Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Sarantis Thanopulos
(Napoli), Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana.
*Per citare questo articolo:
Sarantis Thanopulos (2025). Il desiderio e la conservazione. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, p. 14-18.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Dobbiamo a Paola Camassa l’efficace recente richiamo al concetto di rimozione originaria: la rimozione dell’istinto nel corso dell’evoluzione naturale e culturale dell’umano che dà origine alla pulsione erotica. La graduale scoperta che la dilazione (per necessità) del tempo dell’appagamento e la tolleranza della frustrazione conseguente, consentono la costruzione più efficace delle modalità della sua realizzazione. La dilazione rende in un secondo momento possibile l’assunzione da parte dell’essere umano, come componente essenziale della propria esistenza nel mondo, di un’esperienza presente fin dall’inizio: la trasformazione sensuale della sua materia psicocorporea. L’assunzione coincide con la costituzione della ricerca di questa esperienza come spinta pulsionale erotica (radicata nei processi eccitatori corporei) che estroverte l’essere umano nel mondo.
L’esperienza della trasformazione sensuale della materia psicocorporea, punto di partenza unitario della fonte e della meta della pulsione, è fondata contemporaneamente sulla discontinuità e sulla continuità. La discontinuità mantiene viva la trasformazione psicocorporea: il cambiamento di ritmo, di intensità e di profondità, la perdita e il ritrovamento del contatto con l’ambiente trasformativo, l’ampliamento e la riduzione della sua superficie impediscono che l’esperienza sensuale si appiattisca e si esaurisca. La continuità sta nella persistenza della trasformazione che espande le sensazioni nel tempo, impedisce la loro dispersione e le unisce in una loro configurazione idiomatica, caratterizzante.
Dove l’incontro con l’ambiente trasformativo raggiunge maggiore profondità e definizione, nel punto in cui la materia umana entra in contatto coinvolgente con un’altra “materia” (umana o non umana), prende esistenza l’oggetto della pulsione. Il desiderio si configura come spinta della pulsione alla ricerca dell’oggetto (prima ancora che esso sia concepito come tale). Questa ricerca in cui prende forma il desiderio è già parte della meta della pulsione perché tende eroticamente, sensualmente la materia psicocorporea e diventa il presentimento dell’appagamento pulsionale. L’appagamento, il raggiungimento della meta, vive nel suo prima (in cui si gode del proprio desiderare), nel presente del suo compiersi, nel futuro del suo dissolversi nel piacere del vivere, nello spazio della sua concreta realizzazione, ma anche, e soprattutto, nello spazio “laterale” dell’esperienza che compiendosi resta, al tempo stesso incompiuta, aperta a molteplici connessioni, ad altre declinazioni e evoluzioni.
L’esperienza sensuale trasformativa coinvolge l’essere umano in tutti i suoi sensi inclusa la propriocezione, il respiro e le onde/vibrazioni che trasmettono il piacere in profondità e dal suo corpo si espandono esternamente, viaggiando nella vita. La ripetizione delle esperienze trasformative e il sostare in tensioni gradevoli, durature e complesse, che non ignorano la discontinuità e il dispiacere ma li includono, allontanano evolutivamente l’essere umano dal sistema omeostatico del suo funzionamento, antagonista della trasformazione e fondato sul principio di tensione e scarica. Principio che Freud dopo averlo inizialmente associato al principio di “Nirvana”, equivalente della morte psichica, ha poi, più efficacemente, definito come principio di “costanza”: l’azione stabilizzatrice che garantisce il livello minimo di investimento accordabile con la vita psichica. Non è il funzionamento omeostatico e in genere il silenziamento di un bisogno materiale a creare il senso di esistere che è costitutivo dell’umano, la forma primaria senza significanti di rappresentazione di sé e della realtà. È la nostra esperienza reciprocamente trasformativa con l’oggetto che crea il senso che esistiamo, che ciò che viviamo esiste, che l’altro esiste, che il mondo esiste. Questa esperienza animata dalla pulsione erotica che è di per sé la prima forma di pensiero e di conoscenza e rende vivibile l’affetto, costituisce lo psichico vero e proprio e la soggettività, li lega indissolubilmente alla pulsione e al desiderio.
La rimozione dell’istinto non è totale, esso resta “iscritto” nella materia psicocorporea dell’organismo umano come pulsione di “conservazione”: spinta di origine somatica di stabilizzazione dello stato di stimolazione, tutte le volte che è soggetto a perturbazioni. La spinta di stabilizzazione è gestita dalla psiche in accordo con un’adeguata comprensione e rappresentazione della realtà. Come Freud ha affermato, ne Il principio economico del masochismo, il principio di realtà – strettamente connesso sul piano economico con il principio di costanza che rispetta le condizioni oggettive dell’esistenza – deve essere al servizio del principio del piacere, legato al dispiegamento del desiderio. Ciò è in accordo con il fatto che è il desiderio ad aprirci alla vita e a produrre i processi trasformativi che ci fanno amare e conoscere la realtà. Il principio di stabilità delle condizioni oggettive della nostra esistenza non produce da solo né il senso né la conoscenza del mondo e più si dissocia dall’eros, più restringe lo spazio dell’esperienza e la comprensione della vita. Fino al punto di mettere a repentaglio la nostra sopravvivenza fisica.
La prima preoccupazione dell’essere umano non è la sua sopravvivenza fisica, ma la sua sopravvivenza psichica, la possibilità di dare senso e significato alla sua vita. Se le circostanze non gli consentono di dare un senso adeguato a ciò che vive, cioè a partire dal suo desiderio, può rifugiarsi, pur di mantenere la coesione del suo assetto psichico, in una rappresentazione impropria, irragionevole della realtà che può sfociare nella propria morte e/o degli altri. Tutte le situazioni di grave pressione psicofisica possono esitare in decisioni auto o etero-distruttive e, più in generale, la riduzione della vita individuale o collettiva alla logica della necessità materiale e dell’emergenza produce a lungo andare una cecità di visione catastrofica. La lacerazione psichica (presente nei soggetti psicotici) è un tentativo disperato della soggettività desiderante di mantenersi viva in condizioni proibitive per il desiderio. Ben più insidiosa è l’identificazione con la morte (depressione, gravi stati di anoressia) che può portare alla produzione di “morti viventi”, automi ben mimetizzati negli spazi del vivere impersonali, pronti a implodere/esplodere seminando la distruzione.
Freud ha dato una definizione esemplare della pulsione: misura il lavoro (di rappresentazione) che la psiche deve compiere in ragione del suo collegamento con le eccitazioni corporee. Questa definizione cozza con l’interpretazione della pulsione di morte come spinta biologica. Che lavoro farebbe la psiche in ragione di spinte distruttive che vengono dal corpo?
Aulagnier ha cercato di rispondere ipotizzando una differenza tra l’investimento pulsionale erotico delle zone di contatto tra l’oggetto materno e il bambino che sono sede di tensioni gradevoli e il disinvestimento, rigetto delle zone sede di tensioni sgradevoli. Nella seconda situazione la psiche non produce un lavoro di rappresentazione, buca la tela del rappresentabile[1]. Ed è la psiche, non il corpo, la fonte dell’impulso distruttivo. Anche Green, in realtà, descrive il lavoro della morte, il lavoro del negativo, dello slegamento come opera della psiche. Associandolo al “desiderio di non desiderare” (ripreso da Aulagnier) e alla de-soggettualizzazione.
Quando le relazioni di desiderio si dissolvono, la pulsione di conservazione gira a vuoto. L’apparato psichico si aggrappa all’evitamento delle tensioni e si inaridisce. La “pulsione di morte” è una difesa “autoimmunitaria” che attacca la vita psichica dal suo interno.
[1] Questa prospettiva non è lontana dalla produzione degli elementi beta, teorizzati da Bion, che sono de-significanti.
*Per citare questo articolo:
Sarantis Thanopulos (2025). Il desiderio e la conservazione. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, p. 14-18.
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