Sezione Locale della Società Psicoanalitica Italiana
KnotGarden 2025/4 – Autoconservazione tra istinto e pulsione
di Silvana Rinaldi
(Venezia), Membro Associato della Società Psicoanalitica Italiana.
*Per citare questo articolo:
Silvana Rinaldi (2025). Il silenzio della pulsione di autoconservazione. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 149-160.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
Quando è stato proposto il tema di questa giornata mi sono immediatamente entusiasmata: avevo qualcosa da dire al riguardo. Ho iniziato a studiare, cercando di definire una prima traccia di pensiero. Ma appena ne imboccavo una, iniziava a profilarsene un’altra e via così. A quel punto mi sono chiesta se non avessi peccato di entusiasmo, che il tema da affrontare era davvero troppo ampio e che forse io non avevo granché da dire, anche se di certo molto da domandarmi.
Con le parole della poetessa Szymborska ‘Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte’, risposte che in questo scritto vogliono essere più uno sprone a proseguire che un punto dove fermarsi.
Se riguardiamo a quanto appena scritto come ad un processo, vediamo come io abbia sentito una spinta, la cui fonte non mi era chiara e come poi abbia cercato di darvi risposta. Questo per ricordare che anche se possono sembrare un concetto esclusivamente astratto, in realtà le pulsioni si declinano sui diversi piani del reale (Campanile, 2021, p. 67). Con le parole di Freud ‘costituiscono le vere forze motrici del progresso che ha condotto il sistema nervoso – le cui capacità di prestazione sono illimitate – al suo sviluppo attuale‘ (Pulsioni e loro destini, p. 16): non c’è nulla nella vita che non sia impastato di pulsionale, possiamo dire che ne sono uno dei fondamenti. Ecco perché è importante continuare a riflettere su questo concetto che è sì basilare, ma per nulla banale.
Dei quattro elementi che specificano una pulsione – fonte, spinta, meta, oggetto – la fonte e la spinta sono quelli più vicini al biologico. Definiscono la pulsione in quella che è la sua caratteristica fondamentale: il suo essere un processo dinamico, una spinta che richiede un’azione.
Freud definisce la pulsione come ”la rappresentanza psichica di una fonte di stimolo in continuo flusso, endosomatica, a differenza dello stimolo, il quale è prodotto da eccitamenti isolati e proveniente dall’esterno. La pulsione è così uno dei concetti che stanno al limite tra lo psichico e il corporeo […]. La fonte della pulsione è un processo eccitante in un organo, e la meta prossima della pulsione risiede nell’abolizione di questo stimolo organico” (Tre saggi, p. 479).
La pulsione è quindi il rappresentante psichico delle richieste di lavoro che il corpo fa alla psiche. Sappiamo quanto sia implacabile in questa sua opera di richiesta. Ci potranno essere rimaneggiamenti difensivi rivolti all’oggetto o alla meta. Ma la spinta continuerà il suo cammino.
All’inizio di questo percorso Freud colloca le pulsioni di autoconservazione. La prima espressione di questa richiesta del corpo alla psiche è legata ai principali organi (bocca, occhi, olfatto, intestino…).
Freud parla esplicitamente di pulsione sessuale per la prima volta nei Tre saggi nel 1905. Pochi anni dopo, nel 1910, in un lavoro dal titolo I disturbi visivi psicogeni nell’interpretazione psicoanalitica compare il termine pulsioni dell’Io, distinguendo quindi da un lato le pulsioni sessuali o libidiche e dall’altro quelle di autoconservazione o dell’Io.
Sappiamo che questo dualismo non sarà conservato a lungo: approfondendo maggiormente lo studio dell’Io si arriverà nel 1914 ad Introduzione al narcisismo, qui le pulsioni sessuali non sono più contrapposte a quelle dell’Io, il concetto di narcisismo infatti mette in evidenza che anche una parte delle pulsioni dell’Io ha carattere libidico e ha preso come proprio oggetto l’Io stesso del soggetto (Al di là del principio di piacere), quindi anche le pulsioni di autoconservazione rientrano tra le pulsioni libidiche o sessuali. Il dualismo è ora tra libido narcisistica e libido oggettuale. Con la svolta del 1920 si arriverà al conflitto tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, nelle prime (dopo un’iniziale incertezza) rientrano anche le pulsioni di autoconservazione.
Quindi le pulsioni di autoconservazione sono state, in una fase iniziale, il necessario contrasto a quelle sessuali. Sappiamo però anche che il sessuale inizialmente si appoggia alle funzioni di autoconservazione e sono proprio queste ad indicare loro la via dell’oggetto. É facile comprendere quindi quanto possa influenzare i successivi sviluppi un buon ‘esordio pulsionale’. Se qualcosa si complica in questo primo momento ci saranno ripercussioni sui tempi successivi.
Visto che ci stiamo occupando delle pulsioni il cui obiettivo è conservare la vita e soddisfare i bisogni dell’Io corporeo, è bene fare chiarezza su alcuni termini, in particolare la differenza tra istinto e pulsione.
Preferisco usare il termine istinto di sopravvivenza per riferirmi a comportamenti automatici caratterizzati da schemi motori fissi ed ereditari. Come tali questi schemi non sono soggetti ad evoluzione e cambiamenti.
L’autoconservazione a mio parere si riferisce alla pulsione. Parlare di (auto)conservazione implica infatti un elemento di investimento narcisistico che necessariamente apre al pulsionale. Le pulsioni sono mutevoli nel loro percorso, anzi sono tra le forze propulsive del cambiamento.
Interessante in proposito il pensiero di Schur, riportato da Spadoni (2008), per il quale la pulsione (Trieb) è simile all’elemento internal drive che si ritrova nel concetto d’istinto in etologia, ma rispetto agli animali gli umani hanno degli schemi ereditari troppo grossolani. Da qui l’importanza delle prime esperienze che dovrebbero permettere lo sviluppo di un ‘comportamento adattivo appreso, plastico, finalizzato cioè dall’Io’. Un richiamo al nostro essere alla nascita esseri che per poter sopravvivere hanno bisogno di un oggetto soccorrevole e accudente. Seguendo questo pensiero noi, di fatto, non potremmo farcela a vivere a lungo se ci basassimo solo sull’istinto, è però grazie alle spinte interne verso la sopravvivenza che possiamo far risalire gli esordi dell’attività psichica (Gaddini E., 1989, p. 619) e l’incontro con l’oggetto.
Qual è la peculiarità delle pulsioni di autoconservazione? Se consideriamo come esempio quella della fame, possiamo forse dire che essa viene soddisfatta al segnale di sazietà?
Ma allora che differenza ci sarebbe con l’istinto?
Proviamo a partire dall’inizio e scegliamo, in modo del tutto arbitrario, il momento della nascita.
Quando il bambino nasce i polmoni richiedono aria, questa entra nelle narici, le mucose vengono stimolate, gli odori, la luce e i suoni non sono più attutiti, c’è un primo contatto con le mani dell’ostetrica, con la pelle della mamma e poco dopo col seno. Possiamo immaginare un’esplosione di sensazioni (Gaddini E., 1989, p. 619). Come vengono avvertite?
Per adesso mettiamo da parte termini come piacere e dispiacere. Limitiamoci a parlare di fluttuazioni della tensione. Queste fluttuazioni vengono captate e provocano delle sensazioni. Possiamo definire la sensazione come un cambiamento dello stato interno, un mutamento della omeostasi. Il soggetto si trova dunque in uno stato generico che ha bisogno di una significazione, altrimenti si resta nell’area di una attivazione corporea indifferenziata. Un’eccitazione senza sbocco che diventerà dolorosa a causa dell’intensità crescente, ma anche angosciosa nel suo essere priva di senso e potenzialmente senza limiti, questo perché non è ancora stata fatta esperienza di un contenimento.
Il collegamento al pensiero di Agostino Racalbuto sugli affetti-sensazione è, almeno per me, immediato:
“Non è ancora il senso dei perché, dei come e dei quando, non è il senso delle connessioni fra causa ed effetto; è il senso ‘originario’ però dell’esperienza, non sempre connessa perciò alla parola, ma ad altre categorie di vissuti, come quelle legate ai toni, ai ritmi, alle cadenze sensoriali, alle caratteristiche emotive. Siamo nel luogo psichico dell’Io corporeo (Freud, 1922) […]; luogo che non è riservato alla creazione di rappresentazioni mentali dell’esperienza, connotabili come stati corporei grezzi, affetti-sensazioni. Possiamo omologare questi stati alle eccitazioni somato-sensuali, che sono fisiche nella loro origine e che non vengono trasformate nella sfera mentale” (Racalbuto, 2009, p. 22).
Il primo contatto con l’oggetto(-realtà) è quindi fondamentale. Per sua natura questo incontro porta con sé una certa dose d’imprevedibilità, questo è inevitabile ed è anche, se mantenuta entro certi limiti, vitale. M’interrogo però su quali possano essere gli effetti nel caso di un oggetto che non è in grado di tollerare le richieste che arrivano dal neonato.
Se la madre, o chi ne fa le veci, vive come angosciosi i segnali che il bambino manda sarà disorientata nell’accudimento, spaventata dall’intensità delle richieste e dalla impossibilità d’interpretarle. Un contenitore che non ha la possibilità di mantenersi saldo nei propri confini e che, elemento fondamentale, si muove esso stesso in un ambiente – interno ed esterno – impossibilitato a riconoscere e ad elaborare le spinte interne. Di queste viene sentita l’intensità, cioè l’elemento quantitativo, che attiva una risposta di allarme. Questo renderà impossibile fare e far fare l’esperienza di un limite.
“Fin dall’origine vi è una forte spinta per costituire un’unità dotata di una forma e di una coesione interna, e come è facile immaginare non ci sono forma e coesione senza delimitazione” (La Scala M., 2012, p. 17).
In mancanza di questa delimitazione possiamo immaginare uno stato in cui prevale l’incoerenza di queste prime sensazioni. Incoerenza che rischia di portare ad un difetto di coesione dell’Io, i confini sono aleatori, non danno sicurezza rispetto all’Io – non Io.
Spostiamoci per un momento su di una dimensione inter-psichica. Questo periodo storico ci sta insegnando molto bene cosa accade quando non ci si sente al sicuro a casa propria: i confini diventano muri invalicabili, che siano fatti di cemento, di leggi o di armi, l’obiettivo è tener fuori. La favola con cui vengono giustificati è ancora, come nei tempi della prima infanzia, quella del lupo cattivo. Dobbiamo essere accorti, chiudere tutto perché da fuori arrivano solo rapacità e distruzione. Ed è vero che dobbiamo restare vigili, perché altrimenti rischiamo, come nell’antico proverbio, di guardare il dito invece della luna: nessun muro invalicabile ha necessità di essere innalzato contro aggressioni esterne, a meno che quello da cui ci si deve difendere sia in realtà il pericolo di un innalzamento della tensione interna che, già troppo intensa, a contatto anche con gli stimoli esterni, diventerebbe intollerabile, tanto da rischiare di far implodere l’intera struttura.
Quando diventa necessario sbarrare preventivamente il passo al rischio di essere inondati da pressioni interne insostenibili, come conseguenza anche il contatto con l’esterno non ha possibilità di modulazione, quindi deve essere ridotto all’essenziale, potremmo dire al limite minimo tollerabile per la sopravvivenza.
Credo che questo sia quello che accade in particolari situazioni.
Daniele arriva da me pieno di buona volontà, mi ci vorrà un po’ di tempo per capire che è tutto quello che ha per orientarsi nella vita. Cerca di mantenersi volenteroso con numerosi espedienti, il preferito è cambiare ciclicamente lavoro e progetti di vita, dandosi obiettivi che ben presto s’impastano di fantasie di onnipotenza. Segue l’inevitabile disillusione, declinata in una riconferma di quanto la realtà possa essere avvilente e meschina. Il cambiamento continuo funziona da stimolo vitalizzante esterno. Cambiare lo mantiene, letteralmente, in piedi. Fosse per lui se ne starebbe nella sua camera isolato dal mondo ‘è come se non avessi un istinto che mi dice questo sì questo no, o forse non lo sento…è come se mi mancasse una sorta di guida che continuo a cercare da fuori’. Lavori, svaghi, amicizie, uomini, donne…è lo stesso: Daniele non percepisce alcuna differenza, non ha preferenze, perché psichicamente non avverte alcuna modifica. Per quanto fuori si mantenga attivo, lo spazio interno è silente e mortifero. Il tono con cui parla in seduta è talmente flebile da rendere difficile sentirlo, io mi scopro a fare tanti piccoli movimenti con cui tocco oggetti vicino a me. Un tentativo di sentirmi viva e in contatto con una realtà che continua ad esistere. Daniele mi espone tutti i suoi minimi pensieri. Si tratta di un lavorio di pensiero al limite della ruminazione. Il suo scopo è fornire una forma, seppur provvisoria e posticcia, all’Io: la mente viene compattata da una produzione serrata di ‘pensieri consistenti’, dove per consistenza si fa riferimento ad una sensazione fisica di concretezza dell’attività mentale, che altrimenti rischierebbe di frammentarsi.
Questi pensieri-cosa non hanno a che vedere con l’attività del pensare, sono piuttosto gli elementi per costruire il muro, che ha una doppia valenza di chiusura dentro-fuori.
Giovanni è un giovane ragazzo sempre lindo e ammodo. Ha molti progetti, sempre più grandiosi, che vengono fintamente perseguiti per un periodo e poi sostituiti da altri ancora più spettacolari. Nessun investimento affettivo. I legami con gli amici e la famiglia vengono mantenuti ‘perché ho capito che i miei se lo aspettano, lo fanno tutti’. Giovanni scruta il mondo fuori e trae informazioni per plasmarsi a somiglianza delle aspettative altrui. Vive – o non vive – per imitazione, capisce cosa ci si aspetta da lui e si plasmerà su questo, con l’unico scopo di poter essere lasciato in pace. Un guscio. Ed un guscio è pur sempre una forma, che ha il grande ulteriore vantaggio di non far vedere quello che racchiude. Ma anche l’enorme svantaggio di non poter tollerare il minimo urto, pena la frammentazione.
Il guscio ha lo scopo di creare l’illusione, a benefico dell’oggetto-realtà, di esserci e di essere interessato alla vita. L’unico progetto reale, quello per il quale gli è necessario fingere e adeguarsi in modo da non attrarre l’attenzione, è ritirarsi dalla vita. Il silenzio assoluto e il vuoto che vive internamente sono la sua unica esperienza reale.
In questo momento vorrei focalizzarmi su cosa accomuna queste situazioni, lasciando da parte quelle che sono le rispettive peculiarità.
Entrambi sono stati bambini e adolescenti ‘pacifici’, nessuna richiesta, nessun conflitto, potremmo dire che si sono mossi in modo da non fare alcun rumore. Isolarsi, anzi meglio dire ritirarsi, è l’unico obiettivo di entrambi. Rumori, odori, immagini, richieste sociali apportano una fonte di stimolo aggiuntiva che si somma ad una spinta interna già caotica ed indecifrabile. Queste persone sono costantemente impegnate in una continua elaborazione delle sensazioni da cui sono inondate dall’interno.
Per quanto possa essere eclatante il ritiro da tutto ciò che è fuori, il vero problema è quello che è già accaduto internamente. Il primo grande ritiro, quello già riuscito, è proprio rispetto al pulsionale autoconservativo. La siderazione psichica caratteristica di queste persone è collegata all’esperienza originaria di mancato contenimento. Qui sorge allora una questione delicata: questo stato di siderazione è stato causato dall’insieme delle esperienze originarie, ne è cioè un effetto, oppure è un’estrema forma di difesa? Comprendere questo è importante, dato che l’una o l’altra possibilità comportano diversi interventi nella clinica.
Mi si potrebbe obiettare che a tratti parlo di caos interno e subito dopo di silenzio e che queste due affermazioni sono in contraddizione. Proverò allora a spiegarmi meglio: l’effetto di cui sto parlando è avvicinabile a quello del ‘rumore bianco’. Un particolare tipo di rumore caratterizzato dalla contemporanea presenza di tutti i toni possibili dello spettro sonoro, senza però che vi sia alcuna correlazione tra di loro. Viene usato per coprire rumori esterni ed isolarsene, creando una sensazione fittizia di calma.
Daniele e Giovanni sono stretti in una morsa: vorrebbero riuscire ad andare allo stesso ritmo ‘degli altri’ ma per loro è incomprensibile. Se nella prima parte della vita ha funzionato l’espediente dell’imitazione e del non attirare l’attenzione, quando le richieste esterne aumentano il sistema non regge più.
Se per la madre le richieste del neonato sono incomprensibili, l’esperienza che vivrà sarà quella di un bombardamento indistinto, un’aggressione dalla quale dovrà difendersi. L’infante farà quindi una prima esperienza di sé come fonte di pericolo e aggressione.
La difesa (o l’attacco?) a questo punto si dirige verso il cuore stesso della pulsione: il suo essere forza propulsiva, e in quanto tale portatrice anche di una spinta aggressiva di richiesta. Una volta silenziata questa forza necessaria alla vita, lo spazio resta libero per le spinte mortifere. Ricordiamo che le pulsioni di autoconservazione per loro natura non possono ottenere un soddisfacimento autoerotico. La ricaduta sarà allora duplice: su di un versante interno e su uno esterno.
La spinta al ritiro dalla vita può prendere la strada di una deriva psicotica, sotto forma di una implosione psichica, ma anche di piani suicidari.
L’essere silenti di questi pazienti ci sollecita ad interrogarci sia sul piano teorico, sia su quello clinico. Davanti ad un deficit tanto radicale della vita fantasmatica, ad un prevalere delle sensazioni e ad un’assenza di sintomi dolorosi o di un sentimento di sofferenza a cui agganciarci, come possiamo muoverci? Spesso arrivano da noi per un movimento ‘in negativo’, seguendo tracce di una mancanza o sollecitati dalla famiglia. Saremo quindi chiamati per molto tempo a vicariare quelle spinte vitali mancanti, a tollerare di sostare insieme al paziente – senza farsi troppo notare – in un’area pre-rappresentazionale. Questo con tutto l’assetto psicoanalitico di cui disponiamo, con l’obiettivo prioritario di contrastare la distruttività che questi pazienti dirigono verso la propria attività psichica (M. Aisenstein, 2007).
Bibliografia
Aisenstein M. (2007). Al di là del dualismo psiche, soma – Seminari su Il corpo, lo psichico. Il “misterioso salto”: la cura psicoanalitica fra territori psichici e somatici – 10 febbraio 2007.
Campanile P. (2021). Freud dopo l’ultimo Freud. Per una psicoanalisi sempre nuova. Milano, Franco Angeli.
Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. OSF, vol.4.
Freud S. (1910). I disturbi visivi psicogeni nell’interpretazione psicoanalitica. OSF, vol.6.
Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. OSF, vol.7.
Freud S. (1915). Pulsioni e loro destini. In: Metapsicologia. OSF, vol.8.
Gaddini E. (1989). L’attività presimbolica della mente infantile. In: Scritti, Milano, Raffaello Cortina.
La Scala M. (2002). Spazi e limiti psichici. Fobie spaziali, funzionamento borderline, la vergogna, la melanconia. Milano, Franco Angeli.
Racalbuto A. (2009). Pensare. L’originario della sensorialità e dell’affetto nella costruzione del pensiero. In: Mangini E., La Scala M. (a cura di) Le fonti dello psichico, A partire dal pensiero di Agostino Racalbuto. Roma, Borla.
Szymborska W. (2004). Sotto una piccola stella. In: Vista con granello di sabbia. Poesie (1957-1993). Milano, Adelphi.
*Per citare questo articolo:
Silvana Rinaldi (2025). Il silenzio della pulsione di autoconservazione. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 149-160.
Per una lettura più agile e per ulteriori riferimenti di pagina si consiglia di scaricare la Rivista in formato PDF.
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