyd, dedicare a Syd il disco era stato un atto di gentilezza e Wish You Were Here era un bellissimo album di musica da ascoltare in religioso silenzio.
[1] “Ricordi quando eri giovane, splendevi come il sole”
Comprensione (della presenza del trauma)
Col passare degli anni la mia relazione con la musica dei Pink Floyd si è trasformata ed è iniziato il lungo lavoro di comprensione (Petrella) di questo loro capolavoro: qualcosa che non sarebbe stato possibile senza gli anni di ascolto descritti sopra perché, prendendo a prestito le parole che Ogden dedica al processo terapeutico: “la comprensione nasce dall’esperienza” (2024, 13). “Interrogarlo nuovamente” (Petrella, 2000, 10) ha significato riconoscere che tutto ciò che avevo ascoltato, e mi aveva emozionato, era nato nell’animo dei quattro musicisti e riguardava la storia del gruppo: l’allontanamento di Syd Barrett non era stato un semplice avvicendamento tra chitarristi ma la dolorosa conseguenza delle sue condizioni mentali.
Ho iniziato a pensare Wish You Were Here non solo come un Oggetto creato per soddisfare un appagamento narcisistico dell’artista ma anche come un Oggetto transizionale che, dando forma simbolica e contenimento ai suoi sentimenti, rinnova “per il fruitore, in una certa misura, ciò che ha svolto per l’artista nel corso della sua creazione” (Wright, 2009, 40). Ho compreso, utilizzando una terminologia ferencziana a me cara, che Wish You Were Here (così come in precedenza The Dark Side of the Moon) rappresenta per Roger Waters e compagni la nascita di quel “luogo dell’autentico incontro” (Borgogno, 1999a, 173) che può consentire una condivisione necessaria ad arginare la lunga onda della catastrofe traumatica provocata dal crollo psichico dell’amico; ho compreso inoltre che all’ascoltatore viene chiesto di assumere quel ruolo di “testimone” (Ferenczi, 1932, 75) e “osservatore benevolo e soccorrevole” (ibid.) che, lasciandosi effettivamente coinvolgere, riconosce la realtà da cui ha preso forma l’opera d’arte.
Per fare questo, è stato fondamentale re-umanizzare i miei idoli e offrire uno spazio d’ascolto alle loro angosce relative al destino di Syd, che da anni non era più raggiungibile, viveva con la madre e rifiutava ogni contatto con il mondo esterno: se davvero volevo sentire (nel senso non solo di to listen ma di to feel), Wish You Were Here dovevo tenere a mente che Syd Barrett e Roger Waters erano amici sin dall’infanzia e fondare i Pink Floyd era stato un progetto condiviso; che David Gilmour conosceva Syd sin dall’adolescenza nei primi anni Sessanta ed era stato il suo primo ‘insegnante’ di chitarra a scuola durante l’intervallo. Per me, questi e tanti altri dettagli della vita del gruppo hanno significato poter vedere che, nel percorso discografico dei Pink Floyd, c’è un ‘filo rosso’ che in ogni album ricama qualche accenno a Syd e a quello che probabilmente fu un breakdown psicotico, capitato all’amico di una vita con cui erano stati condivisi musica e sogni, esperienze e giornate. Come racconto nel capitolo The Dark Syd of the Moon (Gonella, 2025) questa perdita di ogni contatto è stata l’esperienza traumatica di cui ‘suona’ e ‘canta’ già l’album precedente nel tentativo di trovare delle spiegazioni al suo essere finito sul lato oscuro della luna o – per dirla in termini psicoanalitici – di dare un senso, attraverso l’arte e la sua funzione simbolica, a qualcosa che appartiene “al campo del non nominato, non detto, non affrontato, non capito e simbolizzato, ma certamente vissuto e sperimentato” (Borgogno, 1999, 165).
Wish You Were Here prosegue questo tentativo di elaborazione e comprensione: l’improvviso successo commerciale di Dark Side aveva destabilizzato le dinamiche del gruppo e anche quelle delle singole vite private, l’intesa necessaria alla creatività stava venendo meno, le sedute di registrazione all’inizio del 1975 erano state inconcludenti, ognuno si stava allontanando dagli altri.
Fu Roger Waters a comprendere che ciò che stavano vivendo riportava negli studi di Abbey Road e nelle loro menti il fantasma di Syd e i loro vissuti in merito: propose quindi di concentrarsi per le nuove canzoni sul tema dell’assenza e del vuoto, che stavano mettendo a rischio l’esistenza stessa del gruppo. Come dice Winnicott “un artista riuscito può essere universalmente riconosciuto e tuttavia aver mancato di trovare il sé di cui è alla ricerca” (1971, 95): in questo senso Wish You Were Here portava avanti l’opera dell’album precedente, perché l’assenza di Syd – dalla vita artistica ma, soprattutto, dai rapporti umani – necessitava di ulteriore working through e divenne il fulcro tematico dell’album, che non era semplicemente ‘dedicato’ al lui.
Ho iniziato così a ‘sentire’ anche un disco diverso: non intendo con questo criticare un ascolto che si limiti al semplice piacere musicale, ma suggerire la possibilità di un approccio ulteriore in cui l’orecchio, la mente e il cuore siano sintonizzati sull’artista; personalmente, nel farlo ho colto alcuni ‘momenti’ dell’album che per molto tempo non avevo sentito:
Shine on You Crazy Diamond pt. 1-5
Mi sono reso conto di quanto siano disperate le voci di Waters, Gilmour e Wright nello scandire le parole del ritornello “Shine on You Crazy Diamond”, dopo il peso drammatico della prima strofa scritta – con il verbo al passato – e cantata da Waters “Remember when you were young, you shone like this sun”; non è più un semplice messaggio di incoraggiamento all’amico, adesso sento soprattutto il loro dolore per la perdita, accanto al bisogno di tenere viva la speranza[1]
Wish You Were Here
La prima emozionante strofa in cui Waters – immagino – dialoga con Syd è probabilmente uno dei momenti più conosciuti e cantati di tutta la discografia floydiana: “So, so you think you can tell / Heaven from Hell? / Blue skies from Pain?[2]”; ma sono le parole del ritornello, in cui Waters descrive il dramma di una vicinanza che è assenza, che hanno iniziato a commuovermi, perché non sono più parte di una conversazione ma pensieri tra sé e sé, Syd non c’è: “How I Wish You Were Here / We’re just two lost souls swimming in a fishbowl, year after year / Running over the same old ground / What have we found? / The same old fears, wish you were here[3]”.
Come disse David Gilmour: “una canzoncina country molto semplice e non potevo cantarla senza pensare a Syd” (The Lunatics, 2018, 209).
Shine On You Crazy Diamond pt. 6-9
Ho iniziato a sentire che quei minuti strumentali iniziali, che mi hanno sempre fatto pensare a qualcosa di desertico e spettrale – grazie anche agli effetti sonori che richiamano il vento che sferza le steppe – erano il perfetto preludio alle prime parole, anche queste scritte da Waters, un’immagine cruda e immediata della condizione di Syd: “Nobody knows where you are, how near or how far[4]”.
E, infine, penso che concludere l’album ritornando al tema iniziale sia stato un modo per riconoscere che il percorso di elaborazione non era ancora concluso; una mia personale lettura ribadita nell’ultimo minuto della canzone, in cui Rick Wright con il mini Moog accenna ai temi di alcune canzoni scritte da Syd quando era membro del gruppo.
Concludo, ripensando alle parole in esergo di Anna Cordioli: la mia gratitudine verso i Pink Floyd e Wish You Were non è il frutto di quell’idealizzazione che mi fece pensare che erano nati per regalarmi la loro musica ma si è originata nell’avere in seguito riconosciuto che mi avevano offerto la loro personale esperienza creativa sotto forma di opera d’arte rock, qualcosa che mi aveva “attraversato, accompagnato e fatto crescere umanamente” (Cordioli A., 2025, X). Perché la musica (e tutta l’arte) può soddisfare un bisogno narcisistico anche per l’ascoltatore, ma se quest’ultimo riconosce la presenza dell’artista, il disco diventa un luogo di incontro che aiuta a emozionarsi e restare umani.
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[1] Syd Barrett è morto nel 2006 all’età di sessant’anni, senza aver mai ritrovato alcuna forma di contatto con amici e conoscenti; l’ultimo fugace incontro avvenne proprio durante le registrazioni di Wish You Were Here: un giorno Syd si presentò negli studi di Abbey Road e solo dopo un paio d’ore Rick Wright riconobbe in quell’uomo ingrassato, con i capelli rasati e uno spazzolino in mano l’amico di una vita; Nick Mason ricorda che scambiò qualche parola sfilacciata con Syd, che dopo un po’ si dileguò.
[2] “Quindi… quindi pensi che puoi parlare del paradiso dall’inferno? Di cieli azzurri dal dolore?”
[3] “Come vorrei che tu fossi qui / Siamo semplicemente due anime perse che nuotano in una boccia per i pesci, anno dopo anno / correndo sopra la solita vecchia terra / Cosa abbiamo trovato? / Le solite vecchie paure, vorrei che tu fossi qui”
[4] “Nessuno sa dove sei, quanto vicino o quanto lontano”
Bibliografia
Bonomi C. e Borgogno F. (a cura di) (2001), La catastrofe e i suoi simboli, Torino, Utet.
Borgogno F. (1999), Psicoanalisi come percorso, Torino, Bollati Boringhieri.
Borgogno F. (1999a), La «lunga onda» della catastrofe e le «condizioni» del cambiamento psichico nel pensiero clinico di Ferenczi. In Bonomi C. e Borgogno F. (a cura di), La catastrofe e i suoi simboli, Torino, Utet, 2001.
Cordioli A. (2025), Introduzione – Accordature in chiave di ψ. In Gonella V. (2025), Psicoanalisi e Rock sulle tracce del trauma, Roma, Alpes.
Di Benedetto A. (2000), Prima della parola, Milano, Franco Angeli.
Ferenczi S. (1932), Diario Clinico, Milano, Raffaello Cortina.
Gonella V. (2025), Psicoanalisi e Rock sulle tracce del trauma, Roma, Alpes.
Ogden T. H. (2024), Essere vivi, Milano, Raffaello Cortina, 2025.
Petrella F. (2000), Introduzione, in Di Benedetto A. (2000), Prima della parola, Milano, Franco Angeli.
The Lunatics (2018), Pink Floyd il fiume infinito, Firenze, Giunti.
Winnicott D.W. (1971), Gioco e realtà, Roma, Armando, 2006.
Wright K. (2009), Rispecchiamento e sintonizzazione: la realizzazione del Sé in psicoanalisi e nell’arte, Roma, Alpes, 2024.
Vittorio Gonella, Cuneo
Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia – Sándor Ferenczi
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