Aggressività, Distruttività e Autoconservazione nel pensiero di Lorenz e Freud: Etologia e Psicoanalisi a confronto

di Diego Spiller

(Vicenza), Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

*Per citare questo articolo:

Diego Spiller (2025). Aggressività, Distruttività e Autoconservazione nel pensiero di Lorenz e Freud: Etologia e Psicoanalisi a confronto. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 221-240.

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In occasione del convegno “Autoconservazione, tra istinto e pulsione” tenutosi nel novembre 2024 al Centro Veneto di Psicoanalisi, Patrizio Campanile, allora Presidente del Centro, al fine di stimolare la riflessione sul tema, ha espresso sinteticamente alcuni pensieri e posto un importante quesito in merito all’intreccio tra le pulsioni di vita e le pulsioni di morte, teorizzate da Freud: “sappiamo che tanto l’una spinta pulsionale, quanto l’altra, reclamano la loro parte; quanto allora e quando la pulsione distruttiva può interferire con l’autoconservazione o essere di sostegno per le sue mete?”.

Nel presente lavoro provo a rispondere a questo interrogativo, quanto mai attuale, facendo dialogare due grandi maestri, Konrad Lorenz e Sigmund Freud, che nei diversi campi dell’etologia comparata e della psicoanalisi, si sono profondamente interessati a tutti i fenomeni correlati all’aggressività e alla distruttività. Attraverso questo immaginario dialogo credo vi sia, da parte mia, l’implicito tentativo di avvicinare l’oggetto di studio prevalente di questi due autori: gli animali e l’uomo.

 

Lorenz, che ha vissuto prevalentemente ad Altenberg nella bassa Austria e compiuto i suoi studi a Vienna, non ha mai conosciuto personalmente Freud. Ha cominciato a scrivere le sue prime opere sul comportamento animale negli anni ’30-’40 quando Freud era all’epilogo della sua vita. Nella premessa di un suo noto libro Il Cosiddetto Male del 1963, tradotto nell’edizione italiana il Saggiatore con il titolo L’Aggressività, Lorenz racconta di averne progettato la scrittura quando, in occasione di un ciclo di conferenze negli Stati Uniti, ha potuto interloquire per la prima volta con psicoanalisti su questo tema. L’autore fa capire di essersi tenuto, fino ad allora, piuttosto distante dalle teorie freudiane soprattutto per quel che riguarda il concetto di istinto di morte e di essere rimasto piacevolmente sorpreso nell’aver incontrato psicoanalisti, che però non cita nel suo libro, con posizioni critiche rispetto all’ipotesi freudiana del dualismo pulsione di vita/pulsione di morte. Lorenz scrive: “m’aspettavo insormontabili divergenze d’opinione per quanto riguarda il concetto dell’istinto di morte, che secondo una teoria di Freud sarebbe polarmente opposto, in quanto principio distruttivo, a tutti gli istinti di conservazione. Agli occhi di un etologo questa ipotesi estranea alla biologia non è soltanto superflua ma erronea. L’aggressività, i cui effetti vengono spesso avvicinati a quello dell’istinto di morte, è un istinto come un altro e, in condizioni normali, anch’esso al servizio della conservazione individuale e della specie. Nell’uomo, che col proprio lavoro ha troppo rapidamente modificato le condizioni della sua esistenza, la pulsione aggressiva ha spesso effetti deleteri, ma altrettanto si può dire anche degli altri istinti le cui conseguenze sono tutt’al più meno drammatiche” (Lorenz, 1978, p. 26).

Vorrei dimostrare che la posizione di Freud e quella di Lorenz, apparentemente divergenti, sono più vicine di quel che sembra e anzi, in buona parte, convergenti.

 

È necessario innanzitutto chiarire cosa intendono i due autori per “pulsione aggressiva”, “distruttività”, “pulsione di morte”, “autoconservazione”.

In Freud la pulsione aggressiva non gode inizialmente di una propria autonomia nella teoria pulsionale. A differenza di Adler che la concepisce come pulsione a sé stante, Freud (1908) la identifica come quella parte “impulsiva”, urgente, propria di ogni pulsione, che permetterebbe di dar avvio alla motilità. In sostanza ogni pulsione avrebbe una parte “aggressiva” che funge da propulsore per raggiungere la sua specifica meta. La teoria pulsionale ammette in una prima fase solo due tipi di pulsioni, tra loro in contrasto: le pulsioni di autoconservazione (o pulsioni dell’Io) e le pulsioni sessuali, le prime qualificate anche come “bisogni” o “istinti”, tese alla conservazione della vita individuale, dotate di una propria energia definita “interesse” e dominate dal principio di realtà, le seconde per loro natura dirette alla ricerca degli oggetti e alla conservazione della specie, dotate anch’esse di una propria energia chiamata “libido” e  poste sotto il dominio del principio di piacere. È solo attraverso un profondo e complesso rimaneggiamento della teoria, derivante dall’introduzione del concetto di narcisismo per il quale anche l’Io è investito dalla libido e ne è anzi la principale sorgente, che Freud abbandona l’opposizione pulsioni di autoconservazione-pulsioni sessuali a favore di un nuovo dualismo pulsionale, quello tra pulsione di vita e pulsione di morte: “trassi la conclusione che, oltre alla pulsione a conservare la sostanza vivente e a legarla in unità sempre più vaste, dovesse esistere un’altra pulsione ad essa opposta, che mirava a dissolvere queste unità e a ricondurle allo stato primordiale inorganico […] la loro azione comune o contrastante avrebbe permesso di spiegare i fenomeni della vita” (Freud, 1929, pp. 605-6).

È importante notare che questa seconda teoria pulsionale, che comporta un cambiamento strutturale e paradigmatico, si estende, rispetto alla prima in cui si parla di pulsioni dell’Io, a tutta la sostanza vivente ed essendo nata, come dice Freud (1929, p. 605), “da speculazioni sull’origine della vita”, si basa “essenzialmente su considerazioni biologiche” (Freud, 1932, p. 211). È possibile quindi applicarla più agevolmente a tutti gli organismi viventi, animali e vegetali, oltre all’uomo.

La pulsione di morte non è sinonimo, nella teoria freudiana, di distruttività, né di aggressività, anche se una certa confusione viene dal fatto che Freud rende talvolta questi termini intercambiabili. La pulsione di morte, a differenza di quella di vita, è silente, opera sotterraneamente verso la dissoluzione dell’organismo. È quindi difficile dimostrarne l’esistenza. Essa si rende visibile grazie all’impasto pulsionale, quando in combinazione a Eros, pulsione di vita, viene diretta verso l’esterno sotto forma di distruttività preservando l’organismo dall’autodistruzione: “l’essere vivente distruggerebbe qualcos’altro, animato o inanimato, invece di sé stesso” (Freud, 1929, p. 606). La distruttività, pertanto, quando diretta all’esterno, prevede già un legame con la pulsione di vita che la mette al suo servizio ed ha una componente autoconservativa, a differenza della pulsione di morte. Tant’è che nel Compendio (1938) e ancor prima in Al di là del principio di piacere (1920) Freud inserisce l’autoconservazione nel campo della pulsione di vita.

Lorenz, invece, non operando le opportune distinzioni tra questi termini e mettendoli sullo stesso piano, finisce per rigettare il concetto di pulsione (o istinto) di morte: in base alle sue osservazioni in campo etologico l’aggressività (o pulsione aggressiva) è posta al servizio della conservazione dell’individuo e della specie, mentre la pulsione di morte per Freud è per definizione autodistruttiva e anticonservativa. Pertanto, la pulsione aggressiva di cui parla Lorenz è, volendo trovare una corrispondenza con la teoria freudiana, già frutto di un impasto pulsionale ed è, nello specifico, quella quota aggressiva e a volte distruttiva, di cui si “serve” la pulsione di vita per raggiungere la propria meta autoconservativa.

In sostanza se ai termini diamo i corretti significati le posizioni teoriche di Freud e Lorenz sono, sino a questo punto, molto vicine se non sovrapponibili.

 

Una corrispondenza tra i due autori la troviamo per esempio nella sorgente dell’aggressività e della distruttività, che per entrambi è interna all’organismo, e nell’inevitabilità della loro espressione.

Freud, nel carteggio con Einstein in Perché la guerra? (1932), sostiene che la pulsione di morte (da cui deriva la distruttività) opera incessantemente all’interno degli esseri viventi, è biologicamente giustificata, e per quanto gli esseri umani contrastino idiosincraticamente l’idea della guerra perché contraddice il processo di incivilimento così faticosamente conquistato, “non c’è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini” (Freud, 1932, p. 300).

Lorenz, dal canto suo, afferma che è proprio la spontaneità dell’istinto aggressivo a renderlo così pericoloso. Esso non è re-attivo a condizioni esterne, le quali, non essendo indispensabili, fungono solo da innesco dell’azione aggressiva. Nel campo etologico Lorenz cita Craig, il primo a osservare con attenzione il ritmico ripetersi dei moduli comportamentali spontanei e i valori soglia degli stimoli di innesco: questi ultimi con il tempo (all’aumentare della tensione interna) si abbassano. Si tratta pertanto di un processo endogeno in cui vi è una proporzionalità inversa tra l’ammontare dell’aggressività interna e lo stimolo esterno atta a scatenarla: maggiore è l’aggressività interna minore sarà il bisogno dello stimolo esterno affinché avvenga la scarica motoria. Se lo stimolo è assente l’animale diventa sempre più inquieto, ricerca attivamente gli stimoli che innescano la sua aggressività e, se non li trova, compie ugualmente i movimenti d’attacco, per così dire “a vuoto”. Un esempio di tale comportamento fu offerto a Lorenz da uno storno da lui allevato che, dopo una lunga fase di esplorazione visiva, spiccava il volo per acchiappare delle mosche inesistenti e le portava poi al suo nido simulando di ucciderle e di inghiottirle.

 

Lorenz, rispetto a Freud che, come abbiamo visto, non ha mai trovato una vera e propria collocazione della pulsione aggressiva, fa una differenziazione tra aggressività (o pulsione aggressiva) e distruttività (o pulsione distruttiva).

La distruttività è una forma di aggressività perfettamente congrua nell’atto predatorio quando cioè un animale, per sfamare sé stesso o la propria prole, ne attacca un altro di un’altra specie, uccidendolo (aggressività o lotta inter-specifica). Osservando però i movimenti espressivi degli animali, si nota che non si tratta di un vero e proprio combattimento: la preda non stimola nel predatore la gestualità aggressiva ma solamente l’attacco istintivo distruttivo.

Vi è un aspetto molto interessante del comportamento degli animali predatori che potremmo mettere in rapporto con le ipotesi freudiane sul funzionamento e sull’intreccio delle due pulsioni, di vita e di morte. Lorenz distingue due fasi del comportamento predatorio: la ricerca della preda e l’attacco vero e proprio. La prima (fase appetitiva) è guidata da un bisogno, per esempio la fame, in cui i comportamenti sono diretti al procacciamento del cibo. L’oggetto viene ricercato attraverso funzioni sensoriali, per esempio olfattive. L’aggressività in questa fase è al servizio della pulsione di vita. Ma nella seconda fase (fase consumatoria) il predatore, come dice Lorenz, “uccide per uccidere”, agisce cioè per puro istinto, sferrando il suo attacco verso la preda in presenza di uno stimolo segnale (per esempio il pelo dell’animale predato). Sembra che qui, per compiere l’atto predatorio finale, sia necessario una pulsione distruttiva quasi completamente slegata dall’Eros, verrebbe da dire “cieca”, senza più alcun riguardo per l’oggetto.

L’aggressività vera e propria, invece, quella di cui parla Lorenz nel suo libro già citato, non avviene quasi mai tra specie diverse, ma tra organismi della stessa specie (aggressività o lotta intra-specifica).

In questi la distruttività sarebbe solo una sorta di incidente di percorso della condotta aggressiva, quando essa, non sufficientemente contenuta ed inibita, conduce all’atto violento e feroce, talvolta mortale. Verrebbe da dire, usando il lessico freudiano, che l’impasto pulsionale non funziona come dovrebbe e l’impulso distruttivo trova il modo di manifestarsi.

 

L’autore cerca di dimostrare, attraverso una miriade di osservazioni compiute in laboratorio e in natura, che l’aggressività nel regno animale è sempre funzionale alla conservazione della specie.

Anche quando una specie sembra avere un comportamento “sadico” e distruttivo, come quando la femmina della mantide religiosa divora il maschio durante l’accoppiamento o subito dopo, lo scopo è a favore della conservazione della specie perché mirato, nel caso specifico, all’approvvigionamento di proteine necessarie alla crescita delle uova fecondate.

La più importante funzione dell’aggressività intra-specifica sembra essere la distribuzione regolare di animali della stessa specie su un certo territorio disponibile, in modo che non vi siano zone troppo densamente popolate, con il pericolo che in esse vengano esaurite le fonti di nutrimento, e zone che rimangono inutilizzate. L’equa distribuzione nel territorio permetterebbe anche all’esemplare più debole, pur se in uno spazio più ristretto rispetto agli altri, di esistere e riprodursi. Questa forma di aggressività territoriale si avvale di meccanismi di repulsione che agiscono sugli animali della stessa specie. Un esempio sono i colori appariscenti e sgargianti dei pesci corallini che, pur così attraenti per l’uomo, rappresentano invece per i compagni di specie un chiaro segnale di difesa territoriale: essi “sanno” che devono tenersi ad opportuna distanza per evitare un aspro combattimento. È importante rilevare che tale aggressività non viene invece minimamente scatenata da altre specie di pesci o organismi acquatici. Anche il canto dell’usignolo ha la stessa funzione di dissuadere i compagni di specie dall’avvicinarsi al proprio ed esclusivo territorio e in molte specie di uccelli il canto indica quanto è forte e maturo l’esemplare che canta e quindi quanto sia temibile per l’eventuale intruso che ascolta. Nei mammiferi in cui prevale la sensorialità olfattiva e conseguentemente sono molto evolute le ghiandole odorifere, la marca del territorio avviene attraverso le più svariate e curiose cerimonie nel depositare urine e feci.

La distribuzione di animali della stessa specie in un certo territorio può avvenire attraverso uno schema temporale anziché spaziale: i gatti domestici liberi che vivono in aperta campagna possono usare lo stesso territorio di caccia semplicemente suddividendone l’uso secondo un orario fisso, non entrando in tal modo in conflitto tra loro.

Altre due importanti funzioni dell’aggressività intra-specifica ai fini della conservazione della specie, che già Darwin aveva riconosciuto, sono: la selezione degli animali più forti per la riproduzione e la selezione di quelli più forti e adatti alla difesa della famiglia e della discendenza, in modo che siano più attrezzati per gli scontri con nemici di altre specie. Tali forme di selezione avvengono soprattutto attraverso i combattimenti tra maschi rivaleggianti di animali della stessa specie che non sono territoriali, come gli ungulati per esempio e certe scimmie che vivono sul terreno.

Un fenomeno particolare in queste specie è che la pressione selettiva puramente intra-specifica, senza rapporto con l’ambiente extra-specifico e con le esigenze ambientali, può dar luogo alla produzione di forme e di comportamenti inadatti, che possono perfino danneggiare la conservazione della specie. Un esempio è dato dalle corna dei cervi o delle renne, che sviluppatesi enormemente nel corso dell’evoluzione a scopo riproduttivo, sono per il resto inservibili, tant’è che contro nemici predatori tali animali fanno uso degli zoccoli per difendersi e mai delle corna.

A parte questa particolare ma significativa eccezione, nel regno animale l’aggressività intra-specifica è fondamentale per la preservazione della specie. Per tenerla a bada ed evitare che sconfini in distruttività l’evoluzione ha creato molti espedienti.

Uno di questi è la ritualizzazione dei combattimenti, in cui i rivali misurano le proprie forze senza danneggiarsi. Essa si avvale di meccanismi inibitori specifici, che variano da specie a specie e danno l’impressione antropomorfica di un duello regolamentato e “cavalleresco”. A una specie di ciclidi, il Cichlasoma biocellatum, è stato attribuito dagli amatori americani il nome di “Jack Dempsey”, un famoso campione mondiale di boxe noto per la sua lealtà negli incontri pugilistici. Questi pesci combattono afferrandosi per le mascelle e “tirandosi per la bocca” con estrema energia. Quando uno dei due, nel rituale dello scontro, ritarda di poco l’offensiva esponendo così il proprio fianco, l’altro blocca sempre l’attacco prima che i suoi denti entrino in contatto con il corpo dell’avversario. Nei daini avviene qualcosa di simile: l’esemplare che accelera il rituale minaccioso, pur trovandosi di fronte il fianco indifeso del rivale, non lo colpisce “aspettando” di trovare una migliore sincronia con l’altro per dare inizio al combattimento.

L’inibizione dell’aggressività è estremamente importante quando i pulcini di varie specie animali escono dall’uovo o subito dopo, perché in questa fase l’animale che si occupa della covata, spesso la femmina, diventa particolarmente aggressivo con qualsiasi altro essere vivente, e può esserlo anche con i suoi piccoli. Infatti, contrariamente a quanto spesso si pensa, non esiste negli animali, l’“istinto materno” o l’“istinto di cura della covata” e nemmeno lo schema innato di riconoscimento della prole. La tacchina, per esempio, attacca tutto ciò che si muove in prossimità del nido, ammenoché non sia così grosso da scatenare reazioni di fuga. L’innesco all’inibizione dell’aggressività viene dato da un segnale acustico, e solo da esso, ossia dal pigolio del pulcino. È stato provato, utilizzando procedure sperimentali, che le tacchine sorde beccano i loro pulcini fino a provocarne talvolta la morte. Se invece a una normale tacchina, che ha appena covato, viene presentato, senza che se ne accorga, un neonato di un’altra specie, per esempio, una puzzola o una donnola, con incorporato un registratore che emette il suono di un pigolio di tacchino, lo tratta maternamente, accudendolo.

Una particolare forma di ritualizzazione, in cui l’aggressività tra due contendenti più che essere inibita viene piuttosto canalizzata verso un terzo, viene chiamata da Timbergen e Lorenz attività ri-diretta e consente una lettura pulsionale delle forze in gioco. Nei ciclidi, di cui ho già parlato, il maschio e la femmina nella fase di accoppiamento sono molto aggressivi e litigiosi ed occorre una lunga fase di abitudine (assuefazione) alla presenza dell’altro, aiutata da una certa ritrosia e arrendevolezza della femmina, affinché la tensione diminuisca e così la pericolosità degli attacchi. Se la convivenza procede compaiono nel maschio comportamenti sessuali sempre più marcati, che aumentano d’intensità e frequenza, senza che tuttavia diminuiscano i movimenti espressivi che denotano il suo umore aggressivo. Nella femmina gradatamente svanisce la sottomissione ed essa si mostra sempre più disinibita nel mostrare comportamenti aggressivi. A quel punto il maschio, sentendosi provocato dalla femmina al combattimento, s’infuria, ma non dirige il suo attacco violento a lei bensì al compagno di specie più vicino territorialmente. In sostanza la femmina aizzando il maschio crea un’alleanza di coppia e l’aggressività viene ri-direzionata verso un terzo. Questo rituale di pacificazione sarebbe, secondo Lorenz, alla base del primo e più primitivo vincolo personale perché, attraverso esso, alcuni compagni di specie si riconoscono individualmente rispetto ad altri che rimangono sconosciuti. Possiamo però permetterci anche una lettura più “pulsionale” delle forze in gioco in questo rituale. Nei ciclidi, nella fase di accoppiamento e in quella successiva entra sicuramente in gioco l’aggressività, ma anche la sessualità. Ed è forse la loro combinazione che consente da una parte la creazione del legame di coppia e dall’altra la preservazione dello stesso attraverso l’espulsione (il ri-direzionamento) della quota eccedente di aggressività verso un oggetto esterno, in questo caso rappresentato da un esemplare della stessa specie.

 

Abbiamo visto che tra la visione di Freud e quella di Lorenz vi sono molti punti in comune e l’etologia comparata e la psicoanalisi freudiana, pur da vertici di osservazione diversi, possono dialogare proficuamente sul tema dell’aggressività e della distruttività.

Tuttavia, la domanda iniziale, ossia quando e quanto la distruttività può operare a favore o, al contrario, ostacolare le mete dell’autoconservazione, consente di rilevare un’importante differenza tra i due autori. A questo scopo è necessario prima di tutto distinguere due tipi di autoconservazione: solitamente per autoconservazione intendiamo quella dell’individuo, ma se il riferimento è l’intera specie a cui l’individuo appartiene parliamo appunto di autoconservazione della specie.

Per Lorenz, che esplora prevalentemente il comportamento animale, l’aggressività è (sempre) funzionale all’autoconservazione dell’individuo e della specie. Esse non sono in contrasto e la pulsione aggressiva le sostiene e favorisce entrambe.

L’aggressività intra-specifica, potenzialmente più pericolosa per la sopravvivenza della specie, non mira mai alla distruzione dell’altro, la cui morte può essere solo causata da un evento accidentale durante un combattimento oppure quando gli scontri si verificano in circostanze non naturali, per esempio in cattività. La minaccia alla conservazione della specie può avvenire, come abbiamo visto, solo a causa di una esagerata e perdurante pressione selettiva intraspecifica che conduce a forme di disadattamento.

Nella lotta inter-specifica è invece palese l’obiettivo della conservazione della specie. La distruttività è qui al servizio del soddisfacimento dei bisogni primari come il procacciamento del cibo per sé, la propria prole o il branco. Tale lotta, comunque, non conduce mai all’estinzione della specie predata da parte della specie predatrice perché si realizza un equilibrio tra le due specie.

Freud, che dopo aver introdotto il concetto di pulsione di morte ritiene più appropriato il termine distruttività, pensa che l’uomo distrugga per non autodistruggersi, quindi le due forme di autoconservazione non possono che essere in antitesi. Lo esprime chiaramente nel Compendio: il contrasto tra pulsione di autoconservazione e pulsione di conservazione della specie […] ricade nell’Eros” (Freud, 1938, p. 575, corsivo mio).  Questo assunto deriva chiaramente dalla prima teoria pulsionale in cui le pulsioni di autoconservazione (dell’individuo) erano in opposizione alle pulsioni sessuali dirette primariamente alla conservazione della specie. Freud mantiene quindi la contrapposizione tra le due forme di autoconservazione anche nella seconda teoria pulsionale collocandole entrambe nella pulsione di vita.

È forse questo, al di là della già menzionata confusione semantica tra la pulsione aggressiva e la pulsione di morte, il vero punto di divergenza tra i due autori: per Lorenz l’aggressività e la distruttività, che nel mondo animale consentono la conservazione dell’individuo, sono anche funzionali alla conservazione della specie, mentre per Freud (1932, p. 299) quando l’uomo esprime la sua distruttività lo fa per non autodistruggersi: “l’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea”. Quindi le due forme di conservazione sono incompatibili.

Lorenz riconosce che la distruttività umana possa essere potenzialmente pericolosa per la conservazione della specie e diventare anticonservativa, ma ritiene che il mondo animale sia invece autoconservativo, perché in grado di preservare sé stesso attraverso dei meccanismi autoregolativi dell’aggressività e della distruttività. Non può essere pertanto d’accordo con Freud che estende la pulsione di morte e la distruttività a “tutta la sostanza vivente”, quindi anche agli animali oltre all’uomo.

 

Sarebbe facile concludere che questa differenza tra Freud e Lorenz dipende dall’oggetto prevalente del loro studio, gli esseri umani e gli animali, considerandoli come entità completamente separate e distinte.

Ma l’uomo deriva filogeneticamente dall’animale, e quindi dovremmo capire che cosa è accaduto nel lungo percorso evolutivo della specie umana per cui la naturale aggressività intra-specifica non sia stata più così alleata alla conservazione della specie e si sia invece trasformata in distruttività contro la specie.

Si tratta, per stare nella terminologia freudiana, di un progressivo disimpasto della pulsione di morte dalla pulsione di vita, che ha ridotto e leso le capacità autoconservative dell’essere umano? E, se così fosse, quali potrebbero essere le cause?

Quest’ultima domanda esula dallo scopo del presente lavoro che è quello di evidenziare, attraverso un confronto teorico, le divergenze e i punti comuni tra il pensiero di Freud e quello di Lorenz in merito all’azione dell’aggressività e della distruttività sulle capacità conservative dell’individuo e della specie.

 

Vorrei tuttavia esporre, sommariamente, delle ipotesi sul processo trasformativo che ha condotto ad una distruttività così preoccupante per il genere umano.

Abbiamo visto quanto siano importanti le funzioni inibitorie negli animali per impedire che l’aggressività degeneri in distruttività, per esempio nei combattimenti. Quando durante il corso dell’evoluzione, i primi ominidi svilupparono la capacità di costruire armi, è possibile, sostiene Lorenz, che si sia creato uno squilibrio tra l’aggressività e le inibizioni ad essa correlate, non essendo queste ultime più in grado di contenerla. Ed è così molto probabile che gli australopitechi africani, i primi a produrre arnesi in selce, abbiano utilizzato i loro strumenti non solo per predare la selvaggina ma anche per uccidere i loro compagni di specie. Lo stesso potrebbe essere avvenuto con l’uomo di Pechino, il primo Homo erectus ad utilizzare il fuoco.

Le funzioni inibitorie sviluppate seguendo il ritmo dell’evoluzione biologica si sono trovate per così dire “spiazzate” rispetto alla forte accelerazione impressa dalla tecnica, ossia della capacità ed abilità di produrre strumenti.

Nonostante parallelamente allo sviluppo della tecnica si sia evoluta quella che Lorenz chiama responsabilità razionale o morale responsabile per impedire che i mezzi vengano usati scorrettamente, tale disallineamento, anche se in altre forme, è con ogni probabilità ancora in corso.

Sono state infatti via via inventate nuove armi sempre più distruttive e devastanti, il cui uso prevede una progressiva distanza sia fisica che emotiva rispetto a chi riceve l’attacco e, nella catena di comando, tra chi dà gli ordini e chi li esegue materialmente. L’esito è una sorta di impunità emotiva, di schermo al percepire le conseguenze delle proprie azioni, rafforzati nelle guerre dagli effetti demagogici e ideologizzanti della propaganda. Gli psicologi incaricati a tracciare il profilo di personalità degli alti gerarchi fascisti al processo di Norimberga, hanno riscontrato che l’elemento comune di essi era la totale mancanza di empatia verso coloro che avevano sterminato attraverso atroci sofferenze. Il soggetto non è più in grado di riconoscere, nell’oggetto diverso da sé, l’umanità, cioè quella parte che accomuna entrambi.

Sarebbe operativa, in tali circostanze, quella che Green (1993) chiama funzione disoggettualizzante, promossa dalla pulsione di morte che ritira l’investimento emotivo dall’oggetto rendendone possibile l’asettica distruzione.

Le armi di ultima generazione, quelle nucleari, che dopo la fine del secondo conflitto mondiale sono state usate solo con funzione di deterrenza, hanno generato un inquietante timore per l’avvenire del genere umano: l’autodistruzione. Non per cataclismi climatici o astronomici, ma per opera dell’uomo. Non più quindi “solo” distruzione dei propri simili, ma annientamento ed estinzione della specie umana qualora i freni inibitori, ora affidati alla consapevolezza e alla responsabilità razionale ed etica, dovessero, per una qualche eventualità, fallire nella loro funzione.

 

Tornando alla produzione di nuove armi nei nostri antenati, Lorenz ipotizza che esse abbiano prodotto come conseguenza indiretta una pressante selezione intra-specifica. Essa quando perde i rapporti con la selezione extra-specifica conduce, come abbiamo visto per il regno animale, a comportamenti e a forme disadattive e disfunzionali.

Riguardo a questa distorsione evolutiva, Lorenz fa un interessante analogia con l’essere umano.

Egli ipotizza che nell’uomo l’intensità distruttiva della pulsione aggressiva possa essere la conseguenza di un processo di selezione intra-specifica che ha agito per circa quarantamila anni, ossia per tutto il paleolitico superiore. Una volta dominate tutte le forze nemiche dell’ambiente extra-specifico, quando cioè, sostiene Lorenz (1963, pp. 79-80): “l’uomo ebbe conquistato le armi, i vestiti, e un principio di organizzazione sociale, per cui poté superare i pericoli della fame, del freddo, e del venir mangiato dai grossi animali feroci, e questi pericoli cessarono di essere i fattori essenziali nel determinare la selezione, deve aver avuto inizio una maligna selezione intra-specifica. Il fattore che ora determinava la selezione era la guerra, che le tribù vicine e ostili conducevano tra loro. Essa deve aver prodotto un’estrema fermentazione di tutte le cosiddette virtù ‘guerresche’, che purtroppo sono ancor oggi per molti uomini gli ideali veramente meritevoli d’esser perseguiti”.

Mentre quindi nel regno animale l’eccesso di selezione intra-specifica avrebbe condotto una determinata specie a forme di disadattamento, nell’uomo il perdurare della medesima selezione avrebbe invece incrementato la distruttività. In entrambi i casi verrebbe messa a repentaglio la conservazione della specie. A tal proposito Lorenz (1963, p. 66), rivolgendo il suo pensiero alle condizioni dell’umanità uscita dai due conflitti mondiali, scrive: “abbiamo buone ragioni per ritenere che l’aggressività intra-specifica sia nell’attuale situazione storico-culturale e tecnologica dell’umanità il più grave di tutti i pericoli”.

 

Le lotte tribali, tuttavia, hanno portato anche dei vantaggi. La necessità di combattere contro tribù ostili ha creato nelle comunità dei vincoli sociali caratterizzati dall’alleanza e l’appartenenza gruppale. È possibile che l’aggressività si sia notevolmente mitigata all’interno del gruppo di appartenenza essendo ri-direzionata all’esterno, verso i nemici. Non è da escludere che si siano formati dei veri e propri tabù per impedire l’uccisione di propri membri del gruppo, dato che era fondamentale salvaguardare la forza del gruppo anche numericamente. Tali comunità tribali primitive erano sicuramente dotate di una propria organizzazione sociale, ma possiamo immaginare, con regole di convivenza piuttosto semplici e pratiche.

Come sappiamo le piccole comunità si sono via via espanse sia per l’aumento della natalità, sia per forme di aggregazione che le rendevano più potenti, costituendo organizzazioni sociali sempre più complesse, fino ai nostri moderni Stati nazionali o Stati federali. I popoli, per rendere possibile la convivenza sociale tra le persone, si sono avvalsi di norme giuridiche, etiche e morali e di pratiche educative e religiose e l’uomo è andato incontro a quello che chiamiamo, sinteticamente, processo di civilizzazione.

 

Lorenz e Freud sono sostanzialmente d’accordo nel ritenere che il processo di civilizzazione sia in contrasto con le pulsioni più primitive e in particolare con la costitutiva aggressività dell’essere umano. È un contrasto irriducibile, perché le forze in campo sono in opposizione, ma forse non insanabile e potenzialmente costruttivo: sia gli animali che l’uomo hanno trovato delle forme e dei modi per inibire, contenere, gestire, canalizzare e anche trasformare l’aggressività ed è proprio da essa, come abbiamo visto, che si è potuto generare il vincolo personale tra animali e le prime forme di comunanza tra gli uomini.

Quando però le forze pulsionali non vengono sufficientemente imbrigliate e direzionate si fa strada l’azione scomposta della distruttività che, pur diretta in un primo momento alla difesa di sé in funzione autoconservativa, può tuttavia diventare estremamente pericolosa per la conservazione e la sopravvivenza della specie. Ed è l’uomo, paradossalmente, ad essere più esposto e vulnerabile all’azione della distruttività, per la potenza e la complessità degli strumenti tecnologici messi in campo e per l’insufficiente capacità di padroneggiarli.

I due autori mostrano in modo evidente la loro profonda preoccupazione per i possibili sviluppi della distruttività umana e sembrano lanciare, attraverso i loro scritti, un grido di allarme, alle future generazioni, che suona come un richiamo e un monito a difendere e a conservare, ad ogni costo, la vita e il suo divenire.

 

Bibliografia

 

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Freud S. (1938). Compendio di psicoanalisi. O.S.F., 11.

Garella A. (2025). Essere, vivere, esistere in psicoanalisi. Relazione letta al convegno “Autoconservazione tra istinto e pulsione” al Centro Veneto di Psicoanalisi. V. questo KnotGarden.

Green A. (1993). Il lavoro del negativo. Roma, Borla, 1996.

Lorenz K. (1963). L’aggressività. Ed. ampliata de Il cosiddetto male. Milano, Euroclub su licenza Il saggiatore, 1978.

Lorenz K. (1973). L’altra faccia dello specchio. Milano, Adelphi, 1974.

Spiller D. (2022). L’ascesa del nazismo nella visione di Erich Fromm. Knotgarden, 2, 110-114.

Diego Spiller (Vicenza)

Centro Veneto di Psicoanalisi

diegospiller@gmail.com

*Per citare questo articolo:

Diego Spiller (2025). Aggressività, Distruttività e Autoconservazione nel pensiero di Lorenz e Freud: Etologia e Psicoanalisi a confronto. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 221-240.

Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.

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