Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Elisabetta Marchiori
Titolo del film: “The Voice of Hind Rajab”
Dati sul film: regia di Kaouther Ben Hania, Tunisia, Francia, 2025, 89′
82° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, in Concorso
Genere: drammatico
“The Voice of Hind Rajab”, scritto e diretto dalla cineasta tunisina Kaouther Ben Hania, è stato il film che ha ricevuto più applausi e provocato più lacrime e rabbia — ottenendo il Gran Premio della Giuria — in questa 82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Un’edizione all’insegna della solidarietà al popolo palestinese, durante la quale, il 30 agosto, in migliaia hanno partecipato alla manifestazione organizzata dalla rete Venice4Palestine. L’iniziativa “Volare oltre l’assedio”, ispirata alle poesie di Refaat Alareer, poeta palestinese ucciso nel 2023, ha preso vita sulla spiaggia del Lido, dove son stati fatti volare aquiloni colorati. È stata espressa solidarietà alla Global Sumud Flotilla e la vela della storica barca Edipo Re, ormeggiata come sempre a Riva di Corinto aveva i colori della bandiera palestinese con la scritta From Venice to Gaza.
In questo scenario di coinvolgimento civile, presa di parola collettiva, atti pubblici e dichiarazioni di attori, registi e. cantanti durante le conferenza stampa e le premiazioni, notizie e immagini sempre più devastanti provenienti senza sosta dai media e dai social, “The Voice of Hind Rajab” sussurra l’orrore attraverso la voce flebile di una bambina, obbligando lo spettatore a mettersi in ascolto e ad attivare l’immaginazione.
La storia è nota: il 29 gennaio 2024 Hind, una bambina palestinese di sei anni, rimane intrappolata in un’auto, dove viaggiava con due zii e i due cugini, sotto il fuoco israeliano, accucciata con i loro cadaveri coperti di sangue. Il padre dalla Germania riesce a metterla in contatto telefonico con gli operatori del centralino della Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercano con i mezzi che hanno a disposizione di salvarla. L’ambulanza si trova a una distanza effettiva di una manciata di minuti, la telefonata con Hind, più volte interrotta, dura nella realtà settanta minuti. Di fatto, la storia è quella di un’agonia in diretta, di una morte in diretta.
Nel film, la forma d’onda della voce di Hind — la registrazione autentica, quella traccia che vibra sullo schermo mentre la bambina parla— è il cuore pulsante del film e ne determina la sintassi narrativa.
Appare sullo schermo a intervalli regolari e si imprime nella mente dello spettatore, ogni picco è prova di esistenza, ogni pausa è presagio di estinzione. Hind ha una voce, e dove c’è una voce c’è il corpo di un essere vivente. Costringe lo spettatore a vederla, a identificarsi con lei, a provare almeno il barlume dell’angoscia che sta vivendo. Costringe lo spettatore a pensare ai propri figli, ai bambini vivi che conosce, alla propria e alle loro infanzie. Costringe a rivedere le immagini dell’orrore da cui siamo sopraffatti da quel tragico 7 ottobre 2024. Non indulge nel pathos, non cerca lo choc visivo, l’oscena visione della violenza e della crudeltà che il popolo palestinese sta subendo.
Intorno alla forma d’onda, nello spazio claustrofobico della centrale operativa, si muovono affannosamente i volontari, articolando la tensione delle scene, basate su testimonianze e immagini reali.
Omar A. Alqam (Motaz Malhees) è il primo operatore a chiamare di Hind e ad attivare il protocollo, raccogliendo le informazioni frammentarie che gli arrivano e capendo da subito che sono di fronte a un conto alla rovescia. Non accetta la lentezza dei procedimenti burocratici che il supervisore Mahdi M. Aljamal (Amer Hlehel) deve seguire, coordinando le comunicazioni con l’esercito israeliano e con i vertici della Mezzaluna Rossa per ottenere permessi e creare una via di passaggio sicura. Nisreen Jeries Qawas (Clara Khoury), attenta e pragmatica, cerca soluzioni logistiche sotto la pressione crescente. È Rana Hassan Faqih (Saja Kilani) che rimane più a lungo in linea con la bambina: le parla con calma, le pone domande, le recita versetti del Corano, cercano di starle vicino nell’attesa dei soccorsi, in un atto di cura disperato. Se Hind è bloccata nell’auto, gli operatori si trovano bloccati in una spirale kafkiana fatta di richieste inevase e ordini contraddittori, in un loop in cui si riattivano le stesse sequenze di parole e gesti, di reazioni di rabbia e di disperazione. Insieme, questi personaggi compongono un coro tragico in cui l’azione non consiste nel fare, ma nel non poter fare.
La bambina implora ripetutamente “venite a prendermi”, mentre capisce che i parenti non stanno dormendo, ma sono morti e “presto sarò morta anche io”. Il tempo passa inesorabile, Hind ha paura del buio che si avvicina insieme al rumore dei cingoli dei carri-armato e al crivellare dei proiettili.
La regista, una delle voci più lucide e radicali del cinema arabo contemporaneo[1], In The Voice of Hind Rajab compie un gesto cinematografico estremo, mettendo al centro della narrazione la verità della voce di una bambina che sta morendo, facendo immaginare quello che non mostra, rappresentando l’impotenza, la perdita di speranza e il coraggio di soccorritori che mettono a repentaglio la loro vita ogni giorno.
Lo fa attraverso un impianto filmico rigoroso, evitando condanne esplicite, con uno sguardo diretto, sincero, realistico. Spegne quel bagliore che aleggiava nel documentario “No other land“, Premio Oscar 2025, girato da Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal e Rachel Szor, giovani attivisti palestinesi e israeliani, che racconta il trasferimento forzato degli abitanti dei villaggi palestinesi della regione arida e inospitale di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania.
Il giorno dopo avere assistito alla proiezione di questo film ho visto “Elisa“, di Leonardo di Costanzo. Nella prima scena il protagonista, un professore di criminologia, mostra la foto di un gruppo di persone, uomini e donne: sembrano partecipare a un incontro, pare una festa all’aperto, alcune sorridono girate verso l’obbiettivo, altre si stanno muovendo, tutti appaiono tranquilli, un uomo indica con la mano qualcosa dietro di lui. Poi allarga la foto: tutta quella gente è riunita intorno all’albero cui sono impiccati due uomini di colore, ritrae il linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith, avvenuto in Indiana, nel 1930. È una lynching postcards, una tra le tante cartoline postali allora distribuite, collezionate o conservate come souvenir, facilmente reperibili in internet.
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[1] Le sue opere precedenti The Man Who Sold His Skin (presentato alla Mostra D’Arte cinematografica di Venezia nel 2020 e nominato all’Oscar nel 2021) e Four Daughters (in concorso a Cannes e candidato all’Oscar 2023 per il miglior documentario internazionale), già esploravano le zone liminali tra trauma individuale e struttura sociale, tra realtà e finzione, tra testimonianza e rappresentazione.
Mi ha colpito come un pugno nello stomaco: ci ho visto il resto del mondo, quello che non è Gaza, che non è la Cisgiordania, che indica l’orrore, ma continua, malgrado tutto, a non assumersi responsabilità e rimane fermo, o si muove e si agita inutilmente, di fronte allo sterminio, al terrore e all’umiliazione di un popolo vessato, nei territori occupati, dal 1967. Rimane fermo e volta le spalle, ancora incapace di ammettere ed elaborare le colpe del passato, di accettare di provare vergogna, intrappolato dalla paura di una guerra atomica. Viviamo in un mondo che è una “casa di dinamite” che potrebbe esplodere in qualsiasi momento: “A House of Dynamite”, il potente film in concorso della regista statunitense Kathryn Bigelow, restituisce esattamente questa condizione di precarietà globale. Anche lei lascia fuori dalla scena gli effetti apocalittici di un attacco nucleare, non mostra il disastro. Tutto si gioca nelle centrali operative in fermento, dove i personaggi — analisti, militari, figure politiche — sono pressati dall’urgenza delle decisioni da prendere, chi vivrà e chi morirà, aspettando la deflagrazione.
La voce di Hind è una sola, ma parla per conto dei ventimila bambini già uccisi a Gaza. Secondo l’UNICEF ne muoiono ventotto ogni giorno — vittime sia del conflitto armato sia della fame — in una carneficina che non concede né pausa né pietà. Parla per conto di tutti i bambini che muoiono in guerre e genocidi, dei bambini scomparsi, dei bambini che perdono tutto, protagonisti di diversi film presentati in questa Mostra. Parla dell’uccisione del futuro dell’umanità.
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