Report convegno "Eredità del pensiero di Giorgio Sacerdoti e Agostino Racalbuto: Dialogo aperto tra le generazioni"

13 dicembre 2025

In questa giornata dedicata a Giorgio Sacerdoti e ad Agostino Racalbuto si è avvertita fin da subito un’aria di vivo interesse per il pensiero psicoanalitico che ha attraversato la loro vita di studio e di ricerca. Le relazioni hanno offerto a noi ascoltatori la possibilità di condividere molteplici rappresentazioni – musicali, pittoriche, poetiche, cinematografiche – che, intrecciandosi alle associazioni di pensiero e al fluire delle parole, hanno consentito prima a Sacerdoti e poi a Racalbuto di rivivere in ciascuno di noi, secondo un movimento oscillante di continuità e discontinuità. È stato così un incontro insieme evocante e rievocante: della loro ricca presenza nel nostro Centro, del rapporto avuto con chi ha lavorato a stretto contatto con loro e della risonanza che il pensiero di entrambi continua su coloro che per motivi di età li hanno conosciuti solo per via “indiretta”. In questo scritto riporterò alcuni fili di pensiero emersi dai lavori di tutti i relatori che generosamente hanno contribuito a questa giornata di dialogo tra le generazioni, dialogo sapientemente curato anche dalle moderatrici Elisabetta Marchiori e Silvana Rinaldi. La Presidente del CVP, Caterina Olivotto ricorda: “Sacerdoti e Racalbuto sono state due figure importanti nell’orizzonte psicoanalitico locale e nazionale: Sacerdoti è stato uno dei fondatori del CVP, ne è stato il primo Segretario Scientifico e in seguito Presidente (1993/1996) oltre a rivestire incarichi istituzionali (vice presidente) nella SPI, il nostro Centro porta il suo nome. Racalbuto è stato anche lui Segretario Scientifico e poi Presidente del CVP prima di diventare Direttore della Rivista di Psicoanalisi, la nostra Biblioteca porta il suo nome. Entrambi hanno rivestito ruoli importanti nelle Istituzioni: Sacerdoti nei Servizi Psichiatrici ha portato vere e proprie innovazioni; Racalbuto soprattutto nell’Università di Padova dove le sue lezioni erano sempre colme di studenti. Entrambi, in modo molto diverso tra di loro, hanno contribuito in maniera molto feconda allo sviluppo del nostro Centro e a renderlo un luogo di importante riflessione psicoanalitica, di scambio con altre discipline e con altre scienze. Il periodo in cui hanno lavorato insieme è stato così molto fruttuoso dal punto di vista scientifico e i Colloqui organizzati a Venezia in quegli anni ne sono testimoni. Rileggendo i loro scritti , dice la Presidente, si ritrova una complessa, ma piacevole dimensione in cui gli argomenti trattati, i concetti esplorati si presentano così attuali da spingerci ad approfondirli ancora e a ripercorrere quei sentieri aperti, mai troppo saturi e pieni di deviazioni in cui incontrare i diversi e numerosi autori con i quali, loro stessi dialogavano, lasciando ora a noi il piacere di intrecciare a nostro modo quei pensieri”. Silvia Mondini, Segretaria Scientifica del CVP, apre il Convegno condividendo una preziosa eredità, trasmessa in modo del tutto inatteso da Annalisa Sacerdoti, figlia del nostro Maestro: una serie di disegni giovanili, privi di data, che testimoniano un talento rimasto a lungo sconosciuto. Una trasmissione – precisa Mondini – che ha preso forma in una sorta di «operazione alchemica» in cui immagini senza parole (i disegni), ricordi (di Annalisa) e tecnologia digitale (le scannerizzazioni fatte con i-phone) si sono intrecciati, “restituendo ai disegni definizioni e contrasti che il logorio del tempo, e delle sue muffe, aveva progressivamente sbiadito.” Tra questi scelgo “La Pantera”, un disegno che in via eccezionale, reca una data – 31.12.1935 – che ci permette di stabilire con certezza l’età del suo autore: dieci anni. Dettaglio, questo, che consente un sorprendente collegamento tra ciò che Mondini descrive in termini di “movimento interno che attraversa la figura” e capacità di “prefigurare qualcosa a venire”, e le parole con cui Stefano Bolognini – che non aveva mai visto i disegni – ricorda Sacerdoti. “Il suo stile psichico personale includeva a tratti una speciale rapidità (che a me sembrava avere qualcosa di felino) di intuizione e di comunicazione di essa al soggetto. Una rapidità inaspettata rispetto all’apparenza, per solito piuttosto placida e sorniona di Sacerdoti come conduttore del gruppo; una rapidità che produceva in me un effetto di sorpresa, e nei pazienti un certo spiazzamento disarmante ma non traumatico: bypassava le difese in modo repentino ma vivibile, per cui i pazienti ne coglievano la funzione di aiuto.”
La relazione di Mondini indica come la natura privata di questi disegni riveli una sorprendente continuità con la grammatica visiva di Tono Zancanaro, incontrato durante il doposcuola ebraico istituito in zona Santa Croce (Bastione Alicorno) dalla zia dello stesso Sacerdoti negli anni della persecuzione razziale. E poiché il convegno è dedicato all’eredità dei maestri, Mondini accenna alla possibilità che di quell’incontro giovanile sia rimasta impressa una traccia silenziosa ma persistente: non un’imitazione formale, bensì un’esperienza condivisa, un modo di guardare il mondo e la figura umana capace di coniugare precisione e dinamismo. In alcuni tratti è infatti possibile individuare una consonanza insieme formale e interiore: una postura, un orientamento dello sguardo, che rende possibile far emergere non tanto la figura in sé quanto quel movimento che la attraversa. Proseguendo nella sua relazione mostra un’altra curiosa concordanza tra le parole usate da Zancanaro nel parlare di se stesso e quelle utilizzate da Semi  nell’introduzione al volume che raccogli i principali lavori di Sacerdoti “Scritti Psicoanalitici” (2008, Borla) “Psicoanalista creativo e appartato, la cui posizione relativamente marginale rispetto al mondo psicoanalitico italiano merita di essere indagata” […] “per le implicazioni teoriche e storiche” e […] “la singolarità e l’originalità del tragitto culturale e scientifico”. Ricorda che Sacerdoti visse le vicende della guerra, della persecuzione razziale e della ricostruzione nel passaggio tra adolescenza ed età adulta, esperienze che “restarono nel suo animo e incisero nel suo mondo interiore” (Semi, 2008, p.7). Con Stefano Bolognini entriamo nella storia dello psichiatra Sacerdoti: di colui che operò dapprima all’interno dell’ospedale psichiatrico di San Clemente e successivamente a Palazzo Boldù, e che seppe trasmettere la propria eredità a medici, psicologi e infermieri di quell’epoca, allora profondamente attratti dalla psicoanalisi. La severa fortezza quasi spielberghiana di San Clemente, emergente dalle acque lagunari non lontano dalle isole da sempre deputate a segregare e custodire gli “indesiderabili” del territorio, e il meraviglioso palazzo veneziano cinquecentesco, furono infatti i due principali scenari entro i quali “el Profesòr” ispirò e costruì una storia di psichiatria intrecciata agli strumenti della psicoanalisi nel Veneto. Per rievocare quel tempo passato, insieme pionieristico e fondativo, mi affido alle parole di Bolognini e alla sua capacità di restituire la lungimiranza di Sacerdoti: quella di saper intravedere, nella realtà di allora, le premesse di trasformazioni future, non sempre lineari né prive di ambivalenze. “Sacerdoti fu, in quegli anni, uno dei rappresentanti più prestigiosi di quella che ha descritto in passato come “la terza psichiatria” in Italia, accanto a quella accademica organicista-farmacologica e a quella antipsichiatrica: la psichiatria a ispirazione psicoanalitica.   E insieme a Glauco Carloni organizzò per alcuni anni incontri congiunti degli analisti-psichiatri Veneti ed Emiliani impegnati appunto nelle istituzioni psichiatriche. In seguito, queste esperienze di collaborazione costituirono la premessa e il modello per la costituzione della Sezione di Training Veneto-Emiliana, nata proprio sulla base di quella alleanza tra fondatori. Dell’esperienza di Palazzo Boldù, Bolognini ricorda soprattutto l’intensità di una discussione clinica caratterizzata da un’insolita ampiezza e profondità. Un’esperienza del tutto inusuale per giovani medici abituati al camice bianco della clinica universitaria; per alcuni – e per lui in particolare – una vera e propria folgorazione: la scoperta di un mondo fino ad allora insospettato, quello dell’esplorazione psicoanalitica complessa di una storia umana che, in altri contesti, sarebbe stata rapidamente impacchettata in una sbrigativa etichetta diagnostica e prontamente tamponata con una robusta somministrazione di farmaci. “El Profesòr”, con il suo stile cauto, elegante, sottilmente aristocratico e pensoso, ironico ma non sarcastico, con la sua rigorosa dedizione alla psicoanalisi, aprì in effetti la porta delle Venezie ad un orizzonte vastissimo, imperdibile per tanti allievi e colleghi: quello del mondo interno, il mondo delle relazioni terapeutiche autentiche e della dolorosamente riconosciuta complessità della natura umana”. Giovanni Miotto sviluppa un lavoro in cui il compito di tenere insieme psichiatria e psicoanalisi si configura come necessità imprescindibile dell’istituzione sanitaria affinché non si smarrisca il senso umano dell’esistenza. Nel suo contributo riprende il pensiero di Sacerdoti e concentrando l’attenzione su l’importanza dell’accoglimento e della cura della sofferenza psichica, la necessaria consapevolezza dei fantasmi collettivi che attraversano le istituzioni e la carenza dell’oggetto primario che segna molte storie individuali. In particolare, Miotto – ripercorrendo alcuni lavori di Sacerdoti – sottolinea come l’istituzione, e dunque l’assistenza psichiatrica, venga inconsciamente modellata dalle forme di difesa che la società mette in atto nei confronti della malattia mentale. In questa prospettiva, il malato mentale, con il prevalere del mondo fantasmatico su quello reale, si offre come un supporto “ideale” ai fantasmi della collettività, mentre la psichiatria può essere pensata come una forma di drammatizzazione interpersonale della conflittualità psichica di ciascuno (Sacerdoti, 1971). “In qualsiasi luogo di cura, anche in quello più istituzionale, è centrale il “problema tecnico-tattico di entrare inizialmente in contatto con il paziente al punto di regressione nel quale egli si trova, e dunque parlargli con un linguaggio il più possibile simile a quello che egli usa nelle sue espressioni emozionalmente più significative” (Sacerdoti,1977). E argomentando il pensiero psicoanalitico di Racalbuto, ricorda: “L’obiettivo è quello di sopperire alla carenza dell’oggetto primario nel predisporre un ambiente che permetta di significare la domanda corporea costituita dall’emergenza pulsionale (Racalbuto, 1994). Questa carenza implica un difetto della rimozione originaria causante un eccesso di diniego delle percezioni intollerabili, riguardanti spesso le conseguenze di una pericolosa “intrusione” oggettuale (Racalbuto, ibid.)”.

Andrea Braun ci introduce nella vita dell’instancabile ricercatore che fu Racalbuto, intrecciando in modo indissolubile la competenza professionale con l’amicizia che la legava a lui. La sua relazione è attraversata da un ritmo affettivo quasi musicale, fatto di un continuo alternarsi di armonie e disarmonie, di continuità e discontinuità, che sembrano restituire il movimento stesso della vita di Racalbuto, accompagnandolo fino a quel giorno in cui, con improvvisa lucidità, disse: «Non c’è più tempo». Braun ricorda una citazione di G. Zucchini: «La memoria è compagna del dolore. Sempre». Lo è, perché ogni ricordo – anche il più felice – ci mette inevitabilmente a confronto con un momento del passato irripetibile e con la caducità (Freud, 1915) che sempre – come Gino Zucchini amava ricordare – accompagna il nostro vivere. In questo modo, Braun, ritraccia la vivacità intellettuale e profondamente umana di Racalbuto, le cui riflessionsi collocano nel contesto delle concezioni postmoderne della pluralità dell’Io. L’indebolimento sostanziale della figura paterna, con la conseguente difficoltà a stabilire limiti e a sancire le differenze generazionali, potrebbe costituire una delle matrici di tale frammentazione. Braun sottolinea come, per Racalbuto, si assista a «un (inconscio) desiderio, realizzato, di eliminare edipicamente il padre, i cui fondamenti del sapere vengono (inconsapevolmente) degradati» e ne ricorda la potente metafora della malattia autoimmune: un sistema immunitario che, confondendo i tessuti sani con corpi estranei, finisce per attaccare l’organismo stesso. L’Edipo, nelle sue molteplici declinazioni, resta così al centro delle riflessioni sulle origini e sull’identità. Gli psicoanalisti, come tutte le persone «che vivono nel mondo», corrono il rischio di perdere le basi del proprio essere soggetto, messi in crisi dalla molteplicità dei modelli identitari proposti. Infine, Braun richiama una considerazione di Gino Zucchini: solo attraverso la proiezione nel futuro delle esperienze più significative del passato potremo, forse, sostenere processi di trasformazione vitali e rinforzare gli elementi strutturali di quel ponte verso il futuro alla cui edificazione Racalbuto non ha mai smesso di lavorare, fino alla fine. Ronny Jaffè, attuale Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, nella sua relazione richiama una sfaccettatura di Giorgio Sacerdoti ancora poco esplorata dalla letteratura psicoanalitica: l’ironia congiunta al saper giocare. Nei suoi riferimenti clinici ricorrono infatti, come fili sottili ma insistenti, espressioni quali: «giocare con il paziente, essere giocati dal paziente, giocarsi la possibilità di un’analisi». Da qui prende forma una distinzione tra individui capaci di giocare nella vita entro una dimensione di piacere; individui invece incapaci di giocare, segnati da vuoti, carenze o stati melanconici; e, infine, soggetti che si giocano la vita — o giocano con la vita dell’altro — in una sfida continua inscritta nel registro autodistruttivo e distruttivo. Inoltre, Jaffè sottolinea come, seguendo il pensiero di Donald Winnicott, Sacerdoti metta in evidenza quanto sia importante che l’analista possa «condurre il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui è capace di giocare», aggiungendo — osserva il relatore — la necessità di «operare una trasformazione dal gioco maligno e corrosivo a forme ludiche benigne, creative e vitali». Nel pomeriggio Cristiano Lombardo ripercorre il proprio rapporto personale con Agostino Racalbuto, soffermandosi sul suo interesse per alcune coppie fondative della trasmissione del sapere: madre–padre/figlio, maestro/allievo, analista/analizzando. Ciascuna di queste relazioni, ricorda, si fonda su una modalità del tutto peculiare di trasmissione della conoscenza. «Questa trasmissione — afferma citando Napolitano, 1999 — può avvenire esclusivamente in praesentia, poiché presuppone il transito, il “passaggio”, di qualcosa di infinitamente più ricco e complesso di un semplice corpus di conoscenze tecniche acquisite con l’esperienza: un processo che coinvolge il preconscio e l’inconscio, spesso direttamente inaccessibili ma attivamente presenti». Lombardo richiama poi il concetto di affiliazione così come elaborato da Racalbuto (2001) e rintracciabile in quegli istituti politici, religiosi, accademici in cui operano forti istanze narcisistiche, riassumibili nel motto in hoc signo vinces, ovvero: “sotto questo segno” — politico, religioso, ideologico — tu “vincerai”. È questo il messaggio implicito che possono veicolare il maestro, il personaggio pubblico, ma anche l’analista che, eccessivamente devoti alla propria causa, finiscono per sollecitare una forma di proselitismo affiliativo. Una dinamica che ha poco o nulla a che fare con la vera trasmissione del sapere per filiazione. Cristina Marogna ci conduce dentro quelle aule universitarie in cui Racalbuto ha potuto offrire a generazioni di studenti la sua particolare cura per le parole. Richiamando un suo passaggio, sottolinea come «per reperire parole che curano sia fondamentale avere cura delle parole: conoscerle, distinguerne la specificità, abitarne la trama affettiva, conservarle nel loro ampio potenziale di significazione». In questa prospettiva, leggere le parole della psicoanalisi diventa un compito essenziale per ogni analista, a partire dalla frequentazione rigorosa dei testi freudiani. A questo proposito, Marogna cita le parole di Ogden (2008): «L’insegnamento psicoanalitico, nel migliore dei casi, apre uno spazio per pensare e sognare in situazioni nelle quali l’impulso, comprensibile, è quello di occludere quello spazio. Per un insegnante, saturare quello spazio significa predicare, fare proselitismo, perpetuare il dogma; non saturarlo, invece, equivale a creare le condizioni perché ci si possa aprire a possibilità precedentemente inconcepibili» (p. 68). Infine, la relatrice mette in evidenza un ulteriore elemento cruciale: riuscire a non saturare il pensiero in senso nozionistico implica una resistenza attiva alla pressione insita nel ruolo docente. In questo delicato equilibrio tra le richieste dell’istituzione e la necessità identitaria della funzione psicoanalitica, diventa decisiva la capacità di offrire, anche in aula, non solo contenuti, ma un’autentica esperienza di contatto. Anna Cordioli, affronta il tema della verità storica e psicoanalitica e nel ricordare Sacerdoti ci offre uno scenario suggestivo, rievocando un’immagine tramandata in cui Sacerdoti “con il suo sandolo buranello e il suo cane seduto a prua, remava verso l’isola di san Clemente, il manicomio femminile. Tutt’intorno la nebbia della laguna”. In questo flusso opaco del reale  Cordioli  ricorda  che “nello psichismo originario ciò che esperiamo è un susseguirsi di impressioni somato-sensoriali (Racalbuto, 1997) che Anzieu (1994) definisce “interni/esterni alla mente”, corrispondenti a “uno stato originario, tra confusione e differenziazione”. Cogliendo questa moltitudine di impressioni,  la relatrice sottolinea che “ siamo ciechi anche quando ci sembra di vedere benissimo. Questa è la condizione che condividiamo con tutti i viventi. Siamo immersi in un troppo che soverchia i nostri apparati per sentire e per pensare, tanto che la psiche umana ha avuto bisogno di evolvere un dispositivo di protezione nei confronti di questa eccedenza traumatica ovvero il filtro dell’Io”. Infine, nel ricordare le parole di Marie Bonaparte: “Solo il vero, che contiene qualcosa di eternamente e universalmente umano, è in grado di darci l’illusione di non essere incastrati nel tempo”, commenta: “ …è per questa via che, avendo re-incontrato oggi sia Sacerdoti che Racalbuto di là dalla nebbia, li abbiamo sentiti ancora veri, in dialogo vivo con noi e dunque necessari”. Concludo con un ricordo di Andrea Braun, che ci restituisce – e insieme ci ricorda – la forza della parola. Lo fa attraverso una frase di Pontalis, scelta da Agostino Racalbuto per uno dei suoi lavori: «Fino a quando esisteranno degli scritti, nessuno, mai, avrà l’ultima parola».

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