Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Marina Montagnini
A cura di: Marina Montagnini Demontis
Titolo del film: “La vita va così”
Dati sul film: regia di Riccardo Milani, Italia, 2025, 118’, in streaming (Neflix)
Genere: biografico, drammatico, commedia
Giorni fa mi è capitato di vedere un film ambientato a Cala Tuerredda, in Sardegna: “La vita va così”, Aicci esti sa vida, e ho riconosciuto l’esatto, autentico paesaggio di tutte le estati della mia infanzia e adolescenza in Sardegna. Ho scritto d’impeto come se traducessi dal sardo, una scrittura laconica con qualche scorrettezza sintattica e poche concessioni al lettore. Avevo bisogno di mantenere intatta l’evocazione, anche a scapito della grammatica.
“La vita va così” è la versione cinematografica della storia di ziu Murru, interpretato dal pastore Efisio Mulas, (l’attore, non professionista, è Giuseppe Efisio Loi) in lotta con un imprenditore milanese chiamato nel film Giacomo Greatti, (interpretato da Diego Abatantuono). Greatti avrebbe voluto trasformare il paradiso terrestre di Cala Tuerredda in un resort di lusso, ma ziu Murru glielo impedì.
Ho vissuto quella storia perché conoscevo bene ziu Murru, la moglie, signora Speranza, e i figli Ovidio, Mimino e Giuannicca, che non compaiono nel film. Quel luogo l’aveva scoperto per caso mio zio Aldo, che ci era approdato come Ulisse soccorso da Nausicaa, la baffutissima Giuannicca. Era allo stremo delle forze, dopo aver lottato in una barchetta a remi contro venti contrari.
Sa balentia[1] era piaciuto. Inoltre Aldo, come medico, curava tutta la contrada gratis, per cui ziu Murru gli aveva eccezionalmente aperto le porte di casa. Cala Tuerredda allora era sconosciuta, adesso è patrimonio dell’Unesco.
Il film è diretto da Riccardo Milani che riduce un mito fondante, un mito delle origini, non solo le mie ma anche dei codici sardi ancestrali, in una storia stereotipata, dove un pastore ostinato si oppone allo speculatore, perdendo completamente lo splendore inconscio ed etologico che legava quel microcosmo. La casa, il muretto a secco, ci sono, non manca un granello di sabbia, manca l’ecologia profonda dell’anima, che non consentiva di vendere il terreno a Greatti.
Ogni estate da bambina osservavo e scrivevo. Si era ancora agli esordi, alla prima generazione del rifiuto dei Murru, venne poi il turno di Ovidio, il figlio maggiore, che non compare nel film.
Nel mio ricordo i pastori stavano seduti sul muretto, all’ombra del cortile. Gli uomini indossavano tutti pantaloni di fustagno, sa berritta (la berretta) e scarponi impolverati. Ziu Murru non c’era mai a nessun raduno. Lavorava con i suoi buoi, sotto il sole. Mio zio si affacciava allo stipite della porta, in pigiama, come sempre, con la nazionale spenta, all’angolo della bocca, pronto alla provocazione: “O su dottori s’indesti pesau acchizzi, custu mengianu!?” (O dottore, si è levato presto stamattina!?), le labbra increspate dall’ironia.
Poi iniziava la solita discussione sull’ora e sulla posizione delle costellazioni.
“Mm mmm”: i pastori capivano, alternando il muto commento a lunghi minuti di silenzio.
“Andausu?” (Andiamo): attraversavamo il muretto a secco e scendevamo per il viottolo, sbucando d’un tratto sulla grana della sabbia, accanto alla barca che s’inferociva da anni sotto il sole, bianca e celeste. Il film l’ha lasciata al suo posto.
Un’occhiata al mare azzurro, un arco di sabbia rosa di coralli, chiuso ai lati dagli scogli e di fronte dall’isola: una striscia di sabbia di risacca la rendeva accessibile, a nuoto.
Noi bambini sapevamo poco di Greatti. Se andava alla villa, mio zio si vestiva, su dottori, l’unica occasione in cui lasciava il suo pigiama a righe perchè i Milanesi ci tenevano alla giacca. Sapevo che era in corso una contesa annosa. Mimino Murru, l’altro figlio maschio di ziu Murru, era un rovo contorto di ossa per la poliomielite contratta da bambino. Aveva un viso bellissimo sotto sa berritta e camminava sulle mani, dappertutto, anche per governare la barca e prendere i pesci finiti appesi al palamitu (il lungo cavo da pesca con molti ami). Avevo intravisto la carrozzina lasciata ad arrugginire, un giorno, regalo di Greatti.
Al ritorno, Giuannicca e signora Speranza, con gonne lunghe e fazzoletto in testa, avevano iniziato a setacciare il grano, sedute sul muretto del cortile, finché al tramonto si annunciava ziu Murru incitando i buoi: Su Onori! Perdiu d’asi! (L’Onore! L’hai perso!). I due buoi portavano ciascuno un nome, com’è usanza nelle tradizioni sarde.
Più tardi intuii delle storie, come quella di mio zio preso a fucilate mentre scendeva in macchina. Io mai gli avrei chiesto qualcosa: tra noi s’interponeva una scontrosa e segreta predilezione. Aveva decine di vocabolari e un lessico perfetto quando intratteneva alle risate tutta la tavolata imbandita nel cortile, mentre ziu Tore cantava is mottettus (strofe improvvisate con doppi sensi e chiuse argute), da solo o in gara con un rivale.
. C’era il forno di paglia e argilla, chiuso, aperto solo la notte del sabato per infornare il pane della settimana, duro, a bernoccoli, senza mollica, frutto della fatica dell’asino alla mola, di Su Onori e Perdiu d’asi. Chi era su continentali, (il continentale)? Come un’ingiuria taciuta, Greatti non aveva un nome.
I buoi nel film sembrano un simbolo di arretratezza mentre sono il fulcro di tutto. Tra pastori ogni vicenda è spunto di competizione virile, anche dare un nome arguto alla coppia di buoi, una sfida in cui ziu Murru era balente. Alzarsi presto nella notte era una pipia, cosa da femminucce, rispetto alla sfida di una nottata insonne a guardia delle bestie o spesa in altre faccende, meno innocenti, in cui sa balentia di su Pucciadori (l’intingitore, per lasciare il velo d’ironia nella traduzione) non era in discussione e le sue prodezze amatorie gli davano diritto a portare un anello all’orecchio.
Mio zio soffriva d’insonnia ed era sufficiente a rinnovare la fama di balentia, perché di giorno pescava in apnea appostandosi alla tana della cernia.
Di notte si cucinava al lume della brace e della lampada a petrolio. Su Onori e Perdiu d’asi significavano imprecazione, presa in giro, diffidenza. A chi si rivolgeva ziu Murru, oltre ai suoi buoi, ovviamente?
Il giorno era un rito rovente, scandito da un ritmo di lavoro preciso come la mola dell’asino, la frescura benedetta arrivava alla sera dopo la conversazione muta dei pastori meditabondi.
Che ne sapeva su continentali di tutto questo? Ma chi era al confronto, seni balentia comenti nisciun’unu (senza valore come se non ci fosse), in un luogo di contese mitiche! Un posto degno di Ulisse, certo non di un continentale de sa pipia! (della passera, in altri posti si direbbe “della minchia”). Non poteva stare lì non perché era un predatore, ma perché non lo era affatto e mai lo sarebbe stato, non aveva nessun senso in quel luogo, non poteva essere nessuno.
Per questo Su Onori e Perdiu d’asi erano la massima irrisione e il film manca totalmente la trovata e il suo significato sovra identitario, la rappresentazione inconscia del giudizio sociale collettivo.
“Apu nau ca no” (Ho detto di no). Il rifiuto non era della proposta d’acquisto, più o meno allettante, ma di Greatti in sé stesso: non ti voglio a casa mia.
Non c’era pericolo di cedere perché la questione non riguardava affatto il denaro e nemmeno l’opposizione a quel progetto orribile, cui mancava solo il pezzo di terra di ziu Murru per realizzarsi.
Nessuna fissazione anale, nessun oggetto-Sé privato e nessuna lotta di classe, ovviamente, ma la violazione delle sacre regole dell’ospitalità: se sei ospite a casa mia lo sei gratis, come nella reggia di Alcinoo, non puoi pagarmi l’ospitalità o sei fuori da questo consorzio umano che vive in base a regole più onorevoli, Questo, Greatti non lo aveva capito, né lo fa capire il film, di cui parlo anche per mitigare il danno portato al mio mito personale.
Ero una bambina, ma capivo che il rifiuto di ziu Murru aveva ragioni sovrane: lo scambio dei doni tra ospiti, il dispendio gratuito, e questa legge era molto precedente al profitto e ben più regale. Nelle sue varie sfumature la questione è analizzata da Bataille (Bataille, 1956) e da un recente numero di Psiche, Sovranità (2026). Non diversamente ne parla Jünger (1999) che vede nell’espressività sarda dei volti e delle movenze, le regali sovrane dei villaggi africani: “Spesso, quando nel bel mezzo di una conversazione il mio sguardo è caduto sui tratti insolitamente espressivi del suo volto, è stato come se io entrassi in un’altra dimensione del tempo, nella quale i secoli sono moneta spicciola. Era la testa di una principessa di El Amarna, era il sorriso della sfinge” (p. 211). Così avrei descritto mia nonna Nereide quando lanciava le sue frecciate sardoniche (Σαρδώ, Sardō, l’antico nome greco della Sardegna).
La parola è documentata fin dai poemi omerici: nell’ Odissea, Ulisse sorride di un riso “sardonico” quando evita un colpo schivando un ceppo di bue, durante il banchetto dei Proci (Omero, vv. 299–302).
Il film non coglie l’etica incrollabile del “no” che nasce da una mente radicata nel mito delle origini della convivenza, il film straccia la funzione mitopoietica dei miei ricordi d’infanzia (Montagnini, 2002). Appiattisce il ricordo sulla cronaca, scambiando una complessa trama per un banale conflitto socioeconomico.
L’ostinato rifiuto di ziu Murru non era una fissazione anale ,ma la salvaguardia di un oggetto-Sé- comunitario, fondato su codici ancestrali inviolabili. Allo stesso modo, l’ironia dei nomi dei buoi, che il film ignora, è la rappresentazione di un inconscio collettivo che regola il codice dei valori e la convivenza. Mancando la dimensione etologica e la comprensione profonda dello psichismo di quel mondo, il film converte il mito in stereotipo, tradendo il simbolismo corale che risiede alla radice di ogni memoria affettiva e identitaria.
Bibliografia
Bataille, G. (1956). La sovranità. Bologna, Il Mulino, 1990.
Jünger, E. (1999). Terra sarda. Nuoro, Il Maestrale.
Montagnini, M. (2002). “‹Su Onori›. ‹Perdiu d’asi›. (‹L’Onore›. ‹L’hai perso›). Note sulla funzione mitopoietica dei ricordi d’infanzia”. Psicoter. Psicoan. IX, 2, 11-27.
Privitera, G. Aurelio (a cura di). Omero. Odissea, Milano: Mondadori, 1981-1986.
Marina Montagnini, Mestre Venezia
m.montagnini@iol.it
[1] Sa balentia dal latino valens, “valido”, “esperto” è un costrutto complesso, profondamente radicato nella tradizione sarda. Rappresenta una vera e propria grammatica del valore individuale e sociale. Viene attribuito dalla comunità a chi mostra perizia e dominio nelle avversità della vita. Il balente è leale, coraggioso, sobrio nella parola, misurato nei gesti, capace di mantenere la calma nelle situazioni critiche.
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