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Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana

 

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Le temps des cerises

di Antonio Alberto Semi

(Venezia) Psicoanalista Membro Ordinario con funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana, Centro Veneto di Psicoanalisi.

La stagione delle ciliegie, verso maggio e giugno, consente di raccogliere questi bei frutti a due a due e allora di usarli come orecchini, messi a cavallo delle orecchie. Così le ragazze francesi usavano fare, per celebrare la pienezza della primavera e per attrarre deliziosamente i ragazzi. I quali sapevano o imparavano a loro spese, però, che quel rosso succo che sprizzava dalle ciliegie quando essi le abbracciavano si poteva convertire in rosse gocce di sangue, rappresentando il dolore possibile in ogni amore. Eppure, il tempo delle ciliegie, quello degli slanci, delle passioni condivise, della realizzazione del desiderio, rimane indimenticabile, per tutta la vita.

La canzone Le temps des cerises[1], composta nel 1866 da Jean-Baptiste Clement e musicata da Antoine Renard due anni più tardi, ebbe però un destino particolare, quello di divenire una sorta di inno della Commune di Parigi e in particolare di celebrare quella “settimana di sangue”, appunto nel maggio del 1871, allorché le truppe di Versailles massacrarono più di 30000 Communards, spegnendo l’esperienza socialista. Una strofa, aggiunta però dopo la disfatta, terminava con questo distico: “ma quando tornerà il tempo delle ciliegie / fischieranno ben forte i fucili vendicatori”. La canzone, viceversa, come avete sentito non parlava di battaglie, benché si sia perfino interpretata come se parlasse, anziché di “belles”, di “balles” cioè di pallottole. Parlava dell’amore, dell’innamoramento, della possibilità di perdersi nell’amore, qualunque sia il senso di questo perdersi e qualunque sia il costo di questo perdersi. E parlava della indimenticabilità di questa esperienza.

Ma la straordinaria associazione con la Commune e il suo straordinario successo – rimane una delle canzoni più popolari in Francia, è stata cantata dai più famosi cantanti – m’hanno sempre colpito perché esprimono in una sintesi poetica la necessità dell’amore e la sua pericolosità, così come la necessità della speranza e il suo legame con l’illusione e la inevitabilità della disillusione, tutte tappe fondamentali dell’esistenza umana individuale e collettiva. Finirà, sì, la Commune ma resteranno gli ideali socialisti, che verranno ricordati per sempre, divenendo anzi un metro di giudizio dell’attualità. Finirà, sì, questo innamoramento ma resterà il ricordo di quest’esperienza inebriante e trasformativa, che anzi diventerà un metro di giudizio dell’attualità affettiva. La libertà, l’eguaglianza, la fraternità saranno anche delle illusioni, saranno anche sempre destinate ad essere limitate o anche vinte, ma qualificano l’umanità, consentono la speranza, giustificano lo slancio alla loro realizzazione impossibile.

Sono solo ideali, sì, ma chi perde gli ideali, annegando nel fango del cinismo della vita quotidiana, esce individualmente dal cammino del processo di incivilimento. Ma ancor peggio esce da questo difficile cammino anche chi questi ideali assolutizza, affascinando e magari conquistando il potere politico, per denegare la realtà dell’umanità e per legittimare prima o poi il tentativo di distruggere anche concretamente gli infelici membri dell’umanità, i quali rappresentano stimoli che testimoniano l’esistenza della realtà e dunque smentiscono ogni assolutizzazione denegante.

Se qualcuno assolutizza, tanto per fare l’esempio più banale ma anche più atroce, il valore della purezza come egli se l’immagina – cioè, qualcosa di inesistente – cercherà di eliminare ogni stimolo che testimonia l’esistente, che risulta per definizione impuro. Che si tratti di rom o di disabili, di omosessuali o di ebrei o di comunisti o di socialtraditori o di terroristi trotskisti o di miseri contadini. Che si tratti – soprattutto e in fin dei conti – di persone che vogliono pensare con la propria testa, cioè diversamente. Non è un caso poi che, in queste situazioni, vengano adoperate e messe in atto sempre metafore anali: dall’uso fascista dell’olio di ricino alle purghe staliniane. L’assolutizzazione dell’ideale comporta l’odio verso la realtà, che deve essere evacuata. O, viceversa, una potente carica di odio spinge verso l’assolutizzazione dell’ideale. Questi appena citati sono ideali ormai sconfitti? Sì, lo spero ma le medesime tendenze possono ricomparire sotto altre vesti: pensiamo alla idealizzazione della natura.

Ma perché ho scelto – visto il tema del nostro colloquio – proprio Le temps des cerises? Per due motivi principali: innanzitutto perché questa canzone parla d’amore e poi perché parla di sentimenti coscienti. Ho appena accennato alla speranza e all’illusione. E anche il titolo del nostro colloquio parla di qualcosa di cosciente: la speranza e anche l’illusione sono fenomeni coscienti. Anche coscienti. Quanto sono legati agli ideali? E che diritto di cittadinanza psichica, cioè cosciente, hanno oggi gli ideali? E che rapporto potrebbe esserci tra amore e ideali?

Quanto gli ideali possano essere pericolosi, ho appena indicato. I due poli del loro decadimento – quelli della totale deidealizzazione e della assolutizzazione dell’ideale – ci ammoniscono relativamente alla loro pericolosità. Però non ci debbono per questo far cancellare lo spazio intermedio tra questi due poli, che è lo spazio della necessità. Quanto sono necessari gli ideali? È in questo spazio che si rappresenta e avviene il conflitto e se possibile la composizione sempre dinamica tra l’ideale e la realtà. E il conflitto primo riguarda innanzitutto proprio il riconoscimento della realtà. Fa infatti parte ab initio dell’ideale una componente illusoria che denega la realtà. La realtà esterna ma anche quella interna. E bisogna poi ricordare come il riconoscimento della realtà preceda la questione del principio di realtà.

Già: la realtà è sempre uno scoglio durissimo per ciascuno. Non è un caso che la filosofia si sia sempre posta questo problema; perciò, mi sembra importante tener presente che il diniego – terzo termine di questo colloquio – è un meccanismo psichico usato sempre, nella vita quotidiana, e che semmai c’è il rischio – tutto nostro – di considerarlo solo come un meccanismo che si evidenzia nelle patologie manifeste o gravi. Considerandolo in questo modo invece, cioè nella sua quotidianità, si può anche vedere che non sempre, solo nelle gravi patologie, il diniego si accompagna alla scissione dell’Io. Abitualmente, il diniego cancella gli stimoli della realtà esterna quando sono in contrasto apparente con la realtà interna e in particolare in contrasto con qualche desiderio peraltro magari destinato a restare inconscio, come appunto il desiderio di esperienza e realizzazione dell’ideale. In questo senso l’ideale dell’Io precede la costituzione del Super-io, il quale non può apparire se non quando il riconoscimento della realtà – compresa la realtà genitoriale – è avvenuto. Ma in questa fase precoce il diniego lascia in tal modo intatto l’Io. Poi, però, bisognerà vedere il rapporto tra l’ideale dell’Io e gli ideali come produzione ideativa e affettiva che giunge a collocarsi al livello conscio dell’Io. Su questo mi soffermerò più avanti.

Notiamo però innanzitutto come il diniego, meccanismo antico come origine e contemporaneo come prassi, ossia collocato in una realtà atemporale, abbia effetti sul sistema conscio. O perlomeno: certe caratteristiche del pensiero conscio ci possono richiamare alla mente il diniego come meccanismo che ne sta alla base. Spesso, ad esempio, l’effetto conscio di questo meccanismo consiste in quella che nel linguaggio quotidiano chiamiamo ipocrisia. Ma, soggiungo subito, in quella che noi chiamiamo ipocrisia, mentre non viene assolutamente percepita e giudicata come tale da chi la esprime.

Pensiamo per esempio ad una situazione attuale: l’ipocrisia consiste nel cercare di attenuare o sminuire o addirittura negare il fatto che al governo del nostro Paese ci siano numerose persone di cultura fascista, e allora mi chiedo se questo non sia un effetto conscio collegabile al fatto che il fascismo – quello del ventennio – è stato denegato nella sua complessità di fenomeno politico che ha coinvolto tutto il nostro paese.

Come sapete, si può ammettere, a livello sociale e culturale medio, che c’è stato un regime antidemocratico, un regime che ha abolito le libertà civili e politiche, che ha assassinato gli avversari, che ha proclamato la difesa della razza oppure che era macchiettistico, con le esibizioni tronfie dei gerarchi in camicia nera e del duce a torso nudo ma non si coglie – e qui sta il diniego, per cui la parte ammessa alla coscienza nasconde o elimina il tutto – non si coglie  la complessità, la pervasività in ogni aspetto della vita, l’esistenza cioè di una cultura – nel doppio senso della parola – una cultura fascista pervasiva, totalitaria, sintomaticamente espressa poi anche da grandi intellettuali, filosofi, architetti, pittori, scrittori, professori di tutte le discipline e così via. Di costoro si cerca semmai di elaborare una versione parziale (qui sì che è all’opera la scissione ma scissione dell’oggetto), affermando ad esempio che Ezra Pound era un grande poeta ma evitando di vederlo come un grande poeta fascista, evitando cioè di interrogarsi sul come poesia e fascismo si integrassero nel suo essere e di come quell’insieme, quella Kultur, potesse esprimere quella poesia. Lo stesso vale, tanto per fare un altro esempio classico, per un filosofo come Giovanni Gentile. Mi fermo a questo paio di esempi italiani, ma si potrebbero fare molti esempi simili per tutta Europa. La cultura fascista è stata una grande e terribile realtà. Ma l’importante, per quel che qui ci interessa relativamente al diniego, è quella “zona grigia” sociale che è vissuta nel ventennio denegando la realtà e poi ha continuato anche dopo ad usare questa strategia, una strategia tutto sommato individualmente vincente sul piano sociale, anche se fallimentare dal punto di vista psichico, il tutto con la complicità di una versione antifascista di maniera che manifestava lo stesso diniego della realtà totalitaria fascista.

Si può variamente comprendere questo fenomeno di diniego, per esempio come garante a livello individuale della persistenza della possibilità vitale del narcisismo primario, il quale esclude la realtà esterna e consente il godimento dell’unità-onnipotenza momentanea interna. Si può pensare anche ad un risultante Io integro sì ma impoverito, perché apparentemente privato degli apporti della realtà esterna, che è necessaria anche per poter rendere comprensibile quella interna. Il diniego andrebbe concepito insomma come un’attività costante e dispendiosa finalizzata a eliminare gli stimoli percettivi contrastanti, un’attività che ri-modula continuamente il campo degli effetti dell’esame di realtà. È per questo che il conflitto tra ideale e realtà mi sembra interessante, perché il diniego può essere esercitato a monte, per evitare il conflitto e evitare quindi la possibile ma difficile composizione realistica di una soluzione individuale e collettiva.

Comunque, il diniego può essere necessario o conseguente anche al mantenimento dell’illusione e della speranza intesi come stati d’animo fortemente investiti e almeno temporaneamente o transitoriamente dominanti, tali da imprimere una direzione alla vita individuale e collettiva.

Fin qui, come vedete, ho fatto esempi che implicano in vario modo, stando al livello conscio, il sentimento dell’odio, ma credo che lo stesso riguardi l’amore.

È proprio in questa prospettiva che l’innamoramento mi sembra sia un fenomeno psichico da osservare con cura. Ma facendo attenzione anche qui ad un rischio professionale psicoanalitico, quello che, ricercando le determinanti inconsce di un fenomeno psichico, può per così dire sminuirne la realtà psichica conscia, quella percepita immediatamente dal soggetto. Su questo, Freud ha richiamato la nostra attenzione con grande garbo, quando ad esempio nelle Osservazioni sull’amore di transfert (1914) sottolinea ripetutamente che si tratta di vero amore. Come ricorderete, nelle ultime pagine di questo piccolo saggio Freud oscilla continuamente tra il sottolineare da un lato la realtà del sentimento di amore della paziente e dell’analista (sottolineo: e dell’analista) e la realtà della determinazione inconscia di questo sentimento, e dall’altro lato il sottolineare invece come quelle che possono sembrare caratteristiche patologiche dell’amore di transfert sono proprio le caratteristiche fisiologiche e tipiche dell’innamoramento. La cecità nella valutazione della persona amata, la scarsa attenzione alla realtà e la conseguente imprudenza che consente slanci affettivi comunicati, la riedizione di conflitti infantili.

Queste che ho appena richiamato, però, bisogna notare che sono caratteristiche dell’innamoramento visto per così dire “da fuori”. Visto da dentro, dall’innamorato, la musica cambia: l’innamoramento è uno stato soggettivo inebriante, che davvero colora la realtà di tutti i colori possibili, che consente di ri-conoscere e ritrovare nell’oggetto d’amore caratteristiche desiderabilissime e che spesso consente piacevolmente al soggetto innamorato di sentirsi capace di superare le difficoltà che si oppongono alla realizzazione del desiderio e comunque di tentarci. Ci si può chiedere – e spesso ci si è chiesti – se questa sia una condizione ipomaniacale, ma, ancora una volta, questo è un giudizio ‘da fuori’ e infatti una persona diversa dall’innamorato può ben dire che egli ha “perso la testa” per il suo oggetto d’amore, ma l’innamorato può per contro affermare di aver ritrovato la testa, di aver scoperto che prima essa era immersa nel grigiore e che ora gli consente di percepire davvero come stia la realtà.

Forse, prima di andare avanti, conviene chiedersi a che innamoramento faccio riferimento. È, questo, un punto delicato, perché esige di chiedersi cosa e come si manifesti un amore e un innamoramento fisiologico e, di più, quale sia la funzione individuale e collettiva che questo stato d’animo svolge. Ritorno qui alla questione della necessità o meno di uno spazio per l’ideale. Per l’oggetto ideale, che poi noi possiamo ricondurre al seno materno o, che è una prospettiva molto differente, ad uno spazio per lo stato psichico conseguente all’esperienza dell’allattamento soddisfacente, ossia che possiamo ricondurre ad un oggetto esterno o ad una condizione di soddisfazione narcisistica. Su questo, c’è ovviamente tutta una letteratura, ma la questione è: che spazio per l’ideale?

Faccio un piccolo esempio clinico che, da veneziano, m’ha sempre colpito: dopo il superamento di una situazione di grave inibizione affettiva, anni fa un paziente alla fine dell’analisi mi racconta che il giorno prima, dopo un felice rapporto sessuale con la sua attuale partner, della quale è innamoratissimo, gli è venuta l’idea di uscire di casa e di portarla sul campanile di S.Marco e lì è rimasto incantato dalla bellezza del panorama ma, soprattutto, dal fatto che da lì poteva vedere le cupole della basilica ed ha “capito” che quelle cupole erano l’immagine dei seni della santa madre chiesa, una immagine bellissima. “Non l’avevo mai pensato” – mi disse – “ma mi sembra proprio che sia così”. Insomma, il paziente ha avuto quella che potremmo chiamare una illuminazione, con una modifica del senso della realtà percepita che, a mio parere, gli ha aumentato, gli ha cambiato in meglio la percezione della realtà, facendogli cogliere significati simbolici possibili, in precedenza ignorati.

L’esempio mi ha sempre colpito anche perché non riguardava direttamente la persona che egli amava: quello che stava osservando e che lo aveva spinto poi a dirmelo, era uno stato d’animo particolare, quello che, da fuori, potremmo definire come stato di soddisfazione postorgasmico, che consentiva non solo di sentirsi in un protratto e particolare stato di comunanza con la partner ma anche di sentirsi particolarmente capace di leggere la realtà, di cogliere significati simbolici (ma quanto realmente sentiti!) altrimenti impercepibili. Qui, come vedete, la percezione viene modificata sì ma in più, si potrebbe dire, non in meno come quando è all’opera il diniego.

Le temps des cerises è questo: un allargamento, un aumento del senso, del significato riconoscibile e in qualche modo attribuibile agli stimoli sensoriali, determinando la percezione dello spessore della realtà quando appunto significa contenuti simbolici altrimenti non accessibili. Una situazione transitoria fin che si vuole ma soprattutto ideale, perché consente di sentirsi diversi e più “completi”, anche se ciò può magari comportare la percezione del possibile rischio, del significato doloroso, delle gocce di sangue delle ciliegie spremute oltreché del gusto piacevole della loro dolcezza. Ogni anno, la stagione delle ciliegie può ricordare l’esperienza inebriante dell’innamoramento ma anche quella dell’amore investito sulla comunità umana, sulle sue possibilità di diventare davvero umana, civile. Insomma, una situazione psichica soggettiva, quella dell’innamoramento, che realizza, sperimenta l’esistenza di possibilità generalmente non sperimentate. Una situazione ideale, dicevo, ossia una situazione nella quale l’esperienza dell’ideale diventa cosciente, per un effetto di allagamento di libido nei riguardi della realtà esterna. Mi chiedo quanto gli ideali coscienti individuali abbiano a che fare con questo possibile stato d’animo. Ossia quanto gli ideali coscienti siano anche un effetto del desiderio o della possibilità di investire libidicamente la realtà esterna. In questo senso mi sembra che la fortuna della canzone francese dimostri un legame – che però non viene manifestamente detto, provocando invece il preconscio degli ascoltatori, che viene incaricato di stabilire i collegamenti tra i ricordi dell’innamoramento individuale e i ricordi dell’esperienza collettiva della ricerca di realizzare una condizione sociale ideale di giustizia e di benessere. Insomma una contiguità e un passaggio da un ideale ad un altro.

Però, e proprio per questo, conviene chiedersi, dicevo poco fa, a che innamoramento faccio riferimento. È, questo, dicevo, un punto delicato, perché esige di chiedersi cosa e come si manifesti un amore e un innamoramento fisiologico e, di più, quale sia la funzione individuale e collettiva che questo stato d’animo svolge. Dunque, a questo innamoramento faccio riferimento, a questa esperienza totalizzante che ci fa essere – magari transitoriamente – diversi da come ci sentiamo abitualmente e che realizza però uno stato psichico di cui sapremo in seguito sempre di esserne stati capaci e quindi di averne ancora le potenzialità. Potremo sentire ancora questa invasione, questo allagamento di libido che ci trasforma e trasforma il mondo attorno a noi. Il piacere conseguente è un’esperienza fondamentale ma spessissimo temuta, proprio perché tende a far sentire al soggetto che è possibile superare i propri limiti abituali. E l’Io è una struttura fragile, che teme sempre di perdere i propri confini. Ci si può chiedere quanto il passaggio da un ideale individuale ad uno collettivo abbia anche la funzione – tramite i multipli giochi identificativi implicati – di spostare l’accento dal proprio Io per proteggersi in tal modo dal timore di vederlo andare in crisi.

Sennonché – ahimè – i pensieri che vi sto comunicando sono anche dovuti ad un interrogativo che mi si è posto – e che vi propongo – in questi ultimi anni. Un interrogativo che il tema di questo colloquio mi ha per così dire obbligato a non scansare e che pure debbo ammettere di aver in qualche modo evitato di mettere a fuoco per abbastanza tempo. Il fatto è che, riguardando la mia pratica professionale, negli ultimi anni m’è capitato talora di effettuare colloqui con giovani adulti – persone sui venticinque, trent’anni – che, è risultato, non si erano mai innamorati nel senso che dicevo prima. Non avevano mai perso la testa, non si erano mai buttati in situazioni desiderabilissime ma anche del tutto inabituali. Essi raccontavano anche vicende apparentemente affettive e sessuali ma come appartenenti alla normalità quotidiana, prive di implicazioni personali profonde, quasi che facesse parte della loro normalità avere relazioni e anche scambi sessuali come uno può andare al lavoro sapendo che, come ogni mattina, prenderà il tram. Una normalità apparente di relazioni etichettate come amichevoli o anche no, occasionali ma, come dire? – facenti parte della realtà data. È ovvio e scontato che incontrerò oggi le solite persone e magari anche qualcuna di nuova, è ovvio che bisogna trovare con chi passare la sera, che questo implica anche sentire cosa dicono gli altri, è naturale che la sera si beva un po’ o anche un po’ troppo e che il venerdì o il sabato si dorma ora a casa dell’uno ora a casa dell’altro. Era giudicato da costoro anche piuttosto esagerato che i genitori si preoccupassero per questo stile di vita ma proprio per accontentarli avevano acconsentito a venire da me, pur non avendo in fondo alcun grave grattacapo, tranne proprio – paradossalmente – il fatto di non avere particolari desideri, anzi, proprio di non sapere quali desideri davvero avevano. In fondo, qualcuno di questi si interrogava circa i desideri dei genitori: cosa volevano davvero costoro da loro? Da loro con i quali, peraltro, sembravano essersi (inconsciamente) identificati: si trattava di famiglie cosiddette ‘per bene’, gente che aveva lavorato, guadagnato quel che bastava, senza mai arrivare a posizioni sociali elevate o di potere ma anche senza mai fallire. E a me, cosa chiedevano tutti questi? Alcuni volevano, per così dire, un certificato di non aver bisogno di me, in modo da poter tranquillizzare i loro parenti, un paio d’altri invece erano ‘disponibili’ (bontà loro!) a una serie di colloqui, purché fossero nei loro orari e sufficientemente diradati.

Confesso che, all’inizio, mi ero chiesto se queste persone prive di grandi desideri fossero depresse ma poi mi ero detto che semmai avevano un effetto deprimente su di me. Effetto razionalmente ingiustificato, perché si trattava comunque di persone intelligenti, dotate di una buona capacità di discorso e di descrizioni dettagliate del loro eterno presente, un mondo interiore che, ovviamente, non conoscevo e avrebbe potuto incuriosirmi ma che, altrettanto ovviamente, tendeva appunto ad apparirmi di una normalità sconsolante. Un mondo privo di Eros davvero. Ma era anche un mondo imbevuto di Thanatos? O si trattava di un compromesso che in un certo senso ingannava sia Eros sia Thanatos, consentendo di ‘andare avanti’ senza chiedersi troppo perché? Potevano permettersi costoro di avere l’esperienza del piacere o invece sperimentavano solo la condizione – appunto anale – di sollievo all’evacuazione della tensione?

                                                                       ***

Avevo riletto questa relazione fino a questo punto, allorché mi sono detto che qui occorreva una frattura, un taglio, una cesura o forse che questa richiesta interiore che mi stavo facendo era la traccia che era rimasta di questi colloqui, una traccia più insistente di quanto non mi fosse sembrato finora. Tagliare, rompere, non era forse un’immagine o una conseguenza di ciò che teoricamente chiamiamo istinto di morte? Ma che collegamenti volevo tagliare dentro di me? E poi: di quale morte si trattava? Anche i legami personali, come i collegamenti interiori, quelli che possiamo cercare di mantenere ma anche di confinare nel preconscio, magari per non prenderne atto, per non essere travolti dalla forza che hanno, anche i legami insomma vanno sentiti come scioglibili. Se non altro per poter riconoscere davvero i singoli elementi, gli ingredienti, le componenti di un insieme che giustificano inconsciamente un legame.

E, come sto cercando di farvi vedere, la questione dell’ideale (e quelle dell’illusione e della speranza), dopo essere state prese alla larga, a partire da una canzone per giunta di un altro paese e poi passando per vicende anche orribili ma apparentemente lontane, stava avvicinandosi a me, prima alla mia pratica professionale e poi a quel che provavo io.

Vi dirò che, tutto d’un colpo, l’immagine complessa che mi era balenata alla mente e della quale volevo individuare le componenti e nella quale volevo rompere i legami che mi sembrava si intrecciassero in modo tutto sommato asfissiante, ossia che non lasciavano più passare aria libera e fresca, era l’immagine della nostra cara società psicoanalitica.

Ma come? Il ricordo di una serie di colloqui che non erano esitati in trattamenti psicoanalitici, il ricordo di persone che mi erano sembrate prive di desideri forti e vitali, prive di motivazioni travolgenti alla vita – o almeno a quella che a me sembra una vita degna di essere vissuta – mi si collegava all’immagine della società e della humana societas nella quale avevo trascorso una vita intera? Una realtà rimandava all’altra o, viceversa, una (quella dei colloqui) serviva a mettermi in evidenza cosa “mancava” in quella della società psicoanalitica? Cos’avevo denegato, dentro di me, finora?

Da una parte dunque c’era la società psicoanalitica, necessaria per l’esistenza e la trasmissione di quella ‘cosa’ vitale e per me essenziale che è la psicoanalisi e, all’altro lato, c’era la psicoanalisi stessa, oggetto d’amore e inevitabilmente oggetto d’amore ideale. È possibile che fosse a rischio, innanzitutto dentro di me, il legame tra società psicoanalitica e psicoanalisi? Sono abituato ad ascoltare e ad ascoltarmi – e poi a criticarmi, come alcuni di voi sanno. E però è stato allora, in preda a questi pensieri, che la questione dell’ideale cosciente e la questione dei percorsi che una corrente o molte correnti di pensiero debbono compiere per giungere a costituirsi come ideali coscienti mi sono ritornate a balzare in primo piano.

Certo, so bene che l’incompletezza è una caratteristica della psicoanalisi perché la psicoanalisi è innanzitutto lo specchio della realtà umana e la condizione di incompletezza è quella strutturante per l’individuo, così come potrebbe esserlo anche per un gruppo o un’istituzione. La castrazione, la differenza tra le generazioni, la seduzione impossibile sono fantasmi esistenti ma anche veicoli di un messaggio fondamentale e vitale, per cui la vita continua, pur che la si concepisca per quel che è. E naturalmente anche l’istituzione che riguarda la psicoanalisi è incompleta, continuamente da modificare se si vuole che sia espressione e conseguenza della vitalità della psicoanalisi.

Ma dove sta l’ideale? E dove sta la passione che – come in ogni innamoramento che si rispetti – spinge verso mete magari inarrivabili? Non saremo come quei Communards che accettano di rischiare e perdere la vita di fronte alla violenza dei burocrati di Versailles? Oppure, all’opposto, all’altro polo: non rischiamo di adattarci sempre più alle richieste dei ministeri, a quelli della cosiddetta realtà, al tran-tran che ci parla di “analisi” (tra virgolette) condotte a due e magari una seduta alla settimana e, perché no?, anche a una volta al mese, a distanza o in presenza non importa, non rischiamo insomma anche noi di diventare come quei giovani adulti – ai quali ora sono grato di avermi risvegliato questi pensieri – assolutamente ‘normali’, cioè inseriti e adattati in una realtà che chiede solo di essere pacificamente castrati? Riusciamo a sentire e perciò a trasmettere la passione forte che ci scuote o ci dovrebbe scuotere ad ogni momento dell’attività professionale perché ce l’abbiamo dentro, anche in ogni momento della nostra vita?

Sono pensieri che, in una forma o in un’altra, mi sembra stiano attraversando tutta l’IPA. Non solo un problema italiano. Ma collocarli lontano non serve a nulla, sono vicinissimi, anzi sono dentro ciascuno di noi.

Ecco allora che la funzione dell’ideale cosciente come conseguenza di dinamiche problematiche e difficili che si radicano ben profondamente nell’inconscio mi ha posto il problema del rapporto tra Io, ideale dell’Io e Super-io; ecco insomma che, posto di fronte a questi interrogativi, mi è toccato ancora una volta dirmi che l’aveva già detto Freud che a un certo punto non c’è che la strega. Ma bere l’intruglio che la strega propone e che Mefistofele impone a Faust è sempre difficile, per tutti. Eppure, non c’è alternativa se si vuole in qualche modo raggiungere l’oggetto d’amore.

 Il problema, però, è quello, che già Goethe aveva mirabilmente afferrato, del rapporto tra l’ideale oggetto d’amore e sé stessi. Faust, ricordate?, vede nello specchio l’immagine adorabile della donna ideale ma, quando si avvicina, col suo fiato eccitato appanna lo specchio e ne perde l’immagine. Quella donna, non l’avrà mai. Perché lui è davanti ad uno specchio, si sta guardando. L’ideale dell’Io è sempre comprensivo di un’immagine di sé, perché è figlio di un investimento forte di tutto l’individuo, di un investimento dell’Es, sull’Io. Ma con il filtro della strega Faust potrà arrivare egualmente all’alta potenza della scienza, nascosta a tutto il mondo. Certo, pagando un prezzo.

Vogliamo ancora provarci?

Naturalmente, non mi sfugge, se volete autoironicamente, che Faust è un vecchio scienziato che intravvede la conclusione della sua avventura vitale e che ad una certa età è più facile identificarsi con lui, magari con un pizzico di mania di grandezza. Ma mi sembra che la lezione di Goethe abbia anche il senso di dire che tutti possiamo invecchiare psichicamente, tutti possiamo, cioè, vivere del ciclo ‘normale’ dell’ortolano che si ciba del prodotto del campo senza ritenere indecoroso concimare il proprio campo con la propria merda. È, questo, il polo della de-idealizzazione cui accennavo all’inizio di questa relazione.

La funzione dell’ideale cosciente mi sembra dunque quella di mantenere in vita la dimensione dell’impossibilità, sapendo che, senza di essa, il decadimento è sicuro e, al tempo stesso, sapendo che con essa sola si corre il pericolo dell’assolutizzazione. Non c’è speranza se non c’è ideale, anche se conosciamo bene l’elemento irrealistico della speranza, quello stesso che si incarna nell’illusione. E tuttavia ciò non basta, non si tratta cioè di coltivare un ideale ben temperato nel senso di visto con quella consapevolezza che rappresenta un sintomo: necessario sì ma non per questo meno sintomo (Freud, 1915). Si tratta invece di potersi permettere di lasciarsi andare all’ideale, lasciarsene travolgere, sentirne insomma la realtà psichica che contiene la forza di affrontare il conflitto inevitabile con un Super-io che, per quanto ammansito e ragionevole e perfino protettivo, cerca di imporre, proporre, offrire comunque qualcosa che è la Legge. È questa pluralità, del resto, tra Es, ideale dell’Io e Super-io, quella che consente all’Io di vivere e di cercare comunque di raggiungere la meta del piacere nel rapporto con la realtà esterna.

É questa dimensione conflittuale ma anche potenzialmente piacevole quella che mi sembra oggi a rischio, rischio che per noi, per noi tutti esseri umani, non solo per noi psicoanalisti, comporta il pericolo di conformarci alla realtà sociale data, magari senza accorgercene, ossia magari usando (involontariamente perché si tratta di un meccanismo inconscio), il diniego della realtà esterna come passe-partout che evita di farci sentire dei bravi conformisti. Che diritto di cittadinanza psichica, cioè cosciente, hanno oggi gli ideali? Me lo chiedevo all’inizio di questa relazione e ripropongo l’interrogativo alla fine. Grazie.

 

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[1] IL TEMPO DELLE CILIEGIE

https://www.youtube.com/watch?v=V190BbP_LBk

 

Quando canteremo il tempo delle ciliegie

E l’allegro usignolo e il merlo scherzoso

Saranno tutti in festa

Le belle avranno la follia in testa

E gl’innamorati il sole nel cuore!

Quando canteremo il tempo delle ciliegie

Fischierà ancor meglio il merlo scherzoso!

 

Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,

Quando si va in due, a cogliere sognando

Degli orecchini pendenti …

Ciliegie d’amore in abito identico,

Che cadono sulla foglia come gocce di sangue…

Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,

Pendenti di corallo che cogliamo sognando!

 

Quando sarete al tempo delle ciliegie,

Se avrete paura delle pene d’amore,

Evitate le belle.

Io che non temo le pene crudeli,

Non vivrò affatto senza un giorno soffrire …

Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,

Anche voi avrete delle pene d’amore!

Amerò sempre il tempo delle ciliegie

È di quel tempo che conservo nel cuore

Una piaga aperta…

E anche se la signora Fortuna mi sarà offerta

Non potrà mai fermare il mio dolore…

 

Amerò sempre il tempo delle ciliegie

E il ricordo che conservo nel cuore!

Bibliografia

 

Clements J.B. (1866). Le temps des cerises.

Freud S. (1914). Osservazioni sull’amore di transfert. O.S.F., 7.

Freud S. (1915). Scritti di Metapsicologia. O.S.F., 8.

Alberto Semi, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

aasemi@tiscali.it

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