Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Rossana Gentile
(Torino). Membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana. Analista b/a della Società Psicoanalitica Italiana
*Per citare questo articolo:
Gentile R. (2026). Sul ritiro e sulla sua connessione con l’autismo e con i processi di separazione – individuazione nei bambini ciechi: gli studi di Selma Fraiberg. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 117-140.
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Questo testo nasce dall’esigenza di condividere alcune riflessioni sulla qualità dei sentimenti depressivi che caratterizzano la relazione del bambino non vedente con il mondo intorno a sé Siamo abituati a pensare a un predominio dell’esperienza visiva nei processi di sviluppo del bambino, sia se ci riferiamo esclusivamente agli aspetti percettivi e cognitivi, sia se rivolgiamo la nostra attenzione allo sviluppo emozionale primario nella sua totalità. È innegabile, d’altra parte, che vi sia un primato dell’esperienza percettiva visiva che in epoca precoce sintetizza e assoggetta a sé tutte le altre esperienze sensoriali. Lo sguardo, nella teoria psicoanalitica, ricopre una funzione specifica, rimanda al campo delle prime identificazioni su cui converge e si articola una matrice identitaria che resta invariata nel tempo. Winnicott, pur enfatizzando il carattere permanente di tutte le esperienze sensoriali originarie, di natura tattile, olfattiva e uditiva, in uno dei suoi scritti più autorevoli ci segnala l’importanza dello sguardo della madre nella relazione primaria e la sua funzione di specchio nel costituirsi delle prime basi identitarie e del senso di sicurezza del bambino (Winnicott, 1974).
La questione intorno a cui si sviluppa dunque questo mio scritto si orienta intorno al quesito: cosa accade quando lo sguardo riflettente della madre viene meno per un deficit organico nel bambino? Come varia in questo caso l’intendersi tra madre e bambino? Quali, infine, le condizioni in cui emergono il legame di appartenenza, la perdita dell’oggetto e l’insorgere di eventuali sentimenti depressivi?
Mi è sembrato utile partire da Selma Fraiberg, un’autrice che a lungo si è occupata di bambini non vedenti, sfidando le frontiere della teoria psicoanalitica classica, delle teorie dell’attaccamento e delle teorie cognitive. I suoi studi pionieristici hanno disconfermato che vi sia una stretta interconnessione tra insorgere del ritiro autistico e disabilità visiva. Ciononostante, lei stessa ribadisce che non è da escludere l’influenza di una molteplicità di fattori, tra cui anche quelli ambientali (includendo tra questi la risposta dei genitori alle difficoltà del bambino non vedente, il successo o il fallimento del lavoro di elaborazione del lutto del bambino atteso, il bambino “immaginario”, lutto che inevitabilmente accompagna la nascita di un bambino disabile, lo stress dovuto alla condizione di adattamento alla nascita del bambino reale, portatore della patologia organica) nel determinare una reazione di ritiro e il ricorso più o meno permanente a difese di tipo autistico nel bambino non vedente.
La ricerca di Selma Fraiberg costituisce un esempio di rigore e di passione per la conoscenza, che considero personalmente ingredienti sani e indispensabili per il progredire del sapere in campo psicoanalitico. Propongo un accostamento in tale scritto tra questa Autrice ed altri psicoanalisti che molto si sono impegnati in studi clinici e teorici sul tema del ritiro e dei sentimenti depressivi che sottostanno alle manovre protettive di tipo autistico: per citarne solo alcuni, scusandomi sin da ora per le omissioni, farò qualche riferimento a F. Tustin (1990, 1994), E. Gaddini (1969) e R. De Benedetti Gaddini (1978), G. Haag, D. Houzel (1974), S. Maiello (2023), S. Maestro e R. Tancredi (2016) C. Cattelan (2025), L. Fattori (2025), co-curatrice di questo numero della rivista, che al tema ha dedicato il suo ultimo lavoro di recente pubblicazione.
Selma Fraiberg (1975) sembra far convergere la sua ricerca prevalentemente sulla tematica della separazione- individuazione, così come lei ha potuto osservarla in situazioni di grave patologia di natura organica e non organica. Gli studi condotti sui bambini ciechi neurologicamente sani costituiscono un fertile terreno di riflessioni a riguardo: questi studi nati dall’ ipotesi che vi siano eventuali ostacoli posti dalla cecità alla creazione dei legami di attaccamento, hanno evidenziato, di contro, che il bambino cieco può sostanzialmente creare tali legami rispettando più o meno i medesimi tempi osservati nel bambino vedente, vale a dire nell’arco del primo anno di vita. Considerando come punto di riferimento il periodo compreso tra gli otto e i dieci mesi, i bambini ciechi osservati soddisfano infatti i criteri per quanto riguarda le relazioni oggettuali libidiche; presentano, tuttavia, un notevole ritardo sul piano dello sviluppo cognitivo se ci riferiamo al modello introdotto da Piaget. Appaiono infatti incapaci di mantenere il ricordo di un oggetto per pochi secondi dopo la sua scomparsa dal campo percettivo. Nel confronto con il bambino vedente, se ne deduce, il bambino cieco appare seguire un percorso evolutivo di tipo differente che implica i processi di funzionamento della memoria. Egli è in ritardo nell’ acquisire la consapevolezza dell’allontanamento della madre, presumibilmente in quanto l’adattamento sostitutivo della percezione uditiva e tattile non si può sovrapporre all’esperienza visiva che nel bambino vedente sembra avocare a sé l’egemonia di un primato nell’ unificare tutte le altre esperienze percettive durante le prime fasi dello sviluppo. Mentre infatti il bambino vedente può mantenere con lo sguardo il contatto con la madre e desumere sulla base di una scomparsa di questa dalla vista il suo allontanamento, nel caso del bambino cieco il segnale sonoro che può testimoniare la presenza della madre a sua disposizione, in quanto di per sé stesso intermittente e discontinuo, non necessariamente indica con una interruzione di una sequenza una separazione o una perdita o una assenza (la madre può infatti restare ancora “lì fuori “a disposizione). A paragone con l’esperienza visiva, il suono non dà “la misura della “sostanzialità” dell’oggetto. Il problema sollevato dalla Fraiberg è allora: come reagisce un bambino cieco a quello che noi siamo soliti indicare come esperienza della madre non presente? O esperienza del distacco e della perdita?
Fraiberg prende in considerazione le situazioni sperimentate dal bambino come “mancanza del contatto” e “presenza del contatto” con l’oggetto.
Sono noti gli studi che a partire da Spitz (1965) hanno posto in luce l’importanza che ricopre il sorriso come indicatore della prima risposta sociale del bambino, risposta che appare in epoca molto precoce nel bambino vedente. Nei bambini ciechi osservati da Fraiberg tale risposta non è regolare fino ai due mesi e mezzo e diventa selettiva intorno agli undici mesi. È evidente che il sorriso non può costituire un indicatore valido degli sviluppi dei vari attaccamenti del bambino cieco, per il quale è l’uso della mano a divenire un fondamentale alleato fin dai primi mesi di vita per mantenere il contatto con partner umani, più tardi per compiere accurate discriminazioni
Ciò nonostante, nelle prime settimane di vita il comportamento del bambino cieco e di quello vedente non si differenziano molto in quanto a ricerca del contatto, ma a tre mesi il bambino ha ancora bisogno del contatto o del suono per riconoscere la presenza dell’adulto, di contro al bambino vedente che è in grado di mantenere il contatto con lo sguardo quando è separato a livello tattile o uditivo.
Entro il quinto mese l’iniziale “incontro casuale” del primo mese, divenuto “ricerca tattile” e acquista sempre di più i connotati di una ricerca discriminativa e intenzionale (molto tempo prima che si realizzi il coordinamento oculo-manuale)
A cinque-otto mesi comincia l’esplorazione del volto della madre, del padre e dei familiari.
Verso i nove mesi di età il bambino cieco si protende o avanza verso una persona o un giocattolo basandosi sulla esclusiva esperienza di un segnale sonoro (Fraiberg, Siegel, Gibson, 1966; Adelson, Fraiberg, 1974): il protendersi verso la fonte del suono, o il fare movimenti di avvicinamento verso di essa, lasciano intendere che egli sia in grado di conferire sostanzialità di suono e contatto alla persona o oggetto “lì’ fuori”. La consapevolezza della madre non presente, osserva la Fraiberg, può comparire al primo anno se il bambino cieco ha potuto sperimentare uno stato di bisogno segnalato con pianto o con altri segnali di angoscia correlabili a un ritardo nell’accorrere della madre o un’assenza che può essere vissuta come troppo prolungata.
Verso i sette- quindici mesi compaiono reazioni di evitamento e paura dell’estraneo, che si manifestano con divincolamento, forte tensione, pianto in braccio a figure non familiari, analoghe a quelle mostrate dai bambini vedenti: essi evidenziano nel bambino cieco una capacità discriminativa tra persone familiari e non. Una reazione tipica alla sola voce dell’estraneo (in assenza del contatto fisico) consiste in un acquietamento (quieting) inteso come cessazione dell’attività di vocalizzazione senza segni di disagi, cessazione che può durare diversi minuti (risposta analoga a quella osservata da Ainsworth nel bambino vedente nei minuti che precedono il sorgere della paura dell’estraneo).
In accordo con quanto già rilevato da Ainsworth (1972) a proposito dei bambini vedenti, Fraiberg (1975) distingue tra l’angoscia derivante da separazioni prolungate e la “protesta di separazione“: utile indicatore, quest’ultimo, per valutare l’attaccamento, insieme ad altri comportamenti quali il “seguire” la madre che si allontana dalla stanza, la ricerca attiva del contatto, la presenza di atteggiamenti affettuosi, l’avvicinamento tramite locomozione, l’uso della madre quale base sicura per esplorare, fuga verso la madre come rifugio di sicurezza e di aggrappamento. Nel bambino cieco la comparsa di reazioni che lascino supporre la consapevolezza da parte del bambino che la madre abbia lasciato la stanza, che compare verso la fine del primo anno di vita, coincide con un comportamento vigile; il bambino non mostra segni di disagio o di fame, gioca piacevolmente, può stare seduto sul pavimento ad ascoltare con attenzione la conversazione nella stanza da cui la madre si allontana per pochi momenti.
Le prime manifestazioni di protesta e di angoscia di separazione compaiono alla fine del 21° mese (di contro ai sei –otto mesi riscontrabili nei bambini vedenti): la Fraiberg sottolinea che per esservi una percezione di perdita la madre deve essere percepita come un oggetto anche in assenza di percezione tattile o uditiva).
In conclusione, la madre è presente quando si manifesta attraverso la voce, assente quando non si manifesta con la voce.
Sviluppo dell’attaccamento e processi cognitivi, affettivi e motori
In una ricerca condotta nel 1987, Fraiberg osserva un gruppo di 27 bambini ciechi dalla nascita, di età compresa trai 3 e i 14 anni: nell’ambito del gruppo 7 bambini presentano un quadro simile all’autismo così come si presenta nei bambini vedenti (stereotipie, dondolii, ciondolamenti, mutismo, linguaggio ecolalico); gli altri 20 bambini evidenziano stereotipie motorie, con linguaggio organizzato e legami con oggetti umani. Nei sette bambini non sono presenti danni cerebrali e non c’è nessuna correlazione tra il peso alla nascita, o la durata della somministrazione di ossigeno (nel caso di un unico bambino nato prematuro) e il quadro clinico dell ’autismo. Fraiberg avvalora l’ipotesi avanzata già da Keeler (1958) che non vi sia un collegamento diretto tra pattern autistici e una malattia specifica che abbia causato la cecità, anche se questi pattern si rivelano comuni nei bambini ciechi dalla nascita o completamente ciechi, o che non avevano alcun pattern visivo e che non hanno ricevuto adeguata stimolazione.
Vi è una certa analogia tra il campione di Keeler e quello della Fraiberg: l’autismo è presente in proporzione di uno a quattro. Pur riconoscendo aperto il dibattito relativo alla presenza di danni cerebrale sia nel bambino autistico vedente che in quello cieco, la Fraiberg sostiene che vi siano possibilità di recupero del bambino cieco autistico se il problema è individuato entro i due anni; ciò conferma l’influenza decisiva dei fattori ambientali o di specifici problemi adattivi del bambino cieco al di là della presenza del danno neurologico.
Le osservazioni cliniche dei sette bambini pongono in risalto la presenza di un quadro di arresto evolutivo, personalità congelata al livello di centralità della bocca, non differenziazione fra soggetto e oggetto, assenza di relazioni, mani non protese, mani cieche, concentrate in una morbosa alleanza con la bocca (portano oggetti alla bocca per succhiare) o, in alternativa, tenute all’altezza della spalla con movimenti stereotipati delle dita.
La Fraiberg si chiede se il problema nasca dalla cecità e perché, invece, gli altri venti bambini dimostrano di avere legami umani. Quale, in sostanza, la capacità del bambino di sopperire alla mancanza del riconoscimento visivo? e quale il contributo della madre?
Inferenze cliniche operate dalla Fraiberg riguardanti lo schema corporeo che conduce al comportamento manuale adattivo sottolineano la carenza di processi integrativi: il che pone ulteriori interrogativi. Questi bambini non afferrano perché c’è assenza della vista? non camminano perché non vedono?
Ritardi significativi sono presenti anche negli altri venti bambini ciechi non autistici, in particolare nella deambulazione autonoma che compare tra i due e i tre anni e nella mancanza della capacità di spostarsi carponi; sono inoltre visibili stereotipie, dondolamenti, movimenti ripetitivi delle mani, sfregamenti degli occhi, o movimenti idiosincratici, atteggiamenti che vanno sotto il termine di “blindism”, e che sono comuni anche nei bambini autistici vedenti.
Le mani di questi bambini, più di ogni altra cosa, colpiscono l’attenzione della Fraiberg: non sembrano essere adoperate per esplorare, non servono come organi sensoriali. Fraiberg osserva che il quadro di arresto evolutivo fa intravedere un fallimento delle risposte adattive tra i sei e i dodici mesi (elicitabile dagli stati di indifferenziazione del Sé- non Sé, dall’arresto delle acquisizioni motorie e del linguaggio, così come del comportamento manuale coordinato a uno stimolo esterno): ipotizza, quindi, che per ogni fallimento evolutivo del bambino cieco autistico vi sia un correlato nello sviluppo di tutti i bambini ciechi nella forma di uno specifico problema adattivo alla cecità.
Esemplificativo il caso della bambina Toni.
A nove mesi non allunga ancora la mano per afferrare un oggetto sonoro (di contro al bambino vedente che coordina vista e prensione a cinque mesi ): a otto mesi controlla il tronco sostenendo il peso del corpo sulle mani e sulle ginocchia, come se fosse pronta per gattonare, ma resta immobile sul pavimento, compiendo movimenti circolatori come per nuotare, non gioca né cerca giocattoli , assume l’abitudine di sdraiarsi per terra e procurarsi autostimolazione (dal contatto ventrale con la superficie del pavimento ) con la faccia rivolta verso il tappeto, restando immobile a lungo escludendo la madre anche se , contemporaneamente, è visibile un piacere nel contatto con lei.
Nei bambini vedenti l’esperienza visiva crea il bisogno di ripetizione: il desiderio di vedere e il piacere funzionale di vedere rappresentano il grande divertimento, rileva la Fraiberg. Vedere è un modo per mantenere il contatto con la madre stabilendo una continuità dell’esperienza sensoriale. Quando il bambino rimane da solo, esplora un giocattolo, o gattona… Invece Toni, a nove mesi, quando non può toccare la madre o sentire la sua voce viene privata del suo unico legame col mondo esterno, dell’unica forma di esperienza sensoriale. L’esperienza propriocettiva fornisce quindi alla bambina la possibilità di mantenere un contatto con la madre e quello che la madre veicola costituisce un mezzo per sperimentare la continuità del Sé: piacere, conforto, sicurezza, che Toni si procura al contatto con la superficie del pavimento, sensazione che attraverso la consapevolezza corporea data dall’autostimolazione sembra sopperire al vuoto di stimoli che si è venuto a creare per la mancanza del contatto con la madre
“Quello che abbiamo visto in Toni, faccia a terra, appiattita sul tappeto, era una forma di fame di stimoli. Dove la vista avrebbe fornito numerose fonti di stimoli e alternative visive al desiderio di contatto con la madre, la cecità costringeva questa bambina in periodi di mancanza di stimolazione esterna, a ripiegare sulla povertà di sensazioni corporee. Come un organismo affamato che alla fine ingurgiterà qualsiasi cosa quando non c’è sufficiente cibo, la fame di stimoli portava questa bambina a ingerire la misera esperienza propriocettiva del contatto del corpo con un tappeto” (Fraiberg, 1987, p. 153).
Secondo Fraiberg, il bambino cieco resta in uno stato di pericolosa immobilità fino a che non riesce a scoprire il movimento; se la capacità di muoversi è ritardata, le uniche esperienze che danno significato all’esistenza sono legate alla presenza della madre o di altre persone, e alle cure del corpo.
Quando manca il contatto fisico, il pasto, il bagno, il gioco, non c’è nulla se non il proprio corpo. In queste circostanze è molto difficile trovare percorsi di adattamento ed è inevitabile che il bambino permanga in uno stato di congelamento, concentrato sul suo corpo, immobile, non differenziato.
A dieci mesi, Toni va col girello per casa: smette di restare sdraiata sul tappeto, anzi protesta quando per caso viene messa su questo perché lo associa all’immobilità; comincia a gattonare entro i tredici mesi, esplora dovunque, usando le mani per discriminazioni fini e si muove sulla base di un indizio sonoro. A due anni sa andare sul triciclo, ha un linguaggio adeguato, alimentazione e sonno soddisfacenti. Cade in uno stato stuporoso quando è angosciata e quando si separa dalla madre, anche se per poco tempo: superate le difficoltà iniziali che vedevano pregiudicata la possibilità di una sua risposta adattiva alla cecità esprime le sue ansie separative senza il rischio di un serio blocco evolutivo.
La comparsa di protesta per la separazione è in corrispondenza con la comparsa della locomozione, che, nel campione analizzato dalla Fraiberg oscilla tra i dieci– sedici mesi e mezzo per la capacità di gattonare, e fra i dodici e i venti mesi per la capacità di camminare da soli. La comparsa della locomozione è importante perché spinge il bambino cieco a operare una quantità di esperimenti che lo informeranno sulla spostabilità dell’oggetto e sulla capacità di inseguire l’oggetto sulla base del suono, di contro al bambino vedente che acquisisce la consapevolezza della sua stessa spostabilità attraverso una sequenza di immagini. (Adelson e Fraiberg, 1974).
I dati riportati dalla Fraiberg hanno in certi casi anticipato, in altri avvalorato, i risultati di quelle ricerche che partendo dallo studio dell’evoluzione degli attaccamenti umani hanno evidenziato come l’intreccio tra aspetti cognitivi e affettivi sia molto stretto e complesso. Nel caso del bambino cieco, Comprendere la funzione di mediazione con la percezione della realtà svolta dalla madre o da chi ne fa le veci è di fondamentale importanza se si vuole cogliere in profondità il legame di dipendenza che tiene uniti il bambino e la madre e la difficoltà per entrambi di lasciar parlare le spinte separative che sono alla base dei processi di crescita. La madre non rappresenta soltanto il primo oggetto di investimento libidico ma anche quello che media la conoscenza e il rapporto con il mondo “lì fuori”, ciò che rende più complicato e rallenta il processo di separazione, perché il bambino cieco, per potersi differenziare dalla madre deve poter essere in grado di “comprendere “e costruire in una dimensione temporo – spaziale la distanza tra sé e gli oggetti esterni.
In assenza del ricco repertorio di segnali visivi che caratterizza la comunicazione col bambino normale dotato di vista, i genitori del bambino cieco non di rado sono portati ad avvertire sentimenti di esclusione e di inadeguatezza anche se sono dotati di ottime capacità adattive. Può capitare, osserva la Fraiberg, che genitori intuitivi si paralizzino di fronte alle difficoltà del bambino, fonte di ansia e di impotenza; Dal punto di vista del bambino, brevi separazioni dal bambino vengono vissute come traumi, con regressioni intense, ogni passo nella locomozione ogni deviazione, ogni cambiamento o apertura all’esterno rischia di essere sentita come un terrificante vuoto. Le reazioni dei genitori alle difficoltà del bambino costituiscono, come abbiamo in precedenza anticipato, un fattore ambientale molto importante nel determinare condizioni di ritiro e fissazione a sentimenti di perdita legati all’oggetto, con conseguenze non trascurabili per lo sviluppo del bambino non vedente.
La Fraiberg sottolinea l’unicità della relazione che ogni singola madre istituisce con il proprio bambino, reagendo secondo le sue modalità adattive al deficit visivo del figlio.
Non esiste una modalità “oggettivamente facilitante”: alcune madri dei bambini osservati non provavano piacere nel contatto fisico, non parlavano se non per dare ordini o fare richieste e in quei casi i bambini, privati della vista, avevano subito un blocco evolutivo.
Tali considerazioni, rilevabili nella maggior parte della popolazione dei bambini ciechi osservati da Fraiberg e relative alla capacità complessiva del bambino cieco di stabilire significative relazioni oggettuali alla stessa stregua del bambino vedente, conduce l’Autrice a escludere che vi possa essere una stretta correlazione tra il deficit visivo, o la ristretta esperienza del bambino cieco, e l’emergere di una difficoltà nello sviluppo evolutivo. È determinante, invece, l’adeguatezza delle cure materne come segno dell’adattamento da parte dell’ambiente alla nascita di un bambino diverso da quello atteso.
L‘Autrice giunge a formulare l’ipotesi che in presenza di un problema nella sostituzione del suono alla vista questo avrà ripercussioni non solo sullo sviluppo della prensione, ma anche sulle linee di sviluppo contigue e reciproche. Se per tutti i bambini la mano rappresenta infatti uno degli organi esecutivi dell’Io emergente, un ponte tra Sé corporeo e mondo esterno, per il bambino cieco oltre che servire per tutte queste funzioni essa costituisce anche un organo percettivo primario.
Dall’osservazione di un bambino autistico cieco (Peter) Fraiberg ricava un dato: il bambino non cerca un oggetto che cade dalle mani o che perde, il che implica che esso cessa di esistere per il bambino quando perde il contatto con esso. Da qui nasce la necessità per il bambino cieco di imparare a seguire l’oggetto sulla base dell’unico indizio sonoro. Il punto è capire come accade che, quando non sente più l’indizio, l’oggetto o la persona continuano ad esistere, come cioè il bambino cieco arriva a costruirsi un mondo di oggetti permanenti.
L’ipotesi della Fraiberg è che, se questo non avviene, per difficoltà di relazione con l’ambiente o per difficoltà intrinseche alle capacità esplorative del bambino, il bambino non può acquisire il concetto di oggetti che esistono indipendentemente dalla sua percezione e non ci sarà differenziazione tra il Sé e il mondo oggettuale; il bambino sarà, clinicamente parlando, un bambino autistico, nel senso che tutte le esperienze saranno parte del suo Sé corporeo.
Mente e corpo nel processo di separazione-individuazione di un bambino cieco
Sulla base delle sue osservazioni la Fraiberg ipotizza che un problema di natura concettuale possa determinare una difficoltà di adattamento funzionale nel bambino cieco. Il confronto tra il gruppo di bambini ciechi non autistici con il gruppo dei bambini ciechi autistici la porta a desumere che la cecità può condurre al fallimento adattivo e che l’adattamento funzionale è un percorso accidentato per un bambino cieco.
Sembrerebbe che nel confronto con il bambino vedente le difficoltà adattive del bambino cieco si complichino perché, in assenza dello sguardo, il bambino cieco deve poter inferire il movimento di allontanamento della madre compiendo operazioni mentali di una certa complessità a paragone con il bambino vedente che può contare sul supporto visivo. Fraiberg (1987) sottolinea che per poter realizzare la consapevolezza dell’allontanamento della madre il bambino cieco deve poter ricordare un oggetto per un breve intervallo di tempo fuori dal campo percettivo. Ciò implica che deve essere capace di leggere un segnale sonoro, tradurlo, collocandolo in una matrice di senso (di natura cognitiva e affettiva) prima di orientarsi verso una risposta motoria. In poche parole, il bambino deve già possedere l’equipaggiamento mentale che gli permetterà di fronteggiare l’esperienza separativa dalla madre, per non rischiare di restarne escluso o schiacciato. Il che potrebbe rappresentare un paradosso, come se il mentale in qualche modo dovesse precedere l’esperienza sensoriale, che nel bambino vedente è anteriore e in un certo senso sembra promuovere e organizzare l’elaborazione dell’esperienza.
C’è da chiedersi dunque cosa accade quando un bambino cieco non ha raggiunto (e forse non raggiungerà mai magari per la presenza di gravi minorazioni aggiuntive alla cecità) l’equipaggiamento necessario per elaborare i dati sensoriali e si può verificare il rischio di un blocco evolutivo dovuto alla sostanziale estraneità che il bambino cieco istituisce nei confronti dell’esperienza. Può accadere che il bambino resti ingabbiato in una “membrana sensoriale” che lo isola dal mondo circostante in una sorta di equilibrio omeostatico regolato dall’afflusso delle sensazioni tattili e sonore mediate dalla presenza dell’altro; l’accesso all’individuazione diventa in tali condizioni un’impresa ardua, a meno di non riuscire a rompere la barriera omeostatica introducendo il principio della discontinuità e della differenziazione. Non sempre, come abbiamo visto, tali situazioni hanno a che vedere con quadri autistici; la Fraiberg individua negli atteggiamenti cosiddetti di “blindism” una manovra adattiva con cui nelle varie fasi del suo percorso accidentato il bambino cieco tenterebbe di frenare la corsa verso l’ignoto, rappresentato per lui dal contatto con una nuova esperienza. È quanto accade a Toni, che controlla perfettamente il tronco ma non gattona, dimostrando col suo comportamento che, pur in presenza di un pattern biologico, se non vi è un sufficiente stimolo ambientale esterno il pattern non emerge; è la stessa ragione per cui Toni reagisce all’assenza della madre, o di ogni altra fonte di stimolo “congelandosi” in un atteggiamento di immobilità assoluta.
La Fraiberg riprende questo comportamento della bambina per evidenziare una difesa dai sentimenti di deprivazione con cui la bambina in preda ad una fame di stimoli, reagirebbe all’assenza della madre. Il ricorso alla autostimolazione rappresenterebbe in tale prospettiva una modalità di adattamento sostitutivo alla momentanea scomparsa della madre. Per la verità su questo punto si potrebbe avanzare qualche ipotesi alternativa a quella posta dalla Fraiberg: la bambina non sa ancora che la madre è un oggetto esterno, ne apprezza però il contatto fisico, come la stessa Fraiberg tiene a precisare. Per quanto in ritardo sulle funzioni della memoria, è in grado di riconoscere oramai la madre come oggetto di attaccamento libidico. C’è da chiedersi allora se non sia il caso di riconoscere in questo suo atteggiamento la manifestazione di una reazione alla frustrazione piuttosto che alla deprivazione per la mancanza dell’oggetto: ciò che consentirebbe di leggere il comportamento di congelamento della mobilità nell’ambito di un repertorio difensivo cui la bambina attinge per fronteggiare intollerabili sensazioni di vuoto e di sentimenti depressivi. Modalità, questa, assimilabile a quella messa in atto dai bambini autistici, per i quali i funzionamenti sensoriali divengono dominanti al punto di escludere l’interesse per qualsiasi altro tipo di attività. Nelle sue ricerche sull’imitazione E. Gaddini (1969) ha posto in luce come, in assenza dell’oggetto gratificante, il bambino ne allucina l’immagine vivendola come realtà. Una frustrazione eccessiva tende ad aumentare la percezione imitativa, ristabilendo in modo onnipotente la fusione del Se con l’oggetto. Da un diverso vertice osservativo R. De Benedetti Gaddini (1978) ha altresì evidenziato, sulla base della sua intensa esperienza clinica in ambito pediatrico e neuropsichiatrico, come tale tipo di funzionamento protomentale rappresenti il modello di successive integrazioni tra sensazioni primarie che durante le primissime fasi del processo maturativo sono tese a instaurare quel senso di “ preziosa ripienezza ”che si accompagna a un certo stato di benessere mentale quando il capezzolo è a contatto con la bocca del bambino, in una alternanza tra sensazioni di pieno e vuoto che fondano e strutturano nel corpo le prime forme di relazione col mondo .
Per tornare a Toni, la Fraiberg la ritrae nel momento in cui, inspiegabilmente congelata agli occhi degli osservatori, in attesa del ritorno della madre concentra il suo interesse sulle sensazioni del ventre che si affanna a strofinare sul tappeto: possiamo chiederci se stia tentando di riprodurre una stimolazione propriocettiva finalizzata a mantenere il contatto con l’evento stimolante che precedeva l’allontanamento della madre dalla stanza. Sdraiata sul pavimento, presumibilmente è immersa in un bagno di sensazioni sonore nuove provenienti dal suo essersi trovata all’improvviso senza l’appoggio confortante della madre; nella sua immobilità congelante cerca forse di fronteggiare la paura, cui non sa dare un nome, di restare priva della sicurezza e del senso di continuità che le proveniva dal contatto con la madre, veicolo strutturante del suo senso di consapevolezza corporea.
Nel 1982 Fraiberg analizza come di fronte a situazioni di pericolo compaia il ricorso a comportamenti difensivi precoci quali l’evitamento, il congelamento, il ritiro, la trasformazione affettiva, specificando che si tratta di comportamenti desunti dall’osservazione etologica sulla base dei modelli biologici.
Poiché una difesa è tale se comporta vantaggi per chi vi ricorre, possiamo dunque sintetizzare che nel caso di Toni l’atteggiamento di immobilità sarebbe funzionale all’ottenimento di almeno due scopi molto importanti.
In primo luogo, serve a mantenere il contatto illusorio con la madre – ambiente (fonte di stimolazione tattile, di modulazione e discriminazione degli stimoli sonori). Quindi, aiuta ad isolarsi dal mondo circostante che genera un’angoscia legata allo stato confusionale e ai sentimenti depressivi che subentrano alla interruzione del contatto con la madre.
In definitiva, l’equipaggiamento difensivo servirebbe a negare il cambiamento traumatico prodotto dall’allontanamento della madre, nel momento in cui l’ambiente, perdendo le sue caratteristiche familiari di fonte di stimolazione corporea, sembrerebbe portato a minacciare il senso di continuità del Sé.
Proposte per un confronto teorico
In uno dei suoi ultimi scritti Tustin (1990) afferma che le sue esperienze con i bambini autistici non conducono ad una ipotesi di tipo evolutivo e “stadiale” ed esclude che l’autismo possa costituire una “fase” del processo evolutivo o, per usare una terminologia kleiniana, una “posizione” nell’ambito dello sviluppo psico-emozionale. Si dichiara invece propensa a concepire l’autismo come uno dei differenti “stati di consapevolezza” che permangono lungo l’arco della nostra esistenza, caratterizzati dal predominio della sensorialità. Tali stati, che Tustin definisce di “fluttuazione della coscienza”, costituirebbero il fondamento della vita psichica. A scopo esemplificativo ella cita la diversa intensità con cui il bambino si accorge fin dai primissimi mesi della propria separatezza corporea dalla madre e dal mondo circostante. O, ancora, ricorda l’alternarsi di sonno e veglia e i momenti di estasi in cui il mondo esterno e gli oggetti circostanti appaiono come estensioni del corpo del soggetto, uno tra tutti il momento dell’allattamento in cui l’unione seno- bocca e capezzolo-lingua rimanda a un’entità non ben differenziata.
Qualche anno dopo l’Autrice chiarirà ulteriormente il suo pensiero ipotizzando che il bambino autistico sia stato esposto ad una separazione più precoce di quanto sia se stesso che la madre fossero disposti a sostenere; la separazione, più precisamente, è avvenuta in assenza di un apparato psichico in grado di elaborare l’esperienza traumatica. Il ricorso a oggetti e forme autistiche rappresenta, quindi, la forma espressiva di un ritiro, un modo per affrontare la paura del crollo attraverso manovre protettive tese a mantenere una autostimolazione sensoriale che garantisce la continuità dell’esistenza racchiusa in un processo di incapsulamento del Sé (Tustin, 1994).
Il punto di vista della Tustin è ampiamente condiviso da molti Autori che si occupano di autismo i quali tendono a vedere la molteplicità ed eterogeneità dei funzionamenti autistici. Tutti pongono in evidenza il predominio della sensorialià e del presimbolico (Ogden, 1989, Maestro S., Tancredi R., 2016, Cattelan, 2025).
Di manovre protettive e percorsi di adattamento tesi a fronteggiare angosce primarie legate ad esperienze separative precoci parlano anche R. De Benedetti Gaddini ed E. Gaddini nel pionieristico studio sul mericismo. (1959) che ha costituito la premessa per importanti teorizzazioni che ne sono seguite da parte dei due psicoanalisti sui funzionamenti mentali precoci. E. Gaddini ha indicato la diversa qualità psichica delle angosce sottostanti i processi separativi distinguendo le “angosce di non integrazione” e le angosce di integrazione”: entrambe rappresenterebbero, nei primissimi mesi di vita, un segnale di difesa dalla minaccia di una angoscia ancora più grave, l’angoscia di separazione dal corpo materno che per il Sé darebbe luogo all’esperienza terrificante, ancorché prematura, del vuoto. E. Gaddini ha introdotto altresì una importante distinzione nell’ambito delle fantasia inconscia tra “fantasie nel corpo” e “fantasie sul corpo”, e tra due diversi livelli di funzionamento dell’Organizzazione Mentale di Base, quello relativo all’area psicosensoriale e quello proprio dell’area psicoorale, su cui si costruiscono i primitivi meccanismi di difesa, a partire dall’imitazione fino alle prime introiezioni.
Quanto a R. De Benedetti Gaddini, il suo scritto “Pieno, vuoto, identità” (1978) rappresenta ancora oggi un valido punto di riferimento per quanti si interessano di autismo.
Apparentemente ancorata a un impianto teorico di tipo stadiale, che risente in particolare degli intensi scambi culturali intercorsi con autori quali Winnicott e Mahler, la De Benedetti Gaddini identifica nell’autismo una modalità di funzionamento precoce della mente, essenzialmente sensoriale, che in epoca perinatale e neonatale precede l’emergere della consapevolezza corporea e quindi del rapporto oggettuale.
In tale prospettiva le manovre autistiche sarebbero tese a rimettere in funzione il passaggio, traumaticamente interrotto, dall’integrazione delle sensazioni primarie alla consapevolezza che il bambino acquisisce del benessere mentale che può derivare dall’unione “lingua -capezzolo”, che è duro, e della “bocca- seno”, che è morbido, e del senso della preziosa ripienezza che ne deriva” (ib., p.76).
Fondamentale diventa la ricerca, attraverso tali manovre, del completamento corporeo che si concretizzerebbe nel “precursore” dell’oggetto transizionale, che potremmo definire come un sistema di ancoraggio delle prime identità. Nell’immagine del precursore, l’unione seno-bocca- capezzolo si sintetizza in una matrice presimbolica che attira a sé e dà senso mentale a tutte le successive esperienze. A differenza dell’oggetto transizionale, che rappresenta il primo possesso non-me, il precursore raffigura un non- ancora -oggetto –me che rimanda al corpo come alla prima esperienza mentale del bambino. Se l’oggetto transizionale costituisce già un oggetto scelto nel mondo esterno, il precursore al contrario è radicato in parti del corpo “interne” (la lingua, il pollice, il pugno).
Nella stretta interconnessione che si viene a creare tra le prime esperienze di gratificazione corporee e sensuali, l’emergere delle cosiddette valenze beanti e i processi di formazione del Sé prendono avvio dunque le prime identità, che rappresentano anche l’integrazione tra aspetti maschili e femminili, legati all’essere recettivi e/o al “fare”, “agire” o “intrudere.”; solo successivamente, precisa De Benedetti Gaddini, queste esperienze diventano la base delle funzioni psicologiche e mentali.
Le forme autistiche sono morbide e avviluppanti, gli oggetti sono duri e rassicuranti.
Per la Tustin, oggetti e forme autistiche allucinano il contatto con l’altro da sé, avvolgendo il soggetto in un tutto pieno che serve a neutralizzare angosce impensabili: i “terrori senza nome” di cui parla Winnicott, le angosce catastrofiche di cui fa menzione Bion, o i terrori fisici menzionati da G.Haag e da D. Houzel (2005). In questo contesto, l’altro viene vissuto come rivale che vuole portare via parti del Sé corporeo: da qui, la necessità di far uso di difese quali l’evitamento, il congelamento, l’attacco, le difese patologiche precoci di cui ci parla Selma Fraiberg.
Negli studi prospettati dalla R. De Benedetti Gaddini, acquista un valore significativo il funzionamento di tipo imitativo con cui il bambino autistico assimila a sé oggetti e forme nel tentativo di negare l’esistenza dell’alterità veicolata dalla consapevolezza del vuoto prodotta dalle esperienze del distacco e della separazione.
Sia Tustin che De Benedetti Gaddini evocano, per esprimere la dimensione di vita del bambino autistico, la condizione della vita fetale. Tustin ricorda i dipinti di Hyeronimus Bosch popolati da mostri agghiaccianti, corpi squartati, paesaggi devastanti. De Benedetti Gaddini evoca l’immagine di bambini che appaiono come congelati in una bolla intrauterina, prematuramente “strappati” alla “illusione oceanica” di essere tutt’uno con la madre al momento della nascita fisiologica.
L’intervento terapeutico, per questi bambini, si configura come la rimessa in gioco di un processo di nascita che è stato interrotto prematuramente.
Forme e oggetti autistici sarebbero deputati a garantire continuità dell’esistenza e integrità del Sé. Come ha sottolineato S. Maiello (2023) la voce materna rimanderebbe al bambino la possibilità di un sostegno fisico e simbolico dei frammenti del Sé. In una prospettiva di continuità, i precursori
(dita, mani, succhiotto) potrebbero essere identificati come prime esperienze di organizzazione mentale dei dati sensoriali autoriferiti.
Tutti gli Autori citati sembrano far convergere le loro osservazioni sulla stretta interdipendenza che si viene a creare tra le esperienze separative precoci, il ritiro o “blindism” nel caso del bambino cieco come difesa dalle angosce di vuoto legate all’esperienza del distacco dagli oggetti di attaccamento primario. Tutti pongono l’accento sul ruolo dell’allucinazione come modalità della mente per negare la separazione corporea dall’oggetto.
Per tornare nuovamente all’ atteggiamento di ritiro evidenziato da Toni, la bimba di cui ci parla Fraiberg potremmo ipotizzare che la piccola stia operando attraverso una fantasia allucinatoria una negazione della propria separatezza corporea dalla “madre-tappeto”, a cui aderisce nella fantasia di poter essere tutt’uno con esso, e dei sentimenti depressivi legati alla consapevolezza di tale separazione. L’allucinazione assimila l’Altro al Sé, negando le angosce catastrofiche vissute in conseguenza della separazione intesa come perdita di parti del Sé corporeo. Con l’allucinazione la realtà attuale si annulla ed è possibile rendere presente ciò che, nel passato, è andato perduto: pertanto, ogni segnale che riporta alla realtà viene vissuto dal bambino come pericolosamente “estraneo” e “rivale”.
Possiamo ipotizzare che l’immagine allucinatoria realizzata attraverso lo strofinamento sul tappeto attualizzi dunque la memoria sensoriale del contatto di Toni con la madre avvertita come parte del Sé corporeo negandone di fatto l’assenza.
Chi ha avuto esperienza con bambini ciechi avrà senz’altro potuto osservare la frequenza della comparsa di tali patterns difensivi in coincidenza con particolari cambiamenti nell’ambiente circostante. Singolare il caso di un bambino cieco pluriminorato che mi è capitato di osservare mentre manipolava con concentrata iterazione il pomello di una carrozzella posta accanto alla sua. Il gesto era associato a movimenti di suzione della lingua dentro la bocca. Questo bambino inoltre in prossimità di particolari situazioni di cambiamento nell’ambiente circostante era solito percuotersi il viso con entrambe le mani evocando con tale gesto i rituali di difesa tipici dei primati di fronte al pericolo di un attacco dei predatori.
Nei soggetti non vedenti è possibile ipotizzare una più complessa articolazione dei processi di separazione- individuazione, riconducibile alla particolare centralità che assume la funzione visiva nel contatto in epoca precoce tra la madre e il bambino. In questo ambito collocherei uno studio di R. Chiarelli, collega che si è occupato per lungo tempo di disabilità visiva, sulla funzione rassicurante che ricopre la presenza della madre nella relazione con una bambina non vedente (Chiarelli 2025). Se la madre c’è e rassicura, la bambina procede nel suo percorso esplorativo e resta serena di fronte alle difficoltà e agli ostacoli che può incontrare. A complemento, citerei la importante ricerca di Lucia Fattori sul senso di appartenenza. Secondo l’Autrice, può accadere che la madre o l’ambiente di riferimento, per le motivazioni che abbiamo in precedenza menzionato, restituiscano al bambino l’immagine difettosa di sé, derivante dalla difficoltà di elaborare il lutto per la nascita di un bambino reale portatore di handicap. Il bambino vede riflesso nello sguardo della madre il senso di una disperata e disperante diversità, rifiutata e rifiutante, che lo rende inaccettabile a sé stesso, non giustificato ad esistere. Di qui un sentimento depressivo di fondo che darebbe luogo a difese autistiche (Fattori, 2025).
La presenza di risposte ambientali che sostengano e facilitino gli adattamenti del bambino si rivela di fondamentale importanza nel prevenire o ridurre eventuali fallimenti o congelamenti del processo di separazione – individuazione nella prima infanzia.
Il rischio che si corre è quello di una mancata formazione dell’area che accomuna in un unico sguardo il progetto della coppia sul bambino quale testimone di una unione coniugale che si proietta nel desiderio, illusione di un legame indistruttibile che sopravvive alla morte proiettandosi nel futuro della progenie.
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*Per citare questo articolo:
Gentile R. (2026). Sul ritiro e sulla sua connessione con l’autismo e con i processi di separazione – individuazione nei bambini ciechi: gli studi di Selma Fraiberg. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 117-140.
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