Diagnosi che cura e diagnosi che ammala

di Carla Busato

(Roma). Membro Ordinario con Funzioni di Training e Analista b/a della Società Psicoanalitica Italiana

*Per citare questo articolo:

Busato C. (2026). Diagnosi che cura e diagnosi che ammala. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 141-156.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

Ci vuole una coppia… per ballare! Ripeteva una paziente parlando della sua storia drammatica. Ci vuole una coppia per apprendere a vivere o ancora di più un ambiente capace di favorire la danza. Nella danza c’è una rappresentazione di un ‘noi’ che si costruisce, che può raggiungere livelli di consonanza, ma che è sempre intessuto della ricerca di un’armonia corpo-mente nella quale si intravvede ciò che si può costruire, come ci si lascia andare all’altro, quali figure possono nascere. Tutto anche senza una parola. Eppure quando riesce si tratta di una comunicazione vera, profonda, bella. Quante relazioni per le cause più diverse, dai problemi organici, alle situazioni conflittuali, alle patologie vere e proprie del sistema familiare, ai lutti, o alle esperienze traumatiche, non sembrano più all’insegna della sana dissociazione naturale funzionale alla crescita, ma entrano a fare parte di una dissociazione patologica, nella quale l’altro diventa figura di collusione. Sembrano crearsi così percorsi relazionali che, se continuamente alimentati, si posizionano più sul negativo, portando a incomunicabilità e quindi a veri e propri blocchi. Per questo ho pensato di introdurre il tema della diagnosi avendo accumulato negli anni molta esperienza di come, se questa viene ben fatta, possa realmente curare, aprire alla danza della vita o al contrario, se non buona, dare avvio ad una serie infinita di passi sbagliati che creano inciampi, se non cadute a volte sempre più gravi. Molto spesso il tempo, la tranquillità, il fare rete con i colleghi, il creare uno spazio per pensare e studiare assieme risulta difficile da realizzare, e questo può rendere molto più complesso il fare diagnosi accurate e che siano di aiuto. Tenendo a mente la danza, penso a Tronick e Stern, che parlano di danza interattiva rispetto alla relazione madre-bambino, ma va tenuto presente che l’impasto di passi di crescita avviene non solo tra la madre e il bambino, ma anche con le babysitter, nei nidi, nelle materne, con i pediatri, con noi psicoterapeuti e psicoanalisti e via via in tutti i luoghi di crescita in un continuo ‘apprendimento ad apprendere’ nella costruzione di un modo di essere e pensare per una buona vita. Con questo immediatamente segnalo il mio vertice di lettura che fa di mente-corpo, cognizioni e affetti, natura–cultura, un tutto unico che si forma già dal concepimento, quale prima qualità relazionale che si plasma sin dal tempo della gravidanza e gode poi di tutti gli incontri che via via costruiscono il cervello di ognuno, come scrive Magistretti (A ognuno il suo cervello, 2008). I bambini imparano chi sono attraverso gli occhi, i gesti, lo sguardo, le tonalità della voce e la prosodia dell’altro e imparano velocemente che cosa aspettarsi dagli adulti. Non mi stanco mai di scrivere e di ripetere quanto le nostre esistenze, i nostri cervelli, il nostro soma, siano sistemi complessi che si modificano, si organizzano e si riorganizzano nel corso di tutta la vita, sotto la spinta di ogni esperienza, affettiva, somatica, sensoriale. Siamo flussi di informazioni, connettomi, sempre cangianti, tra genetica, cultura, ambiente, in continua interazione tra loro. Ormai tutte le ricerche più importanti in questo ambito, psicoanalitiche, ma anche della psicologia evolutiva o cognitivista o delle neuroscienze, studiano in modo sempre più raffinato il costituirsi della mente sin dalle primissime relazioni madre bambino, relazioni che iniziano in utero attraverso particolarissimi canali ‘fisici’. Non solo si parla di una consegna di generazione in generazione di determinate caratteristiche emotive di funzionamento, anche l’epigenetica ci dice qualcosa a questo proposito, ma una grande quantità di studi degli ultimi trenta anni e di ricerche in campo evolutivo e neurobiologico postula che il cervello umano sia biologicamente progettato per essere strutturato dalle esperienze sociali. La maturazione del cervello e la sua capacità di attuare modulazioni dipendono dall’effettiva presenza di un ambiente umano capace di creare relazioni. Per questo   mi spingo ad una lettura di ciò che può accadere quando ci si trova di fronte ad una diagnosi che poco ha a che fare con la persona che ha chiesto aiuto.

Parlerò per questo di Carlo che dalla nascita fino ai tre anni subisce, per poter sopravvivere, più interventi chirurgici non facili, che se da una parte sono per la vita dall’altra lo immettono in una odissea di sofferenza e di rapporti con l’altro che   paradossalmente si avvicinano all’abuso, avendo dovuto sottostare a tutto ciò che comporta l’essere curato, ospedalizzato, sottoposto appunto a interventi chirurgici con conseguenti iniezioni, flebo, ecc. Raccontano i genitori che a volte, quando il bambino aveva ormai tre anni, hanno assistito al suo divincolarsi, sferrare calci, con ben quattro infermieri che tentavano di tenerlo fermo e bloccarlo per inserire il catetere necessario per la cura… Quale danza relazionale si è avviata, che cosa diventa per Carlo l’altro e quale lo sguardo dell’altro che su di lui si posa, lo nutre, lo sguardo dei genitori che non può non contenere angoscia, paura, disperazione o altro… A quattro anni Carlo ormai ha smesso la lotta, ‘si è calmato troppo’, e il suo modo di relazionarsi fa insorgere dubbi. La diagnosi che gli viene fatta è di autismo. Panksepp (2014) sottolinea che la qualità di accudimento dalla gravidanza in poi compreso quello fornito dalla scuola in tutti i suoi livelli riesce a far sentire i bambini “agenti efficaci in grado di far accadere le cose nel mondo. Quando il sistema della ricerca è cronicamente ipoattivato, sperimentiamo una forma di depressione priva di speranza caratterizzata da letargia e mancanza di dinamismo” (p. 103).

I giochi di Carlo infatti non sono giochi o sembrano non essere giochi, ma ripetizioni infinite per ore; inoltre i suoi gesti sono stereotipati e sta in contatto con l’altro per tempi troppo brevi: per il resto non appare in contatto con nessuno, non parla. La diagnosi purtroppo viene confermata in un altro importante Centro di neuropsichiatria infantile e viene così sigillata una diagnosi che lo imprigiona. Si crea infatti un sistema di funzionamento affettivo, famigliare, e ambientale che si adegua più alla diagnosi che al tentare di capire realmente Carlo e la sua vicenda traumatica… Va da sé la descrizione di come sia stato difficile lavorare ad un cambio di sguardo su di lui, da parte di tutto l’ambiente, dalla famiglia alla scuola, tanto più che i centri consultati erano importanti e che la famiglia aveva stabilito un buon legame di fiducia con essi.  Come si può mettere in dubbio una diagnosi? Questo è stato parte del grosso e delicato lavoro fatto con la dottoressa che ha iniziato a seguire Carlo e che ha chiesto la mia supervisione sentendosi lei pure fra Scilla e Cariddi. Un lavoro inizialmente di osservazione, di costruzione di una accoglienza autenticamente accogliente provando a dar vita ad una danza con lui, aiutandolo ad uscire dal ‘luogo della paura’, come lo chiama Music (2020), nel quale l’esperienza traumatica della malattia l’aveva sospinto e paralizzato, consegnandogli una lettura della realtà pericolosa e persecutoria. Il nostro sguardo non vedeva Carlo come un bambino autistico, forse spaventandolo ancora di più, come ripete Badaracco (2006), ma cercavamo di trovare in lui una scintilla da riaccendere per iniziare l’uscita dal luogo della paura. Sempre Badaracco sottolinea che “il modo in cui si guarda il paziente racchiude in sé molteplici componenti e una di queste è fondamentalmente la paura. I famigliari hanno paura che questo figlio che si è ammalato non si possa più curare, hanno paura di aver perso un figlio. E la paura che si genera attraverso lo sguardo ha un potere di far ammalare molto più grande di quello che hanno le parole stesse, perché le parole si possono discutere, mentre è molto più difficile parlare dello sguardo” (ibidem, p. 18). Non entro ulteriormente nel merito per motivi di privacy e perché spero che la dottoressa che ha aiutato Carlo, prima o poi trovi il coraggio di scrivere lei stessa l’esperienza fatta. Come se fosse l’inizio di una danza si è vista intessersi una relazione tra il bambino e la sua terapeuta attraverso una lettura diversa delle stereotipie, delle assenze, dell’intermittenza relazionale, finalmente liberata dal marchio senza futuro di ‘autismo’, così come veniva vissuto e proposto da tutti; invece veniva restituito valore all’esperienza traumatica che – complice pure la diagnosi – appesantiva le relazioni già non sane del bambino, incastrandolo sempre più nell’identità di  bambino malato e deludente a cui non si poteva chiedere più di tanto, e sul quale era inutile investire.

La dottoressa è stata capace di lavorare con lui portandolo con rispetto e senza intrudere a sentirsi competente, a sperimentarsi in un nuovo linguaggio relazionale e via via a poter entrare sempre più nel gioco vero, non più in quello legato solo a ripetizioni infinite, interpretate dall’ambiente come conferme dell’autismo. Lo sguardo su di lui diverso, libero da precomprensioni svianti, ha permesso infatti lentamente anche la creazione di un vero gioco dove pure il piacere ha avuto il suo posto, insieme all’allegria e alla risata contagiosa e dove hanno trovato spazio anche le paure e la rabbia. Finalmente Carlo, come scrive la dottoressa, è pian piano diventato con nostra profonda commozione un ‘bambino vero’.

Riporto uno stralcio di un colloquio con i genitori che mi sembra dica il miracolo avvenuto, perché il ‘bambino vero’ non è diventato tale solo nella stanza di analisi, ma è diventato in qualche modo via via curativo per l’ambiente stesso, dalla famiglia, alla scuola, agli amici. La mamma durante il colloquio narra dei tantissimi progressi del bambino, di quanto Carlo sia diventato intraprendente, socievole, divertente, spiritoso e loquace. “La mamma me lo descrive – dice la dottoressa – come un bambino vivo e pieno di vita, curioso e pronto a sperimentarsi e mettersi in gioco, notiamo sempre di più l’emergere della sua personalità, del suo carattere, è molto giocherellone, buffone… se penso all’anno scorso noto una differenza abissale, sembrano due bambini diversi… noi ce lo stiamo godendo, stiamo davvero mettendo da parte quello che sentiamo, tutte le nostre preoccupazioni… le cose che ci hanno detto in ospedale non sono state per niente positive e  viviamo  ancora dentro questo conflitto… c’è una parte di noi che è ancora terrorizzata, spaventata da quello che potrebbe succedere e rassegnata e l’altra parte che invece lo vede così pieno di vita e rinato che ci fa allontanare questi pensieri, ma anche intristire perché pensiamo poi a cosa deve andare di nuovo incontro e quanto male nuovamente debba sopportare a livello fisico… Insomma Carlo è fiorito, è sbocciato, è un bambino per certi aspetti sano… perché stanno emergendo queste parti sane in lui e si stanno invece affievolendo e quasi scomparendo tutte quelle cose che facevano pensare all’autismo o comunque ad un ritardo grave e irrecuperabile… Difatti – continua la mamma – io mi chiedo tante cose che ancora non so spiegarmi bene rispetto alle diagnosi e a tutto quello che ci è stato detto su di lui…”.

Ho scritto molto a lungo perché il lavoro con Carlo e la dottoressa non è stato facile: una ragnatela da sbrogliare non priva di dubbi e incertezze, preoccupazioni, che la dottoressa con vitalità e creatività è riuscita a sciogliere dando vita a un’altra rete relazionale che ha realmente tolto Carlo dal ‘luogo della paura’ come testimoniano i genitori. Anche loro hanno dovuto trovare il coraggio di uscire dalla diagnosi infausta e modificare il loro sguardo sul figlio e iniziare a dargli fiducia come pure le insegnanti e tutto l’ambiente attorno. Ognuno invitato ad uscire dal suo luogo della paura.

Anche la storia di Roberto, tra le molte che ho incrociato, è emblematica delle difficoltà che possiamo creare tutti noi che lavoriamo nella cura se per mille motivi non prestiamo un profondo ascolto a tutto ciò che il malessere di un bimbo segnala. E quanto le nostre scelte di lavoro e la nostra comprensione delle situazioni difficili possano aiutare la vita.

Roberto ha due anni quando vengo interpellata, perché non parla. Emette suoni in grande quantità, ma non articola nessuna parola. Parlo con i genitori che mi raccontano di crisi convulsive che lo prendono quando ha la febbre e a volte anche senza febbre con tremiti particolari. Viene portato al pronto soccorso ogni volta che subentra la crisi e poi viene affidato ad una neuropsichiatra infantile. Questa allarma molto i genitori, arrivando anche a trattarli in alcuni momenti con durezza dato che Roberto è incontenibile e minaccia gli oggetti dello studio. Parla loro di un bambino con gravi problemi, colpevolizzandoli. Fa fare una serie infinita di accertamenti, tali per cui alla fine Roberto si dispera solo alla vista di un camice bianco, ma non si arriva a nulla se non a vederlo sempre più come un bambino incontenibile, che rompe tutto, un bambino grave. La diagnosi che viene fatta alla fine è di presenza di crisi convulsive che verso i sei anni con la crescita passeranno, mentre i genitori vengono accusati di essere troppo apprensivi e di permettergli tutto… I genitori mi telefonano ogni tanto per confidarsi ed io tento di dare indicazioni più precise di cura, ma scopro per vie traverse che si sono rivolti privatamente ad un Centro dove vengono indirizzati ad una psicoterapia e a una logopedia. Continuo ad avere a mente la situazione, ma do credito al lavoro intrapreso fino a quando non essendo per nulla tranquilla su ciò che mi viene riferito rispetto allo stato di Roberto mi informo meglio sul funzionamento di questo Centro e mi rendo conto della poca preparazione delle persone che vi lavorano. Decido quindi di convocare i genitori e, non senza difficoltà varie, li convinco a far rivedere il bambino in un Centro diretto da un collaboratore di Rizzolatti e Gallese. Una coincidenza fortunata averlo appena incontrato ad un convegno. Finalmente in pochissimo tempo viene fatta la diagnosi: Roberto ha ormai quattro anni e mezzo ed è affetto da epilessia notturna. Gli viene dato il farmaco adeguato e contemporaneamente viene seguito al Centro inizialmente con una tecnica di stimolazione-logopedia specifica per quell’area individuata per il linguaggio. Rivedo Roberto ultimamente, mi sembra diventato un altro bambino. Non più un piccolo vagabondo incontenibile, è invece un ragazzino che non parla ancora, ma ha una sua tenuta, una capacità di relazionarsi e di mantenere il contatto, anche se scappa dopo inutili tentativi di parlare. Ad un certo punto però sento distintamente rivolto a me con un sorriso un ‘ciao’ che mi emoziona. Perché racconto tutto questo? Mi sembra anche questa una storia emblematica, che in modo anche insolito, ma forse non tanto, perché la vita è irta di sentieri anche i più inusuali non sempre facili, può evidenziare un processo di adattamento particolare tra famiglia e sistema sanitario. Penso ai fantasmi di diagnosi fuorvianti di autismo o di appartenenza allo spettro autistico fatte dai vari specialisti incontrati e che io mi sono trovata a disfare, penso alla qualità del rapporto che via via si è creato nella famiglia caricata dai fantasmi e dalle false diagnosi, penso all’attenzione a ciò che viene offerto o non offerto al bambino anche nella scuola dove viene guardato come se fosse affetto da questo marchio, penso con sofferenza agli anni persi da bambini come Roberto rispetto ad un muoversi buono nella vita piuttosto che a costruire un loro essere diversi, incapaci, un mistero.

Sander nei suoi studi legati a molte sperimentazioni afferma che “essendo il neonato un sistema dotato di energia, lancia segnali sul proprio stato, che non sono attivati dalla madre, ma dalla propria primaria attività endogena. Questa attività è orientata a far capire lo stato corrispondente, per esempio lo stato di fame, e comporta la possibilità/capacità di avviare l’azione, di mettere in moto il sé agente. Se questa possibilità viene ascoltata dalla madre si convalida nel bambino una esperienza relativa alla possibilità di avere iniziative, di essere un sé agente e se ne rafforza la capacità; se la madre sa leggere l’esperienza e dare una risposta di riconoscimento alla iniziativa del bambino e il neonato può fare esperienza di sentire riconosciuto il proprio stato, tutto ciò ha una serie di conseguenze nella comunicazione estremamente interessanti” (2008).

Eppure in questo caso madre, padre, nonni presto si sono attivati cogliendo dei segnali che li hanno preoccupati, ma purtroppo la risposta avuta dalle istituzioni non è stata di accoglienza e di comprensione nel tentativo di creare una sintonia di lavoro, una rete di aiuto.

E purtroppo l’insieme dell’esperienza, come sempre Sander ci spiega, viene sedimentata nel bambino nella forma procedurale automatica di un cambiamento corporeo, che coinvolge funzioni connesse quali il ritmo del sonno, il tono muscolare e il livello di eccitazione. Tutto ciò dà il via ad un processo di riconoscimento, direi a questo punto reciproco, che fa sì che la madre si senta una madre sufficientemente capace e che il bambino inizi a sentirsi bambino. Tronick (1999) parla di stati affettivi prolungati formati da esperienze del bambino e di esiti di riuscite o mancate interazioni tra quel bambino e quell’ambiente. “Uno stato affettivo positivo vuol dire che di fronte alle rotture, il bambino prova ad autoregolarsi, l’ambiente vede, capisce, e risponde coordinandosi col bambino che si riorganizza. Stato affettivo negativo vuol dire invece che il bambino prova ad autoregolarsi, il genitore non comprende o fraintende, il bambino crea un umore negativo, diventa irritabile. Gli stati negativi o positivi danno vita a memorie procedurali e a un deragliamento dello sviluppo”. Music riporta nel suo libro Nature culturali (2020) ricerche su bambini della Romania, istituzionalizzati a lungo. Essere stati esposti a un accudimento inadeguato per anni ha portato a problemi irreversibili: si dimostra così come le esperienze precoci prolungate, seppure dimenticate, pervadono e determinano lo sviluppo della nostra vita. “Essere esposti a stati affettivi negativi porta a sviluppi distorti che possono riguardare il livello cognitivo, con deficit comportamentale, con difficoltà a leggere la mente degli altri, con una incapacità di integrare e riparare tali disorganizzazioni per sempre”. Music aggiunge anche che “la forma peggiore di trauma interpersonale è forse quella causata da chi accudisce il bambino: quando la figura di accudimento si trasforma in abusante, il mondo diventa pericoloso e imprevedibile. L’abuso grave comporta il vivere nella paura ed il sentirsi impotenti e causa vergogna, rabbia, senso di tradimento e infine rassegnazione è […]. Il bambino traumatizzato diverrà facilmente iperattivato e vedrà minacce ove non ve ne sono, il che porterà ad una escalation di comportamenti di sfida. I bambini che hanno subito comportamenti abusanti o sono stati trascurati leggono la mente dell’altro da un ‘luogo di paura’ per evitare il pericolo piuttosto che per un interesse genuino” (Music, 2020, p. 263). Guardare e pensare gli altri dal luogo della paura nutre via via dissociazioni disadattive e impronta la qualità delle nuove relazioni, dove sempre di più il piacere e il dolore si possono mischiare in una fusione intollerabile, in una confusione, in un non senso. Panksepp (2014) afferma che: “quando siamo circondati da sicuri attaccamenti delle persone amate ci viene garantito un regalo che dura tutta la vita” (p. XVIII).

La vicenda di Roberto ha percorso altre strade rispetto a quella di Carlo. Eppure anche a lui è stata attribuita una diagnosi che continuava a rivelarsi non uno strumento per la cura… ma una gabbia. Come è avvenuto il suo riconoscimento in mezzo a quelli che lui forse ha vissuto come abusi pediatrici, alle rabbie dei genitori di non sapere che problemi avesse il figlio, alle paure di qualcosa di grave che il bambino incontrava negli sguardi e nell’insofferenza delle persone attorno? Che sensazione di essere agente nel mondo si stava radicando? La riconoscenza dei genitori nei miei confronti mi fa pensare anche ad un filo di speranza tenuto in vita riuscendo a intravvedere al di là della bizzarria nonostante tutto un bambino capace di qualcosa. L’intreccio di tutto questo costituisce le basi per apprendere a vivere, per l’apprendimento di una buona vita.

Come si è avviata la danza per Roberto, caratterizzata sin dall’inizio da un livello comunicativo carente sia per lui che per i genitori? Quali passi impossibili si sono determinati? L’essere guardato, pensato solo come un bambino con qualcosa di strano, un bambino che non risponde in modo atteso ai passi di crescita previsti, un bambino che non sostiene gli adulti nel loro sentirsi capaci, un bambino in preda alla rabbia, distruttivo, un bambino alla fine rifiutato dall’ultimo neuropsichiatra consultato perché distrugge lo studio? Nessuno si è mai chiesto quanto male stesse Roberto per comportarsi così: disperato, terrorizzato, intrappolato. Che cosa determina tutto questo rispetto ai processi di apprendimento e di adattamento alla vita?

Secondo alcune ricerche le madri rispondono ai gesti del loro bambino in un sesto di secondo e il bambino a sua volta replica in un terzo di secondo (Beebe, Lachman, Jaffe, 1997), il che fa pensare all’esistenza di un sistema interattivo più che a due individualità separate. Inoltre i neonati producono più suoni simili al linguaggio quando la madre sorride specialmente quando il sorriso è sincero (Messinger, 2001). Come ha sorriso la mamma di Roberto per le conquiste del suo bambino così difficile da decifrare? Come è stato lo sguardo di tutti che si è posato su di lui?

Per Roberto visite, prelievi, elettroencefalogrammi, ecc., erano diventati vera esperienza di abuso, così terrorizzanti che per lui iniziare a percorrere una strada somigliante a quella verso l’ospedale diventava immediatamente motivo di urla, disperazione, incontenibilità. Anche Roberto, come Carlo dichiarato ‘autistico’, avrebbe potuto smettere di lottare se non avesse trovato una situazione di accoglienza e di lavoro  in terapia e logopedia in quel centro che ha frequentato per anni, sempre felice di andarci, anche se con grande sacrificio economico e organizzativo di genitori e nonni… Forse ha potuto farlo perché circondato da inediti riconoscimenti di una sua crescita possibile… da una rinata speranza nell’ambito famigliare, di un aiuto positivo a far emergere tutto il buono possibile nonostante le difficoltà che pure persistono? Come ci ricorda Badaracco, una virtualità sana “è in realtà presente in tutte le persone, per quanto malate possano essere” (2006, p. 18).

 

Ho parlato di rischi o errori terapeutici, ma ho incontrato anche molte situazioni di lavoro serio fatto nelle istituzioni stesse.

Federica una ragazzina di nove anni con evidenti problemi di ansia, angoscia e con un malessere, che prima di tutto è famigliare per una separazione genitoriale molto difficile, riesce a convincere la madre a farsi fare una diagnosi di dislessia e discalculia perché a scuola proprio non riesce, non ce la fa ad andare e a casa non può proprio studiare. Vuole il sostegno. Avendo chiaro il quadro famigliare immerso in ricatti, liti e avvocati suggerisco di chiedere un incontro con le insegnanti di Federica per capire meglio il tutto e decidere con il loro aiuto il da farsi. La dirigente, convocati i genitori, oltre ad altri professori che seguono Federica, con decisione segnala che non c’è nessun bisogno di sostegno, perché la ragazza è una delle migliori della classe e che piuttosto deve essere seguita in terapia perché non sta bene. Quella di Federica era una richiesta di aiuto che aveva una modalità impositiva, ma che non ha trovato collusioni, e a cui è stata data la risposta corretta senza infilare la ragazza in strade ancora di più “ammalanti”.

Fare diagnosi che realmente portino ad attivare modalità relazionali e di cura che siano per la vita non sempre è così facile. Ognuno di noi presumo ha avuto a che fare con questa problematica e con tutti i dubbi, le preoccupazioni e le tensioni che ciò comporta.

Tutto questo negli anni ci ha aiutato nel Centro clinico per bambini e adolescenti e famiglie (Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche Bambini, Adolescenti e Famiglie del CdPR), a comprendere l’importanza di lavorare in  una rete, specie per le situazioni più complesse (dall’ideazione suicidaria, alle anoressie gravi, a tutto ciò che mina la vita) assieme con l’equipe che ha in carico all’interno dell’ospedale[1] i pazienti… Un lavoro questo che sempre di più fa toccare con mano quanto ancora c’è da conoscere, sapere, studiare, condividere. Quanto sia importante specie per i casi complessi, dove pure i genitori possono contribuire a far fallire i progetti di lavoro, essere insieme a pensare alla situazione per non colludere con la patologia… È stato interessante in un incontro recente su un caso difficile notare come lo stesso psichiatra fosse contento del farmaco dato sulla base di una diagnosi  esattamente rispondente a quanto il gruppo era riuscito a cogliere dello star male della ragazza in cura, e contemporaneamente come le psicoanaliste che seguivano chi la ragazza, chi i genitori, dessero  notizia di come il lavoro in rete le avesse aiutate  a sostenere una situazione così complessa e a rischio. Nel caso in questione – per certi versi emblematico di tante altre situazioni seguite – emergevano spinte distruttive e di evitamento della cura, accanto ad un livello di apparente collaborazione della paziente e della famiglia. Questo ha comportato per l’equipe (le psicoanaliste del centro clinico, il professore in ospedale con i suoi collaboratori) la sensazione di lavorare sempre su un crinale delicato, dove interruzioni o abbandoni, se non attacchi aperti, apparivano sempre in agguato.

Poter continuare a pensare insieme nelle riunioni di gruppo, a scambiare messaggi e condividere aggiornamenti reciproci, specialmente nei momenti più critici in cui la paziente sembrava peggiorare e cadere sempre più in un circolo di sintomi gravi e di sofferenza, ha rappresentato per tutti un perno saldo ed importante per non perdere la speranza e per mantenere uno sguardo lucido su tutta la complessa situazione. È interessante notare che l’inquadramento diagnostico, necessario a trovare anche la risposta farmacologica più opportuna ed efficace, si è costruito nel tempo attraverso lo stesso percorso di cura, ed ha ben funzionato proprio perché è stato protetto e tenuto vivo uno spazio di pensiero condiviso fra colleghi, ma anche e soprattutto una rete di fondo costituita da affetto, fiducia e stima gli uni per gli altri. Questo livello affettivo, il vissuto di una ‘base sicura’ (Bowlby, 1972) da cui partire, sembra aver consentito una tenuta più salda di tutti, e dunque, nel tempo, sembra aver favorito anche la costituzione di un luogo di embrionale sicurezza anche per la giovane paziente ed in parte per i suoi genitori, tutto questo a fronte di una storia familiare e transgenerazionale difficile dove quote persecutorie e minacce di abbandono o distruttività erano molto presenti.

Una rete dunque alle spalle del nostro lavorare, estremamente complesso perché rispondente a più livelli, una rete che sia pian piano sempre meno bucata, e che, come per la famiglia, perché sia funzionante necessita di dialogo, comunicazione, affetto e stima. Hill (2015) ci dice che “l’affetto è al centro del nostro essere. Ci organizza e ci disorganizza. Quando è regolato, siamo al nostro meglio rispetto all’adattamento, all’autocontrollo e all’impegno. Siamo vigili e pronti ad utilizzare tutte le nostre risorse con una sensazione di fondo di padronanza di noi stessi. Siamo disponibili alla connessione interpersonale, al gioco, e all’esplorazione. In uno stato disregolato invece non ci sentiamo sicuri, il nostro senso di agentività, autenticità e benessere è diminuito, e lo è anche la nostra disponibilità alla relazione intersoggettiva. Il nostro senso di realtà si è spento. La nostra capacità riflessiva è diminuita o inaccessibile. Le percezioni sono rigidamente filtrate” (p. 15). Tutto questo ci interroga sul nostro stato affettivo nel momento in cui accogliamo l’altro bisognoso di aiuto. Quanto siamo presenti a noi stessi e attenti a ciò che mettiamo nella relazione? E a come, con il nostro modo di essere, la facciamo funzionare.

Ciascuno di noi si può trovare in determinati momenti particolarmente complessi in stati d’animo non del tutto favorevoli alla cura. Per questo io credo che un gruppo affettivo, costituito da persone che di fondo si stimano, costituisca un fondamentale sostegno, una rete calda di circolazione di pensieri e di vita, una forza che sostiene ed aiuta a non essere operatori iatrogeni, ma persone che riescono a portare vita e a non colludere o farsi risucchiare in aree cieche o morte.

 

Bibliografia

Anserment F., Magistretti P. (2008). A ciascuno il suo cervello. Plasticità neuronale e inconscio. Torino, Bollati Boringhieri.

Badaracco Y.G. (2006). La virtualità sana nella psicosi. Relazione presentata al Centro di Psicoanalisi Romano il 6 maggio 2006, trad. ital. di Francesca Borgogno.

Beebe B., Lachmann F.M., Jaffe G.  (1997). Le strutture di integrazione madre bambino e le rappresentazioni presimboliche del sé e dell’oggetto. In Ricerca psicoanalitica, X, 1, 1999.

Bowlby J. (1969). Attaccamento e perdita. Torino, Bollati Boringhieri, 1972.

Hill D. (2015). Teoria della regolazione affettiva. Un modello clinico. Milano, Raffaello Cortina.

Music G. (2020). Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale, emozionale, cerebrale del bambino. Roma, Alpes.

Panksepp J., Biven L. (2014). Archeologia della mente, Origini neuroevolutive delle emozioni umane. Milano, Raffaello Cortina.

Sander L. (2008). Living Systems, Evolving Consciousness, and the Emerging Person. A Selection of Papers from the life Work of Louis Sander, Routledge.

Seung H.S., Ferraresi S. (2013). Connettoma, la nuova geografia della mente. Torino, Codice Edizioni.

Stern D., Bruschweiler-Stern N. (1998). Nascita di una madre. Milano, Arnoldo Mondadori.

Stern D.N. (2000). Il mondo interpersonale del bambino. Torino, Bollati Boringhieri.

Tronick E. (1999). Regolazione emotiva. Nello sviluppo e nel processo terapeutico. Milano, Raffaello Cortina.

[1] Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma – Psichiatria Clinica – area della nutrizione ed alimentazione ed area della perinatalità – Prof. Lucio Rinaldi.  

 

Mario Magrini, Venezia

Centro Veneto di Psicoanalisi

magrinimario@libero.it

*Per citare questo articolo:

Busato C. (2026). Diagnosi che cura e diagnosi che ammala. Rivista KnotGarden 2026/1, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 141-156.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

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