Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Giorgio Pozziani
(Padova). Membro Associato della Società Psicoanalitica Italiana.
*Per citare questo articolo:
Pozziani G. (2026). Il caso di Arianna. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 105-116.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Nelle pagine che seguono presento il materiale da me scelto per il seminario intitolato “Il ritiro precoce”, con ospite Danon Boileau, all’interno del ciclo dedicato alle “Forme mascherate di depressione infantile” tenutosi presso il Centro Veneto di Psicoanalisi nel 2024.
Nel rivederlo per le modifiche necessarie alla riservatezza, sono stato colpito dall’intensità delle emozioni che tutt’ora mi suscita, pur risalendo ormai a una decina di anni fa.
Dopo una descrizione iniziale della vicenda di Arianna, sarà possibile leggere quanto emerge da due sedute consecutive tratte dalla fase iniziale e da due tratte dalla fase finale, di una analisi condotta per tre anni con questa bambina della scuola elementare.
Le prime due sedute risalgono a un periodo in cui la bambina faceva volare gli oggetti nella stanza o spalmava materiali su muri e pavimento usando il mio studio come fosse la sua scatola dei giochi. Così, prevalendo spesso il vorticare di oggetti e pensieri, oltre a dover rinunciare a ipotesi esplicative e forse rassicuranti, cercavo con alterne fortune di trovare lo spirito giusto, un assetto emotivo, che contribuisse a innescare e sostenere un gioco attraverso il quale contattare gli affetti.
Le ultime due sedute risalgono al rientro dopo la lunga interruzione per la pausa estiva. Era una fase in cui improvvise emozioni in Arianna, ormai espresse prevalentemente a parole, potevano colpirmi con forza, dandomi l’impressione di star imparando davvero a sintonizzarmi con lei. Sentivo crescere progressivamente la possibilità di quello che descriverei come un depositarsi in me di intensi frammenti del suo sentire, ai quali provavo a dare forma e voce a mia volta come potevo, quando se ne presentava l’occasione, fosse anche solo fischiettando una melodia triste come si vedrà in una delle due sedute.
In effetti il tema dell’abbandono da parte dell’oggetto, o del doverlo lasciar andare, stavano iniziando a prendere sempre più spazio, oltre che in relazione alla pausa estiva, anche in relazione alle perdite precedenti nella sua vita e all’interruzione dell’analisi, alla quale i suoi genitori avrebbero dato corso di lì a pochi mesi.
Note iniziali
Ho conosciuto Arianna quando frequentava la terza elementare. Durante quell’anno scolastico lo psicomotricista che la seguiva fin dalla prima aveva in breve tempo dovuto trasferirsi in un’altra regione, per avvicinarsi alla famiglia d’origine. Di fronte a questa improvvisa indisponibilità, i genitori erano stati indirizzati a me da un medico amico di famiglia, che per anni li aveva sostenuti nell’ accudimento della loro primogenita Carla, adolescente affetta da una grave patologia degenerativa.
Solo con l’inizio della scuola elementare era stata posta per Arianna una diagnosi di Disturbo Generalizzato dello Sviluppo e Ritardo Mentale Lieve, per concederle il sostegno scolastico, stanti la mancata autonomia nello svolgimento delle normali attività e marcati tratti di isolamento.
Ma già durante gli anni della scuola materna le maestre si erano accorte di un qualche disagio, osservando una bambina che prediligeva starsene ritirata in disparte nel grande salone, lo sguardo perso nel cielo fuori dalle finestre. Di questi e altri segnali avevano informato i genitori, così come le maestre della scuola elementare inserita nello stesso comprensorio. Per i genitori invece Arianna era stata tutto sommato bene fino all’avvio delle scuole elementari, magari timida e introversa, sempre appiccicata al corpo materno in ogni uscita da casa; ma in casa lei se ne “stava tranquilla a giocare con qualche peluche, non era una bambina impegnativa o che desse noia”.
Dopo una consultazione protrattasi per alcune settimane, l’analisi si è svolta regolarmente a tre sedute a settimana per quasi tre anni.
Solo nel tempo, attraverso alcuni colloqui di aggiornamento coi genitori, è emerso il quadro di profondo assorbimento della famiglia nell’accudimento della primogenita, seguita da sempre a domicilio con terapie importanti e invasive; sullo sfondo un ripetuto turn-over di tate-badanti dedite alle cure della ragazza, con le quali anche Arianna instaurava relazioni, ciclicamente interrotte per le ragioni più varie, comunque incomprensibili per la bambina.
Sorprendentemente solo a fine del secondo anno di analisi, prima da cenni inaspettati nelle sedute di Arianna, e solo in seguito da un colloquio coi genitori, apprendo di come Carla, la primogenita, sia nata da un parto gemellare esitato in un aborto spontaneo del fratello gemello, chiamato Angelo, partorito morto e sepolto nella tomba di famiglia. Il racconto era stato sin lì indicibile, eppure Arianna per prima aveva saputo dargli voce a modo suo attraverso un gioco via via più elaborato, a tratti stupefacente, a tratti profondamente struggente.
Le vicende di accudimento domiciliare di Carla, le cui condizioni di salute sono divenute via via sempre più precarie, hanno progressivamente preso il sopravvento sulla disponibilità alla prosecuzione del lavoro con Arianna.
E così, nel corso del terzo anno di analisi, i segni evidenti di maggior apertura alla relazione, con gli adulti così come con i pari, e di maggior integrazione del pensiero, sono stati colti dai genitori come un segnale di evoluzione favorevole, sufficiente a rivedere il senso del nostro lavoro e la sua prosecuzione, privilegiando l’attivazione di interventi di tipo educativo e addestrativo, sin lì inattuabili, che hanno preso il posto dell’analisi.
Alla bambina che per anni non si era sentita autorizzata ad esistere, a chiedere, fu concesso un tempo esiguo, una manciata di sedute, per salutarmi. Desideravo ne avessimo di più, lei e io, di tempo per salutarci; e in questo sentimento che a tratti ho sentito struggente, so esserci qualcosa che Arianna stessa provava, che aveva suscitato in me, e che mi lascia fiducioso sui possibili sviluppi di quanto insieme avevamo condiviso.
Da due sedute di inizio analisi
Primo estratto
Sin dalle sedute della consultazione il lavoro con Arianna era stato impegnativo: la bambina schiva e introversa tratteggiata dai genitori, si era mostrata presto bisognosa di investire prepotentemente lo spazio che aveva finalmente a disposizione. Mi ero così trovato a interrogarmi, senza molto margine di tempo tra una seduta e l’altra e dentro le stesse sedute, su questioni di tecnica di base: quale significato aveva l’agire al quale mi portava, fosse questo fisico o verbale? E quanto un mio stare fermo avrebbe facilitato il suo esprimersi?
Mi chiedevo come fare a monitorare e distinguere tra una mia posizione attiva, un contenimento anche silenzioso, che sentivo poteva portare anche ad aperture di significato, e l’agire o il dire, come sentivo come qualcosa che devia, sposta da ciò che si sta sentendo.
Questo anche perché fin dai primissimi tempi Arianna era stata molto fisica, e tra i modi coi quali mostrava un suo investimento sull’oggetto, ancorché di natura aggressiva, c’erano la pipì, tanta pipì in lunghe sessioni al bagno, e sputi di varia densità e quantità di cui io ero bersaglio designato.
Ci dirigiamo insieme in stanza, la sua mano prende la mia e la lascia solo sulla soglia per andare alla scatola: prende il didò, me lo passa e mi chiede di ammorbidirlo, manipolandolo io per lei.
Nel frattempo mi viene davanti, siamo entrambi in piedi accanto alla scatola e lei, con sguardo furbetto prova a schiaffeggiarmi in volto più volte: non c’è frenesia né tensione muscolare, sembra piuttosto voglia sorprendermi impreparato e vedere che effetto mi fa.
G.: “Lo so” mi risponde distratta e già diretto verso il termosifone. Lo mette alla massima potenza e ci si siede accanto, iniziando a scandire una serie di nomi e cognomi.
In alcune circostanze, come quella appena ripresa, l’impressione era che Arianna sentisse il mio starle accanto come contenitivo ma non intrusivo, e riuscisse a lasciar fluire il suo discorso, per me ancora così difficile a comprendersi. Curiosamente erano occasioni nella quali a mia volta riuscivo, senza grande sforzo, a ricontattare una qualche memoria o immagine della mia infanzia, per tentare di tradurre queste sue messe in scena in qualcosa di pensabile.
In molte altre occasioni questo non era possibile.
Nell’elenco di nomi che ripete, ferma al termosifone, riconosco chiaramente il nome del suo maestro di sostegno e del figlio, ai quali accenna ogni tanto. Mi viene da farle notare che portano lo stesso cognome, come lei e il suo papà o lei e sua sorella Carla.
Arianna non commenta, dopo qualche istante va alla scrivania e lancia in aria la sua scatola, rovesciandone tutto il contenuto in terra.
A.: “Una “tragedia” Arianna? (così ha deciso lei stesso di chiamare questi lanci della scatola, e mi viene improvvisamente da pensare che la “tragedia” abbia a che fare con la nascita, e sopravvivenza, di sua sorella Carla). Sei a piedi scalzi, meglio se raccogliamo le cose da terra prima di farci male”.
Arianna non mi sta a sentire, anzi, rovescia a terra un paio di sedie. Cerca di iniziare un gioco del prendersi tra me e lei ma, mentre mi passa accanto decisamente eccitata, mi fermo di fronte a lei e la invito a fermarsi. Temendo di essere troppo incombente, mi accovaccio mentre le parlo. Arianna mi sputa addosso. Osserviamo insieme il suo sputo colare su una mia manica, in un intenso istante di silenzio. Poi dico “Allloora … adeeessso …” e faccio come per pulirmi su di lei, mentre mi dice a sua volta, con tono divertito, “No, che schifo!”. Nonostante il tono giocoso, c’è una parte di Arianna profondamente aggressiva che si attiva in questi passaggi e trovo difficile tollerare lo schifo che sento cerca di gettare addosso a me.
Credo che il mio averla fermata, e averle fatto intendere che non volevo il suo muco, possano corrispondano a una qualche mia identificazione con la mamma, una sorta di “controtransfert materno” ancora troppo precoce e difficile da elaborare in seduta. Ma in questa, come in diverse altre occasioni, Arianna ha continuato a mettere in scena giochi nei quali sembrava chiedermi se io fossi capace di accogliere e digerire le sue emozioni.
Secondo estratto
In questa fase, nella quale l’uso della stanza era totale e mi ci sentivo immerso quasi che tutta la stanza rappresentasse la scatola di Arianna, capitava di frequente che le cose volassero o si spalmassero qua e là. In particolare questo accadeva al didò, che immancabilmente lasciava segni in giro e si deteriorava rapidamente. Così, prevalendo spesso il vorticare di oggetti e pensieri, oltre a dover rinunciare a ipotesi esplicative che spiegano le cose e rassicurano già mentre si è in seduta, cercavo con alterne fortune di trovare lo spirito giusto, un assetto emotivo, che contribuisse a innescare e sostenere un gioco attraverso il quale contattare gli affetti.
Proprio la richiesta incessante di nuovo didò, perché quello a disposizione era stato masticato e sputato, inquinato con schifezze varie, spalmato in giro per la stanza, mi aveva portato a riconoscere la preoccupazione che Arianna potesse provare anche con me un senso di mancanza e che, dunque, il mio offrile sempre nuovo didò fosse come farle trovare sempre un nuovo ciuccio a sostituire il generoso seno materno. Ero così arrivato a riconoscere che avrei potuto darle tutto il ciuccio-didò che si fosse reso necessario, ma non avrei potuto restituirle la disponibilità totale della madre che Arianna sembrava chiedere. Ricontattando in me un sentimento di inattesa e lacerante nostalgia, iniziavo a intuire che c’era un evento tragico con cui avremmo dovuto aver a che fare, un evento immodificabile in quanto parte della storia di Arianna, ma al quale forse si sarebbe potuto dare forma nel gioco, una rappresentazione nuova e tollerabile.
Gioca con il didò annusandolo e poi strofinandoselo sul viso, infine lo utilizza come maschera sulla bocca: il naso è libero ma ho la sensazione che sia un come bavaglio e che lei potrebbe soffocare.
A.: Caspita Arianna, è proprio grosso il tappo che hai sulla bocca, o sarà mica un ciuccio?
Lei mi ascolta e guarda in silenzio, mentre muove enfaticamente le labbra sotto al didò, quasi ruminasse. Il naso è sempre libero, ma la bocca attraverso la quale ora prova a respirare fa muovere lo strato di didò che sigilla le labbra. A un certo punto il didò si lacera e Arianna si mostra per un breve istante intensamente turbata, come se avesse infranto un comandamento genitoriale: “no! L’ho messo in bocca!”. Lo riappallottola e inizia a farlo rotolare lungo il perimetro della stanza: il muro, il mobile, la porta, lasciando segni qua e là.
Le ricordo che il didò può usarlo sulla scrivania o sul tavolino. Lei sceglie il tavolino e lì inizia e stenderlo e poi a inciderci sopra con la forbice.
A.: “C’è un taglio?”
Solleva il didò e mi mostra che è una bocca. Lo rimette al tavolino e fa altri due fori.
A.: “Ah, ma allora questi saranno gli occhi?”, aggiungo con tono giocoso, pronto a essere sconfermato.
Appoggia il didò sul viso e mi mostra che erano dei fori per le narici, aggiungendo serio che quella è la maschera di Orso. Tra me e me penso a un cenno fatto dai genitori sulla passione che Arianna aveva per un gigantesco peluche di Orso quando era piccola piccola.
È nata a partire da scene come questa l’ipotesi che il didò potesse corrispondere ad una sorta di cibo autoprodotto per ruminazione, in assenza di cose nutrienti a disposizione, così come anche al muco e alla cacca della sorella disabile, che in qualche modo inquinavano parte dell’esperienza sensoriale di Arianna fin dalla nascita.
Inoltre, se il didò tappo/maschera sulla bocca poteva ricondurre alla sorella Carla, intubata ed estubata in casa a seconda della gravità del periodo, iniziavo a leggere in questi giochi anche una qualche forma di imitazione della sorella malata, per poter finalmente disporre dell’attenzione degli adulti di riferimento dopo anni di apparente tranquillità.
Da due sedute di fine analisi
Primo estratto
Il procedere del lavoro, nel suo ritmo prevedibile e ricorrente, ha corrisposto a un clima meno convulso nelle sedute; era anzi possibile sperimentare insieme momenti rarefatti e sonnolenti, come direbbe Danon Boileau (comunicazione personale), nei quali Arianna sembrava esprimere anche un senso di vicinanza e gratitudine, parlandomi o abbracciandomi delicatamente.
P.: “Giorgio ti ricordi di quando venivo una volta sola alla settimana come facevo con Giuliano (lo psicomotricista del quale non parlava da inizio analisi)”.
A.: Mi ricordo eccome! E poi abbiamo visto che ci piaceva e abbiamo iniziato a vederci di più e lo abbiamo deciso insieme. Forse sei ancora un po’ in pensiero per questa cosa della pausa estiva, salutarci e ritrovarci”.
Con fare apparentemente indifferente inizia ad armeggiare la sua forbice sul vano delle batterie della sua sveglietta. La punta della forbice, con cui fa leva, d’improvviso schizza fuori con uno schiocco metallico.
P.: “Mi ha spaventato!”, esclama con trasporto.
Questa immagine dello spavento la sento nuova in Arianna, che era capace di tapparsi le orecchie e strizzare gli occhi se solo lo avvisavo che mi veniva da starnutire.
A partire da occasioni come questa, nelle quali improvvise espressioni emotive mi arrivavano con inattesa intensità, avevo l’impressione di star riuscendo a sintonizzarmi profondamente, sebbene di quando in quando, con Arianna. Pur non rinunciando a cercare di avvicinarla con caute e via via più articolate verbalizzazioni, prendeva progressivamente spazio la possibilità di quello che descriverei come un depositarsi in me di frammenti del suo sentire, ai quali davo forma come potevo, quando se ne presentava l’occasione, fosse anche fischiettando.
Nel frattempo, mentre ha ripreso ad armeggiare con la forbice e la sveglietta, e non risponde a nessuna delle mie verbalizzazioni, mi viene in mente un motivetto che inizio a fischiettare; lì per lì non ricordo da dove venga, e mi sento come quando si è colti da un lapsus. Mi concentro su quest’armonia semplice e lei mi di ordina di smettere, dice che è una canzone che fa venire da piangere, non vuole sentirla. Come nel dire che si era spaventata per lo schiocco, anche qui colgo una sincera spontaneità e dunque non continuo a fischiettare, limitandomi a chiederle invano cosa le faccia sentire di triste. Le propongo allora di prendere con sé Orsetto, il suo peluche, per consolarsi. Mi guarda e accetta: lo prende e lo tiene in braccio per qualche istante, lo accarezza teneramente in viso, poi la scaraventa alle sue spalle, l’espressione incurante di cosa possa essergli accaduto. Penso tra me e me alle separazioni improvvise che lei stessa ha vissuto negli anni.
Il tempo è terminato, usciti fuori troviamo la sua mamma che è tornata a prenderla e Arianna mi dice che devo dirle cosa è successo, che la canzone delle stelle è triste e le fa venire da piangere.
Era stato solo dopo averla salutata, e grazie all’indizio delle stelle offerto da Arianna, che mi ero ricordato che il motivetto era “Twinkle twinkle little star”, una canzoncina delicata e malinconica che parla di una piccola stella, della quale si sa solo che se ne sta luminosa nell’alto dei cieli. Forse aveva a che fare con Stellina, un personaggio fragile e indifeso che ogni tanto Arianna impersonava, nascondendosi dietro ad un armadio, parlando come da una distanza siderale.
Oltre a Stellina, che il più delle volte non compariva, i protagonisti delle nostre sedute erano due, Angioletto e Folletto, che di volta in volta potevano essere impersonati da me o da lei. In una di queste occasioni aveva però apertamente accennato ad Angelo, il gemello di Carla morto, che “lui adesso è davvero un angelo in cielo come Stellina, ed è da qualche parte lassù, ma anche nel cimitero dove vado a trovarlo”.
Secondo estratto
Il lavoro di analisi, con il regolare alternarsi delle sedute e delle pause, aveva condotto a quello che pareva il preludio a una sorta di gioco del nascondino, nel quale Arianna poteva allucinare l’assenza mia e quella di tutte le cose che aveva lasciato con me, senza sprofondare nell’angoscia d’avermi perso, ma anzi potendosi finalmente permettere di mostrare come la faceva sentire ritrovarmi dopo avermi lasciato.
E proprio come nei giochi ci si può permettere di sperimentare stati altrimenti inesplorabili, Arianna sembrava a volte arrivare a dirmi che, dopo una pausa, gli aspetti colorati della sua vita erano andati disperdendosi, smarrendosi forse. Erano occasioni queste nella quali percepivo un trasporto affettivo reciproco, non affettato, qualcosa che intrecciava il legame transferale e la relazione interpersonale.
Dopo la pausa del fine settimana mi saluta abbracciandomi
P.: “Ti voglio bene Giorgio”
A.: “Grazie Arianna! Anch’io. È stata un po’ lungo non vedersi venerdì, sabato, domenica e lunedì.”
P.: “Penso di sì”, dice guardandomi negli occhi, “Faccio un disegno”.
Apre il contenitore delle sue matite, le osserva intensamente, quindi le rovescia a terra.
A.: “Ho idea che sei anche un po’ arrabbiata per non avermi visto tutti questi giorni”.
P.: “Già” risponde guardando le matite a terra “come con l’estate…”.
A.: “Ti va se le raccogliamo insieme?”.
Accetta di aiutarmi. Dopodiché si avvia alla finestra e, mentre la raggiungo, la spalanca: la fronte appoggiata alla grata che ci separa dal giardino, Arianna chiede, o forse afferma:
P.: “Sta arrivando l’autunno…”
Sono alle sue spalle, osservo con lei le prime ombre della sera confondere i contorni delle piante, e insieme respiriamo gli ultimi odori dell’estate che ormai va sfumando.
A partire dall’esperienza percettiva dei fatti e delle situazioni, facevamo esperienza di occasioni nelle quali ci trovavano letteralmente fianco a fianco. In un caso come quello sopra citato, ad esempio, il riflettere sulle stagioni che tornano mentre tutti noi cresciamo e cambiamo, aveva fatto da sfondo ad un interrogarci sulla possibilità di procedere insieme, in senso lineare e ciclico.
Non sapevamo ancora della separazione che sarebbe arrivata con la fine dell’inverno.
*Per citare questo articolo:
Pozziani G. (2026). Il caso di Arianna. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 105-116.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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