Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
di Lucia Fattori
(Padova), Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana, e Analista b/a. Segretario della Sezione Veneto-Emiliana di Training (2025-2028)
*Per citare questo articolo:
Fattori F., (2026). Introduzione, Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 37-51.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Nota:
Questo lavoro riunisce e rielabora due precedenti scritti: La disabilità intellettiva fra il corpo e lo psichico, fra limitazione e limite (pubblicato nel 2010 sulla Rivista di Psicoanalisi) e L’influenza dei fattori cognitivi sullo sviluppo affettivo. Il cosiddetto disturbo di attenzione con iperattività (ADHD) (pubblicato nel 2018 sulla rivista Innovatio Educativa).
Il punto di vista psicoanalitico, pur rimanendo all’interno di una visione multifattoriale che non esclude i fattori organici come concausa, evidenzia gli aspetti affettivi e relazionali della problematica.
Ahrbeck nel suo articolo del 2008 su Psiche analizza il problema in relazione anche ai cambiamenti culturali. Significativo il titolo che questo autore dà al suo lavoro: Tempi eccitati, bambini disattenti ed iperattivi. Questo autore parte dal testo di Freud La morale sessuale culturale e il nervosismo moderno (1908) per dire che quello che Freud chiamava “nervosismo” (“tutto viene fatto in fretta e nell’ agitazione […] i nervi esausti cercano ristoro in stimoli più intensi”) coinvolge oggi anche i bambini, sottoposti come sono ad un’iperstimolazione sensoriale che produce uno stato permanente di eccitazione. Il cortocircuito del mondo sensoriale con quello concreto e la circolarità dell’eccitazione si sostituisce all’interiorizzazione e allo scambio con gli oggetti interni. Ahrbeck sostiene che la ricerca nel campo delle disfunzioni cerebrali genetiche non è esaustiva rispetto alla molteplicità di aspetti presenti nel disturbo dei piccoli pazienti: l’importante è individuare in che misura tali disfunzioni si intreccino con altri elementi e concause, riconoscendo la complessa interazione fra cultura, esperienze di vita e sviluppo organico. In questa dimensione globale e multifattoriale, conclude, la storia di vita del bambino riacquista il suo diritto ad essere ascoltata e considerata.
Ed io oggi vi racconterò appunto la storia di due bambini: il bambino tutto “dis” e il bambino dei fili. Cercherò anche di sviluppare a partire da queste storie due ipotesi esplicative rispetto a due quadri caratterizzati da iperattività.
In ambito psicoanalitico sono state avanzate varie ipotesi sulle possibili cause o concause di questa sintomatologia: dalla depressione materna, attraverso un’identificazione arcaica con la madre depressa (Bertolini, 1998), ad una carenza di contenimento e di funzione parastimoli da parte del datore di cure (Misès, 1996). Io cercherò attraverso il primo caso presentato di sostenere l’ipotesi che l’iperattività possa essere una manifestazione sostitutiva di un sentimento depressivo all’interno di una particolare relazione oggettuale, quella basata su un oggetto che Bion (1965) definisce “tantalico”, dove l’attività eccessiva e non finalizzata sarebbe legata alla situazione paradossale in cui il bambino fugge l’oggetto in quanto cattivo e frustrante, ma nello stesso tempo lo cerca in quanto potenzialmente gratificante, in una specie di coazione a ripetere stretta fra speranza e disperazione. Attraverso il secondo caso cercherò di riprendere l’ipotesi di una carenza di contenimento alla base dell’iperattività collegandola ad una spesso concomitante avidità per sottolineare nel bambino ipercinetico la frequente presenza, accanto all’ angoscia per il vuoto esterno, che verrebbe appunto riempito col proprio movimento, anche di un’angoscia del vuoto interno, costituito da quella che Gaddini (1989) chiama “la beante cavità gastrica”.
Il bambino tutto dis-
La prima storia che voglio raccontare è quella di Asmit, un bambino che inizio a vedere quando frequenta la seconda elementare: mi arriva accompagnato dall’informazione che la sua maestra di prima è andata anticipatamente in pensione, “distrutta” dall’aver dovuto gestire questo alunno terribile… Effettivamente anche durante le sedute Asmit scappa dalla finestra (siamo al piano terra del Centro dove lavoro ) e una volta rischiamo di andare a fuoco perché il bambino avvicina della carta ad una stufetta elettrica provocando una grande fiammata. È figlio unico di una coppia che ha un legame sadomasochistico: la mamma per fare ingelosire il marito usa perversamente ii bambino ricoprendolo di coccole durante il giorno, mentre di notte il marito sancisce il proprio possesso sulla moglie impedendole di accorrere ai pianti del bambino, che dorme in camera con loro assistendo probabilmente ai rapporti sessuali fra i genitori. Il primo accenno di gioco che Asmit porta in seduta è significativamente quello di Ken e Barbie che sbattono fra di loro e il suo commento è: “Loro due, polli, sempre a fare la lotta, sempre da solo io, sempre da solo”. Sembra dunque che Asmit abbia vissuto situazioni alterne di eccesso di stimolazione da un lato e di intollerabile abbandono dall’altro, il tutto all’interno di un clima erotizzato. L’ho chiamato il bambino dis perché insieme all’ipercinesia presenta dislalia, disgrafia, discalculia, disprassia e un complessivo dis-ordine mentale, un caos interno dal quale emergerà un poco alla volta nel corso di otto anni di trattamento. Da un lato, è possibile ipotizzare alla base dei disturbi di Asmit la presenza di un dis-funzionamento nella sua dotazione di partenza e riferire il quadro sintomatico, come nella diagnosi con cui arrivò al Centro, all’iperattività come contenitore delle varie difficoltà che il bambino presentava, dall’altro possiamo andare ad osservare come la problematica psichica di Asmit sembri concretizzarsi nel mancato riconoscimento delle differenze di sesso e di generazione, che lo avvicinano a problematiche di perversione come possibile esito dell’esposizione al clima perverso creato dalla coppia genitoriale. In Asmit era evidente in primo luogo una mancata distinzione tra sé e la mamma con fenomeni di travestitismo: il bambino, indossati vestiti femminili, imitava a lungo la mamma nei lavori di casa, soprattutto lavando panni e stoviglie, attività in cui le difficoltà prassiche risultavano poco influenti. In questo modo negava la separazione, secondo il modello gaddiniano dell’imitare per essere (Gaddini, 1968), ma si costituisce anche una parziale identificazione femminile, che esita poi in un diniego delle differenze sessuali, mentre, all’interno del rapporto perverso fra i genitori in cui la madre come si diceva, usa il figlio per far ingelosire il marito e il bambino si illude di essere il vero partner della mamma, viene negata anche la differenza generazionale.
In questo quadro di grande confusione dove sono saltati tutti i limiti il bambino sembra vivere nell’indistinto e in definitiva nel caos. È significativo a questo proposito il fatto che per lunghi anni Asmit non avesse voluto guardare dentro l’armadio dei giochi, chiedendo sempre a me di prendergli i giochi che c’erano all’interno e pregandomi di chiudere gli sportelli, quando per caso li trovava aperti, come se temesse di trovarvi ancora una volta il caos. Quando finalmente si decise a guardarvi dentro, mi chiese immediatamente di nominare tutti i giochi che vi erano contenuti. Era come se il nominarli all’interno di una buona relazione affettiva, e non all’interno di quella sadica e confusiva proposta dai suoi genitori, facesse sì che gli oggetti fossero chiamati a nuova vita: come se il mio atto stesso di nominarli li bonificasse e li rendesse meno minacciosi, sottraendoli al caos dell’indistinzione.
Schön (1983) ricorda come, nei miti sulla creazione, la parola del creatore che nomina le cose interrompa il continuum caotico determinando per successive separazioni (si torna al separare-delimitare ed ai problemi di separazione-delimitazione di Asmit) 41 KnotGarden 2026/1 Depressione mascherata nell’infanzia l’organizzazione del mondo.
Il mio commento, relativo alla sua paura di sapere cosa c’è dentro al corpo della mamma e alla sua confusione in proposito, dà luogo alla richiesta da parte sua che io gli faccia un disegno per spiegarglielo. Eseguo allora uno schizzo di figura umana femminile in cui colloco, nominandoli via via, i vari “sacchetti” (delle forme chiuse che circoscrivono spazi interni differenziati). Asmit chiede poi che gli disegni anche l’interno del suo corpo, ma subito dopo si affretta a chiedermi di nominare alcune parti del corpo umano di cui sicuramente già conosce la denominazione e che lui stesso mi indica toccandole via via sul bambolotto: il collo, la schiena, il sedere, le spalle.
Se pensiamo al caos trasmesso ad Asmit dai genitori, alla confusione dell’“orribile miscuglio” (Bergeret, 1970) della scena primaria, alla forte impressione emotiva ricevuta, possiamo pensare che l’Io del bambino ne sia stato destrutturato e che tutto ciò abbia portato, come afferma Bergeret (ibidem), “in direzione di Babele” (p. 22): una Babele linguistica, una Babele dello schema corporeo, una Babele dell’identità sessuale. Il farmi nominare le parti posteriori del corpo corrisponderebbe allora al fare un poco di chiarezza sia rispetto allo schema corporeo, sia rispetto al mostro dell’immagine combinata dei genitori: una chiarezza parziale, dato che comunque restano escluse dalla chiarificazione le differenze sessuali.
Nasce, a partire da questo punto, una vera e propria erotizzazione della parte posteriore del corpo: Asmit a casa passa molto tempo nudo allo specchio contorcendosi al massimo per vedere il suo dietro, lo disegna, lui che si era sempre rifiutato di disegnare (giustappone due parti, schiena-rettangolo e sedere-cerchio distaccate fra loro e non in asse, come forse gli sono apparse nei suoi contorcimenti), si accarezza a lungo le natiche, si fa accarezzare la schiena dalla mamma.
Dopo qualche tempo mi chiese di spiegargli perché gli piacesse tanto il sedere. Gli risposi che forse si interessava tanto al di dietro delle persone perché quello è uguale negli uomini e nelle donne e che forse non voleva interessarsi al davanti perché non voleva riconoscere che lui era diverso dalla mamma.
Reagì negando ostinatamente ogni diversità e affermando che era sicuro che anche la mamma avesse il “pisello”. Questa fase, che corrisponde ad un investimento della parte posteriore del corpo, prevalentemente maschile (interesse per fotografie, domande), porta comunque un po’ di chiarezza nella confusa visione del mostro ad otto zampe della scena primaria a cui i genitori avevano ripetutamente esposto il bambino per i primi anni di vita e permette ad Asmit un primo vero e proprio atto di conoscenza, per quanto parziale, della realtà, atto di conoscenza che lo traghetta fuori dalla confusione e dalla indistinzione.
Potremmo definire l’organizzazione mentale di questo bambino come basata su un modello feticistico-perverso.
Alcuni autori (Greenacre, 1970, Racalbuto, 1989) fanno osservare come in questi bambini, in cui è carente la capacità di simbolizzazione e che risultano troppo legati al dato sensoriale, sia presente una carica eccitatoria che trasforma quella che poteva essere l’area transizionale come preludio del passaggio al simbolo in area feticistica per il sopraggiungere di un’erotizzazione. Nel caso di Asmit compare ad esempio ad un certo punto un oggetto che potrebbe essere il classico oggetto transizionale, un cane di peluche, ma il ragazzino lo utilizza nell’addormentamento per pratiche autoerotiche (del resto la madre lo ha inconsciamente spinto a ciò cucendo un cane, come tiene a precisare, “a grandezza naturale”, esplicitando quale scopo della cosa “perché anche tu di notte stia in compagnia”, con chiaro riferimento allo stare in coppia come mamma e papà. Su questa linea mi sembra si possa collocare anche la fissazione erotizzata alle natiche che durerà per qualche anno. Si tratterebbe dunque di un uso feticistico dell’oggetto transizionale, cui fa riferimento lo stesso Winnicott (1951), riprendendo le osservazioni di Wulff, (1946): l’oggetto, che potremmo chiamare pseudo-transizionale, corrisponderebbe dunque al fallo materno allucinato, derivato a sua volta da una primitiva rappresentazione del seno (Winnicott, ibidem). Lo strutturarsi di quest’area pseudo-transizionale perversa che conduce al feticcio configura sul piano del processo di simbolizzazione uno stadio in cui è presente qualche germe di funzionamento simbolico (Nicolaidis, 1985).
Dunque se l’oggetto transizionale ha soprattutto la funzione di presentificare l’oggetto assente attraverso il ritrovamento in esso di alcune qualità, come la morbidezza e il calore, che erano presenti nell’oggetto primario, l’oggetto feticistico permette di far fronte all’assenza dell’oggetto primario attraverso l’attribuzione illusoria dell’esistenza stessa a un oggetto- che- non- esiste, cioè il pene materno secondo la classica interpretazione freudiana (Freud 1927), pene materno che diventa metonimicamente l’intero oggetto-che-non-c’è.
Se il funzionamento mentale, per cause organiche o ambientali che siano, è ancorato all’equazione simbolica (Segal, 1957), questi oggetti che non esistono (il non-seno dell’assenza materna, il non-pene materno, la non-mamma) sono avvertiti dunque non come rappresentazioni mentali dell’assenza, ma come veri e propri oggetti, gli oggetti-che-non esistono. L’oggetto-feticcio si caratterizza dunque per due elementi: dare esistenza materiale all’oggetto che non c’è come concretizzazione dell’assenza ed erotizzare lo stesso, al fine di ottenere una gratificazione sessuale a surrogato della mancata gratificazione legata alla presenza materna.
Andando avanti su questa linea potremmo tentare un’ipotesi complessa per spiegare l’ipercinesia e l’agitazione motoria.
Potremmo ipotizzare che l’ipercinesia rientri anch’essa nel quadro di un uso feticistico dell’oggetto: nel caso in cui il pensiero difettoso , fermo allo stadio operatorio, non possa alleggerire la frustrazione dell’assenza attraverso la via del pensiero e della simbolizzazione, si avrà la scarica motoria, ma questa sarà afinalistica, perché non potrà essere finalizzata al raggiungimento dell’oggetto reale a causa della situazione contraddittoria in cui il bambino si viene a trovare quando si trovi all’interno di una relazione prevalentemente frustrante; infatti l’oggetto è sì l’oggetto buono, buono nel suo esistere come oggetto del desiderio e potenziale fonte di gratificazione, ma si è andato configurando nell’esperienza come oggetto cattivo, concretizzazione dell’oggetto che non c’è (assente, inadeguato, frustrante), però seduttivo e stimolante sul piano erotico . La scarica motoria diventerà allora movimento afinalistico perché stretta nella contraddizione di voler raggiungere e nello stesso tempo fuggire l’oggetto, configurandosi come una specie di inefficace risposta motoria all’ incapacità di risolvere l’ambivalenza, o, per meglio dire, usando un concetto mahleriano (Mahler et al., 1975), l’ambitendenza. Come se, al posto del passaggio all’oggetto intero con l’ingresso nella posizione depressiva, in questo clima erotizzato il bambino approdasse appunto all’ambitendenza invece che all’ambivalenza: cercare l’oggetto cattivo in quanto unico oggetto disponibile e comunque attraente e stimolante su un piano erotizzato e nello stesso tempo fuggirlo in quanto frustrante. Il risultato è un eccitato movimento afinalistico.
La descrizione che Bion (1962) fa di quello che chiama “l’oggetto tantalico” si riferisce a questa situazione paradossale: l’oggetto tantalico è l’oggetto di investimento libidico, oggetto buono e desiderato, ma anche oggetto cattivo in quanto non posseduto, oggetto che si desidera raggiungere e da cui nello stesso tempo si vuole fuggire. L’oggetto-feticcio potrebbe allora essere il tentativo di rompere questo paradosso attraverso l’erotizzazione, costituendo una situazione intermedia, facendo cioè diventare posseduto e gratificante, attraverso un agito autoerotico proprio l’oggetto che non c’è, cioè il pene della madre, concretizzato in un oggetto che per qualche verso possa essere collegato alla madre: il feticcio permette una gratificazione libidica reale attraverso un oggetto-che-non-c’è, un oggetto toccato, manipolato, vissuto illusoriamente come concretizzazione dell’oggetto che non c’è (la madre assente e il pene inesistente della madre): la costruzione del feticcio corrisponderebbe in definitiva ad un rapporto contraddittorio con la realtà in cui viene resa sopportabile, attraverso il diniego e attraverso la gratificante scarica sessuale dell’eccitazione, la realtà dolorosa della separazione\castrazione. Il carattere intermedio e contraddittorio che è tipico del fenomeno feticistico descritto da Freud come compromesso fra percezione indesiderata e desiderio, si può forse ritrovare attraverso questa linea di pensieri in alcuni dei disturbi presentati da Asmit: lo ritroviamo nel suo approccio alla conoscenza della realtà che rimane superficiale ( il dietro piuttosto che il dentro del corpo umano) e parziale (il dietro del corpo piuttosto che il davanti che contiene davvero l’informazione), o nella sua grave dislalia, compromesso fra comunicazione e silenzio, o nella sua disgrafia, compromesso fra saper scrivere e non saper scrivere, fra germe di simbolismo del segno grafico che permette di tollerare l’assenza e necessità della presenza della persona perché esso sia reso comprensibile. Possiamo pensare a questo tipo di organizzazione come a qualcosa che potrebbe essere chiamato “il modello feticistico-perverso” e che si pone a metà strada fra presenza ed assenza: come l’Isola-che-non-c’è di Peter Pan, paradosso logico che permette al bambino di non crollare psichicamente per il dolore dell’abbandono materno, a prezzo però di misconoscere la realtà e bloccare la propria crescita.
Dopo la lunga permanenza in questa fase, compare in Asmit un’evoluzione che preannuncia il superamento graduale, negli anni, del modello feticistico: dal piacere autoerotico procurato attraverso il peluche o la bambola, oggetti concreti che reificano l’assenza, il paziente, diventato preadolescente, passa alla gratificazione erotica ottenuta attraverso delle fantasticherie che si appoggiano su delle fotografie di donne, fino alla fantasticheria che da sola accompagna i momenti di autoerotismo.
L’ultimo periodo è infine caratterizzato da un vero gioco simbolico con la Barbie che prima veniva usata per un accenno di masturbazione, significativamente alla fine delle sedute, il momento della separazione: riponendola dopo il gioco nell’armadio Asmit sospira: “Se fosse una ragazza vera! magari!”
Questo percorso verso la simbolizzazione viene idealmente concluso dalla lettera che il ragazzo scrive, ormai quindicenne e prossimo alla conclusione del nostro lavoro terapeutico, ad una valletta televisiva di cui si è procurato l’indirizzo: la comunicazione grafica nella forma della lettera indica la rinuncia ad essere presente per renderla comprensibile con la verbalizzazione, mentre il sentimento di trepidazione per la possibile, ma non certa, risposta annuncia l’apparire del desiderio , il riconoscimento dell’assenza e la tolleranza dell’attesa.
Il bambino dei fili
Quello che ho soprannominato “il bambino dei fili”, ha otto anni e lo chiamerò Gigi, associando questo nome ad un noto cartone animato che ha per titolo “Gigi la trottola”. Gigi infatti è proprio una trottola. Durante la seduta è incontenibile, si muove in continuazione e si arrampica dappertutto mettendosi anche in situazione di pericolo. È figlio di una mamma che si è trovata ad affrontare da sola la nascita del bambino in quanto il padre, parecchio più anziano di lei, era a quel tempo ancora sposato con un’altra donna. Poco dopo il parto alla donna viene diagnosticato un tumore al seno per cui viene immediatamente operata. Il bambino viene affidato ad una zia materna, affiancata dalla nonna e quando la mamma torna a casa dall’ospedale all’inizio sente il piccolo come un estraneo, mentre il padre, che nel frattempo è andato a convivere con loro, non si occuperà mai di questo bambino di difficile gestione. Gigi è un bambino simpatico e sveglio, ma ha sempre dato problemi per l’irrequietezza motoria che lo caratterizza. In seduta c’è qualche accenno di gioco che contiene un germe di simbolizzazione: al lavandino riempie d’acqua bicchieri e tazzine e ogni tanto beve tutta d’un sorso, avidamente, l’acqua che vi è contenuta. Ma soprattutto corre nella stanza in tutte le direzioni, quasi a riempire lo spazio con la propria presenza corporea. Dopo circa un anno di terapia compare per tre sedute di seguito un’attività particolare: Gigi riempie la stanza con un sostituto simbolico del proprio corpo in movimento tendendo una specie di ragnatela tridimensionale : presi dei gomitoli di lana che erano a disposizione tra il materiale di gioco ne fissa i capi ad ogni possibile appiglio e tende dei fili costruendo una gigantesca struttura di fili tesi ed intrecciati in tutte le direzioni, dal soffitto al pavimento alle pareti, e poi tra finestre, porta, scrivania, sedie, tavolini. Tutto lo spazio risulta “riempito” di fili che corrispondono ai percorsi che prima il bambino tracciava col suo corpo correndo nella stanza per ogni dove e arrampicandosi fin dove riusciva ad arrivare.
Potremmo leggere questo “gioco” come la creazione di una struttura riempitiva, formata dall’insieme delle scie, tracciate dai suoi movimenti, a cui viene data una forma di rappresentazione simbolica. Nella seduta successiva a queste tre, il bambino propone un tranquillo gioco da tavolo che esegue stando compostamente fermo e impegnando una grande concentrazione. Voglio ipotizzare che il bambino col gioco dei fili avesse in qualche modo saturato un suo bisogno di contenimento: lo spazio non era più un vuoto misterioso e sconosciuto in cui rischiare di disperdersi, ma un vuoto padroneggiato e quindi rassicurante. Un secondo momento importante nella terapia di Gigi avviene nella seduta immediatamente successiva. Il bambino ripete il gioco con l’acqua che spesso faceva: al lavandino riempie vari contenitori e beve un’impressionante quantità d’acqua. Poi per la prima volta verbalizza quello che sta facendo identificando con chiarezza il suo problema e fornendosi una specie di auto interpretazione (io mi ero sempre limitata a parlare genericamente della sua fame di latte e di mamma). Mi dice infatti che quello che ha bevuto è “il calmante” e aggiunge: “ne ho bisogno perché sono sempre nervoso e agitato”.
L’ipotesi suggerita da questa storia è che alcuni bambini iperattivi vivano un’intollerabile sensazione di vuoto, sia interno che esterno, per una carente esperienza di rapporto con una mamma che contenga di fuori e riempia di dentro, una mamma che fornisca una specie di doppia pelle: quella esterna che il bambino percepisce quando viene accarezzato e contenuto dagli abbracci e quella interna costituita dalla mucosa dello stomaco avvertita attraverso la sensazione di pienezza. In questo modo la mamma dà al piccolo compattezza e forma, permettendogli di provare un senso di sé come corpo che si sente e sente di esserci. Nei primi mesi di vita uno dei compiti del datore di cure è fare da pelle al bambino inerme anche in senso metaforico, proteggendolo non solo dai pericoli, ma anche da stimoli troppo forti come un rumore eccessivo o angosce devastanti. La funzione di barriera parastimoli e di contenimento emotivo da parte della madre consiste, oltre che nell’azione di filtro rispetto a stimoli troppo numerosi o troppo intensi, anche nella rassicurazione e nella consolazione, ma soprattutto nell’attribuzione di un senso a quello che sta succedendo al bambino perché egli non sia preda di un terrore senza nome. Il fallimento della funzione parastimoli (che è insieme di holding, in termini winnicottiani, e di rêverie in termini bioniani) può essere legato ad un problema della madre-ambiente o ad una particolare sensibilità del bambino, ma il risultato è che il bambino viene invaso da stimoli ed emozioni troppo forti che scatenano reazioni eccessive ed incontrollate. In presenza di un bambino eccitabile e fragile la madre dovrà attivarsi in misura maggiore. Se questa sintonizzazione con le necessità del bambino non avviene il bambino non si sentirà contenuto: non sentirà raccolto e spiegato questo insieme di tensioni interne che lo attraversano né da una mamma- pelle contenente, né da una mamma-pelle filtrante. Il bambino si sentirà allora esplodere in mille pezzi e disperdersi nello spazio o precipitare, non tenuto, in una specie di vuoto totale. L’ipotesi di Misès (1996) che riprendo a proposito di Gigi è che in molti di questi bambini ci sia la necessità di colmare lo spazio esterno vuoto che non li tiene e non li contiene attuando un movimento afinalistico che riempia lo spazio come forma di autocontenimento. Inoltre, pensando a Gigi e ad altri bambini iperattivi che ho seguito, ma anche a quanto riportato da pazienti adulti che sono stati dei bambini-trottola, mi sembra di poter avanzare un’ ulteriore l’ipotesi, cui ho prima accennato: che questi bambini presentino una particolare caratteristica anche sul versante orale, quella di un’avidità che non pare avere tanto un aspetto pulsionale, ma di rimando enterocettivo nel percepire, attraverso il senso di pienezza, la mucosa del proprio stomaco come una seconda pelle che insieme alla prima contiene il corpo e lo compatta. Pensiamo ad un doppio stampo che dia forma e compattezza al corpo. Per rendere l’idea ricorro ad un ricordo personale. A scuola, alle elementari, ci insegnarono a creare le statuine del presepe: fatto uno stampo immergendo in un blocchetto di argilla la statuina da riprodurre perché si formasse il calco, questo veniva riempito di una pasta di polvere di gesso sciolta con un po’ d’acqua. Si inseriva poi una piccola massa ogivale di argilla, così che le statuine si formavano attraverso il consolidamento del gesso contenuto in questa specie di doppio stampo, interno ed esterno. La piccola massa ogivale mi fa pensare a quanto afferma Gaddini nel lavoro sulla genesi delle forme rotonde riguardo al Sé primitivo che si formerebbe intorno alla “beante cavità gastrica”.
Forse questi bambini carenti di capacità rappresentative per sentirsi esistere hanno però bisogno di sentire concretamente le pareti dello stomaco, e per questo ricorrerebbero ad un completo riempimento dello stesso. Efficacemente Gigi definisce “calmante” la grande quantità d’acqua che ha ingerito, che ha avuto certo un aspetto detensivo rispetto alla muscolatura dello stomaco, ma che forse lo ha anche fatto sentire consistente, conformato attraverso la sensazione di un doppio contenimento, interno ed esterno, che annulla il terrificante senso di vuoto e di dispersione del Sé. Anche il deficit attentivo spesso presentato da questi bambini potrebbe essere letto come paura del vuoto, in questo caso del vuoto mentale. È necessario fare vuoto nella propria mente per permettere all’altro e alle parole dell’altro di farsi strada. Danon Boileau (comunicazione personale) ipotizza che la cosiddetta difficoltà di concentrazione nasca da un troppo di concentrazione su di sé e sui propri contenuti fantasmatici a scopo difensivo. Per fare spazio all’altro è invece necessario fare vuoto nella mente e mettersi in una posizione di ascolto, cioè di attesa fiduciosa di quello che dall’altro potrà venire, l’attesa che qualcosa di buono dall’altro arriverà: significa in definitiva porsi in quella condizione di passività che richiama per questi bambini l’esperienza intollerabile dell’impotenza e dell’inermità. Forse a questi bambini che si autocontengono attraverso il movimento e che riempiono difensivamente la propria mente di contenuti, manca quello che alcuni autori hanno chiamato la fiducia di base, ovvero un poco di speranza….
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*Per citare questo articolo:
Fattori F., (2026). Introduzione, Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 37-51.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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