Il Piccolo Principe.
Un bambino depresso: da un ritiro autistico ad un quadro nevrotico

di Laurent Danon Boileau

(Parigi). Psicoanalista Didatta della Società Psicoanalitica di Parigi (SPP) Linguista (Professore Emerito alla Sorbona)

*Per citare questo articolo:

Danon Boileau L. (2026). Il Piccolo Principe. Un bambino depresso: da un ritiro autistico a un quadro nevrotico. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 94-104.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

Armand è un bambino che vedo da più di dieci anni, una volta alla settimana. I suoi genitori divorziarono quando lui aveva cinque anni. Il padre, che soffre di una grave depressione, in passato aveva avuto attacchi di alcolismo. La madre è energica e intelligente. Se necessario, il padre e la madre di Armand possono venire a colloquio insieme per “fare il punto”, come dicono, sul loro figlio.
Armand si presenta come un bambino poetico e isolato allo stesso tempo, ed è per questo che mi ha ricordato spesso il personaggio del Piccolo Principe. Come vedremo, il suo problema solleva la questione della precarietà degli involucri psichici. Ma questa dimensione, che pone in primo piano la questione del narcisismo, non deve farci dimenticare tutto ciò che riguarda la formazione degli oggetti interni e il rapporto che il bambino può instaurare con essi. Nel materiale, il costituirsi degli oggetti interni è talvolta illustrato con singolare brutalità.
Quello che mi interesserà qui è il modo in cui per Armand progressivamente si delinea una “nevrosi infantile” relativamente operativa, nonostante l’iniziale esistenza di tratti autistici che rallentano il suo gioco e ostacolano la sua economia, e come ciò si accompagni ad un cambiamento nel suo uso del linguaggio.
Ma entriamo nel dettaglio. Ecco, ad esempio, la prima seduta con Armand. All’epoca aveva sette anni. È una giornata di inizio estate. Arriva con sua madre, succhiando un gelato alla fragola. Ha la panna in bocca e gocciola. Tende la mano per salutare. È appiccicosa, ma soprattutto sento questa mano fragile e disabitata. Guardo il gelato e poi gli dico che penso che dovrebbe lasciarlo durante il nostro colloquio. Poi lo prendo e lo metto in una piccola ciotola che rimane lì davanti ai suoi occhi. Si scioglie, ma se non è troppo sciolto, gli dico, potrà riprenderselo quando avremo finito.
Il setting è pronto. E il controtransfert entra subito in azione. Perché mi sento a disagio. Mi sento già come se gli stessi mentendo un po’. In effetti, cosa può ottenere dal suo gelato? Si sarà sciolto, ovviamente. Oltretutto mi dà fastidio anche questa mamma che viene a casa mia per farmi parlare con suo figlio e gli mette in bocca qualcosa che gocciola. Per non parlare delle macchie color fragola che potrebbe causare al mio tappeto. Sono consapevole di tutto questo. Ma solo più tardi, molto più tardi, avrei capito che in questo disagio, in questo sentimento controtransferale, c’è senza dubbio un primo modo di dare forma al disturbo di Armand: al di là del gelato che si scioglie, devo aver reagito anche emotivamente, quasi fisicamente, a qualcosa che, in Armand, rischia di sciogliersi e di disperdersi. In modo probabilmente piuttosto primitivo, attraverso un controtransfert sul registro della sensazione e non dell’affetto, ero sensibile al fatto che qualcosa nella realtà oggettiva (il gelato) costituiva una metafora dello stato interno primitivo di Armand. Perché quello che mi faceva effetto non era tanto il fatto che il gelato si sciogliesse, ma che Armand si sciogliesse, che i suoi contorni fossero così molli. Ma quando ho messo il gelato nella coppetta, ovviamente, non mi accorgo di nulla di tutto ciò.
Sarà la madre la prima a parlare delle sue preoccupazioni nei confronti di Armand. Parlerà di come lui si comporta con gli altri bambini. A scuola, ad esempio, si sente particolarmente solo. Dopo aver sviluppato un po’ questo tema, rimane in silenzio. La conversazione cade. Allora parlo con Armand e gli chiedo se sa perché è lì. Mi risponde senza esitazione che “infatti non riesce a dormire perché i suoi genitori hanno la televisione in camera ed è sempre accesa. Va tutta la notte”. “Fanno rumore con la televisione – dice – e mi dà fastidio perché non riesco a sentire i sogni che ho tutto solo nella mia testa”. La scena primaria ovviamente, e per di più troppo calda, troppo rumorosa, troppo presente. Ma credo che ci sia di più. C’è questo riferimento alla realtà dei rumori, questo modo di dire che provengono dalla TV. Non dice, come farebbe un bambino più banalmente nevrotico, che ci sono strani rumori provenienti dalla camera da letto dei suoi genitori, per esempio. Sta parlando della televisione. Inoltre offre una sorta di teoria della sua sofferenza. Mi racconta come e perché il suo spazio interiore di simbolizzazione è minato. Il suo spazio interno si frattura (non riesce più ad ascoltare i suoi sogni) quando la realtà della coppia genitoriale formata dalla madre e dal suo compagno produce questo rumore televisivo troppo invasivo e troppo identificabile. In quel momento non riesce più a prestare attenzione alle proprie produzioni psichiche. Ecco, senza che me ne rendessi conto in quel momento, sono un po’ preoccupato. Senza dubbio è l’eccessiva leggibilità del materiale in questione e l’eccessiva intelligenza che Armand può avere del suo processo psichico. C’è qualcosa della genialità psicotica del poppante saggio di Ferenczi in lui.
Ma ascoltiamo il resto.
Armand cambia argomento. Pur rimanendo sempre nel registro delle paure, mi parla di suo fratello. Ha un fratello maggiore a cui piace spaventarlo dicendo “hoo”. E per farmi vedere come suo fratello fa per spaventarlo uscendo velocemente dall’ombra per attaccarlo alle spalle, si alza dal suo posto, apre la porta del mio ufficio, vi si nasconde dietro e torna nella stanza all’improvviso facendo a sua volta vari ” hoo”, le dita ritratte come artigli di animali. Qui il tono del discorso cambia. Il processo prende un corso che mi rassicura, perché l’ansia espressa diventa più familiare, più ordinaria, allo stesso tempo questa nuova scena con il fratello costituisce una continuazione di quanto appena detto, una trasformazione dell’angoscia causata dai suoni della TV nella camera dei genitori. C’è quindi un movimento processuale. Con un po’ di ottimismo potremmo vedere questo gioco con il fratello come un tentativo di controllare l’ansia causata da ciò che arriva dalla camera dei genitori. Inoltre, questa volta, mimando la scena, è lui l’aggressore che cerca di spaventare qualcun altro. L’orizzonte nevrotico e il suo corteo difensivo sono quindi in vista. Ma una cosa mi preoccupa. È perché Armand non può raccontarmi semplicemente di questo gioco con suo fratello. È costretto ad alzarsi per mimarlo, tanta è l’emozione provocata dall’evocazione di questa seconda scena. E nemmeno questa rappresentazione mimica lo calma. Perché non appena ha finito di mostrarmi come lo spaventa il suo fratello maggiore, Armand si lancia in un discorso contorto, quasi logorroico, un discorso, che a volte faccio fatica a seguire perché è costellato da giri di parole strani che rendono difficile la comprensione. Ma questa non è la parte più confusa. Il peggio è quando lo interrompo per dimostrargli che c’è qualcosa che non ho capito. Allora si ferma, arriccia il naso, mi guarda come un insegnante infastidito da uno studente che lo interrompe, ed è lui che poi mi dice “che dici? Non ho capito”. Come se fossi stato io a fargli un discorso complicato. La velocità con cui inverte le nostre posizioni e mi riflette la sua incomprensione come un’immagine speculare alla mia, aumenta ulteriormente la mia perplessità. Quando finalmente si calma, mi dico che forse è semplicemente parlare con me che lo eccita. Allora gli chiedo se gli piacerebbe leggere o scrivere qualcosa. E anche se mi dice di “no”, poiché desidero comunque vederlo concentrarsi su qualcosa che metta un po’ di distanza tra noi, mi ostino a fornirgli delle matite colorate proponendogli non di scrivere ma di disegnare. Ci pensa per un attimo, poi la sua risposta mi sorprenderà: suggerisce di disegnare qualcosa con il suono ‘A’. Certo, questo è una sorta di compromesso tra disegno e scrittura, ma ammetto che mi è capitato raramente di incontrare un bambino che disegna un disegno in base ai suoni contenuti nella parola che gli corrisponde. Quindi suggerisce di scrivere qualcosa che contenga il suono “A” e domanda a me e a sua madre di dargli dei suggerimenti; visto il nostro silenzio lui stesso suggerirà “ananas” aggiungendo subito che “non è un granché”. Io suggerisco allora “albicocca” e poi “aluette”. “Alouette”, come sappiamo, è anche una canzone francese e il testo è abbastanza crudele (“Alouette, gentile allodola, allodola, io ti toglierò le penne”; ogni verso suggerisce che venga spennata una parte particolare del corpo dell’animale: il becco, la testa, le ali, la coda). Non sono particolarmente contento della mia associazione controtransferale… I nostri percorsi inconsci evidentemente si inseguono da vicino perché lui comincia a canticchiare la melodia del canto dell’allodola dicendo “Ah sì, allodola, come nella canzone”. Senza dubbio imbarazzata da questa condivisione sadica tra noi, la madre interviene allora per dire “Potremmo anche dire A come Armand” al che quest’ultimo risponde “Va bene, mi disegno”. Ma aggiunge subito: “Mi disegnerò con gli errori, sarà più divertente”. Anche questa non è una riflessione banale. Senza dubbio ha nella memoria quei disegni di oggetti familiari disseminati di vari errori che i giochi dei diari per bambini offrono alla comprensione dei loro lettori. Ma come farà a creare questo autoritratto con errori? Ovviamente il compito è troppo difficile, perché cambia idea e poi dice “No. Prima costruirò una moto con degli errori. E disegna una bicicletta con un pesce al posto della sella e una ruota a terra. Poi mostra il disegno a sua madre e le chiede di scoprire cosa c’è che non va. “Pesce, suggerisce?” E poiché il dialogo tra loro continua e io ne sono escluso, dico allora alla madre che trovo che Armand abbia il senso dell’umorismo (penso al pesce messo al posto della sella) ma che sembra soprattutto volermi mostrare come parla con sua madre escludendomi dalla conversazione. Allora gli chiedo, pensando ad un altro gioco visivo (il confronto di immagini simili, fino a sette dettagli) “E tu quante differenze hai con tuo fratello maggiore?” mi guarda, cogliendo il legame che ho appena stabilito tra, da un lato, il suo rapporto con un fratello maggiore che gli fa da modello, e dall’altro l’idea di disegnare sé stessi con gli errori. Ma non dice nulla. Poi si volta dall’altra parte, improvvisamente sembra altrove, un po’ abbattuto. Penso a questa ruota forata mostrata nel disegno della bicicletta e a ciò che rappresenta dei suoi movimenti depressivi. Di fronte a questo finale di non accettazione, gli propongo un gioco: questa volta sarò io il fratellino, ed è lui che mi insegnerà come comportarmi nella vita. La prima reazione è un rifiuto. Non può permettere che venga invertito il rapporto grande/piccolo che esiste tra noi. Fino a qui, niente di speciale. Ma è il suo modo di formulare le cose che lo è. In realtà mi dice che è impossibile, che non posso essere il più piccolo “perché”, dice, “non puoi asciugarti”. Ovviamente ho molta difficoltà a capire cosa significa questa parola in questa situazione. Ma poco a poco capisco che questo significa proprio “restringersi, rimpicciolirsi, seccarsi” allo stesso modo in cui i tessuti e le spugne strizzati di tutta la loro acqua si restringono e diventano più piccoli. Alla fine, però, si lascia convincere di essere il grande e accetta di insegnarmi a giocare con un gioco elettronico. Lui è quello che sa, corregge il mio modo di fare e ovviamente è abbastanza soddisfatto, soprattutto quando gli chiedo se un giorno potrò diventare grande come lui. Subito dopo dobbiamo chiudere la seduta. Quando gli annuncio che la seduta sta per finire, fa fatica ad accettarlo. Concludo dicendo alla madre che mi sembra bene che possiamo incontrarci di nuovo. Fissiamo il prossimo appuntamento. Sulla soglia il bambino si gira verso di me e mi chiede se voglio visitare la sua casa aggiungendo: “Sai, poi casa mia è libera. Ho anche un videogioco che è al secondo piano ma bisogna stare attenti perché c’è uno scalino che non regge bene.” Come la bicicletta con la ruota forata, come la televisione troppo alta, anche qui è la realtà inerte che dà sostanza al pericolo e alla depressione.
Vorrei ripercorrere i punti essenziali della seduta appena riportata.
Innanzitutto c’è il modo in cui Armand entra nel mio studio, la sua presentazione iniziale: il gelato che si scioglie mi sembra manifestare qualcosa di molto profondo, sul registro di quello che Piera Aulagnier chiamava l’”originario” e che Didier Anzieu definiva in termini di Io-pelle. È allo stesso tempo una metafora del suo tono di base e della precarietà dei suoi involucri, ma questa passività si mescola anche con una dimensione di provocazione leggermente aggressiva. Ed è anche una bella immagine del modo di fare della madre, che può mettergli in bocca qualcosa che si scioglie e macchia per impedirgli di parlare e impedirgli di poter entrare in un dialogo sereno con un terzo.
Poi c’è la consapevolezza che Armand può avere delle sue difficoltà: il modo in cui ricerca immediatamente la scena primaria, senza una minima copertura, senza la minima presa di distanza, senza la minima rimozione. E infine il modo in cui questa scena primaria è ambientata in un pezzo di cruda realtà: la televisione. Niente a che vedere con un bambino che sentisse dei rumori provenire dalla camera dei genitori e che immaginasse dei mostri che divorano i neonati. Lì saremmo usciti dal registro della sensorialità per accedere a quello delle fantasie violente nel dominio della pregenitalità. Saremmo già in un paesaggio kleiniano. Per Armand si tratta di rumori reali provenienti da un vero televisore, sensazioni di rumore. Possiamo certo pensare che la televisione costituisca un’esteriorizzazione della propria realtà psichica interna, ma non direi che sia una proiezione nel senso banale del termine. Si tratta piuttosto di un’incarnazione che si basa sulla messa in gioco delle sensazioni, in questo caso quelle legate ai rumori.
La partita con il fratello maggiore, adesso. Quando il fratello maggiore cerca di spaventarlo dicendo “hoo!” dietro a lui come un lupo. Questo gioco è abbastanza buono. Nella sequenza dei materiali citati da Armand in seduta, esso costituisce un’elaborazione, una ripresa e una trasformazione di ciò che si è appena messo in moto in casa attorno alla scena primaria. Con un ulteriore vantaggio: in questa ripresa del gioco con il fratello, quando riproduce la scena davanti a me, Armand non è più la vittima, non si sorprende. La provoca. È lui che mi spaventa. In altre parole, controlla e mi fa soffrire ciò che lui aveva subito inizialmente. Tutto questo è un buon segno. Quello che invece mi sembra un po’ meno vero è che Armand non si limita a raccontarmi l’episodio, sente il bisogno di alzarsi, di usare le sue capacità motorie e di recitare, il suo bisogno di mimare tutto. Come se il racconto attraverso le parole non avesse un sufficiente valore elaborativo. A ciò si aggiunge una particolare qualità interpretativa del modo di giocare di Armand. Perché quando si alza e fa il lupo, ho l’impressione che non stia “giocando” a identificarsi con il fratello maggiore che fa il lupo, diventa lui il lupo! Come alcuni bambini più piccoli che presentano tratti autistici e che, per giocare a un gatto che si muove, diventano il gatto. Molti di noi hanno avuto questa esperienza con bambini di questo tipo. Ma ammetto che non riesco a collegare questa impressione controtransferale a indizi oggettivi, rispetto al modo in cui lui è preso dal mimare.
Adesso l’episodio in cui mi fa quel lungo discorso di cui non capisco molto. Dirò solo che quando lo interrompo per una spiegazione e lui dice “cosa? Non capisco!” mi sembra che stia riproducendo a posteriori un comportamento che potrebbero aver avuto con lui gli adulti. È una sorta di ecoprassia, vicina, per certi versi, al comportamento di certi bambini che presentano tratti autistici. Non c’è distanza tra il modello e la copia, c’è il collage e per così dire una riproduzione esteriore. Armand produce un’imitazione adesiva del comportamento dell’adulto che non lo capisce. Non si identifica con un adulto perplesso. Resta da capire perché Armand ricorra improvvisamente a questo tipo di comportamento. In un certo senso, rispetto al resto della seduta, questo modo di fare equivale ad una regressione. Si tratta allora di sapere perché si trova in una situazione che lo invita a regredire. Posso in qualche modo capirlo se penso che l’oggetto che sono per lui quando lo ascolto sia l’oggetto primario. E lui non può tollerare la minima distanza da questo oggetto primario. Ma quando non lo capisco e lo dico, sottolineo l’esistenza di una distanza tra noi, tra i miei pensieri e i suoi. È questo divario che non sopporta. Ed è per questo che viene portato a regredire utilizzando l’ecoprassia. Inoltre, questa ecoprassia significa che lui può diventare immediatamente me, può diventare questo oggetto primario che non lo capisce. L’imitazione adesiva abolisce la minaccia di ogni distanza tra noi. In un certo senso è saltato dentro con entrambi i piedi al mio posto, e siamo di nuovo confusi.
Ci sarebbero cose da dire anche sull’episodio del disegno, e in particolare sul suo modo di rifiutare la scrittura (non vuole scrivere) ma anche di rifiutare il disegno creativo, poiché vuole disegnare solo un oggetto che contenga il suono “A”, come se l’immagine da realizzare dovesse essere ricavata da un elenco di illustrazioni prestabilite in un dizionario. In un certo senso è una resistenza che mostra la sua ambivalenza, la sua volontà di non esporsi, e questo è un buon segno. Ma questo non regge, perché non appena la madre gli propone “Armand” lui interpreta il suggerimento come se la madre gli desse l’ordine di rappresentarsi con i suoi errori, come se dovesse raffigurare, cioè mettere sulla carta, il fatto che dentro di lui ci sono tanti errori o malformazioni psicologiche che hanno fatto sì che sua madre volesse che venisse a incontrarmi. Questo passaggio costante dal linguaggio al disegno, questa relativa indifferenziazione tra le due modalità di rappresentazione, lo ritrovo anche nel fatto che l’anomalia essenziale della bicicletta è sulla sua “sella”. E il termine è legato all’analità, ovviamente.
Ecco una seduta che si svolge circa sei anni dopo. Siamo dunque a ridosso delle vacanze di Ognissanti.
Armand è cresciuto e cambiato. Ha tredici anni. Il suo modo di esprimersi è diventato via via sempre più semplice. Ha stretto delle amicizie e la sua vita sociale si è aperta. Ma conserva delle particolarità nel suo modo di essere. Quando perde, anche solo per un po’, coloro che contano per lui, si ritrova coinvolto in movimenti di depressione e odio particolarmente forti.
Concludo con un’ulteriore seduta di questa analisi. Armand arriva riprendendo la questione ricorrente dei suoi conflitti con la madre riguardo ai suoi compiti scolastici. Mi dice che si sente molto male quando sua madre urla a causa dei compiti. Poi ci pensa e dice che in realtà lui sta male anche quando prende buoni voti e la mamma si congratula con lui. La mamma diventa troppo felice. Queste sono le sue parole. Allora gli faccio notare che nella vita di sua madre non ci sono solo queste gioie. Mi dice che non capisce cosa intendo. Invece penso che capisca benissimo e gli dico “Sai, non sei l’unica persona a cui tua madre pensa. Ci sono altre persone che le causano gioia o dolore, altre persone che ama. E poi anche per te non c’è solo tua madre. Anche tuo padre potrebbe essere contento o meno dei tuoi risultati.” Mi dice che però trova che sua madre abbia sempre dimostrazioni eccessive. Gli faccio allora notare che questo suo modo di considerare il rendimento scolastico è un mezzo per fissarsi su sua madre ed escludere tutti gli altri. Continuando in questa direzione gli chiedo se è geloso del fratello o della sorella, al che risponde di no, è la sorella ad essere gelosa di lui. Sua madre dice di preferire lui. Poi si passa a parlare del compagno di sua madre. Questa volta ammette di essere geloso di lui. Ma intanto il suo sguardo mi sfugge. “Sembra che ci sia qualcosa che ti preoccupa”, gli dico. “Preferisco sdraiarmi sul divano”, risponde. Una volta sul divano, ritorna alle esagerazioni di sua madre e ai suoi falsi scoppi di gioia. A volte avrebbe addirittura voluto uccidersi per vedere cosa la madre avrebbe detto. “Probabilmente non è l’unico modo per sapere cosa la mamma vuole veramente”, gli dico. Poi ricorda le sue discussioni con lei quando era piccolo. “A volte piangeva e poi veniva a scusarsi.” “Allora capisco – gli dico – che non sempre sei in grado di distinguere quando è per causa tua che tua madre è felice o triste e quando il suo stato d’animo non c’entra niente con te.
Nel corso di questa seduta mi sembra che il rapporto tra Armand, sua madre e una terza persona si riveli più chiaramente, nello stesso tempo in cui diventano più chiare le cause di confusione forse legate al modo di porsi della madre.
E poi, per qualche mese, ha mostrato una certa stanchezza nei confronti del nostro lavoro. Nel complesso le cose stavano andando abbastanza bene nella sua vita relazionale con i suoi amici e la sua famiglia. Anche a livello scolastico le cose andavano bene. Questo è ciò che mi ha portato ad accogliere il suo desiderio di smettere di lavorare con me.
Diciamo che Armand ha avuto un’esperienza sufficientemente buona con il dialogo analitico per poterlo utilizzare in seguito quando ne sentirà la necessità.

 

Laurent Danon Boileau, Parigi

Società Psicoanalitica di Parigi (SPP)

ldanonboileau@gmail.com

*Per citare questo articolo:

Danon Boileau L. (2026). Il Piccolo Principe. Un bambino depresso: da un ritiro autistico a un quadro nevrotico. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 94-104.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

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