Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Patrizia Montagner
(Portogruaro), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.
*Per citare questo articolo:
Montagner P. (2026). La depressione anaclitica. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 27-36.
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René Spitz introduce il termine “depressione anaclitica” nel suo testo del 1958 “Il primo anno di vita del bambino”.
Egli afferma che usa il termine “depressione” proprio perché la sintomatologia ricorda molto da vicino la depressione dell’adulto. L’aggettivo “anaclitico” ha a che fare con l’idea dell’appoggio, poiché è proprio la relazione di appoggio, necessaria nei primi mesi di vita, che viene a mancare e che sta alla base della sofferenza del bambino molto piccolo.
Infatti nel primo anno di vita il bambino non ha gli strumenti per “mascherare” la propria depressione e questa può essere vista in maniera chiara e netta e riconosciuta come tale.
Il lavoro di Spitz si basa sulla osservazione effettuata principalmente in contesti istituzionali come gli orfanatrofi che consentono una individuazione e una catalogazione, se così si può dire, molto più precisa rispetto, ad esempio, alle osservazioni svolte all’interno dell’ambulatorio di consultazione di un pediatra.
L’Osservazione – Spitz e Winnicott
Lo strumento dell’osservazione era già stato utilizzato, come ricorda Spitz stesso, da altri studiosi dell’infanzia, ma Spitz lo usa come metodo sistematico di indagine, inserendovi anche degli elementi statistici che rafforzano le ipotesi che l’autore via via viene a costruire. Spitz usa i numeri, cosa assai poco frequente in un lavoro psicoanalitico, numeri che hanno un aspetto di utilità (la possibilità di fare confronti e conti precisi), ma che presentano il limite di restare sul dato concreto.
In particolare, rispetto al metodo, mi pare significativo l’uso dei filmati, sui quali la successiva ricerca e l’osservazione psicoanalitica posteriore si sono largamente basate.[1]
L’osservazione è uno strumento necessario poiché il bambino piccolissimo non è in grado di parlare e tutto ciò che egli vive viene inferito dal suo comportamento, dalla postura, dalle espressioni facciali, dalla tensione, dai suoni emessi (pianto, grida, vocalizzi ecc.)
La costruzione dell’ipotesi osservativa di Spitz si basa sulle scoperte di Freud e sulle ipotesi che quest’ultimo ha fatto sulla formazione e sulla evoluzione della psiche. L’osservazione era presente intorno agli anni ‘50, come dicevo, anche negli studi di altri psicoanalisti, in particolare mi riferisco alla notevole importanza che ad essa aveva attribuito Winnicott (1941, 1957, 1965). La caratteristica dell’osservazione di Spitz è data dalla sistematicità e dal continuo collegamento con le teorie freudiane. Winnicott, nel suo essere uno spirito meno sistematico, e forse, per come io l’ho sempre letto, più originale, la utilizza in modo diverso, e la collega non tanto con le teorie freudiane quanto con la conoscenza che ha del bambino da pediatra e con l’esperienza dell’analisi dell’adulto.
Nel ‘41, Winnicott scrive un lavoro su una osservazione di bambini in una “situazione prefissata” in cui viene usato un abbassalingua. Raccogliendo il materiale emerso egli ipotizza l’esistenza di tre fasi nel processo di avvicinamento/ costruzione/ uso dell’oggetto (prima ancora parziale e poi meno parziale): nella prima fase c’è il momento dell’interesse e della scoperta, nella seconda, che egli chiama dell’esitazione, si svolge il lungo avvicinamento all’oggetto, il suo utilizzo e anche il gioco con esso, nella terza si tratta del lungo lavoro fatto per mettere in atto l’allontanamento. Egli indaga anche casi particolari attraverso lo studio e la osservazione di una bambina che soffre di asma e di un’altra che soffre di diarrea. Il punto centrale è rappresentato dal fatto che la comprensione della sofferenza del bambino, e in questo Winnicott e Spitz concordano, non è possibile se non ipotizzando l’esistenza di meccanismi inconsci e la presenza nel bambino di fantasie interne. Nel caso dell’asma si ipotizza una problematica di esitazione fra il desiderio di possesso e la proibizione, rappresentata da un Super Io severo, che impedisce e forse punisce tale desiderio. Nel caso della diarrea si tratterebbe di “un processo che accompagna un timore inconscio di cose ben precise, cose che danneggiano se tenute dentro” (1941, p.78)
Partendo dallo studio dell’attività di ricerca dell’oggetto nel bambino (Action Research) Winnicott sviluppa alcune considerazioni, niente affatto sistematiche, ma assai interessanti, sul significato dei termini “profondo” e “precoce”: usando il suo linguaggio come codice di lettura, possiamo sicuramente definire “precoci” le osservazioni di Spitz poiché partono dai primissimi giorni di vita del bambino, ma il materiale osservativo può essere considerato “profondo”?
L’osservazione che Spitz presenta e che raccoglie lo porta a ipotizzare una precisa corrispondenza fra le fasi evolutive del bambino, la relazione con la madre/ambiente e lo sviluppo di sintomi somatici/ psicosomatici/psichici.
La rilevanza del suo lavoro è data proprio dalla possibilità che egli intravvede di creare un collegamento, direi fisso, o comunque prefissato, tra un determinato disturbo, una determinata fase e un determinato problema emerso nella fase stessa.
In sintesi Spitz ipotizza che nell’evoluzione psicofisica si evidenzino alcuni momenti che costituiscono dei nodi importanti, (quelli che chiama gli organizzatori psichici) momenti in cui si raccolgono e si iniziano ad organizzare delle possibilità/capacità del bambino, presenti in nuce, ma in maniera disorganizzata e parziale nel periodo precedente, le quali, essendosi integrate, lo portano ad una evoluzione successiva nel comportamento e nelle capacità relazionali.
Il primo organizzatore è il sorriso, che compare intorno al terzo mese, periodo in cui secondo Spitz le esperienze fondamentali del bambino sono esclusivamente di ordina affettivo; esso indica la prima tappa nella costruzione della relazione con l’oggetto. Il sorriso è rivolto al volto umano, e solo ad esso, in primis a quello della madre. Esso dunque rappresenta implicitamente la transizione del neonato dalla passività alla attività intenzionale.
Il secondo organizzatore è costituito dalla comparsa intorno all’ottavo mese dell’angoscia dell’estraneo. Qui il piccolo mette in evidenza la sua capacità di distinguere tra la madre e qualsiasi altra figura umana che gli si presenta. Egli vuole la madre e vive con angoscia l’estraneo che ne “segnala” in qualche modo l’assenza.
La comparsa del secondo organizzatore consente l’avvio di attività sempre più ricche, come i giochi sociali, l’esplorazione del mondo circostante, e in generale un tono nei confronti dell’oggetto e dell’ambiente più attivo e propositivo. Si sviluppa la capacità di imitare e quella di identificarsi con l’oggetto.
Il terzo organizzatore di Spitz, che compare di solito nel secondo anno, è la negazione, la capacità del bambino di dire o esprimere il NO.
La relazione con la figura materna
Spitz sottolinea in più momenti l’importanza della figura materna nella costituzione e nello sviluppo sano e normale del bambino, accompagnato dalla comparsa dei tre organizzatori.
Si tratta dunque di riconoscere che il non funzionamento è legato alla relazione con la madre, anzi Spitz si spinge a delineare in maniera molto chiara e definita il tipo di relazione che la madre stabilisce con il bambino e le conseguenti problematiche che possono emergere.
Egli ha come oggetto della sua osservazione proprio l’atteggiamento della madre e il tono affettivo con cui ella si prende cura del suo piccolo. Egli afferma: “Raramente ci si rende conto della grande importanza della madre nei processi di apprendimento e di presa di coscienza del bambino. Ancor più raramente ci si rende conto dell’importanza primordiale che in questo processo hanno i sentimenti della madre, […] il suo atteggiamento affettivo determina la qualità delle esperienze stesse.” (ibid., p.29).
Secondo Spitz la relazione oggettuale madre figlio deve essere soddisfacente sia per il bambino che per la madre, e le carenze e le deviazioni nel comportamento del bambino sono legate, oltre alla fase evolutiva che quest’ultimo attraversa, alle carenze specifiche di questo legame.
L’interesse specifico e l’originalità del lavoro di Spitz risiedono nel collegamento che egli ha individuato, preciso e diretto, tra la modalità con cui la madre si relaziona con il bambino, modalità che comprende non soltanto l’atteggiamento concreto ma anche le sue fantasie e il suo tono generale. “Gli influssi psichici nocivi sorgono in seguito a relazioni non soddisfacenti tra madre e bambino. Queste relazioni dannose possono essere suddivise in due categorie: 1) relazioni madre-figlio inadeguate 2) relazioni madre-figlio insufficienti.
Egli arriva così a motivare la comparsa di sintomi specifici come le coliche del terzo mese, a suo avviso collegate alla preoccupazione esagerata della madre, pur in presenza di una ipertonia del lattante. Secondo Spitz può essere presente anche una ostilità inconscia nella madre, che genera in lei senso di colpa e preoccupazione ipercompensativa.
Così la dermatite atopica, che compare solitamente poco dopo la fase della colica del terzo mese, è legata sia ad una predisposizione congenita nel bambino che alla ostilità intensa e repressa nella madre. Nello studio che egli ha effettuato si evidenzia una particolare difficoltà materna nella quale sono presenti tratti particolarmente infantili accompagnati da una integrazione del Super-Io non completa.
Lo specifico della depressione anaclitica
Spitz colloca la depressione anaclitica all’interno dei disturbi da carenza affettiva. Lo studio su tale sindrome viene fatto come dicevo all’interno di una istituzione. Ci si potrebbe chiedere se in condizioni non istituzionali, ma in famiglia, o in un ambiente diverso, questo tipo di problematica possa non svilupparsi o forse non essere visibile con questa modalità così evidente. Penso che sia proprio così.
Si tratta di un disturbo che compare dopo una separazione dalla figura materna avvenuta quando c’erano stati almeno sei mesi di rapporto positivo con la madre, dunque, si suppone che ci sia stato un iniziale sviluppo buono, che sia comparso normalmente il primo organizzatore, il sorriso, e che il bambino si avvii verso il secondo, l’angoscia dell’ottavo mese.
La persona (o le persone) che sostituisce la madre sembra non essere soddisfacente per il bambino. Spitz osserva allora una evoluzione tipica dell’atteggiamento del bambino che si va modificando in funzione della durata della separazione dalla madre. Nel primo mese il bambino si mostra piagnucoloso, ma anche esigente e reclama spesso.
Nel secondo mese, dice Spitz, il pianto si trasforma in grida, si osservano perdita di peso e arresto dello sviluppo.
Nel terzo mese inizia a manifestarsi una posizione patognomonica, cioè una condizione sintomatica che indica chiaramente una e quella specifica patologia sottostante. Si nota una sorta di chiusura in sé stessi, una maggiore facilità ad ammalarsi e una rigidità nell’espressione.
Dopo il terzo mese la rigidità dell’espressione facciale si stabilizza, scompare il pianto, sostituito da rare grida e si generalizza la condizione di ritardo.
Spitz afferma: “Se prima di un periodo critico situato tra la fine del terzo mese e la fine del quinto si restituisce il bambino alla madre o si riesce a trovare un sostituto accettabile per il bambino, i disturbi spariscono con rapidità sorprendente” (ibid., p. 123)
Quindi il disturbo è chiaramente dovuto ad una mancanza e ad una impossibilità di sostituire tale mancanza con un oggetto accettabile. Una delle condizioni perché si sviluppi questa sindrome è che ci sia stata una buona relazione iniziale presente almeno per un certo tempo. Nel caso questa non sia mai stata possibile il bambino va incontro a marasma e frequentemente alla morte. Dunque la depressione anaclitica indica una mancanza, ma una mancanza di ciò che c’è stato, che è stato perduto e che è sentito come insostituibile.
Mi sembra importante sottolineare questa evoluzione: si parla di posizione patognomonica dopo un certo tempo dalla separazione, come a dire (e qui utilizzo il linguaggio di Winnicott) che prima di questo tempo il bambino ha ancora speranza, (grida e si fa sentire), poi gradatamente la perde. L’agitazione e il farsi sentire hanno a che fare con i segnali di perdita e tuttavia di speranza, segnali che hanno molto in comune con quelli che il bambino più grande invia quando è depresso, ad esempio i comportamenti iperattivi o disturbanti, segnali che rappresentano degli equivalenti depressivi, dato che la posizione di rifiuto e chiusura non sempre è evidente.
Qual è la funzione della madre? Ella ricopre un “ruolo cardinale” per lo sviluppo globale del bambino. Spitz ipotizza che si tratti di una funzione legata allo sviluppo e alla gestione delle pulsioni aggressive e sessuali. Nel caso di grave carenza di rapporti oggettuali “Abbiamo formulato l’ipotesi […] che abbia luogo una scissione delle due pulsioni, e che l’aggressione, separata dalla libido, venga rivolta dal bambino affettivamente carente contro sé stesso e porta al deterioramento progressivo” (ibid. p.127). Nel processo di recupero avviene l’inverso e cioè il ritorno all’oggetto libidico e una nuova fusione delle pulsioni. Spitz attribuisce un ruolo fondamentale alle pulsioni, anche in questa primissima fase della vita. La loro carenza viene dunque letta come una impossibilità ad assumere il corpo come oggetto di investimento libidico. Egli afferma inoltre: “Secondo me, nella condizione normale di fusione delle due pulsioni, l’aggressione gioca un ruolo paragonabile all’onda portante” (ibid., p.128). Se invece la fusione non avviene, oppure avviene e poi è seguita da una scissione, essa porta ad un deterioramento distruttivo.
Un altro elemento importante secondo Spitz è il ruolo dell’oggetto nella neutralizzazione della pulsione. Egli intende per neutralizzazione “la trasformazione della energia pulsionale in energia neutralizzata”, cioè energia che viene in qualche modo tenuta sospesa in attesa di poter essere indirizzata verso un oggetto adeguato anziché verso sé stessi. La neutralizzazione presuppone un Io nel quale sia avvenuto un certo grado di integrazione. La situazione ambientale che offre un clima di sicurezza, la possibilità che le tendenze aggressive e libidiche possano scaricarsi 34 KnotGarden 2026/1 Depressione mascherata nell’infanzia liberamente, e soprattutto un clima affettivo positivo, consentono la neutralizzazione delle pulsioni. Spitz la considera un meccanismo di difesa, la cui formazione è appunto frutto di un lavoro positivo svolto dalla relazione madre-bambino.
Lo psicoanalista austriaco ritiene che “il periodo evolutivo che va dall’ ottavo al diciottesimo mese sia riservato ad un complicato processo di adattamento, che consiste nell’organizzazione e nel dominio delle pulsioni da parte dell’Io con l’aiuto “dei rapporti oggettuali”. Per questa ragione […] è il più critico in rapporto alla perdita dell’oggetto” (ibid., p.130).
Spitz esprime nell’ultima parte del libro alcune riflessioni interessanti sul senso sociale delle sue scoperte sulla relazione madre/ bambino.
Egli afferma che nella nostra società [2] si è verificata una decadenza progressiva dell’autorità patriarcale e la decomposizione rapida del rapporto madre/bambino.
Sottolinea il pericolo di tale tendenza legandola all’aumento della delinquenza minorile, cioè alla minore capacità di contenere e gestire le pulsioni distruttive che ad essa fanno capo. Secondo Spitz è necessario comprendere le radici di questo “male”, soprattutto da parte della psichiatria sociale, radici che egli individua nel “deterioramento rapido delle condizioni necessarie per lo sviluppo normale dei primi rapporti oggettuali” (ibid. p. 140).
Questi ultimi sono infatti la premessa per ogni altra capacità di sviluppare buoni rapporti oggettuali.
Perciò conoscere la modalità in cui questi ultimi si formano e il peso che essi hanno nello sviluppo successivo ha una grande valore dal punto di vista preventivo, così come può indicarci quali eventuali modificazioni debba avviare l’intervento terapeutico per essere realmente efficace.
Note
[1] L’utilizzo dell’osservazione è evoluto moltissimo negli anni successivi, a partire dall’interessantis – simo lavoro di Ester Bick su cui si è poi costituito il noto modello di studio e di formazion Tavistock, fino alla ricerca portata avanti in Italia da Balconi, Di Cagno, Harris e molti altri. Negli ultimi anni in Italia il metodo dell’osservazione è stato approfondito dal gruppo di lavoro sorto sorto intorno a Dina Vallino.
[2]Stiamo parlando degli anni del dopoguerra, ma credo che questo valga ancora di più nella situazione sociale attuale.
Bibliografia
Brutti C., Scotti F. (a cura di) L’Osservazione. In Quaderni di Psicoterapia infantile n. 4, Roma, Borla, 1984.
Brutti C. e R. (a cura di). Uso e abuso dell’Osservazione. in Quaderni di Psicoterapia infantile n. 33, Roma, Borla, 1996.
Harris M., Bick E. (1960). Il modello Tavistock. Roma, Astrolabio, 2013.
Spitz. R. (1958). Il primo anno di vita del bambino. Firenze, Giunti, 1962.
Winnicott D.W. (1941). L’osservazione dei bambini piccoli in una situazione prefissata. In Dalla pediatria alla Psicoanalisi. Milano, Martinelli, 1975.
Winnicott D.W. (1957). Il contributo della osservazione diretta del bambino alla psicoanalisi. In Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1981.
Winnicott D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze, Martinelli, 1975.
Winnicott. D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1981.
Winnicott. D.W. (1968). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Roma, Armando, 1983.
Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma, Armando,1985.
*Per citare questo articolo:
Montagner P. (2026). La depressione anaclitica. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 27-36.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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